Mio padre e mia madre, sempre piú fragili, invecchiavano in fretta e non c’era niente che potessi fare per impedirlo. Per tutta la vita avevamo contato su zio Ferdinand – soprattutto papà – ed era impossibile immaginare che cosa avremmo fatto se lui non fosse piú stato in grado di aiutarci.
Per questo quando i nazisti, a fine giugno, rilasciarono Leopold proprio come lo zio aveva previsto, tornammo a nutrire un barlume di fede e di speranza.
Leopold era molto dimagrito e aveva occhiaie scure e profonde. Ma non gli avevano fatto del male, disse, e non era mai stato a Dachau.
– Sono sempre rimasto in una stanza al terzo piano del Metropole, – spiegò. Eravamo nello studio di nostro padre, alla luce di un’unica lampada. Mio fratello fumava un sigaro e beveva l’ultimo rimasuglio del brandy di papà.
– Davanti alla finestra pendeva uno stendardo, rendeva rossa tutta la stanza, – disse. Stava seduto chino in avanti, quasi piegato in due. – Sono sempre rimasto da solo, ma credo sia stato meglio di qualsiasi altra cosa.
– Ci sono stata, al Metropole, – dissi piano. – Tremendo.
Leopold lanciò un’occhiata ai nostri genitori e scosse la testa.
– Tollerabile, – disse, ma io sapevo che non era la verità. Avevo sentito le urla. Sapevo perché aveva l’aria di uno che non dormiva da settimane. Mi sembrava un miracolo che non lo avessero picchiato e distrutto, ma mi dava qualche speranza per Fritz.
– Grazie a Dio, lo zio Ferry gli ha dato quello che volevano, – disse.
Poi spiegò che andava in Canada. Non c’era modo di attutire il colpo della notizia. Non ci provò nemmeno.
– Sono riuscito a procurarmi i documenti anche per Robert e la sua famiglia, – aggiunse, prendendo mia madre per mano. – Mi dispiace, mamma, non mi avrebbero dato altro.
– Non preoccuparti per noi, – disse mia madre. Aveva pianto tante di quelle lacrime che credo si fosse prosciugata. – Aspettiamo Fritz. Non possiamo partire senza Maria e Fritz.
– Io non parto, – disse mio padre dalla poltrona in cui era sprofondato. – Non sono abbastanza in forze per andare da nessuna parte.
Leopold non aveva bagagli, solo i vestiti che indossava. Mia madre gli diede una sciarpa e un paio di calze in piú, ma non poteva portarsi nient’altro. Quando si fu abbottonato il cappotto e avvolta attorno al collo la sciarpa di papà, mi strinse in un lungo, forte abbraccio.
– Abbi cura di loro, e non arrenderti su Fritz, – disse sottovoce. – E soprattutto, Maria, abbi cura di te.
– Non dire cosí, – dissi stringendolo piú forte. – Non intendo arrendermi su nessuno, hai capito? Su nessuno.
Tutte le settimane andavo da Fritz al carcere di Rossauer a portare la biancheria pulita e riprendere quella da lavare. Nei fagotti ci scambiavamo qualche sciocchezza. Fritz mi disegnava dei minuscoli, divertenti scarabocchi, tipo un buffo topolino che mangiava il formaggio. Io gli infilavo nel cesto un biscotto fresco e un biglietto spruzzato del mio profumo.
Facevo la coda, appoggiata al muro lercio del carcere, insieme a centinaia di altre mogli, figlie e madri, tutte con qualche pacco in mano. C’era un clima ordinato e civile, nessuna chiedeva alle altre perché erano lí. Sapevamo che fare domande poteva solo portare guai. Le poche chiacchiere erano frammenti di conversazioni, alcune speranzose ma per lo piú terrificanti.
– Bettina Flux e i suoi fratelli si sono ammazzati la settimana scorsa: tutti e quattro morti nel letto.
– Hanno confiscato il palazzo dei Rothschild e arrestato padre e figlio. Il banchiere piú ricco d’Europa, e non ha potuto fare niente per salvare la sua famiglia.
– In Germania fanno morire di fame i prigionieri ebrei, gli danno pane fatto di fango e segatura.
I militari pattugliavano la fila, e ogni tanto si fermavano a flirtare con le piú carine. Un ufficiale dai tratti duri e le mani enormi un pomeriggio si interessò a me.
– Fräulein, – mi chiamò, e io non lo corressi. – Fräulein, per chi lavi i panni e fai la coda?
– Fritz Altmann, – risposi.
– Tuo fratello, giusto? Tuo padre?
Non portavo la fede. Avevamo nascosto o venduto tutto.
– Mio marito –. Volevo sostenere il suo sguardo, invece abbassai gli occhi e sussurrai, – Fritz, mio marito.
– Che brave mogli hanno gli ebrei, – disse lui. – Aspettare tutte queste ore solo per portare vestiti puliti e riprendere quelli sporchi.
Una mattina la coda al Rossauer era piú corta del solito, e mi trovai quasi subito allo sportello.
– Pacco per Friedrich Altmann. Detenuto numero 61 875, – recitai a memoria.
Il funzionario scartabellò un mucchio di fogli.
– Qui non c’è nessun Altmann.
Il caffè bevuto al mattino mi bruciò lo stomaco. In un attimo fui ben vigile.
– Era qui la settimana scorsa, – dissi. Avevo il sangue agli occhi, sapore di metallo in bocca. – Forse c’è un errore.
Il funzionario aggrottò la fronte. Cercai di sorridere e di apparire carina.
– Aspetti qui –. Sparí in una stanza sul retro, da cui emerse subito dopo.
– È stato trasferito nel carcere del Landesgericht. Niente pacchi. Una lettera alla settimana, nient’altro.
– Perché è stato trasferito? – chiesi con una voce che riconoscevo a stento. – Non capisco perché sia stato trasferito.
– Il Landesgericht è nell’Ottavo distretto, – disse l’impiegato. Stava già guardando alle mie spalle. – Niente visite. Niente lavanderia. Una lettera a settimana.
Per i due giorni successivi affrontai la Corte del Landesgericht, pregando di trovare un funzionario comprensivo che mi dicesse qualcosa o accettasse di passare un biglietto a Fritz.
– Verboten, – mi sentivo ripetere ogni volta. Vietato.
Il terzo giorno trovai nella cassetta della posta una busta con la familiare grafia di Fritz. La aprii subito, strappandola, e trovai un messaggio sfigurato dalle x nere della censura.
Mia adorata Maria,
sono a XXXXX e sto ancora bene. Sii forte per tutti e due e tornerò presto da te. Ti prego, Maria, ti supplico di non venire qui. La moglie del mio compagno di cella è stata arrestata ieri sera al portone del carcere XXXXXXXXXXXXX devi XXXXX a mio fratello di consegnare tutto. È l’unico modo. Tuo Fritz
In una bella giornata di giugno, trovai mio padre a letto a metà pomeriggio. La stanza buia puzzava di catarro scuro e di qualcos’altro che non riconoscevo.
– Ho paura, – disse mia madre.
I medici ebrei non avevano piú il permesso di praticare e ai non ebrei non era consentito entrare in casa di ebrei, ma c’era sempre il mercato nero, e con la giusta offerta di oro e gioielli si poteva trovare aiuto.
Il venerdí, poco prima del tramonto, il dottor Schoenbart si presentò alla porta di servizio vestito da manovale. Nella borsa degli attrezzi aveva i suoi strumenti. Si lavò le mani nel lavandino della cucina. Era in incognito: un medico travestito da idraulico.
Mio padre non fece un fiato mentre gli prelevava il sangue.
– Non deve mangiare, – disse il dottore tappando la fialetta che infilò nella borsa insieme ai pendenti di rubini di mia madre. – Però deve bere: un po’ di brodo, qualche succo leggero.
Facemmo come ci aveva detto, ma non serví a niente. Una settimana dopo tornò e disse che mio padre aveva un tumore allo stomaco.
– Come si cura? – chiese la mamma.
– Se riesce a spacciarsi per cristiano, forse potreste riuscire a farlo ricoverare all’ospedale centrale. Altrimenti… – la voce del medico si spense.
Il giorno dopo, alla sede della ditta, vidi Felix Landau e gli dissi che mio padre era malato.
– Non la disturberei, se non fosse molto grave, – dissi.
– Tuo padre è vecchio, – disse lui drizzando il piú possibile la schiena. Mi ero abituata alla cicatrice che aveva in faccia, ma quel giorno ci feci caso perché pulsava. – Se tuo cognato non comincia a ragionare, tuo marito sarà trasferito in un carcere tedesco; è di questo che dovresti preoccuparti, – disse Landau. – Scrivi a Bernhard e digli di restituirci quello che ci appartiene, solo allora cercherò di far rilasciare tuo marito. Se non collaborate, io non posso fare niente.
– Non ho il suo indirizzo, – dissi. – Come faccio a scrivergli?
– Lo so io, dov’è, – disse Landau. – Consegna la lettera a me.
Quando lo feci, il mattino dopo, lui nel prenderla mi sfiorò la mano.
– Sei una donna in gamba, Maria –. Mi sorrise. – Carina e in gamba, gran bella combinazione, specialmente in un’ebrea.
– Sa una cosa, – dissi lentamente. – Noi siamo ebrei per modo di dire.
Si voltò per guardarmi dritto in faccia.
– Spiegati meglio.
– I miei genitori non sono praticanti, e neanche io.
Landau si curvò verso di me, e annusò. Sapevo che i nazisti usavano metodi strani e crudeli per stabilire chi avesse sangue ebreo. Dicevano che puzzavamo come porci e che a tradirci erano i nasoni e i labbroni.
– Profumi di rose, – disse Landau. Mi ritrassi come se mi avesse schiaffeggiata. – Rose molto attraenti. Sono felice che tu me l’abbia detto, Maria. Me ne ricorderò.
Nei...