L'uomo dei dubbi
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L'uomo dei dubbi

  1. 208 pagine
  2. Italian
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L'uomo dei dubbi

Informazioni su questo libro

Roger Broome è arrivato nella metropoli per incrementare la modesta attività che conduce in una piccola località vicina insieme alla madre, «l'unica donna bella dalla quale sia mai stato amato». Alla vigilia della partenza, euforico per il buon esito degli affari, si concede un giro per bar, ed è cosí che conosce Molly, aspirante segretaria bruttina ma disponibile. Dopo un giro di drink, i due si spostano nella camera di lui. Quella notte succede qualcosa di terribile, tanto che al mattino l'unico pensiero di Roger è cercare la piú vicina di stazione di polizia. Eppure, nel corso di una gelida giornata di febbraio, sullo sfondo della metropoli immaginaria che «non è New York ma non potrebbe esserlo di piú», tutto concorre a tenerlo lontano dall'87° distretto. Il misterioso furto di un frigorifero ai danni della padrona di casa, un mefistofelico vicino di stanza, e, soprattutto, l'incontro con la giovane Amelia, che lo seduce con i modi spigliati e la scura pelle di velluto. Con L'uomo dei dubbi, Ed McBain rivoluziona la serie dell'87° distretto regalandoci un Norman Bates pieno di fragilità e rovelli, e per questo ancora piú pericoloso dell'originale. «Ed McBain è stato l'artefice della narrativa noir d'intrattenimento, la stessa che ha infiammato la fantasia dei lettori americani nell'ultimo mezzo secolo».
Stephen King « L'uomo dei dubbi è un piccolo miracolo di tensione emotiva. Un orologio inesorabile e agghiacciante, che continua col proprio ticchettio pagina dopo pagina, che inverte valori e prospettive in maniera copernicana».
Dalla Prefazione di Maurizio de Giovanni

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
Print ISBN
9788806235352
eBook ISBN
9788858427408

L’uomo dei dubbi

1.

Quando si svegliò, nella stanza faceva un gran freddo, e i vetri della finestra erano incrostati di ghiaccio. Non riuscí a ricordare subito dove fosse. Nella sua camera, al mattino, d’inverno, faceva sempre freddo. Quella, però, non era la sua camera. Per qualche istante si ribellò all’aspetto estraneo del luogo, poi si ricordò di essere in città. Si alzò, era in maglia e mutande, e camminando svelto sull’impiantito andò alla sedia su cui la sera prima aveva lasciato i vestiti.
La stanza era arredata con il minimo indispensabile. Un letto contro una parete, di fronte al letto un cassettone, un ripostiglio che serviva da armadio, una sedia di legno dove c’erano i vestiti e una poltrona imbottita davanti alla finestra con le tendine. In un angolo c’era il lavabo, ma il bagno era fuori, nel corridoio. Si sedette sulla sedia per allacciarsi le scarpe, poi andò svelto al lavabo. Era alto un metro e novantasei e pesava novantacinque chili abbondanti. Aveva mani grandi, scure e callose, da contadino. Si insaponò la faccia, poi raccolse l’acqua a piene mani e se la buttò sul grosso naso e sugli alti zigomi sporgenti, sulla bocca carnosa e sul mento squadrato. Si ripulí gli occhi dal sapone, li aprí e si guardò per un attimo nello specchio. Allungò un braccio a prendere l’asciugamano, e si asciugò.
Sarebbe dovuto andare alla polizia.
Dio, se c’era freddo in quella stanza!
Si chiese che ora fosse.
Tornò in fretta alla sedia, si infilò i pantaloni, si mise la camicia e l’abbottonò, e fece scivolare la cravatta sotto il colletto sfilacciato, senza annodarla. Indossò anche la pesante giacca di tweed, poi incrociò le lunghe braccia e prese a battersi le mani sui fianchi per scaldarsi un po’. Andò alla finestra, scostò le tendine di pizzo ingiallito e guardò giú nella strada, due piani piú sotto, oltre il cartello con la scritta CAMERE AMMOBILIATE, cercando di capire dal traffico che ora fosse.
La strada era deserta.
Doveva andare alla polizia, ma non voleva capitare là magari alle sei del mattino… Forse le sei erano già passate. Alle sei sarebbe stato piú buio, no? La strada era deserta soltanto perché faceva quel maledetto freddo, ecco perché. Non si sarebbe stupito che fossero state già le nove, o magari le dieci. Lasciò ricadere le tendine, andò all’armadio e lo aprí. Sul fondo c’era una vecchia valigetta. Era di sua madre, e aveva un’etichetta, su un fianco, una sola, gialla e verde con la scritta CASCATE DEL NIAGARA - NEW YORK. Le parole erano disposte a semicerchio sopra una veduta delle cascate in bianco e blu posta al centro dell’etichetta. Sua madre c’era stata in viaggio di nozze. Quella era l’unica valigia che avesse mai posseduto, e gliela dava ogni volta che lui veniva in città a vendere gli articoli di legno. Di solito ci veniva tre o quattro volte l’anno. In febbraio, però, non c’era mai stato.
Di colpo si ricordò che il giorno dopo era San Valentino.
Doveva mandare un biglietto a sua madre.
Tolse dall’armadio il pesante cappotto verde, quello che portava sempre in città d’inverno, e lo buttò sul letto. Andò al cassettone, si rovesciò nella mano il mucchietto di spiccioli e li mise nella tasca destra dei calzoni; poi prese il portafoglio, vi guardò dentro, sfilò il pacchetto di dollari incassati dalla vendita del giorno prima, li contò ancora… Esattamente centoventidue dollari Li rimise nel portafoglio, tornò accanto al letto, raccolse il cappotto e lo infilò assestandoselo addosso con un paio di colpi delle spalle robuste.
Abbottonato il cappotto, riattraversò la stanza per andarsi a guardare nello specchio sopra il lavabo. Sí, era a posto. Non voleva che alla polizia lo prendessero per un vagabondo.
Chissà dov’era la stazione di polizia.
L’avrebbe chiesto all’affittacamere. Come si chiamava?
Se era sveglia, naturalmente.
Aveva fame. Avrebbe fatto bene a mangiare qualcosa prima di andare alla polizia.
Si chiese se dovesse rimettere subito in valigia le poche cose riposte nel cassettone o se gli convenisse aspettare. Forse poteva farlo piú tardi. Forse avrebbe dovuto spedire il denaro a sua madre. Quei centoventidue dollari rappresentavano un sacco di lavoro. Un sacco di lavoro, proprio. E dovevano bastare fino ad aprile o maggio, quando sarebbe tornato un’altra volta in città… cioè, quando ci sarebbe venuto suo fratello. Sí, la valigia l’avrebbe fatta piú tardi.
Uscí, chiuse la porta a chiave e scese al primo piano. Il linoleum che ricopriva le scale era vecchio e logoro, l’aveva notato subito quando aveva affittato la stanza due sere prima. Ma l’aveva scelta lí, nella città alta, perché sapeva che gli sarebbe costata un bel po’ meno di un albergo, quindi non aveva certo protestato per il linoleum liso. Per quel che gliene importava! Quando un letto era come doveva essere, senza insetti che ci passeggiassero, per lui andava bene. Lí, pagava quattro dollari per notte. Non avrebbe trovato niente piú a buon mercato, a meno di andare giú in Skid Row. Ma a lui non piaceva dormire con un mucchio di vagabondi ubriachi.
L’appartamento dell’affittacamere era al pianterreno, in fondo all’atrio: un atrio che odorava di pulito. La donna lo stava lustrando, in ginocchio, quando lui era venuto a prenotare, martedí; cosí aveva capito che quello era un posto pulito, senza cimici nel letto. Questa era la cosa importante: che non ci fossero cimici. «Stai attento a non prendere un letto con le cimici», gli aveva detto sua madre. Non capiva come si potesse sapere se in un letto c’erano o non c’erano le cimici prima di infilarsi sotto le coperte, e a quel punto era troppo tardi, perché già ti avevano mangiato vivo. Però aveva pensato che l’odore del disinfettante nell’atrio voleva dire che l’affittacamere era una donna pulita. Probabilmente una che puliva cosí l’ingresso usava anche qualcosa per disinfettare le molle del letto dove si annidano le cimici. Sua madre, a casa, lavava sempre le molle del letto con una spazzola bagnata d’ammoniaca. Non sapeva perché usasse l’ammoniaca, ma immaginava che quella roba ammazzasse tutto ciò che poteva esserci di sporco in un letto. Qualche volta spruzzava anche le molle con una specie di insetticida. Era molto pulita, sua madre.
Gli sarebbe piaciuto sapere che ora fosse, perché non voleva tirare giú dal letto l’affittacamere, caso mai fosse troppo presto. Ma doveva pur dirle che se ne sarebbe andato quel giorno stesso, e accordarsi per pagare. Alzò una mano e bussò alla porta, non tanto forte.
– Chi è? – chiese la donna.
Bene, era sveglia.
– Sono io… – rispose. – Broome.
– Un momento, signor Broome, – disse l’affittacamere.
Aspettò che la donna venisse ad aprire. Da qualche parte, ai piani superiori, qualcuno tirò lo sciacquone. La porta si aprí.
– Buongiorno, – disse lui.
– Buongiorno, signor Broome, – disse l’affittacamere.
Dougherty! Si chiamava Agnes Dougherty. Adesso ricordava.
– Spero di non averla svegliata, signora Dougherty, – disse.
– Oh, no. Stavo facendo colazione, – disse la donna.
Piccola e mingherlina, la signora Dougherty indossava una scolorita vestaglia a fiori e aveva i capelli avvolti sui bigodini. Gli ricordò sua madre, anche lei piccola cosí. «Non chiedermi come ho fatto a mettere al mondo un vitello grande e grosso come te, perché non lo so», diceva sempre. Certo, a pensarci, era da ridere, lei cosí piccola, e lui…
– Ha bisogno di qualcosa, signor Broome?
– Ecco… poiché oggi partirò, pensavo…
– Oh, se ne va cosí presto?
– Quello che dovevo fare in città l’ho fatto, e allora…
– Siete in città per affari? Ma...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Prefazione. di Maurizio de Giovanni
  4. L’uomo dei dubbi
  5. Il libro
  6. L’autore
  7. Dello stesso autore
  8. Copyright