Tutti giù per terra
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Tutti giù per terra

  1. 128 pagine
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Tutti giù per terra

Informazioni su questo libro

Cosa fare una volta arrivati a vent'anni? Emarginato e spaventato dalla vita adulta, Walter è ossessionato dall'idea di ritrovarsi in gabbia come suo padre, una vita buttata a fare gli stessi gesti alla catena di montaggio. Meglio allora sfangarla con lavoretti occasionali, malpagati e in nero. Meglio ancora consumarsi le scarpe e girare in tondo, giorno dopo giorno, lungo i gironi dell'inferno urbano, intasati da baroni universitari, house party, androgine ninfomani e tram sferraglianti. Con una scrittura ironica e tagliente Giuseppe Culicchia ha scritto un romanzo di formazione cosí attuale da far pensare che in questi ultimi venticinque anni tutto sia cambiato per non cambiare nulla, e il girotondo del titolo diventa la metafora di un Paese immobile, gattopardescamente allergico a qualsiasi trasformazione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
Print ISBN
9788806233280
eBook ISBN
9788858427996

Capitolo primo

1.

Giro giro tondo, casca il mondo…
Verso la fine degli anni Ottanta il mondo pareva proprio sul punto di cascare e io nell’attesa mi limitavo a girare in tondo, giorno dopo giorno. Facevo sempre piú o meno lo stesso percorso. Senza una meta. Ogni giorno le stesse vie. Le stesse vetrine. Le stesse facce. I commessi guardavano la gente fuori dai negozi come gli animali allo zoo guardavano i turisti. Rispetto a loro mi sentivo in libertà. Ma ero solo libero di non far niente.
Via Po piazza Castello via Roma. Piazza San Carlo via Carlo Alberto via Lagrange. Piazza Carignano piazza Carlo Alberto via Po. E poi di nuovo: piazza Castello, via Roma, piazza San Carlo. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. Chilometro dopo chilometro. All’infinito. La suola del mio unico paio di scarpe si era tutta consumata. Mi sforzavo di camminare appoggiando il meno possibile il piede sulla strada ma riuscivo soltanto a saltellare. Non volevo un lavoro da commesso. Non volevo fare carriera. Non volevo rinchiudermi in una gabbia. Intanto però la mia gabbia era la città. Le sue strade sempre uguali erano il mio labirinto. Senza un filo a cui aggrapparmi. Senza piú nulla da vedere.

2.

Un giorno ricevetti una raccomandata dal distretto militare. Con un paio d’anni di ritardo si erano accorti di non avermi mai fatto la visita di leva.
In caserma il medico che doveva accertare le mie condizioni di salute interruppe la lettura del «Trotto Sportsman» un quarto d’ora dopo il mio arrivo nel suo ufficio.
– Come ce l’hai la pressione? – mi domandò.
– Non lo so, signore. Non me l’hanno mai presa.
– Be’, alla tua età tutti hanno una pressione perfetta.
– Tutti?
– Tutti, proprio tutti. Prenderla non serve –. Scrisse qualcosa sulla mia cartella. Con la stessa cura mi fece gli esami della vista, delle urine e del sangue.
– Bene, – disse, – si consideri abile e arruolato.
La visita non era durata piú di due minuti. Evidentemente stavano cercando di recuperare il tempo perduto.
Feci per uscire, ma sulla porta notai un manifesto. Era un bando di concorso per allievi ufficiali di complemento. Forse dopotutto c’era la possibilità di guadagnarci qualcosa, pensai.
– Quali sono i requisiti necessari per partecipare a quel concorso? – chiesi all’emulo di Albert Schweitzer. Aveva appena ripreso la lettura di un articolo intitolato OTTOBRUNGAL SPRINTA AL MOMENTO GIUSTO E RIENTRA COL BOTTO.
– Generali in famiglia ne hai?
– No.
– Assessori, ministri, segretari di partito?
– Neppure.
– Vescovi, cardinali, preti?
– Macché.
– Allora rinunciaci. Quelle sono corse truccate. Non verresti neanche ammesso alla partenza.

3.

Poi venni a sapere che per chi faceva l’obiettore di coscienza c’era una specie di stipendio. L’equivalente della somma spesa dallo stato per il mantenimento di un soldato. Non ricordo bene la cifra. Dovevano essere all’incirca trecentomila lire al mese. I ragazzi in grigioverde conducevano una vita piuttosto spartana. La loro paga al netto di vitto, vestiario e alloggio si riduceva a sessantamila lire soltanto. Forse si suicidavano anche per quello. Feci un paio di conti. Il cibo non era un problema perché mangiavo pochissimo. I miei non mi avevano ancora sbattuto fuori di casa. Qualcosa da mettermi addosso ce l’avevo. Decisi di fare il servizio civile. Ogni uomo ha il suo prezzo. A me era bastata una differenza di duecentoquarantamila lire.

4.

La LOC – Lega Obiettori di Coscienza – aveva sede in uno scantinato ai margini della città. Alla fermata del bus qualcuno aveva scritto con lo spray: PERIFERIA, IL POSTO PIÚ SCHIFOSO CHE CI SIA. Costeggiando i marciapiedi ingombri di rifiuti, raggiunsi un cortile dove due famiglie stavano litigando. Uomini, donne e bambini si urlavano insulti incomprensibili da un balcone all’altro. Un sottofondo di televisioni sparate a tutto volume faceva da colonna sonora. Lo scantinato era al fondo del cortile. Dentro ci trovai un paio di ragazzi coi sandali. Portavano la barba e i capelli lunghi. Gli obiettori standard. Io ero rasato a zero.
– Nazisti qua dentro non ne vogliamo! – mi urlò in faccia il meno non-violento dei due.
– Non accetteremo provocazioni, da qualsiasi parte provengano, – aggiunse l’altro.
– Personalmente provengo dalla strada qua fuori, – dissi. – Vorrei fare l’obiettore di coscienza.
– Cosa vuoi fare? – mi domandarono entrambi.
– L’obiettore di coscienza.
I due si guardarono stupiti.
– Tu vuoi fare l’obiettore di coscienza? – ripeterono insieme.
– Sí, io sí. E voi?
Tornarono a guardarsi. Erano identici. Sembrava si specchiassero l’uno nell’altro.
– Be’, noi siamo obiettori di coscienza, – mi disse quello che somigliava leggermente di piú alla brutta copia di Che Guevara. – Scusaci per l’aggressione, ma ti avevamo scambiato per uno del Fronte.
Costernati, mi spiegarono tutto. Avrei dovuto fare domanda a Roma, al ministero della Difesa, chiedendo di prestare servizio civile presso un ente convenzionato di mia scelta. Un’apposita commissione si sarebbe occupata di decidere della mia sorte. La domanda poteva essere accettata o respinta. L’ente cambiato oppure no. Non si sapeva bene perché. Forse tiravano a sorte tra la posta ricevuta, come nelle lotterie televisive. L’unica cosa certa era che volevano scoraggiare il maggior numero di persone possibile dal fare il servizio civile.
Su di un registro i guevaristi avevano annotato l’elenco di tutti gli enti convenzionati con il ministero della Difesa. Decisi di scegliere in partenza il posto piú sfigato, in modo che quelli della commissione non avessero niente di peggio con cui sostituirlo. Scorsi a lungo la lista. C’era di tutto. Ospedali, case di riposo, parchi, biblioteche. Un numero segnato a fianco di ogni ente indicava la cifra di aspiranti obiettori che lo avevano scelto. In testa alle preferenze stavano Italia Nostra e il WWF. Io optai per la chance meno gettonata in assoluto: il Centro Accoglienza Nomadi ed Extracomunitari o CANE, dipendente dall’amministrazione comunale.

5.

A casa buttai giú la domanda. Scrissi tutto quanto mi passava per la testa a proposito di pace, fame nel mondo, guerre nucleari, solidarietà e libertà. I barbudos alla LOC mi avevano avvertito di non addurre motivazioni politiche. La cosa sarebbe stata automaticamente respinta e io sarei stato schedato come potenziale terrorista.
Quando finii, rilessi il capolavoro. Sembrava un articolo dell’«Osservatore Romano» con le solite cazzate. Però ero riuscito a esporre le ragioni per cui mi dichiaravo obiettore di coscienza senza menzionare i notevoli vantaggi economici di tutta quanta la faccenda.

6.

Alla posta quel giorno pagavano le pensioni. Tentai di mettermi in coda ma nessuno dei vecchietti la rispettava. Tutti si facevano largo a gomitate, urlando e bestemmiando sino a restare senza voce. Nella civile società occidentale, postmoderna, postindustriale, postognicosa, una volta diventati improduttivi ci si riduceva cosí: a scannarsi per due soldi in modo da non finire sulla strada. Sempre che sulla strada non ci si trovasse già. Dopo un paio d’ore venne il mio turno.
– Guardi che per ritirare la pensione del nonno ci vuole la delega, – mi disse prima che potessi aprire bocca il servizio postale, incarnatosi in un soggetto maschio sulla trentina, obeso, affetto da calvizie incipiente, barba lunga, occhiaie, lineamenti alterati da diversi tic nervosi, chiaramente sull’orlo dell’esaurimento.
– Devo fare una raccomandata –. Il servizio postale rimase paralizzato per qualche secondo.
Poi si riprese. – Per dove?
– Roma, ministero della Difesa.
– Le consiglio un espresso.
– Preferisco la raccomandata.
– L’espresso è piú che sufficiente.
– Senta, io voglio che questa busta parta come raccomandata, non via espresso.
Sul volto gli esplosero un paio di tic supplementari.
– Le costerà di piú.
– Non me ne importa niente di quanto possa costare. Voglio solo fare una raccomandata.
Riuscendo a stento a controllarsi, l’obeso postale appose sulla busta il timbro RACCOMANDATA. Compilai la ricevuta di ritorno, pagai ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. Tutti giú per terra
  5. Capitolo primo
  6. Capitolo secondo
  7. Capitolo terzo
  8. Capitolo quarto
  9. Capitolo quinto
  10. Il libro
  11. L’autore
  12. Dello stesso autore
  13. Copyright