Naila di Mondo 9
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Naila di Mondo 9

  1. 328 pagine
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Naila di Mondo 9

Informazioni su questo libro

Mondo9 è un pianeta desertico, letale, una sconfinata distesa di sabbie velenose. Nel corso dell'evoluzione i suoi abitanti si sono applicati a una sola arte, la meccanica, rendendolo il regno delle macchine, del metallo e della ruggine. Titanici veicoli a ruote, grandi come bastimenti e dotati di una loro forma di vita cosciente, solcano i deserti tra una città e l'altra mentre un Morbo letale infetta gli esseri umani trasformandoli in rottami. In questo mondo vive Naila; anche lei solca l'oceano di sabbia con la sua Syraqq, una vecchia baleniera convertita a cargo, seguendo le rotte delle megattere alla ricerca della Grande Onda. Una leggenda secondo alcuni. Una superstizione. Persino un'eresia. Per Naila, l'ossessione di una vita, il sogno, l'unica via per restituire a Mondo9 un futuro di pace.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2018
eBook ISBN
9788852089091
Print ISBN
9788804688259
Parte seconda

LA CACCIA

6

CREATURE IN BILICO

La ruota anteriore aveva sobbalzato sui binari facendo sussultare il carico. L’Avvelenatore aveva sentito la testa del mechardionico ciondolare contro la sua spalla e aveva fermato il veicolo qualche metro più avanti.
Dopo aver spento il motore, aveva abbassato gli occhiali da sole sotto il mento.
Erano arrivati alla stazione morta, un luogo maledetto e remoto alla periferia sud di Mecharatt; il vecchio polo di smistamento merci, che l’ultima burrasca, accompagnata da una piccola onda, aveva sommerso sotto metri e metri di sabbia, inducendo le autorità cittadine a ricostruire tutto altrove, in un luogo più riparato dai venti di scirocco.
Ancora in sella, l’uomo aveva passato in rassegna il panorama intorno. Vagoni marci, carrelli sventrati, locomotori ribaltati su un fianco o disposti di traverso sui binari. E una quantità impressionante di carcasse e materiale rotabile arrugginito disseminati nel raggio di centinaia di metri, semisepolti tra le dune. Era tutto come ricordava. Logoro e reso friabile dall’esposizione al vento e alle intemperie.
Aveva slacciato la cinghia della corazza che portava in spalla ed era smontato dal pettinatore. Prima che l’azione paziente del vento lo facesse riaffiorare un’unghia alla volta, ogni singolo rottame, dal più piccolo al più grande, era stato coperto di sabbia per anni, nascosto al mondo. Ora che l’opera di riesumazione era giunta al termine la stazione sembrava quasi tornata alle sue condizioni d’origine. Salvo il fatto che nessun treno o vagone sarebbe più transitato di lì. Tutto era morto e lo sarebbe stato per sempre.
L’Avvelenatore non aveva mai scoperto che cosa lo attraesse tanto in quel luogo sinistro e disperato. In quel caso però sì, era tutto chiaro: non si sentiva ancora pronto a entrare in città, voleva recuperare le forze dopo il lungo viaggio, raccogliere le idee, elaborare un piano dettagliato. E la stazione morta era il posto migliore per soddisfare tutti e tre i propositi.
Era avanzato camminando su un tappeto scricchiolante di sabbia cristallizzata e scaglie di ruggine, che dava al paesaggio una tonalità sanguigna.
In passato ci veniva spesso, ogni volta che sbarcava da un vascello, di ritorno da una spedizione all’altro capo del deserto. Da quando però aveva perso la licenza di Avvelenatore le sue visite si erano fatte molto più sporadiche.
Lì, in una carrozza malconcia, aveva ricavato la sua piccola dimora di fortuna, un semplice giaciglio di sabbia e stracci sul quale coricarsi, al riparo dal freddo, nelle solitarie notti fuori città. Esattamente come nell’angusta cabina di una nave. Un po’ di legna raccolta dai carichi dispersi in giro bastava per accendersi un falò e produrre tutta la luce di cui aveva bisogno per incidere sulle pareti del vagone le sue astruse formule alchemiche.
Era tornato al pettinatore per scaricare a braccia la corazza del mechardionico e trascinarlo fino ai binari, dove gli aveva legato entrambi i polsi attorno a una delle rotaie. Che ci provasse pure a liberarsi da lì!
Poi, ansimando, si era guardato attorno; uno degli spettacoli più affascinanti di quel luogo erano proprio i binari che uscivano dalle dune impennandosi in saliscendi impossibili. Quasi che sotto la sabbia un gigante li avesse torti e ritorti per farne sculture aeree.
Aveva raggiunto il suo vecchio vagone e spinto il portellone di lato.
Era di nuovo a casa. Riposare un po’ lo avrebbe aiutato a mettere ordine nei suoi pensieri: che cosa avrebbe fatto dopo essere riuscito a imprigionare il cuore di Naila nella corazza? Come Signore assoluto delle Onde e di Mondo9?
Il primo gesto? Il primo piacere che si sarebbe tolto?
Aveva sogghignato.
Non gli sarebbe affatto dispiaciuto… avere una nave. Non “comandare”, ma proprio “avere”, possedere! Dare sfogo ai più inconfessabili pruriti maschili. In qualità di Avvelenatore, e complice il bhet, era stato più volte tentato di contravvenire alle norme deontologiche della Gilda e di violare l’intimità di una nave femmina. Unendosi al metallo in un amplesso di carne e ruggine.
Mentre si sfilava la camicia dai calzoni qualcosa era volato via, andando a cozzare violentemente contro il soffitto. Abbassando gli occhi alla cintura aveva notato che il fodero del pugnale era vuoto.
Aveva guardato in alto. Eccolo lassù, con la lama che ruotava adagio in senso antiorario. Un istante dopo era stato il turno di tre monete da un quarto di Puleggia l’una, spillate a raffica dalla tasca sinistra delle braghe.
L’Avvelenatore ne aveva acciuffata una al volo, ma aveva aperto subito il palmo e quella era volata a raggiungere le altre.
«Non capisco perché diamine sei così arrabbiato» era sbottato rivolto alle pareti che aveva intorno. «La gelosia è una bestia infame, lo sai? E poi sono stato via solo una settimana
AsùrMis rimase in silenzio, a capo chino, con il baccano della pioggia come unica interferenza tra il vagone semibuio e il turbinio di pensieri che gli agitava la mente. Aveva ascoltato, senza interromperlo, il meticoloso racconto di Yasir e ora lo stava ripercorrendo a ritroso per analizzarlo nel dettaglio. Si soffermava su un particolare, allungava un passo timido e ricominciava a camminare sul sentiero dell’immaginazione, avanti e indietro. Quello che mancava o non gli era del tutto chiaro, invece di farselo ripetere dal ragazzo lo domandava al metallo, senza ottenerne in cambio altro che un’accozzaglia di immagini slavate.
“Maledettissima pioggia!”
Sollevò appena la fronte e guardò nel vuoto. Dunque Naila, e con lei l’altro Asur, l’usurpatore in cui batteva il suo cuore originario, erano ancora a Mecharatt e molto probabilmente ci sarebbero rimasti fino al termine della tempesta.
Strizzò le palpebre, sentì qualcosa pulsare sotto le natiche, infilarglisi tra le gambe, salire lungo la schiena. Ma certo… era lui, era il suo cuore che pulsava sul pianale di carico del vagone…
Sbarrò gli occhi. Vide un’ombra dardeggiare come fiamma sulla parete nera.
“Un uomo di metallo!”
L’altro Asur era cambiato radicalmente, nessun indizio che in qualche modo fossero la stessa “persona”: la conformazione della corazza, le ammaccature nel metallo, le rughe che gli solcavano il viso… Tutto diverso. Fece scorrere lo sguardo sul proprio corpo, dai piedi al torace; era quello il guscio che ricordava. Ce l’aveva addosso lui.
Tornò a concentrarsi sulla parete: la sagoma era sul ponte di una nave. Si ritrasse dalla balaustra alla quale era appoggiata, barcollò all’indietro. Finì violentemente contro la paratia alle sue spalle.
Uno schianto, metallo che si accartocciava. Il capo si piegò verso il basso in un’angolazione impossibile.
E poi quella donna, Naila, gli prese le mani tra le sue.
Il pavimento batteva all’impazzata.
Un lampo, e il vagone s’illuminò a giorno. Occhi come biglie di fuoco. Crepitare di tuoni.
La figura sulla parete implose e svanì nel nulla.
AsùrMis diede con forza un pugno sul pavimento. Scattò in piedi. Fissò il soffitto con l’intento d’incenerire la pioggia, una goccia alla volta.
«Syraqq!» urlò. Conosceva il nome della nave, alla fine era riuscito a scovarlo. «È lì che ti nascondi, bastarda. Syraqq!»
Tirò in piedi Yasir e scuotendolo come un sacco gli fece ripetere tutto daccapo, parola per parola. Al termine del racconto si sincerò che dentro il ragazzo non ci fosse più niente, neppure una briciola di ricordo, un’immagine, una sillaba non detta. Ritrasse le mani dalle sue spalle e gli allungò un manrovescio che lo fece afflosciare sul pavimento.
Si avvicinò al portellone, infilò la mano destra nell’incavo della maniglia.
«Cosa stai facendo?»
Il mechardionico si voltò di scatto, sorpreso.
Studiò i due mocciosi accovacciati per terra al centro del vagone.
Era stato il ragazzino con la faccia di metallo ad aprire bocca: le sue prime e uniche parole a voce alta da quando aveva sporto gli occhi dalla coperta, giù nel magazzino.
«Me ne vado. Devo trovare la Syraqq prima che sia troppo tardi
«E noi?»
Yasir si drizzò seduto tenendosi la guancia colpita. «Che ne sarà di noi due?»
AsùrMis sputò sul pavimento. La sua risposta.
Tornò a concentrarsi sulla maniglia del portellone. Tirò con forza. Provò con tutte e due le mani. Fece leva con i piedi.
Niente! Il portellone pareva sigillato dall’esterno.
«Venite a darmi una mano!»
I ragazzini si guardarono.
«D’accordo, vi porterò con me
Yasir e Rameo si alzarono. Ma dovettero subito bilanciarsi sulle gambe per non perdere l’equilibrio. Il pavimento cominciò a vibrare.
Brontolio di ruote in movimento.
«Oh cazzo!»
Yasir, che dei due era il più alto, andò ad affacciarsi a uno dei minuscoli oblò. Doveva stare in punta di piedi per riuscire a sbirciare fuori. Il rollio del vagone lo fece arretrare di un passo. Tornò in posizione, cercò di pulire il vetro con la mano e strizzò gli occhi. «Non è possibile» disse.
Il vagone si stava muovendo.
L’uomo di metallo lo spinse via. Non poteva certo guardare il paesaggio che sfilava all’esterno, ma voleva annusare gli spifferi che arrivavano dal telaio del vetro.
Anche il suono della pioggia sul tetto era cambiato.
Rameo tornò a sedersi sul pavimento. E dopo un po’ pure Yasir incrociò le gambe sul giaciglio di sabbia sporca. «Sembra che il vagone abbia d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. NAILA DI MONDO 9
  4. Prologo
  5. Parte prima. MECHARATT
  6. Parte seconda. LA CACCIA
  7. Epilogo
  8. MISCELLANEA ENCICLOPEDICA DI MONDO9
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright