Il cane volante. La casa dal tetto blu.
Ancora oggi nel frigorifero teniamo un campione di neve del New Hampshire. La chiamiamo cosí, neve, anche se nel viaggio di ritorno dall’America, alla fine di giugno, si sarà sicuramente sciolta. È passata per vari stati, adesso è un cilindretto di ghiaccio. Acqua del New Hampshire, come se fosse il brand di una colonia, sarebbe piú appropriato. E non escludo che un giorno, forse neanche troppo lontano, non si parlerà piú di neve in quella regione del mondo, come in nessun’altra; sarà lecito, o avrà senso, nominare soltanto l’acqua, allo stato liquido, o magari di vapore. La neve? Un’icona, un nome, un ricordo. Per noi quel ricordo è ancora vivo e presente; la neve nel congelatore è quella che abbiamo toccato con mano, raccolto, messo da parte noi stessi. Quella che per cinque lunghi mesi, senza interruzione, vedevamo dalle finestre di casa.
È trascorso un secolo? O non era solo qualche stagione fa? Blacky aveva già fatto diversi giri sul nastro trasportatore quando siamo arrivati all’area di consegna bagagli, passata la lunga fila dei controlli dell’aeroporto di Boston. Lo abbiamo trovato subito, la sua gabbietta spiccava tra valigie e zaini, e soprattutto si faceva sentire il martellio ritmico della coda sulla plastica delle pareti. Toc toc toc! Sono qui! Gli altri passeggeri hanno sorriso, qualcuno ha cercato di accarezzarlo, Bea e le bambine volevano proteggerlo, gelose, ma lui ha svicolato e si è lasciato coccolare, un tantino risentito con noi per le otto ore di stiva. Riscaldata, ci aveva detto la hostess che lo aveva preso in consegna a Parigi, ovviamente riscaldata (alzando gli occhi al cielo. Che domande sono? Mica mettiamo il cane nel congelatore, noi). Due giorni prima di partire avevamo dovuto correre a destra e a manca per trovare una gabbietta regolamentare, molto piú grande di quella che usavamo per i viaggi in auto, e con le chiusure a vite e non a scatto. Abbiamo dovuto studiare la formula per cani volanti:
la lunghezza del trasportino sia A + 1/2 B, dove
A = altezza del cane e
B = distanza tra altezza naso e altezza coda.
E poi: sedare o non sedare il migliore amico dell’uomo? La compagnia aerea esige che gli animali non assumano tranquillanti; la veterinaria pensava che fosse meglio calmarlo, e gli ha prescritto per il viaggio una grossa pasticca di ansiolitico. Nel dubbio, gliene abbiamo data mezza, un compromesso che probabilmente lo ha solo nauseato senza spedirlo nel mondo dei sogni. Comunque, all’arrivo non sembra presentare problemi e nei prossimi giorni ci accorgeremo che non soffrirà neppure il jet lag. Nessuno se ne stupisce peraltro, dato che dorme per metà della giornata, come suo solito: la differenza tra il giorno e la notte, tra fuso e fuso per lui non ha senso.
Oltre al trasportino, scarichiamo una valanga di bagagli. Io, la Ninni e Blacky viaggeremo nel Suv a nolo stipato all’inverosimile. Bea e Anouche in bus, sul Dartmouth Coach. Avremmo preferito andare tutti con il bus ma gli animali non sono ammessi a bordo. Come scopriremo presto, gli animali non sono ammessi da nessuna parte, pur essendo amatissimi.
Il viaggio da Boston a Hanover dura due ore e mezza. Tra una cosa e l’altra si è fatto buio. Bea e Anouche sono arrivate prima di noi e hanno già recuperato l’ibrida che una collega ci ha venduto per un dollaro simbolico. Pragmatismo, efficienza, speditezza: in realtà è un prestito, gliela rivenderemo quando ce ne andremo, ma intanto siamo noi a occuparci di carta verde e assicurazione. Recupero le chiavi di casa al fermoposta dell’Hanover Inn e ci avviamo verso la collina di Etna, guidati dal navigatore. Poco piú di cinque miglia, quasi otto chilometri e mezzo. Riconosco la strada d’accesso, la driveway che avevo percorso in primavera; incolonnati la risaliamo sollevando un poco di polvere. È palese che non piove da un bel pezzo.
La carovana si ferma, scendiamo dalle auto, ci teniamo per mano. Non osiamo fiatare davanti alla grande casa dal tetto azzurro nel cuore oscuro del bosco, ovunque intorno a noi alberi altissimi che risuonano delle voci di mille animali.
Flashback. Premonizioni.
Al risveglio le lame di sole tagliano la nebbia e la luce radente rivela un tripudio di ragnatele avvolte di rugiada: spesse, corpose, bianche; sembra la sagra del merletto dopo un temporale, con tutti i pizzi lasciati ad asciugare sugli arbusti. Siamo veramente arrivati, ma dove siamo?
Hanover, New Hampshire. A fine maggio ho fatto una prima visita al College, in esplorazione. Dovendo passare qui tutto l’anno accademico, in un paio di giorni mi tocca trovare alloggio, un’auto, forse due, iscrivere le bimbe a scuola, verificare certe carte con l’amministrazione. Decido che affitteremo una casa in attesa di acquirente nella frazione di Etna. Le ragazze andranno a scuola a Hanover, le porteremo poi a musica a Lebanon, e a ginnastica a Norwich: un compendio di geografia europea disegnata in pochi centimetri quadri della cartina del New England (Nuova Inghilterra, appunto; e solo un po’ piú a nord si trovano Milan, Madrid e Berlin, villaggi di qualche decina di abitanti).
L’agente immobiliare mi ha portato a vedere la casa. Bianca immacolata, le doghe di legno percorse dalle ombre degli alberi. Ha il tetto di metallo verniciato di un azzurro fiabesco. I proprietari hanno accatastato tutto quello che non piace all’inquilina attuale in una grande stanza sopra il garage. Da qui si scende in una meravigliosa biblioteca, due muri coperti di libri antichi fino al tetto con la scala che scorre lungo un binario, una porta sul giardino, e un’immensa, mozzafiato, commovente vetrata a riquadri sul bosco e sul sole. La biblioteca non sembra interessare all’inquilina che ci ha piazzato un tapis roulant elettrico: non mi costa fatica storcere la bocca di fronte alla profanazione, questo mi aiuterà nella trattativa, ma so che sono senz’armi, in cuor mio ho già firmato il contratto. Nel garage vedo una catasta di legna ben stagionata: una premonizione. C’è una stufa? C’è una stufa. In giardino, un grosso albero è stato abbattuto e tagliato a pezzi, che aspettano soltanto di essere spaccati da una mano esperta. Posso usare questa legna? Posso.
Mi viene vantata un’altra qualità della casa: è a meno di duecento metri dal tracciato dell’Appalachian Trail. Proprio lui? Il sentiero di duemiladuecento miglia che va dalla Georgia al Maine. Anche qui, una promessa dai contorni sfumati.
La driveway è lunga e in salita e si impenna subito prima di aprirsi davanti a casa. Sterrata, ghiaia compattata con una specie di malta che assorbe l’acqua. Dirt road, noi diremmo strada bianca ma il suo colore è di un grigio metallico che brilla nel sole.
Etna? Mi dice l’agente che il villaggio si chiama cosí per via di un’antica compagnia di assicurazione; forse il disegno del vulcano in eruzione era monito e invito a stipulare una polizza. Insomma la compagnia aveva piazzato un cartello al bordo della strada, e dato che era l’unico segnale nei paraggi, ha finito col dare il nome al luogo. Si scorge qualcosa che assomiglia a un centro dove si addensano di poco le case, spunta una chiesa, fanno capolino le lapidi sghembe di un cimitero antico, senza recinzione. Altrimenti boschi, e poi ancora boschi, con poche radure a pascolo. La maggior parte delle case sono nascoste nella foresta, sappiamo che ci sono giusto perché su Dogmill Road si affacciano le cassette delle lettere. Torniamo in città. Boschi. Ancora boschi. Ogni tanto vedo il cielo, il sole fa capolino tra le foglie.
Ripartendo, il mattino dopo, noto che è nevicato durante la notte. Ma non siamo di maggio? La primavera è esplosa, gli alberi sono verdi e brillanti; ed è comunque nevicato. Qualcosa mi fa pensare che devo preparare la famiglia.
L’ultimo freddo. La vita durante il cambiamento climatico.
Il freddo, ormai, ci stupisce come un fenomeno anacronistico. I contadini e i marinai hanno sempre scrutato il cielo in cerca di un segno per il domani, ma è da poco che il clima è diventato intensamente oggetto del discorso pubblico, il che a ben pensarci è strano: abbiamo una sola atmosfera, non c’è un oceano di ricambio, l’acqua è insostituibile, e se il livello del mare sale chi ospiterà la popolazione che oggi abita sulle sue rive?
Lo studio del clima è una complessa macchina interdisciplinare che coinvolge non solo i climatologi, ma anche meteorologi, matematici, informatici, storici, geologi, oceanografi, astronomi, fisici; che invia satelliti e sonde atmosferiche, ma anche esploratori, navigatori e bibliotecari a misurare temperature, a raccogliere campioni di acqua e di neve, effettuare carotaggi in Groenlandia e in Antartide, fotografare piante e animali, frugare archivi di antiche compagnie d’assicurazione. Il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico, uno dei più importanti esperimenti di collaborazione politico-scientifica internazionale, è sicuramente il più grande esperimento epistemologico che abbia conosciuto sinora l’umanità. Sappiamo ormai da decenni, anche se è un consenso scomodo, quello che ci aspetta: un rinvio sine die della prossima era glaciale, con conseguenze a catena sulla vita dei nostri figli e nipoti.
Il freddo entrerà in queste pagine da una fessura che si è aperta nella nostra vita, la quale di suo è ambientata in uno scenario europeo temperato e moderatamente piovoso, e solo per esigenze professionali si è ritrovata ad avere per un anno come fondale le foreste innevate del New Hampshire e le sponde ghiacciate del Connecticut River. Ma non lo conoscevo, questo freddo? Suvvia. Ho un ricordo antico di nevicate durate giorni nella periferia di Milano, da ragazzo andavo a spalar neve davanti ai negozi e nei parcheggi, il traffico era bloccato, la neve ammonticchiata ai lati della strada ci metteva settimane a sciogliersi, diventando nera per lo smog. I miei genitori raccontano che nella loro infanzia, in tempo di guerra, creavano rudimentali ma efficaci piste di pattinaggio lanciando una secchiata d’acqua sulla strada la sera tardi, per ritrovare un insidiosissimo strato di ghiaccio la mattina seguente. Queste storie sono al di là dell’orizzonte mentale dei nostri figli, e cominciano ad essere soltanto una vaga immagine anche per noi. La nevicata occasionale di città ci lascia perplessi e sognanti. Certo, andiamo a sciare o a far passeggiate sulla neve, e ci ritroviamo la sera nelle taverne di legno degli alberghi alpini a godere del tepore del camino. Ma si tratta di aneddoti, di freddo turistico. Dov’è un freddo che occupa tutta la nostra esistenza?
Voglio esplorare il freddo banale, snidarlo prima che scompaia dal nostro orizzonte, portare una testimonianza che potrà anche venir interpretata come un appello a tenercelo stretto. Non sono un glaciologo o un alpinista invernale. Non mi curo del freddo degli estremi, il gelo inospitale e inaccessibile della notte polare o dei seimila metri di quota. Voglio parlare di un freddo quotidiano di persone che mi assomigliano, vanno al lavoro in auto e non con una slitta trainata da cani, vivono in case con soggiorno e balcone e non nelle basi antartiche.
Non devo neanche andare al nord – per noi europei sinonimo provinciale di freddo. Hanover, la sede del Dartmouth College, è quasi esattamente alla latitudine di Pisa. Per dove me ne sto io di solito significa scendere a sud di un buon settecento chilometri. La mente raddrizza e rettifica la geografia. Siamo stupiti quando scopriamo che Santiago del Cile è a est di New York, o che Venezia è a ovest di Palermo, verificare per credere. In modo analogo, immaginiamo il freddo come una sfumatura dolce e uniforme dai Poli verso l’Equatore, ogni parallelo più caldo del precedente. Ma non è cosí. Nelle regioni temperate del nostro emisfero mari, venti, montagne e masse continentali cospirano a creare tasche meridionali di freddo e tasche settentrionali di caldo. Parigi è in regime ancora oceanico, spira un vento umido quasi costante e uniforme da ovest verso est, e la neve è un’eccezione. Il New Hampshire è aperto alle correnti polari, non è riparato se non da un’esigua catena di grosse colline che a titolo onorifico vengono chiamate White Mountains, riceve aria umida dai Grandi Laghi: risultato, è coperto di neve da novembre a fine marzo, e sulle cime, per quanto basse, nevica ogni mese, come ammoniscono le guide escursionistiche e come scopriremo tra poco. E fa un freddo che non conoscevo, che voglio e che a questo punto devo conoscere.
Bill Laval, factotum. La strada che scompare.
Nel New Hampshire, in realtà, siamo arrivati alla fine dell’estate: impera il caldo continentale, umido, pesante. Andiamo in piscina, teniamo l’ombrellone aperto sulla terrazza di legno in giardino, boccheggiamo in passeggiata, ci facciamo pungere da tafani e vespe benedicendo le robuste zanzariere di metallo che qui sono in tutte le case. Blacky si è schiantato contro quella che dà sul patio, rimbalzando all’indietro, e da adesso in poi si avvicina con cautela a tutte le porte aperte. Meglio non dimenticare di chiuderle: un giorno che mi sveglio presto, con gli occhi ancora assonnati puntati sul computer che riluce nel buio, sento un ploc di chiara origine biologica: sullo schermo è atterrata una micro-rana marroncina, quasi trasparente, che non vuole piú andarsene, e che non so bene come scacciare.
Ci attrezziamo – zaini, borracce, cartina delle escursioni – e cominciamo a esplorare i dintorni. Trovo in cantina un paio di scarponi malandati, hanno qualche lustro, lo si vede dalla foggia inconsueta, dal colore verde semplice che oggi sarebbe fosforescente. Presumo che appartengano a Tim, il padrone di casa; è leggermente piú basso di me, ma io ho un piede piccolo, i conti tornano, li prendo in prestito senza chiedere il suo permesso.
La vegetazione è esotica e familiare, povera e lussureggiante a un tempo. Mentre guardiamo gli strani fiori lungo l’argine del Mink Brook, un angelo custode ci viene incontro e ci saluta, studente tutto sorrisi con la maglietta verde del C...