Un'Odissea
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Un'Odissea

Un padre, un figlio e un'epopea

  1. 320 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Un'Odissea

Un padre, un figlio e un'epopea

Informazioni su questo libro

Quando Daniel Mendelsohn consente al padre Jay di seguire il suo seminario sull' Odissea, non conosce la portata del viaggio che insieme stanno per compiere. Settimana dopo settimana, il matematico ottantunenne prende posto fra le matricole del corso e, armato del suo impaziente rigore etico-scientifico, sfida gli insegnamenti dell'illustre classicista, suo figlio. A semestre concluso, poi, il loro viaggio prosegue oltre le mura dell'aula, in un'improbabile crociera a tema sulla via di Itaca. Daniel si scopre ora Telemaco, sulle tracce di un padre sconosciuto e inarrivabile, ora Odisseo, alle prese con la fragilità del decrepito Laerte. Ne nasce un memoir raffinato e struggente che sa dare carne, sangue e pensiero all'universalità dei classici. Nel gennaio del 2011, al primo incontro del seminario sull' Odissea tenuto da suo figlio Daniel, mescolato alle matricole diciottenni siede Jay Mendelsohn, matematico e ricercatore scientifico all'epoca ottantunenne. «Sarà un incubo», pensa Daniel a fine mattinata, quando appare chiaro che Jay non si atterrà al ruolo di silenzioso uditore che aveva immaginato per lui. Il vecchio Mendelsohn è cresciuto nel Bronx ed era ragazzo durante la guerra. Detesta la debolezza e il raggiro, valuta le cose in base alla fatica per ottenerle e la sua sola fede è nelle scienze esatte. Non può non aver da ridire sulla figura di Odisseo, il polytropos, l'uomo dalle molte svolte, ma anche dai molti trucchi, lacrime, aiuti divini, donne. «Non capisco perché dovremmo considerarlo un grande erooooe », ripete Jay per lo stupore divertito degli studenti. Eppure, settimana dopo settimana, affronta le tre ore di viaggio da Long Island al Bard College per apprendere dalla voce di suo figlio delle Vacche del Sole e di Penelope e del nostos. E va oltre: quando Daniel, quasi per gioco, gli propone una crociera nel Mediterraneo che ripercorra i luoghi dell'epopea, Jay acconsente. Per Daniel è un'esperienza pregna di rivelazioni: per mano a suo padre capisce appieno lo sgomento dell'Ade; nei ricordi coniugali del vecchio genitore ritrova la forza dell' homophrosyn?, il «pensare allo stesso modo», e in quell'uomo inaspettatamente tanto aperto e socievole, in classe come a bordo, non riconosce forse un Odisseo dalle molte svolte? Di certo è un Laerte, il cui corpo caduco presenterà il suo conto di lí a breve. «Ma la nostra odissea l'avevamo vissuta, - osserva Daniel prima che accada, - per la durata di un semestre avevamo navigato insieme, per cosí dire, attraverso quel testo, un testo che a me - e ai lettori con lui - sembrava sempre piú relativo al presente e meno al passato». «Il viaggio complesso e multidimensionale di un padre e di un figlio, le loro peregrinazioni attraverso la vita e l'amore».
«The New York Times Book Review» «Mendelsohn sa che c'è sempre una verità piú profonda da scoprire su coloro che pensiamo di conoscere meglio, noi stessi inclusi. La sua intelligenza scintilla a ogni pagina».
«Los Angeles Review of Books» «Un libro riuscito e coraggioso, che è la dimostrazione della validità del messaggio piú imperituro dell'Odissea, ovvero che l'intelligenza vale poco se non si allea con l'amore».
«The Observer»

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
eBook ISBN
9788858427866
Print ISBN
9788806231484

Telemachia

(Istruzione)
GENNAIO-FEBBRAIO 2011
… il pretesto per il viaggio di Telemaco è cercare notizie del padre; ma per Atena, che glielo suggerisce, l’obiettivo è l’istruzione. Il figlio non sarebbe divenuto degno del padre se non ne avesse sentito raccontare le gesta dai suoi compagni; è dalle storie che ha sentito su di lui che impara come comportarsi con suo padre.
Antico commentatore a proposito di Odissea, Libro 1, verso 284 («Va’ prima a Pilo, e chiedi all’illustre Nestore»)

I. Paideusis

(Padri e figli)
Una delle rare storie che mio padre amava raccontare a proposito della sua gioventú – rare nel periodo in cui eravamo bambini, perché poi, invecchiando, divenne sempre piú loquace riguardo al suo passato, sebbene il suo repertorio di aneddoti non sia mai stato all’altezza delle storie spassose e sensazionali raccontate da mia madre e da suo padre – era la storia di come i suoi studi classici si erano interrotti.
Un giorno, esordiva, un giorno di primavera verso la fine della guerra (mio padre chiamava sempre la seconda guerra mondiale «la guerra», senza aggiungere altro, un po’ come un antico bardo avrebbe potuto dire «guerra» intendendo «Troia»), doveva essere la fine del mio terzo anno di superiori, l’insegnante di latino, una persona molto distinta, un profugo europeo – tedesco, ricordo, venuto via giusto in tempo –, il mio insegnante di latino chiese ad alcuni di noi cos’avevamo in mente di fare l’anno successivo. Studiavamo latino da quattro anni, sin dalla terza media, e stavamo leggendo alcuni passi di Ovidio.
Ovvidio.
A quel punto mio padre a volte si schiariva la gola. Era tedesco, ripeteva. Ricordo che cercava sempre di vestirsi bene, anche se si vedeva che i suoi vestiti avevano subíto troppi lavaggi, il colletto era sdrucito e i gomiti lisi. Comunque, quel giorno ci chiese chi di noi pensava di continuare col latino anche l’ultimo anno. Vedete, nell’ultimo anno il programma di latino raggiungeva il culmine, e finalmente si leggeva Virgilio. L’Eneide.
In tempi piú recenti mi accorgevo che riraccontando questa storia tendeva a indugiare sui dettagli dell’abbigliamento dell’insegnante: il colletto sdrucito, i gomiti lisi. In precedenza, il fatto stesso che avesse notato com’era vestito mi sarebbe parso strano, perché mio padre era noto per la sua indifferenza al vestiario: aveva un istinto infallibile per indossare la cosa sbagliata, cosí come altri ce l’hanno per indossare la cosa giusta. La prima sera della crociera «Sulle tracce dell’Odissea», ad esempio, mentre ci vestivamo per il cocktail del capitano, scelse una luccicante camicia marrone, e io dissi, Papà, stiamo facendo una crociera nel Mediterraneo, non ti puoi mettere una camicia di poliestere marrone; gliela tolsi di mano, uscii sul balconcino e la buttai in mare. Cosa faaai!?!, gridò lui, quella camicia era costata un sacco! Attraversò la cabina e si affacciò a guardarla sconsolato mentre al contatto con l’acqua assumeva un lucore animalesco, come la pelle di una foca, e fluttuava per qualche istante prima di affondare sotto il suo stesso peso. Solo quando stava entrando nella sua ultima, nostalgica fase – io avrò avuto trentacinque anni – mi stupí con un aneddoto che spiegava la sua scrupolosa attenzione nel parlare degli abiti di quell’antico insegnante. Nel periodo, ci raccontò un giorno, in cui studiava alla New York University (un’università, ci teneva a precisare, che aveva potuto frequentare solo grazie al GI Bill, di cui aveva potuto beneficiare perché a diciassette anni si era arruolato nell’esercito al solo scopo di andare al college e avere una buona istruzione) aveva lavorato alla Brooks Brothers. Fece il solito sorrisetto tirato quando vide come reagivo a quella notizia. Be’, disse, mi limitavo a fare i pacchi, però qualcosa l’ho imparato! Mentre pronunciava quelle parole, percepii uno schivo, cocciuto orgoglio sotto la sua patina di modestia, il vanto di aver avuto accesso al mondo rarefatto della signorilità americana, come a dire, Lo vedi dove sono arrivato? Non male per un ragazzo del Bronx. Quando disse, però qualcosa l’ho imparato, ebbi un’improvvisa visione di lui a vent’anni, terribilmente magro, con i calzoni trattenuti da una cintura che gli si raggrinzivano sgraziatamente intorno alla vita sottile mentre si muoveva in punta di piedi nei saloni rivestiti di mogano del negozio di Madison Avenue, aggirandosi sotto i soffitti a cassettoni e i grandi lampadari, stringendo un pacchetto incartato e sbirciando la lucida pannellatura con le scintillanti finiture in ottone – in modo non molto diverso, mi piace pensare, da come, nel Libro 4 dell’Odissea, il giovane Telemaco strabuzza gli occhi osservando i ricchi arredi del palazzo del re di Sparta, Menelao, il paziente marito di Elena di Troia, quando va da lui in cerca di informazioni sul padre assente. «Cosí deve essere dentro la reggia di Zeus!», esclama il giovane sprovveduto, che nel poema ha vent’anni, la stessa età di mio padre quando lavorava da Brooks Brothers.
Comunque, ripeteva mio padre mentre ricordava l’insegnante di latino fuggito dalla Germania, quello che cercava di vestirsi con stile anche se i suoi abiti erano in pessime condizioni, comunque ci ha chiesto chi di noi avrebbe fatto un quinto anno di latino arrivando a leggere Virgilio.
A quel punto si prendeva una pausa. Stava riproducendo il silenzio che era calato in quell’aula del Bronx tanti anni prima.
Nessuno ha detto niente, continuava poi, senza incrociare il mio sguardo. L’insegnante ha fatto quella domanda una volta, poi l’ha ripetuta, e nessuno ha detto una parola.
Sessantacinque anni dopo quell’episodio, molto dopo che l’insegnante col suo colletto sdrucito e le sue speranze naufragate era scomparso, molto dopo che parecchi di quei ragazzi ammutoliti per l’imbarazzo in quell’aula del Bronx erano diventati uomini e poi padri e poi nonni e poi, come mio padre, vecchi pieni di improvvisi e inattesi rimpianti per antichi errori ormai irreparabili – sessantacinque anni dopo, mio padre scosse la testa e serrò le labbra nella consueta smorfia tesa.
Ricordo quell’aula, disse, tanto era silenziosa. Eravamo troppo imbarazzati per parlare. E a un tratto l’insegnante ci ha guardato e, additandoci a uno a uno, cosí (a questo punto mio padre passava a un caricaturale accento tedesco), ha detto: «Foi rrifiutate le rricchezze ti Fircilio! Fe ne pentirrete!» Poi ha chiuso la cartella e se n’è andato.
Dopo un momento riprese, Se non sbaglio, fu la fine dei corsi di latino in quella scuola.
E ricorderai, aggiunse, che pur non essendo la scuola migliore sulla piazza, era comunque una buona scuola.
Lo ricordavo, seppur vagamente: qualcuno ci aveva raccontato la storia, mia madre, mia zia, non so bene, forse uno dei miei zii. Alle medie papà era stato l’allievo piú in gamba di tutti, un genio della matematica, ma per qualche ragione non era andato alla scuola superiore piú esclusiva, un posto chiamato Bronx Science, dove finivano di solito i geni di matematica e di scienze. Però non ricordavo il resto della storia, e non sapevo perché non ci fosse andato.
Quindi era un’ottima scuola, stava dicendo mio padre. Non erano in molti a fare latino, perciò quel corso dipendeva da noi! Ma noi gettammo la spugna. E mi pare che, un paio d’anni dopo quella primavera, il corso di latino languisse al punto da essere eliminato.
Si vedeva che ci stava ancora male, dopo tutti quegli anni, per come lui e i suoi compagni avevano rifiutato gli insegnamenti di quel compito ebreo tedesco giunto fin lí senza nient’altro da condividere che quel raffinato sapere. Si vedeva che era ancora arrabbiato con se stesso per come, dopo essere arrivato fino a quel punto nello studio del latino, non era riuscito a compiere l’ultima tappa del viaggio e a leggere la piú grande fra le opere scritte in quella lingua – la storia di un uomo che salva l’anziano padre dalle rovine in fiamme della sua città sconfitta e si spinge fino a una terra nuova e sconosciuta, badando per tutto il tempo sia al padre sia al giovane figlio, per iniziarvi con loro una nuova vita. Enea, il modello della coscienziosità filiale; qualità, come mio padre ben sapeva, da non sottovalutare.
Quand’ero bambino e udii per la prima volta la storia dell’abbandono del latino da parte di mio padre – e anche in seguito, quand’ero all’università e poi al dottorato e saltava fuori l’argomento dell’istruzione superiore, della laurea o degli studi classici, dandogli l’occasione di riesumare il suo aneddoto in quel suo tono vagamente meditabondo, come se, a forza di raccontarlo, potesse finalmente capire perché il resto della sua vita era andato com’era andato –, quand’ero giovane e ascoltavo quella storia, ero talmente preso dalla drammaticità e intensità del racconto, il povero ebreo tedesco che l’aveva scampata per un soffio, gli adolescenti distratti che guardavano con trepidazione fuori dalle finestre in una calda giornata newyorkese del primo dopoguerra, indifferenti alle ricchezze del passato, e soprattutto l’immagine quasi insostenibile di un insegnante colmo di un sapere che non interessava a nessuno, che non mi veniva mai in mente di chiedere a mio padre perché avesse smesso di studiare una materia in cui eccelleva, in cui aveva primeggiato; cosí come non mi era mai venuto in mente di chiedergli perché uno studente che primeggiava fosse finito in una scuola di seconda scelta.
Un ragazzo siede da solo ai margini di un salone affollato, sognando il padre assente.
Il ragazzo è il figlio di Odisseo, Telemaco. Sono trascorsi vent’anni da quando il padre è partito per Troia, e non se n’è piú saputo niente. Da allora il palazzo è invaso da decine di giovani di Itaca e delle isole circostanti che, dando per scontato che Odisseo sia morto da tempo, corteggiano l’ancor bella Penelope nella speranza di sposarla e diventare re di Itaca. Ma la loro presenza in quel luogo rappresenta una mostruosa violazione delle leggi sia del corteggiamento sia del matrimonio: invece di portare offerte e doni per la sposa, com’era consuetudine, si sono installati nel palazzo di Penelope dando fondo alle sue scorte di cibo e vino, gozzovigliando giorno e notte e seducendo le sue ancelle. Anche il tessuto sociale dell’isola si è sdrucito, e il governo del regno è paralizzato. Alcuni cittadini sono ancora fedeli al re assente, ma altri hanno scelto di legare le proprie sorti a quelle dei pretendenti; nel frattempo, da quando Odisseo è partito, sull’isola non si è piú tenuta nessuna assemblea dei cittadini.
La famiglia del re assente si sta sfasciando. La regina si è ritirata in preda allo sconforto nelle proprie stanze sopra la sala dei banchetti, avendo da tempo dato fondo al suo repertorio di trucchi per tenere a bada i pretendenti: la pressione perché compia una scelta si fa ogni giorno piú forte, e lei passa il tempo a piangere e si sente venir meno. Quanto al padre di Odisseo, Laerte, logorato dalle preoccupazioni, è cosí disgustato dal trambusto nel palazzo che
non viene piú in città,
ma lontano, nei campi, vive una vita infelice
con una vecchia serva, che gli porta da bere
e da mangiare quando stanchezza gli prende le membra
mentre si trascina sul poggio del vigneto.
Quindi non solo è scomparso il padre di Telemaco, ma è come se non ci fosse piú neanche il padre di suo padre. Il malinconico giovane indugia alle soglie della virilità senza nessuno a mostrargli la strada.
Cosí inizia l’Odissea: l’eroe fuori campo, e in primo piano la crisi creata dalla sua assenza. Qualunque sia la sua lunghezza – dieci versi, ventun versi –, il proemio si rivela fuorviante: promette di raccontarci di un «uomo», ma sulle prime quest’uomo sembra solo un ricordo, un fantasma sul quale veniamo a conoscere aneddoti, reminiscenze, dicerie. È sulla via di casa, dice qualcuno; qualcun altro ricorda di averlo visto a Troia travestito da mendicante per una missione di spionaggio. Viene a galla un’altra storia, un po’ losca: ah sí, Odisseo una volta è venuto a cercare delle frecce avvelenate. (Non erano, pare di capire, armi degne di un nobile guerriero). Un turbine di dicerie, ma dell’eroe – dell’«uomo» – non c’è traccia, né a Itaca né nel racconto di Omero. E nel frattempo la moglie piange, la popolazione è in subbuglio, il figlio si perde in vane fantasticherie. È come se la Musa avesse dispettosamente deciso di prendere alla lettera le parole del proemio, iniziando a caso, «da un punto qualsiasi», cosí che l’incipit si è rivelato molto diverso da quello che ci aspettavamo.
Viene da pensare che, offuscando, sfumando e ritardando la comparsa del protagonista, Omero intenda stuzzicare la nostra curiosità sulla figura indistinta che, in queste cruciali prime pagine, sembra far capolino ai margini della storia, una figura curiosamente minuta e difficile da individuare, un po’ come i microscopici dettagli dei dipinti olandesi che rischiano di passare inosservati perché l’occhio è attratto da quello che sembra essere il soggetto del quadro, ovvero la figura in primo piano, e solo quando si osserva con piú attenzione ci si rende conto che dopotutto quella forma piú piccola, piú remota, addirittura incompleta, è di maggiore interesse, merita un’analisi piú ravvicinata, anzi, forse è il vero soggetto. L’esempio piú celebre di questo gioco di prestigio visivo è un dipinto intitolato La caduta di Icaro, del maestro olandese Pieter Brueghel, che si trova in un museo di Bruxelles e ha come tema un altro dei tanti drammi padre-figlio dell’antichità: il mito del grande inventore Dedalo e di suo figlio Icaro, che cerca di volare con ali artificiali fatte di penne tenute insieme con la cera. Nella versione piú nota del mito, che compare in un poema di Ovidio, Dedalo mette in guardia il figlio dal volare troppo in alto, dove il calore del sole potrebbe sciogliere la cera; ma l’incauto figlio si lascia prendere dall’euforia, disobbedisce al padre, vola troppo in alto, perde le ali e precipita in mare. La tela di Brueghel ritrae con tagliente ironia la frazione di secondo immediatamente successiva alla caduta: quasi tutta la superficie del quadro è occupata dal paesaggio della costa e dal mare e, soprattutto, da tre contadini intenti alle proprie incombenze, arare, badare alle greggi e pescare, del tutto ignari della catastrofe – il cui unico segno è un dettaglio in un angolo, le gambe del povero Icaro che si dimenano pateticamente sul pelo dell’acqua. Nelle mani di Brueghel, il racconto di Ovidio dell’intenzionale rifiuto da parte di un figlio di dar retta a...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Un’odissea
  4. Nota dell’autore
  5. Proemio
  6. Telemachia
  7. Apologoi
  8. Nostos
  9. Anagnōrisis
  10. Sēma
  11. Ringraziamenti
  12. Il libro
  13. L’autore
  14. Dello stesso autore
  15. Copyright

Domande frequenti

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