Finalmente Patty Pravo ha deciso di scrivere la sua autobiografia definitiva, che illumina anche gli angoli piú nascosti di un'esistenza unica: dall'infanzia tra i canali di Venezia ai viaggi a vela sui mari di tutto il mondo, dall'amore per gli uomini all'amore per la musica, passando per il distacco dalla madre e il ritorno nel suo grembo, rivissuto come in sogno in una piscina di Bel Air. Un talento multiforme: ha cantato in otto lingue, con decine di successi planetari e 110 milioni di dischi venduti. Una personalità capace di attrarre poeti come Ezra Pound, Léo Ferré e Vinícius de Moraes, artisti come Lucio Fontana, Tano Festa e Mario Schifano, musicisti come Mick Jagger, Jimi Hendrix e Robert Plant. La sua storia, iniziata nei favolosi anni Sessanta che scalpitavano di libertà e anarchia, gli anni del piú clamoroso rinnovamento generazionale del secolo scorso, attraversa il Novecento fino ai giorni nostri. E svela il misterioso rapporto tra Patty e Nicoletta, tra il personaggio e la donna, tra la vita sotto i riflettori e la vita, semplicemente.
Ora, dire che già da piccola sapessi cosa mi aspettava sarebbe una bugia. Fino ai quindici anni ero convinta che sarei diventata direttrice d'orchestra, al limite una pianista. Però la musica c'era già. Quella c'è stata da subito.

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LetteraturaCategoria
Letteratura generaleCapitolo 1
Nicoletta (1948-1966)
Mi chiamo Nicoletta Strambelli, e sono nata a Venezia il 9 aprile del 1948.
Quand’ero bambina, se combinavo qualche guaio, ci scherzavano tutti, su questa cosa. Nicoletta ha fatto un quarantotto, dicevano. Nicoletta è un quarantotto. E c’era del vero, non si può negare: la ribellione, la rivolta, sono cose che ho sempre sentito mie. Dopotutto sono una Ariete.
Ma il 1948 fu anche l’anno della Costituzione, che vuol dire libertà, e forse è a questo concetto che mi trovo piú vicina. Libertà di esprimersi, di inventare strade nuove, o quantomeno la propria.
La mia forse non è iniziata in modo facile, ma è iniziata comunque in modo felice.
Quando nacqui, mia madre era troppo giovane e aveva avuto un parto difficilissimo, che l’aveva lasciata stremata. Non poteva occuparsi di me, cosí mi affidò ai nonni, perché mi crescessero al posto suo.
Non mi affidò ai suoi genitori, ma a quelli di mio padre, perché la sua famiglia a un certo punto si era trasferita in Sudamerica, lasciandola sola in Italia. Immagino sia stata molto dura per lei. Cosí rimasi a vivere con i nonni paterni, Maria e Domenico, e finii per vedere lei pochissime volte – ne ricordo una in particolare, da bambina, quando al mare ebbi modo di ammirare la sua bellezza fuori dal comune.
Soffrivo di questa situazione? In realtà no: non conoscevo un’altra vita, e i miei nonni mi hanno sempre dato tutto. Non parlo di agi o benessere materiale. Parlo di affetto, attenzione, sicurezza. Quello che ai bambini sta davvero a cuore.
Nonna e nonno avevano un rapporto molto solido. Non credo di averli mai visti litigare, e dire che, per gli standard comuni, ne avrebbero avuti, di motivi. Per cominciare, nonno era un gran bell’uomo. Non tanto alto, magari, ma sempre elegantissimo con il suo vestito grigio. Era il direttore della Tabacchi e fumava quelle sigarette che ricordavano i Baci Perugina, con il pacchetto azzurro e sopra le stelle. Leggeva molto, aveva fascino, e le donne gli andavano dietro. Non ci sarebbe voluta nemmeno tanta fantasia per essere gelosa di lui, dato che aveva tre bellissime amanti e non lo nascondeva: le manteneva addirittura, ognuna con un appartamento, e a nonna questo non sembrava dare fastidio. Non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma mi era chiaro che il loro matrimonio funzionava bene comunque, e forse devo a questo il fatto di essere cosí di larghe vedute per ciò che riguarda il rapporto di coppia e la fedeltà.
Nonna, da parte sua, era molto indipendente. Aveva le sue amicizie, a volte viaggiava da sola, e con il tempo prese l’abitudine di uscire anche di notte per passeggiare. Altra cosa che ho ereditato da lei: il bisogno di muovermi, andare, non stare mai troppo tempo ferma. Nonna Maria camminava per Venezia con il buio: faceva lunghe passeggiate nel silenzio che amava tanto, e ogni volta che sentiva rumori di passi venire da qualche parte le piaceva domandarsi se avrebbe finito per incontrare qualcuno nel labirinto delle calli.
Diceva che quelle passeggiate l’aiutavano a pensare. Ricordo che quando ho cominciato a fare concerti in giro per il mondo, per sapere come stava nonna dovevo chiamare la vicina di casa. Le chiedevo se stava facendo il solito giro e lei mi rispondeva di sí, che era uscita come sempre, tutto sotto controllo.
La casa in cui stavamo era al terzo piano, al numero 2125 di Dorsoduro. Probabilmente conoscete la zona: Dorsoduro è il sestiere dell’Accademia e della Fondazione Guggenheim, dove si concentrano le gallerie d’arte della città, grandi e piccole, e buona parte della vita universitaria. Si affaccia da un lato sul Canal Grande e dall’altro sul canale della Giudecca, che costeggia con una passeggiata spettacolare chiamata Zattere. Un bel posto in cui crescere anche oggi: nel centro di Venezia ma fuori dalle rotte piú turistiche, dal caos tremendo di piazza San Marco.
La casa era grande, anche se non enorme. Ospitava uno stupendo pianoforte, nella stessa stanza in cui stava appeso un quadro antico, maestoso, che raffigurava la madre di mia nonna, una donna bellissima. Io avevo una stanza tutta mia con il letto a due piazze – non ho mai avuto una culla o un lettino – e nonno uno studio in cui leggeva per ore e ore. Nonna si faceva la sua vita, di tanto in tanto veniva a controllare se studiavo e quando ero stanca mi portava a fare una passeggiata, mentre Pia, la mia tata, cucinava.
I nonni erano molto benvoluti, e cosí avevamo spesso ospiti. Amici di famiglia come il grande attore Cesco Baseggio, la soprano Toti Dal Monte e il cardinale Roncalli, che si vedevano a casa nostra per farsi lunghe chiacchierate in veneziano (Roncalli veniva apposta per impararlo meglio). Quando tornavo da scuola li trovavo in salotto, allora facevo un piccolo inchino, come mi era stato insegnato, e a richiesta suonavo qualcosa per loro.
Io avevo un solo amico, Luigi, detto Luigino. Con lui non mi annoiavo mai. Passavamo assieme le giornate a scorrazzare per una Venezia che adesso non c’è piú, accompagnati in libertà da Pia, oppure giocavamo a nascondino o alle biglie in piazza San Marco. Io avevo anche il mio leone personale, quello a sinistra della basilica. Gli parlavo, andavo a fargli visita spesso, e se ci trovavo altri bambini li facevo scendere spiegando che era mio e che loro potevano andare sull’altro, sempre che lo trovassero libero. In quegli anni era normale giocare anche a San Marco, correndo tutto intorno e mettendo in fuga i piccioni: era una piazza come le altre, dove ci si incontrava tra veneziani, il turismo non era ancora il motore primo. C’erano altre cose. C’erano gli odori, la gente, il dialetto, le gondole silenziose, il vento che sapeva di sale, le caffetterie discrete, le vetrine. Mi manca ancora adesso, quella Venezia lí. Se penso com’è diventata vorrei morire.
Luigino aveva una pazienza quasi gandhiana nei miei confronti. Me le perdonava tutte, con una maturità assolutamente adulta, non certo da bambino. Ogni tanto giocando gli davo pure le botte, ma lui non se la prendeva mai. Era come se non riuscisse ad alzare la voce, con me. D’altronde ognuno di noi ha almeno una persona con la quale non riesce ad arrabbiarsi sul serio.
Quando era l’ora di vederci andavo da nonna e le dicevo soltanto: – Io esco.
Lei mi rispondeva con un cenno del capo. – Però torna presto, ché devi studiare.
– Ma sí, lo so, lo so! – ribattevo, correndo già verso la porta.
Lei non insisteva, non aggiungeva altro. Era contenta che mi divertissi con Luigino, un bambino a modo, meraviglioso. Del resto tornavo negli orari prestabiliti per mia natura: sono sempre stata molto puntuale, anzi, anche un po’ in anticipo (cosa che, ho scoperto, può dar fastidio), e non per obbedire a una regola. A me non è importato mai nulla delle regole. Non lo dico con orgoglio, piú come una presa d’atto: ero fatta cosí, sono fatta cosí.
– Allora, Nico, che si fa? – mi chiedeva Luigino.
– Niente, – rispondevo io.
– Come, niente? – diceva lui sconcertato.
Al che io mi mettevo a correre per farmi inseguire, ben sapendo che a lui correre non piaceva.
Piú veloce, Nico, piú veloce, mi ripetevo. E intanto lo sentivo avanzare, piú vicino, sempre piú vicino. Lo sentivo ridere a pochi metri da me, e sapevo che prima o poi mi avrebbe raggiunta, ma non mi giravo mai per vedere a che distanza fosse arrivato. No. Mai guardarsi indietro, nella vita. Una massima di cui ho sempre fatto tesoro, un punto fermo che mi ha aiutata in tutto ciò che è venuto poi. Già allora, in giro per Venezia, correndo a perdifiato con Luigino, intuivo in qualche modo che la strada migliore era un’altra: guardare avanti. Verso quello che sarebbe stato.
Ora, dire che già da piccola sapessi cosa mi aspettava sarebbe una bugia. Fino ai quindici anni ero convinta che sarei diventata direttrice d’orchestra, al limite una pianista. Però la musica c’era già. Quella c’è stata da subito, di nuovo grazie a nonna. Lei non suonava e non cantava, ma amava la classica, e se non ne ascoltava tantissima in casa, pure mi incoraggiò sempre a seguirla, ad esempio concedendomi di stare alzata fino a tardi per sentire i concerti in televisione. Un giorno, vedendo come mi lasciavo rapire dalle note e canticchiavo tra me le melodie piú belle, decise di provare a mettermi davanti uno strumento. Avevo tre anni, e fu lí, credo, che iniziò tutto: in una casa piena di gatti, sotto lo sguardo severo della maestra Mazzin Crovato. Era una nobile decaduta amica di nonna, che viveva in un palazzo dall’arredamento ormai liso, con tanti gatti appoggiati su ogni sedia, poltrona, mobile. C’erano peli dappertutto, potete immaginarlo, e quell’odore particolare, non dei piú piacevoli. Gli occhi e i modi della maestra conservavano solo un vago ricordo del passato splendore. Ma amava la musica, e a nonna avevano assicurato che era una buona insegnante. Peccato che per fare un buon insegnamento non basta un buon insegnante. Ci vuole anche una buona allieva.
Avevo tre anni, come ho detto, e di quell’età non conservo una grande memoria, ma ricordo benissimo che, non appena sedetti davanti al piano, d’istinto mi buttai sui tasti neri. La maestra voleva che studiassi le scale, ma non c’era verso: erano i tasti neri ad attirarmi. Li percuotevo con una foga mai vista. Forse le cose uno ce le ha dentro fin dalla nascita, e si manifestano poi nelle maniere piú strane, ma secondo me quello fu un chiaro segnale del destino. Era la «parte nera» della musica che mi aveva rapito il cuore per prima. Un tipo di anima piú black che sarebbe affiorata in futuro. Non a caso è un disco di Nina Simone, il primo che mi hanno regalato da ragazzina. Un disco che ho consumato, che mi ha influenzato durante tutta la carriera e che ho magicamente ritrovato poco tempo fa, nonostante decine e decine di cambi di casa, città, mariti, nazioni. E la prima cosa che ho imparato a suonare è stata la Primavera di Grieg, tutta sui tasti neri.
Pian piano, comunque, mi affezionai anche ai tasti bianchi, e in qualche modo sopportai gli esercizi, le scale, le infinite ripetizioni con la mano destra, poi con la sinistra, poi tutte e due insieme, su, ricominciare! Poco dopo nonna mi iscrisse anche a danza, con Madame Turitto della Fenice come insegnante, e a cinque anni iniziai a prendere lezioni di solfeggio dal maestro Amendola.
Non si può dire che il pianoforte mi abbia domata, questo no. Ero una piccola ribelle, e piú crescevo e piú veniva fuori la mia insofferenza per le regole, tutte le regole. Nonna mi portava a lezione e mi lasciava lí, ma non se ne andava davvero: girava tutto il tempo intorno al palazzo per sentirmi suonare. Io quando lo seppi mi infuriai: – Allora mi spii! – Lei mi calmò rispondendo che era solo perché le faceva piacere.
Sempre a quell’epoca decisi che il taglio di capelli e i vestiti scelti dai nonni, seguendo uno stile impeccabile da bambina di buona famiglia, non erano per me. Velluto blu, colletto bianco, guanti bianchi, scarpine di vernice nera. Che noia. Un giorno i nonni si assentarono una decina di minuti, lasciandomi sola in casa. Io non so se l’avessi premeditato, ma di certo fui molto rapida nell’esecuzione. Tirai fuori le forbici dal cestino di Pia, salii sul tavolo e mi misi all’opera. Quando i nonni rientrarono mi trovarono tutta sorridente, attorniata da ciocche di capelli tagliuzzati e dal vestitino blu fatto a coriandoli. Le scarpine non ero riuscita a tagliarle, peccato.
La reazione dei nonni fu tipica: scoppiarono a ridere entrambi. Non ci furono disperazione, grida, sculacciate, nulla di tutto ciò. Il messaggio era passato: non volevo piú vestirmi cosí. E rispettando il mio pensiero, come prima cosa mi rivestirono con la tutina che avevo sempre desiderato, poi andarono a prendere la macchina fotografica e mi immortalarono tutta stempiata e orgogliosa. Conservo ancora quella foto, e ogni volta che la riguardo non posso fare a meno di sorridere: avevo fatto a modo mio, e nessuno si era arrabbiato, anzi. A volte mi dico che tutto quello che ho combinato poi con il mio look è nato lí. La mia sfrontatezza è nata il giorno in cui mi sono tagliata da sola i capelli che mi coprivano la fronte.
Ma ripensando alla propria infanzia succede sempre questa cosa: la memoria ritrova quello che può, ma anche quello che vuole, e di solito per un motivo preciso. Dei miei primi sei anni rammento piú odori e immagini che non episodi, e gli episodi sono sempre esempi di atteggiamenti o predilezioni che avrei confermato poi. Sono legati a quello che sono diventata in seguito, come radici esili e lunghissime di questo albero dai mille rami che è stata la vita successiva. La salute, per esempio. Come mia madre, ho avuto in dono un corpo che si ammala di rado. Sono stata fortunata, e quello che mi è capitato sono quasi sempre riuscita a curarlo a modo mio. Forse per questo ricordo vividamente l’episodio del succo di frutta.
Avevo cinque anni, e con i nonni stavamo andando in montagna per qualche giorno di vacanza. Per me andare in montagna era una tragedia, fingevo sempre di ammalarmi per tornare al mare. Questa volta però mi ammalai sul serio. Prima di salire in auto avevo bevuto un succo di frutta, ma per qualche strano motivo che non ho mai appurato – forse era andato a male, o magari ero allergica a qualcosa che c’era dentro – a un certo punto iniziai a sentirmi poco bene. Arrivati a Pocol nonno chiamò un medico. La diagnosi mi è passata di mente, ormai. So solo che ero diventata gialla come lo zafferano, nonna me l’ha raccontato mille volte in seguito. Il dottore, serissimo e chiaramente preoccupato, mi prescrisse una dieta ferrea a base di riso e brodo di gallina. – Mi raccomando, – disse. – Solo riso e brodo. Nient’alt...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La cambio io la vita che...
- Prologo. Nascere
- Capitolo 1. Nicoletta (1948-1966)
- Capitolo 2. Patty (1966-1970)
- Capitolo 3. Amori (1970-1979)
- Capitolo 4. Distacco (1979-1982)
- Capitolo 5. Ritorni (1982-1997)
- Capitolo 6. Eccomi (1997-2017)
- Epilogo. E dimmi che non vuoi…
- Inserto fotografico
- Il libro
- L’autrice
- Copyright
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