Con gli occhi di Marco
Come s’è già ricordato, la prima redazione in franco-italiano è chiamata, in F, Devisement dou monde, ovvero «La descrizione del mondo» (devisement potrebbe anche tradursi «disposizione», «misura»; cfr. Barbieri, Dal viaggio cit., p. 10. Le diverse denominazioni dell’opera nei codici sono elencate in Milione, cur. Benedetto, p. 248). Nel nostro volume designiamo il libro di Marco e Rustichello con il titolo di Milione, tradizionale in italiano, e basato sull’appellativo con cui Marco era noto, appunto «Milione», o «Milion», in veneziano. «Marco Polo Milion» lo dice nel 1319 un documento della Confraternita della Misericordia, a Venezia, a cui il Nostro apparteneva (cfr. M. Pozza, Marco Polo Milion. An unknown Source concerning Marco Polo, in «Mediaeval Studies» 68 (2006), pp. 285-301). L’appellativo è peraltro riferito, nel 1305, anche a Marco il Vecchio («Marcus Paulo Milion»), zio del Nostro, e nel 1324, a «Nicolaus Paulo dicti Milion lo Grando», da identificarsi probabilmente con il figlio di Marco il Vecchio (R. Gallo, Marco Polo. La sua famiglia e il suo libro, in Nel VII centenario della nascita di Marco Polo, Venezia 1955, pp. 63-161: 90-91; confusa la trattazione di B. Szczesniak, Marco Polo’s Surname «Milione» According to Newly Discovered Documents, in «T’oung Pao» 48 (1960), pp. 447-452). L’etimologia di «Milion» rimane incerta. Secondo Benedetto (Perché fu chiamato Milione il libro di Marco Polo, in «Il Marzocco» 14 settembre 1930, che, tra l’altro, annota: «una cosa mi sembra… fuori di dubbio, e cioè che quel soprannome non è in nessun modo effetto del libro»; Idem, Ancora del nome Milione, ibidem, 16 novembre 1930), si tratterebbe di una probabile aferesi da «Emilione», diminutivo arcaico di Emilio, usata per distinguere il ramo dei Polo, cui apparteneva il viaggiatore, dagli altri della medesima famiglia. Divertenti, ma infondate, le due spiegazioni, entrambe negative, date da Jacopo d’Acqui, nel Trecento, nella sua Chronica, sive Imago mundi, che ricollega il nome alla ricchezza, divenuta subito proverbiale, di Marco («Marchus venetus… qui dictus est Milonus, quod est idem quod divicie mille milia librarum, et sic vocatur in Veneciis») e da Giovanni Battista Ramusio, secondo cui si sarebbe trattato di un nomignolo affibbiato dai veneziani al nostro viaggiatore, per beffa di tutti i milioni vantati nei suoi racconti: vedi poi il commento al capitolo «Da Adamo a Qubilai (per non dire di Marco)».
Sul problema della collaborazione tra Marco e Rustichello («messire Rustaciaus de Pise», in F), della datazione al 1298 e sull’autenticità dell’ambientazione nelle carceri genovesi vedi J. Critchley, Marco Polo’s Book, Aldershot 1992, pp. 1-76; A. Barbieri, Marco, Rustichello, il «patto», il libro. Genesi e statuto testuale del Milione, in Idem, Dal viaggio al libro. Studi sul Milione, Verona 2004, pp. 129-154; V. Bertolucci Pizzorusso, Scritture di viaggio. Relazioni di viaggiatore e altre testimonianze letterarie e documentarie, Roma 2011, pp. 69-82 e 109-126, nonché la scheda riassuntiva di H.U. Vogel, Marco Polo was in China. New Evidence from Curriencies, Salts and Revenue, Leiden-Boston 2016, pp. 14-17. Sulle caratteristiche del rapporto tra i due coautori, alla luce dei dati linguistici di F e f, si sofferma A. Andreose, Marco Polo’s Devisement dou monde and Franco-Italian Tradition, in «Francigena» 1 (2015), pp. 261-291 («it must be noted that at least three linguistic strata combine in the extant manuscripts of the “Franco-Italian” version: the Marco Polo language layer (Venetian or maybe French with Venetian traits); the Rustichello language layer (a literary French permeated with western Tuscan traits); and the scribe’s (or more likely, the scribes’) language layer»). Cfr. anche, per l’attività letteraria del pisano, Il romanzo arturiano di Rustichello da Pisa, edizione critica, traduzione e commento a cura di F. Cigni, premessa di V. Bertolucci Pizzorusso, Pisa 1994; sulle condizioni dei pisani detenuti a Genova dopo la battaglia della Meloria vedi M.L. Ceccarelli Lemut, I Pisani prigionieri a Genova dopo la battaglia della Meloria. La tradizione cronistica e le fonti documentarie, in Eadem, Medioevo pisano. Chiesa, famiglie, territorio, Ospedaletto (PI) 2005, pp. 351-368. Circa i manoscritti copiati da amanuensi pisani a Genova cfr. F. Cigni, Manuscrits en français, italien, et latin entre la Toscane et la Ligurie à la fin du XIIIe siècle. Implications codicologiques, linguistiques et evolution des genres narratifs, in Medieval Multilingualism in England, France and Italy. The Francophone World and its Neighbours, edited by C. Kleinhenz – K. Busby, Turnhout 2010, pp. 187-217; Idem, Due nuove acquisizioni all’atelier pisano-genovese. Il Régime du corps laurenziano e il canzoniere provenzale p (Gaucelm Faidit); con un’ipotesi sul copista Nerius Sanpantis, in «Studi Mediolatini e Volgari» 69 (2013), pp. 107-125. Sul topos letterario dell’opera composta in prigione si sofferma M.L. Meneghetti, Scrivere in carcere nel Medioevo, in Studi di filologia e letteratura italiana in onore di Maria Picchio Simonelli, a cura di P. Frassica, Alessandria 1993, pp. 185-199; si vedano anche i saggi raccolti in Réalités, images, écritures de la prison au Moyen Âge, Études réunies par J.-M. Fritz et S. Menegaldo, Dijon 2012. Sulle occupazioni dei compagni di prigionia veneziani di Marco, che, anziché prestare ascolto ai racconti del Nostro, sembrano essere stati tutti presi dai loro affari, vedi V. Formentin, Estratti da libri di mercanti e banchieri veneziani del Duecento, in «Lingua e stile» 50 (2015), pp. 25-62: 37-38.
Il Monte Verde è descritto da Marco con abbondanza di particolari, che ne fanno una delle meraviglie della dimora di Qubilai Qan: «Vi dirò ancora che dalla parte di tramontana, a circa un tiro d’arco dal palazzo, sempre tra i due circuiti di mura di cui ho parlato, il Gran Kan ha fatto costruire una montagnuola, alta ben cento passi e di più d’un miglio di circuito. L’ha fatta tutta ricoprire di alberi che non perdono in nessun tempo le foglie, ma sempre rimangono verdi. E dovete sapere che se vien detto al Gran Kan che ci sia in qualche parte un bell’albero, lo fa prendere, dovunque si trovi, con tutte le radici e con molta terra, e lo fa portare su quel monticello per mezzo degli elefanti. E sia pur grande l’albero quanto si vuole, egli lo fa portare ugualmente su quel suo poggetto. In tal modo egli ha adunati in quel luogo i più begli alberi del mondo. Aggiungerò che il Gran Signore ha fatto ricoprire tutto quel monte di polvere di lapislazzuli che è di colore verdissimo. Cosicché sono tutti verdi gli alberi ed è tutto verde il monte: è verde tutto ciò che s’offre alla vista. E perciò gli fu dato il nome di Monte Verde. Su quel monte, proprio sulla vetta, sorge un grande e bel palazzo, che è tutto verde ancor esso. E vi accerto che quel monte, quegli alberi, quel palazzo, sono così belli a guardarsi, che tutti quelli che li vedono ne hanno gioia e allegrezza» (Milione, trad. Benedetto, p. 122). Del Monte Verde riferisce anche Odorico da Pordenone, Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum, Edizione critica a cura di A. Marchisio, Firenze 2016, pp. 196-197.
Non sappiamo in quale occasione Marco sia stato fatto prigioniero dai genovesi. Secondo due versioni tarde, sarebbe stato ostaggio durante la battaglia navale di Laiazzo, il 28 maggio 1294, oppure in quella di Curzola, combattuta il 7 settembre 1298. D. Jacoby, Marco Polo, his close Relatives, and his Travel Account. Some new Insights, in «Mediterranean Historical Review» 21 (2007), pp. 193-218: 200-201, osserva come, nel primo caso, la collocazione geografica non concordi con quanto sappiamo del viaggio di ritorno del Nostro verso Venezia (vedi poi il capitolo «Ritorno con sorpresa»). Per quanto concerne Curzola, Jacoby ritiene improbabile che Marco si sia volontariamente imbarcato per la guerra, alla sua età ormai più che matura e dopo una lontananza così lunga. Nell’opinione di Jacoby, è più verosimile che il Nostro sia stato catturato mentre era in viaggio per commerci.
«Imperatori e re… senza nessuna menzogna»: Milione, trad. Benedetto, p. 1. Cfr. Devisement, cur. Eusebi – Burgio, pr., 1-2: «Seingnors, enperaor et rois, dux et marquois, cuens, chevalers et borgiois, et toutes gens qe volés savoir les deverses jenerasions des homes et les deversités des deverses region dou monde, si prennés cestui livre et le feites lire; et chi troverés toutes les grandismes mervoilles et les grant diversités de la Grande Harminie et de Persie et des Tartars et Indie et des maintes autres provinces, si con notre livre voç contera por ordre apertemant, si come meisser March Pol, sajes et noble citaiens de Venece, raconte, por ce que a seç iaus meissme il le vit; mes auques hi ni a qu’il ne vit pas mes il l’entendi da homes citables et de verité [2] Et por ce met{r}eron les chouses veue por veue et l’entendue por entendue, por ce que notre livre soit droit et vertables sanç nulle mensonge»; Milione, cur. Ronchi, nr. 1: «Signori imperadori, re e duci e·ttutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e·lle diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d’Erminia, di Persia e di Tarteria, d’India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e·nnobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e·ll’altre per udita, acciò che ’l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna»; Milione, cur. Barbieri, I, 1-3: «Domini imperatores, reges, duces, marchiones, comites, milites et burgenses et omnes gentes qui vultis agnoscere diversa hominum genera et diversarum regionum mundanas diversitates, accipite hunc librum. [2] Nam in ipsum invenietis omnia magna mirabilia et diversitates Armenie Maioris, Persarum, Tartarie et Indie et aliarum multarum provinciarum circa Asyam, Mediam et partem Europe, ut patebit per ordinem, sicut dominus Marcus Paullo Veneciarum civis enarat, quoniam oculis propriis ipse vidit. [3] Et sunt etiam aliqua que non vidit, sed audivit ab hominibus fide dignis; et quicumque hunc librum leget vel audiet plenariam fidem debeat adhibere, quia omnia sunt vera». Benedetto scrive «messer Marco Polo, detto Milione», ove «detto Milione» è sua congettura.
«E dovete notare… presenti alla memoria»: Milione, trad. Benedetto, p. 2. Cfr. Devisement, cur. Eusebi – Burgio, pr., 3-4, «Et si voç di qu’il demora a ce savoir en celles deverses parties et provences bien .xxvi. anç. [4] Le quel puis, demorant en la charchre de Jene, fist retraire toutes cestes chouses a messire Rustaciaus de Pise, que en celle meissme chartre estoit, au tens qu’il avoit .mccxcviii. anç que Jeçucrit nesqui»; Milione, cur. Ronchi, nr. 1: «E·ssì·vvi dico ched egli dimorò in que’ paesi bene trentasei anni; lo quale poi, stando nella prigione di Genova, fece mettere inn-iscritto tutte queste cose a messere Rustico da·pPisa, lo quale era preso in quelle medesime carcere ne gli anni di Cristo 1298»; Milione, cur. Barbieri, I, 4-7: «Antedictus dominus Marcus Paulus ab infancia sua usque ad tricessimum annum conversatus fuit per partes illas. [5] Et ideo, ipso existente in carcere in civitate Ianue, nolens vacare otio, visum fuit sibi, ad consolationem legentium, ut predictum librum compilare deberet. [6] Et ipse non notavit nisi pauca aliqua, que adhuc in mente retinebat. [7] Compilavit autem librum hunc ano Domini .MCCXCVIII».
Secondo Ramusio (che non ha notizia di Rustichello), il padre avrebbe mandato da Venezia le note compilate da Marco, mentre questi era in carcere: «messer Marco… tenuto modo che fusse scritto qui a Venezia a suo padre, che dovesse mandargli le sue scritture e memoriali che avea portati seco, e quelli avuti, col mezzo d’un gentiluomo genovese molto suo amico, che si dilettava grandemente di saper le cose del mondo e ogni giorno andava a star seco in prigione per molte ore» (Ramusio, cur. Milanesi cit., vol. 3, p. 31). L’esattezza dei riferimenti a prezzi e quantità, contenuti nel Milione, lascia pensare che Marco tenesse nota di quanto andava vedendo. Cfr. F. Borlandi, Alle origini del libro di Marco Polo, in Studi in onore di Amintore Fanfani, vol. 1, Antichità e Alto Medioevo, Milano 1962, pp. 107-147; J.-C. Faucon, Examen des données numériques dans le «Devisement du monde», in I viaggi del Milione: Itinerari testuali, vettori di trasmissione e metamorfosi del Devisement du monde di Marco Polo e Rustichello da Pisa, a cura di S. Conte, Roma 2008, pp. 89-111: 103-111.
«… è parso a lui… né sapute»: Milione, trad. Benedetto, p. 2. Cfr. Devisement, cur. Eusebi – Burgio, pr., 3: «Et por ce dit il a soi meisme que trop{o} seroit grant maus se il ne feist metre en ecriture toutes les granç mervoilles qu’il vit et qu’il hoï por verités, por ce que les autres jens que ne le virent ne sevent le sachent por cest livre»; Milione, cur. Ronchi, nr. 1: «E però disse infra·sse medesimo che troppo sarebbe grande male s’egli non mettesse inn-iscritto tutte le meraviglie ch’egli à vedute».
«Ha in mezzo alla fronte… diciamo che sia»: Milione, trad. Benedetto, p. 294. Cfr. Devisement, cur. Eusebi – Burgio, CLXV, 11-12: «il a un cor en mi la front mout gros et noir, et voç di qe il ne fait maus <con cel cor mes> con sa langue, car il a sus sa langue l’espine mout longues, si qe le maus qe il fait, <le fait> con <la> langue; il a le chief fait come sengler sauvajes et toutes foies porte sa teste encline ver tere e demore mout voluntieres entre le bue et entre le fang: elle est mout laide beste a veoir. [12] Il ne sunt pas ensi come nos de ça dion et deviçon, qe dient q’ele se laise prendre a la pucelle; mes vos di qu’il est tout le contraire de celz qe nos qui dion qe il fust»; Milione, cur. Ronchi, nr. 162: «nel mezzo de la fronte ànno un corno grosso e nero. E dicovi che no fanno male co quel corno, ma co la lingua, che l’ànno spinosa tutta quanta di spine molto grandi; lo capo ànno come di cinghiaro, la testa porta tuttavia inchinata ve(r)so la terra: sta molto volentieri tra li buoi. Ell’è molto laida bestia, né non è, come si dice di qua, ch’ella si lasci prendere a la pulcella, ma è ’l contradio». Milione, cur. Barbieri, XCIX, 19-24: «Habent unum cornu in medio frontis, grosum et nigrum. [20] Et tamen nulum cum cornu, sed solummodo cum lingua ledunt et genibus. [21] Nam super li<n>guam longas habent spinas et accutas; et ideo, <quando> ledere volunt aliquem, ipsum cum genibus calcant et deprimunt, postmodum cum li<n>gua vulnerando. [22] Capud vero habent ad modum apri, et portant capud declive versus terram; et permanent libenter in luto et ceno. [23] Et sunt turpissime bestie, et non tales quales apud partes nostras esse dicuntur; quia dicitur apud nos quod se capere dimitant <ab> domicelis. [24] Sed totum est contrarium».
Sul liocorno poliano vedi J.C. Faucon, La représentation de l’animal par Marco Polo, in «Médiévales» 32 (1997), pp. 97-117: 108.
«Sappiate che quando… si esce dal deserto»: Milione, trad. Benedetto, pp. 68-69. Cfr. Devisement, cur. Eusebi – Burgio, LVI, 12-15: «[12] Il est voir que quant l’en chavauche de noit por cest deçert et il avent couse qe aucun reumangne et s’eçvoie de seç conpains por dormir ou por autre chouse et il vuelt puis aler por jungnire seç conpagnons, adonc oient parlere espiriti en mainiere qe senblent que soient sez conpagnons, car il les appellent tel fois por lor nom et plosors foies les font devoier en tel mainere qu’il ne se trevent jamés, et en ceste mainere en sunt ja mant mort{i} et perdu. [13] Et encore voç di que, jor meisme, hoient les homes ceste voices de espiriti, et voç semble maintes foies que voç oiés soner mant{i} instrument{i} et propemant tanbur. [14] Et des <ces> maineres se passe ceste deçert et a si grant hanuie com voç avés hoï. [15] Desormés noç lairon dou desert, qe bien voç avun dit tout l’afer, et vos conteron des provences que l’en treuve quant <l’en> ist{i} do deçert»; Milione, cur. Ronchi, nr. 56: «Egli è vero che, quando l’uomo cavalca di notte per quel diserto, egli aviene questo: che·sse alcuno remane adrieto da li compagni, per dormire o per altro, quando vuole pui andare per giugnere li compagni, ode parlare spiriti in aire che somigliano ch...