“Quanto ha venduto l’ultimo libro?” mi chiese Tito senza spostare lo sguardo dal Mac che teneva sulle ginocchia. Muoveva il mouse con attenzione e lo schermo gli illuminava il volto, la luce bianca delle schede aperte sul desktop riflessa sulle lenti dei suoi occhiali sottili.
“Senza non vedo nulla” rispose la volta che provai a toglierglieli scherzando. Mi fermò prendendomi per un polso e mi chiese di smetterla.
Aveva paura di romperli. Erano un regalo di suo padre.
Si fece improvvisamente serio.
Poi se li tolse da solo e i suoi occhi sparirono. Mi fissava pensoso. Li ripulì e li riportò nuovamente sul naso.
“Sta andando bene” risposi senza riportare cifre precise. Non lo sapevo nemmeno io quanto stava vendendo, non lo avevo mai chiesto alla mia casa editrice, mi affidavo ai messaggi di complimenti che mi arrivavano su Instagram, ma dentro di me sapevo di aver deluso le mie alte aspettative. Lo dicevano le classifiche sui giornali la domenica, il tour di presentazioni con meno presenze di quello precedente, gli sguardi dei librai quasi dispiaciuti, il mio editor che mi incoraggiava a fare meglio. Mi fermavano per strada volti a me sconosciuti e mi dicevano “Ho letto il tuo primo libro” mentre avevo appena pubblicato il terzo.
Io ho sempre visto i successi degli altri come miei insuccessi. Da bambino a calcio se la mia squadra vinceva e io non avevo segnato per me avevamo perso. “Perché non io?” la domanda che mi sono posto più volte. “Pensi sempre agli altri” la risposta che mi davi ogni volta.
Ho scritto una cosa che vorrei che leggessi.
Ho scritto che mi sento piccolo rispetto al mondo quando provo a capire come mi sento.
Ho scritto che sono stanco. Vorrei dormire, ma non serve perché sono esausto dentro perché “domani” è un futuro che non vedo da quando nessuno è abbastanza e tu hai posto fine pure alle poche attenzioni che mi davi, scrivendomi tardi convinta che dormissi “È che non ti amo più”.
Condividevamo un problema comune, ma tu eri più bella. Sapevamo entrambi che sarebbe stato più facile per uno dei due.
Perché i fratelli Gallagher divisi non potevano avere pari successo.
Il freddo di Milano non è niente in confronto alle volte in cui ti ho detto che sarei cambiato.
Non sono mai stato bene se non quando rinunciavi a essere un’isola e rimettevi le cose a posto.
Facevi un passo indietro quando alzavo la voce, due passi avanti, timidi, quando tenevo gli occhi bassi e segrete le idee.
Un affetto che non mi è più capitato nella vita e che ho cercato intorno a me, dietro i vetri di un treno in partenza guardando tra la folla, tra le relazioni precedenti, nelle conversazioni, dentro uno schermo.
Ho pure provato a fare in modo che la tua mancanza diventasse motivo di forza invece che distruggermi, ma non sono così speciale.
Ciò che ci separava era la geometria, ciò che ci ha separati è stata l’assenza, il mio grandissimo talento per l’autodistruzione. Tu mi sapevi affrontare, non avevi possibilità di ritorno, prima di te non ero io a essere asociale, è che tu sei solo una.
Ci sono occhi che non hanno solo sguardi, ma anche risposte.
Ci sono legami che sanno toglierti il passato di dosso e riescono a ricordarti come si fa a dimenticare.
Abbasso la guardia e ritornano i pensieri, ma tu non torni.
Domani scriverò il tuo nome su un giornale di annunci e dirò che non ti vedo da giorni, che sono preoccupato che ti sia successo qualcosa, che ti aspetto a casa insieme a tutto quello che avevamo in comune, che da quando non ci sei fa troppo freddo pure per spostarsi dal letto al divano.
E le altre mi scrivevano.
Come i tedeschi quando attaccavano sul fronte.
Ma i tedeschi non l’hanno vinta la guerra.
Non posso decidere di non sentire la sua mancanza.
Ma posso decidere di essere la mia prima scelta.
Di non dare il mio amore a persone che non sanno apprezzarlo.
Non posso decidere cosa mi aspetta.
Ma posso decidere il mio cammino senza il timore che agli altri non vada bene la mia presa di posizione.
Non posso decidere di non amare nessuno.
Ma posso decidere di restare solo.
Di essere tutto il mio mondo.
“Sto così così, oggi mi sono abbuffata” dicesti mentre osservavo le foto appese alle pareti, i libri in ordine e le statue che tuo padre si portava dai viaggi, di cui parlava tanto quando a tavola non si aveva di che parlare.
Lui non sopportava il silenzio. Eravate simili.
Eri magra, più magra della maggior parte delle ragazze con cui ero stato, ma tu a differenza di loro rendevi tutto più sopportabile.
“Perché così così?” chiesi stringendomi nelle spalle. Faceva freddo. La finestra del tuo salotto era danneggiata e i tecnici nessuno ancora li aveva chiamati.
Tua madre rimandava ogni cosa che non la riguardasse e aveva fatto lo stesso con la tua intera adolescenza. “Perché è tutto uno schifo” dicesti convinta.
Eri drastica.
I capelli chiari e gli occhi verdi erano scantinati pieni di oggetti che in realtà non ti servivano. Chissà che avrebbero detto se avessero potuto parlare.
Pensavi troppo a tutto e quando non stavi bene stavi troppo male.
Non dissi nulla.
“Oggi mentre non c’eri ho pensato ‘Potrei farcela’, ‘Basta provarci’, e ora il mio stomaco vuole tenersi tutto dentro senza voler espellere nulla.
Ho una pancia che m’impedisce di stare seduta. In poche parole mentre non c’eri mi sono detta ‘Jo, devi mangiare’.”
Rimasi ancora in silenzio.
“Tu come stai?” mi chiedesti con tono più allegro.
Volevi dimostrarmi che in fondo non era niente. Facevi sempre così quando stavi male.
Dopo giorni senza mangiare arrivavano quei momenti in cui ti sentivi costretta a divorare tutto quello che ti trovavi davanti e ti riempivi fino a respirare poco e a gonfiarti.
“Io sto bene, Jo.” Ti chiamavo così quando affrontavamo un problema. Quella era la mia maniera di dirti “Non ti capisco”.
Ti pesavi dieci volte al giorno, digerivi solo le sigarette e lo yogurt la mattina. Passavi ore a confrontarti con le altre, a dare sfogo alla tua competitività.
Erano gli occhi con cui ti guardava la gente a ferirti.
Mi confessasti, toccandoli, che stavi perdendo i capelli, che i denti ti facevano male. Mi raccontasti dei crampi, delle gambe che non camminavano più.
Molte persone che hanno famiglia, amici, conoscenti restano inevitabilmente sole perché nessuno le capisce. Persone invisibili che avrebbero tanto da dare come i libri di Murakami, segregati in dispensa che non facciamo leggere a nessuno.
“Non stare così” dissi come se si potesse decidere di non stare male. “Per me sei bellissima” provai a farti un complimento per alleviare la tensione e il malumore nei nostri sguardi che non si incrociavano più da tempo.
“Anto, ‘bellissima’ è un aggettivo banale per descrivermi.”
Mi chiamavi così quando volevi dirmi “Non voglio essere aiutata”.
Ho fatto una foto a Palermo.
Dalla mia stanza di notte, la prima notte.
I miei pensieri non si distraggono, non fanno come il sole che esce ed entra riflettendosi sul pavimento e guardando gli occhi di chi mi parla mi chiedo spesso “Chissà se si nota”.
Jacopo mi ha detto che sono fortunato e che devo smettere di paragonarmi agli altri, che Modigliani è morto povero e solo e che “bisogna trovare i punti di forza nelle nostre paure migliori”.
Palermo fa venire voglia di trovare un rifugio in mare aperto.
Guardare la luna al largo e sentirsi tutt’uno con il cielo.
Non sopporto chi mi dice “Sorridi” come a dire “È facile”.
Chi mi chiede di essere forte come se fosse possibile decidere di non sentire il freddo.
Io ho eretto un muro per allontanare tutti. Speranzoso che tu arrivassi dall’altra parte.
Ora sto meglio perché sento di non avere più voglia di essere triste. Sento che non vorrei che il ricordo della mia vita diventasse il buio tra un libro e l’altro, lo stare bene tra le bugie che mi ripeto quando mi dicono “Si è fidanzata da un po’”.
Ho fatto una foto a Palermo.
Dalla mia stanza di notte, la prima notte, e guardando la galleria nello schermo del cellulare con la luminosità troppo bassa ho trovato quella foto di quando mio nipote dopo una settimana che non uscivo mi chiese curioso “Zio, ma tu stai sempre da solo?”.
“Sì, perché?”risposi ridendo.
“Ma che vita è tutto da solo?” e io non seppi rispondere.
“Vorrei piacerti” penso.
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