Le rughe del sorriso
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Le rughe del sorriso

  1. 264 pagine
  2. Italian
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Le rughe del sorriso

Informazioni su questo libro

Sahra si muove nel mondo con eleganza e fierezza ed è accesa, sotto il velo, da un sorriso enigmatico, luminoso. È una giovane somala che vive con la cognata Faaduma e la nipotina Maryan nel centro di seconda accoglienza di un paese in Calabria. Finché un giorno sparisce, lasciando tutti sgomenti e increduli. A mettersi sulle sue tracce, "come un investigatore innamorato", è il suo insegnante di italiano, Antonio Cerasa, che mentre la cerca ne ricostruisce la storia segreta e avvincente, drammatica e attualissima: da un villaggio di orfani alla violenza di Mogadiscio, dall'inferno del deserto e delle carceri libiche fino all'accoglienza in Calabria.

Anche quando tutti, amici compresi, sembrano voltargli le spalle, Antonio continua con una determinazione incrollabile la sua ricerca di Sahra e di Hassan, il fratello di lei, geologo misteriosamente scomparso.

Dopo aver raccontato l'emigrazione italiana in Europa e nel mondo, Carmine Abate affronta di petto la drammatica migrazione dall'Africa verso l'Italia e lo fa con un romanzo corale e potente.

Sahra, la giovane somala che anima il romanzo con la sua presenza (non meno che con la sua assenza), è un personaggio memorabile, destinato a rimanere definitivamente nella galleria dei grandi personaggi letterari femminili.

Con naturalezza e autorevolezza, come accade solo con i grandi scrittori, Carmine Abate sa portarci nel cuore della Storia dei nostri giorni, là dove si decide il destino di tutti. E sa coinvolgerci senza artifici ideologici, moralismi o compiacimenti letterari, restituendoci un sentimento del mondo che - malgrado tutto - si apre alla meraviglia di esistere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2018
eBook ISBN
9788852090387
Print ISBN
9788804702207
PRIMAVERA

Raccontare, raccontare

Primi arrivi

Sì, la conoscevamo in tanti, la nìvura sparita, chi più chi meno; di vista, proprio tutti. Del resto, come si fa a ignorare una giovane così sgargiante, calamitosa? Non era solo per il vestito dai colori accesi che sfoggiava, no, era il suo modo di camminare che ci ricordava certe fimmine nostre di una volta, quando ancora si dobbavano coll’antichi costumi delle feste e, durante le processioni dietro santi o sposi, si muovevano con un passettìo da principesse. In più, lei aveva il sorriso di una bellizza così stralucente che dovevi chiudere gli occhi all’attimo, come davanti al sole appena spontàto dal mare. Sì, eravamo tutti ammirati, mascoli e fimmine di ogni età, pure i vecchi con un piede nella fossa.
Qui a Spillace era arrivata con il primo gruppo di stranieri, che qualcuno ha chiamato «rifugiati e richiedenti asilo», qualch’altro «profughi e migranti», inzòmma, al di là delle parole, i più fragili tra chi sbarca sulle spiagge nostre.
Erano più di venti, soprattutto fimmine, tre di loro incinte, e diversi mascoli minorenni, in stramaggioranza nìvuri. Scappavano dalle guerre e dalla fame, questo lo sapevamo, lo sa il mondo intero, ma le violenze che avevano subìto nella loro vita, prima e durante il viaggio, le abbiamo scoperte un po’ per volta.
All’arrivo invece parevano sanizzi di corpo e di spirto, troppo magri e timidi, certo, ma sorridevano quasi tutti, nascondendo le loro ferite dentro quei sorrisi da scampati a un terremoto.
No, non ci ricordiamo bene la data dei primi arrivi, ma è stato di sicuro un giorno pieno di primavera, tra aprile e maggio, perché molti di noi con la nasca fina hanno sentito l’addore buono dei fiori a umbrella del sambuco, che straripavano dai recinti degli orti lungo la strada.
Camminavano citti citti verso l’asilo comunale, il posto scelto per ospitarli. I più erano arrivati coi barconi della morte a Lampedusa; da lì a Crotone, nel più grande centro d’accoglienza della Calabria; infine da noi, a Spillace.
Qualcuno ha detto serio, senza volerli offendere o prendere in giro, che per quelli là l’asilo era perfetto perché parevano criatùre impaurite in un pizzo sconosciuto, tra cristiani che li puntavano curiùsi o diffidenti e qualche anziana nostra che li invitava a entrare in casa: «Trasìte, trasìte, che vi offro da bere un’aranciata o un latte di méndula che lo faccio io con le mani mie, o un caffè buono come al bar...». Ma quelli non capivano un’acca d’italiano o facevano finta, le fimmine guardavano le anziane con il fazzolettone nero in testa simile al loro, tutti sorridevano per gentilezza e seguivano come scolaretti ubbidienti tre giovani nostri del comune, che li portavano all’asilo.
Lei teneva per mano una quatrarèlla di cinque o sei anni che le rassomigliava abbastante, scura uguale, ma non nìvura nìvura come la fimmina rotondetta che le stava accanto. Non parlavano, nemmanco una parola per sbaglio, macàri nella loro lingua. Niente. Camminavano e basta, la quatrarèlla con in brazzo una pupa dalla cera nìvura e le labbra pittàte di rosso.
Da lontano i tre giovani nostri hanno mostrato la meta alla processione: l’edificio dell’asilo comunale, costruito quando in paese piovevano soldi a cati. Già da allora nascevano meno criatùre, ma forse con un pochicello di miranza più in là del proprio naso si poteva prevedere che in breve tempo i bebè di Spillace sarebbero nati in Germania o in Altitalia, dove le famiglie emigrano in cerca di fatica.
L’asilo, infatti, l’hanno poi chiuso per mancanza di criatùre e ora, dopo anni che ci pascolavano i topi, con i fondi del ministero dell’Interno l’hanno rimesso a posto, pittàti i muri, impienìto di letti e di armadi, l’hanno trasformato in centro di seconda accoglienza. Piuttosto che lasciarlo muffire e cadere a pezzi, non è meglio ospitare gente che ne ha bisogno?
Tutti d’accordo su questo, a parte gli invidiosi e i signornò, quelli che sono contrari a qualsiasi cosa, puranco se è buona e non fa male a nessuno, anzi fa molto bene al paese: una diecina di giovani nostri hanno trovato fatica al centro e perciò non devono più emigrare.
Gli invidiosi sono come la gramigna, non li estirpi mai, t’infettano orti e campi di grano, sparlano a vanvera di questo e di quello, godono soltanto se ti vedono in difficoltà e poi ti vengono a consolare con le loro facce guallarùse. Quel giorno erano tutti lì, i guallarùsi, quelli cioè con l’ernia gonfia per l’invidia, pronti a criticare e a prendersela con persone indifese, che secondo loro sono venute in Italia perché non hanno gulìa di faticare alla casa propria e noi le trattiamo fin troppo bene, mentre i nostri figli sono costretti a partire.
Per fortuna loro non capivano e rispondevano a tutti con il solito sorriso timidòso. Davanti all’asilo li aspettavano il presidente della Provincia di Crotone, il prete di Spillace, il presidente della cooperativa sociale nata per gestire il centro, il sindaco e la giunta comunale al gran completo, tre giornalisti e due TV locali.
Prima dei festeggiamenti hanno parlato in tanti, ché dalle nostre parti le parole come le promesse non costano niente, “solidarietà, accoglienza, integrazione e bli e bla”, e quelli là ascoltavano muti, non capivano, anche se stavano attenti, soprattutto lei. E nemmanco noi capivamo bene bene la differenza tra richiedenti asilo, profughi, rifugiati, migranti, perché le spiegazioni si rassomigliavano tutte, parevano una poesia imparata a memoria: «Si tratta di persone costrette a traversare deserti mari monti come uccelli migratori, impallinati ai varchi da cacciatori senza scrupoli». L’unica parola a noi familiare era migranti, perché così ci chiamavano quando partivamo dalla nostra terra, ma con una “e” davanti.
Il prete ha benedetto il nuovo centro con l’acqua santa. E il presidente della cooperativa ha chiamato proprio lei per tagliare il nastro alla porta d’entrata, lei assieme alle autorità, una montagnella di mani bianche sulle sue scure che stringevano le forbici.
Siamo trasùti in massa sgomitando. Nell’atrio c’erano due tavole imbandite, ché da noi il mangiare e bere non mancano mai: una tavola per loro, con dolci, torte, mostazzoli, pizzette, panini con provola e sardella, aranciate, succhi di frutta e Coca-Cola, niente alcol e carne di maiale per rispetto della loro religione; l’altra per noi, con in più tante bottiglie di vino Cirò e panini con porchetta.
È stata una bella festa. Loro avevano gli occhi pieni di cuntentizza, pure lei, che porgeva i dolci alla quatrarèlla con la pupa e le pulizzava le labbra e le dita con un fazzoletto. Stavano sempre vicine, quelle due e l’altra fimmina nìvura, tanto simpatica. E anche nei giorni successivi uscivano dal centro insieme e salivano in piazza e parevano soddisfatte, lei più di tutte, con quel bel sorriso pronto ad aprirsi come un fiore bianco sulle labbra.
Se siamo rimasti sorpresi quando è sparita? Di più: delusi. Diceva che si trovava bene al paese nostro, con il tempo si era un pochicello aperta, aveva imparato più che bene l’italiano, scambiava quattro parole con la gente che incontrava, conoscevamo il suo nome: Sahra. E alla fine che fa? Sparisce, se ne va via senza dire niente a nessuno, scappa. Scappa come una ladra, come una bandita.
Perché? E chi lo sa perché! Beato chi può stare nella capa di una fimmina così! Qualche maligno dice che è andata a fare la vita da qualche parte, come molte disgraziate senza sorte. Ma noi non ci crediamo, ché con quel sorriso potrebbe fare macàri l’attrice.
Forse l’unico che ne sa qualcosa è il professor Antonio Cerasa, uno dei giovani del paese nostro che faticano al centro. Non è difficile trovarlo: la sera sta sempre nei bar o al pub con l’amici e c’ha la capillera riccia e fitta come i suoi studenti africani.
Sì, proprio lui, il figlio della buonanima di Michele il germanese, quello che è tornato a morire da noi qualch’estate fa per il brutto male preso nella fabbrica chimica dove faticava da tant’anni. Una fatica sporca e puzzolente in mezzo all’aria imbelenòsa, di quelle fatiche che in Germania fanno gli stranieri, lo sappiamo bene perché pure molti parenti nostri si sono malati. L’arrivo dei migranti a Spillace non l’ha vissuto, Michele il germanese, altrimenti chissà cosa avrebbe detto, come minimo che il mondo si è capovolto: in un paese spruppàto fino all’osso dall’emigrazione, dove trovare una fatica buona è come vincere al Lotto, mo’ arriva gente di altri pizzi e di altri colori e ci chiede aiuto proprio a noi. Una storia a rovescio, da non credere. Michele il germanese non era un cristiano malamente, forse a lui, abituato alle tante razze in Germania, questa gente qua sarebbe piaciuta e figuriamoci Sahra, con il suo sorriso da farti uscire paccio. Purtroppo è morto prima, pace all’anima sua. Poi la matre di Antonio è andata a vivere a Milano, per dare una mano in casa della figlia medichessa, che ha il marito farmacista e due figli bambinelli.
Antonio invece è rimasto in paese con nostro grande piacere e meraviglia. Dicono che glielo ha chiesto il patre sul letto di morte: «Non partire pure tu!». E lui, che non è proprio un bambinello e anzi ha già trent’anni compiuti da un pezzo, gli ha ubbidito. Forse lo ha fatto perché all’epoca era fidanzato ufficiale con una bella guagliùna di Crotone, figlia di un notàro, che andava a trovare ogni santo giorno con la vecchia Mercedes del patre e macàri sperava di sistemarsi in zona. Ma con i tempi scuri che corrono, se decideva di partire, un lavoro da studiato forse non lo avrebbe preso da nessuna parte, in Italia. Lui è sperto abbastante per saperlo e, in più, gorgogliòso e faticatòre come il patre, che per la sua famiglia aveva favricàto una casa di tre piani a forza di sacrifici germanesi e mortali: dunque, meglio al paese nostro con uno stipendio di quattrocento euri per poche ore di lavoro alla simàna, piuttosto che a Milano, dove puoi buscare il doppio o macàri il triplo, il quadruplo, faticando di più, ma poi in tasca, a fine mese, ti trovi capocchie e, se non stai attento, pure debiti. Una cosa è certa: restare è difficile come partire. Ci vuole per entrambi tanto coraggio. Il che ad Antonio non manca e, da quel poco che la conosciamo noi, neanche a Sahra.
Sì, Antonio la conosce assai megliòre di noi, è stato il suo insegnante d’italiano e per lei ha un debole: si capiva da tutte le domande che le faceva e da come la fissava, fin dal primo giorno.

1

Della sua vita non amava parlare con nessuno. Alle mie domande rispondeva gentile ma in maniera sintetica o evasiva, cosicché di lei conoscevo poche storie frammentarie, per giunta sfocate. I suoi segreti se li teneva annodati dentro un fazzoletto di cotone e in fondo alle pupille nere nere, scintillanti.
Mai una lamentela, un pianto di sfogo, una ruga di disperazione. Mai una parola che lasciasse trapelare la sua intenzione di sparire o il vero motivo che l’aveva spinta fino a noi, rischiando la morte ogni momento del lungo viaggio dal suo paese in fiamme. Eppure sapeva esprimersi in italiano meglio degli altri profughi del centro di seconda accoglienza. E se le chiedevi dove e quando avesse imparato la nostra lingua così bene, rispondeva con un sorriso e basta.
No, non era un sorriso di compiacimento. A volte sorrideva solo con la bocca, mostrando i denti bianchi e forti, una sensualità inconsapevole che attizzava la voglia di baciarla, mentre i suoi occhi non cambiavano espressione, inseguivano traiettorie enigmatiche, che nessuno di noi poteva intercettare perché nessuno aveva vissuto il suo dolore, a parte le compagne. Forse con loro si confidava, magari nell’intimità del buio, sdraiata sul lettino prima di addormentarsi.
Spesso, anche di giorno, dalla sua camera proveniva un ronzio di lingue straniere, inframmezzato da parole inglesi e italiane un po’ storpiate, di rado una risata o il pianto di un bambino. Forse, più che confidarsi, si consolavano a vicenda per le ferite ancora sanguinanti. Ma cosa si dicessero veramente dietro quella porta, se Sahra avesse svelato pure il suo desiderio di scappare o se qualche compagna le avesse promesso di aiutarla, lo sapevano solo loro.
Sì, notai subito la sua assenza, perché la prima cosa che facevo quando arrivavo al centro era – lo confesso – individuarla e mangiarmela di nascosto con gli occhi, finché lei si accorgeva di me e mi salutava con un «Ciao, Antonio» e un sorriso indecifrabile, comunque gradito.
Quel giorno non la vidi da nessuna parte, nemmeno nell’aula improvvisata, dove per quattro giorni alla settimana insegnavo italiano per stranieri.
Non era mai successo, mi allarmai.
Chiesi alle sue compagne: «Avete visto Sahra?».
Fatima, la nigeriana più spiritosa, mi rispose con un ghigno malizioso: «Forsi spetattè dentri stanza di scola», insinuando chissà quale relazione tra Sahra e me.
«No» le dissi, «nell’aula non c’è nessuno.»
Le chiesi poi, per scrupolo, quando e dove l’avesse vista l’ultima volta, ma lei non mi diede retta, forse non mi aveva capito o neanche ascoltato.
Nell’atrio regnavano la confusione e un fastidioso chiacchiericcio di sottofondo: dal grande centro di prima accoglienza di Sant’Anna, che si trova di fronte all’aeroporto di Crotone, erano giunti da noi tre donne, un bambino e due ragazzi sui quindici anni. In attesa di essere sistemati nelle camere, tenevano gli occhi bassi, smarriti, a parte il bambino che stringeva contento un pallone tra le mani e lanciava sorrisi in giro, soprattutto alla mediatrice culturale e alla psicologa del centro, con le quali era entrato in confidenza. Gli altri osservavano curiosi i nuovi arrivati, cercavano di comunicare con loro ma nessuno rispondeva, cosicché non si capiva da quali Paesi provenissero.
Seduta dietro la scrivania, la coordinatrice del centro apriva e chiudeva fascicoli, compilava le schede d’ingresso f...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Le rughe del sorriso
  4. Il sorriso della straniera
  5. PRIMAVERA. Raccontare, raccontare
  6. ESTATE. Finché non muore più nessuno
  7. PRIMAVERA. E una notte
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright