Quando eravamo orfani
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Quando eravamo orfani

  1. 336 pagine
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Quando eravamo orfani

Informazioni su questo libro

Shanghai, inizio del Novecento: un bambino, un padre che lavora nel commercio dell'oppio fra Inghilterra e Cina, una madre che si batte per i diritti civili. Londra, anni Trenta: Christopher Banks, il bambino di allora, cresciuto nei migliori college inglesi dopo la sparizione misteriosa di entrambi i genitori, è diventato il detective piú famoso del Regno Unito e nell'alta società non si parla che di lui. Ma l'enigma su quel rapimento non gli dà pace: seguendo l'occasione fornitagli da una fortuita passione, ritorna in Oriente per indagare prima che il mondo precipiti nel baratro del conflitto mondiale. Però la verità che alla fine giungerà a scoprire è molto piú banale e drammatica di ogni supposizione.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858427606
Print ISBN
9788806238001
Parte sesta

Hotel Catai, Shanghai, 20 ottobre 1937

Capitolo sedicesimo

Sapevo di essere nella Concessione Francese, non lontano dal porto, ma a parte questo avevo perso del tutto l’orientamento. Da un pezzo l’autista eseguiva manovre azzardate attraverso vicoli angusti decisamente inadatti al traffico d’auto; non faceva che pestare sul clacson per far sfollare i pedoni e io incominciavo a sentirmi ridicolo, come uno che abbia introdotto in casa un cavallo. Alla fine tuttavia l’auto si fermò e il guidatore, aprendomi lo sportello, mi indicò l’ingresso alla Locanda della Felicità del Mattino.
A condurmi dentro fu un cinese magro con un occhio solo. Quel che mi torna alla mente oggi è un’impressione generale che ha a che fare con soffitti bassi, fradicio legno scuro e l’onnipresente odore di fogna. L’edificio però sembrava abbastanza pulito; a un certo punto dovemmo girare intorno a tre vecchie che, inginocchiate a terra, pulivano a fondo il pavimento. Raggiungemmo il retro della costruzione e ci ritrovammo in un corridoio lungo il quale si allineavano una lunga serie di porte. Mi fecero pensare a delle stalle, o persino a una prigione, salvo che quei cubicoli, a quanto scoprimmo, erano destinati ad accogliere gli ospiti della locanda. Il guercio bussò a una delle porte, e l’aprí prima di ottenere risposta.
Entrai in un vano piccolo e stretto. Non c’era finestra, ma i tramezzi non arrivavano fino al soffitto; l’ultima spanna era infatti di rete metallica per consentire il passaggio della luce e la circolazione dell’aria. Ciononostante il locale era buio e mal ventilato e, anche quando fuori esplose il gran sole del pomeriggio, la rete metallica si limitò a registrare il fenomeno tracciando disegni irregolari sulle assi del pavimento. La figura sdraiata pareva addormentata, ma quando mi sistemai nello spazio tra la parete e il letto, notai che aveva mosso le gambe. Il guercio bofonchiò qualcosa e sparí, chiudendosi la porta alle spalle.
L’ex ispettore Kung si riduceva a poco piú che un mucchietto d’ossa. La pelle della faccia era raggrinzita e piena di macchie; la bocca aperta, la mandibola penzolante; dalla coperta ruvida spuntava una gamba nuda secca come un bastone, mentre mi sorprese notare che, sopra, indossava una maglietta bianchissima. Dapprima non fece alcun tentativo di mettersi a sedere, e sembrò aver registrato appena la mia presenza. Eppure non pareva esattamente in preda agli effetti dell’alcol o dell’oppio, e alla fine, mentre continuavo a ripetergli il mio nome e le ragioni della mia visita, incominciò ad agire in modo piú coerente e a manifestarmi segni di cortesia.
– Mi dispiace, signore, – il suo inglese, quando iniziò, era piuttosto spedito, – non ho tè da offrirle –. E prese a farfugliare qualcosa in mandarino, agitando le gambe sotto la coperta. Poi, come riprendendosi, aggiunse: – La prego di scusarmi. Non mi sento bene. Ma guarirò presto.
– Lo spero vivamente, – dissi. – Dopo tutto lei era uno dei migliori detective al servizio della Polizia militare di Shanghai.
– Davvero? È gentile da parte sua ricordarlo. Sí, forse sono stato un buon agente in passato –. Compiendo uno sforzo improvviso, si rizzò sul letto, e appoggiò con cautela i piedi nudi per terra. Forse per pudore, o forse perché sentiva freddo, si tenne però la coperta avvolta intorno ai fianchi. – Ma alla fine, – proseguí, – questa città distrugge chiunque. Tradisci l’amico. Ti fidi di qualcuno, e scopri che è pagato da un criminale. Anche il governo è fatto di criminali. Come può un detective fare il proprio dovere in un posto simile? Forse ho una sigaretta per lei. Gradirebbe una sigaretta?
– No, grazie. Signore, mi permetta di dirle una cosa. Quando ero bambino, seguivo le sue imprese con grande ammirazione.
– Quando era bambino?
– Sissignore. Un mio amico e io – qui scoppiai in una breve risata – la impersonavamo per gioco. È stato... è stato il nostro eroe.
– Davvero? – Il vecchio scosse la testa sorridendo. – Ma pensa un po’. Ebbene, mi dispiace ancora di piú di non avere nulla da offrirle. Nemmeno un tè. Una sigaretta.
– In realtà, signore, non è escluso che lei possa offrirmi qualcosa di molto piú prezioso. Sono venuto a farle visita oggi, perché credo che lei potrebbe fornirmi un indizio di vitale importanza. Nella primavera del 1915 le furono affidate le indagini di un caso, una sparatoria in un ristorante, il Wu Cheng Lou in Foochow Road. Morirono tre persone e parecchie rimasero ferite. Lei fece arrestare i due responsabili. Nei verbali della polizia la vicenda fu archiviata alla voce «Sparatoria Wu Cheng Lou». Sono passati ormai molti anni, mi rendo conto, ma mi chiedevo, ispettore Kung, lei ricorda questo caso?
Da un luogo alle mie spalle, forse due o tre stanze piú in là, proveniva il rumore di colpi di tosse squassanti. L’ispettore Kung rimase immerso nei propri pensieri, poi disse: – Ricordo il caso Wu Cheng Lou molto bene. Risale a uno dei miei momenti migliori. Qualche volta ci ripenso, ancora oggi, sdraiato in questo letto.
– Allora forse ricorderà che interrogò un sospetto ma in seguito ritenne che non avesse a che fare con la sparatoria. Secondo i verbali, l’uomo si chiamava Chiang Wei. Lei lo interrogò in relazione al caso Wu Cheng Lou, ma quello invece rilasciò certe confessioni del tutto slegate dalla vicenda.
Sebbene il suo corpo restasse un mucchio di ossa, gli occhi del vecchio detective a quel punto erano pieni di luce. – Esatto, – disse. – Con la sparatoria non c’entrava per niente. Ma si spaventò e incominciò a parlare. Confessò tutto. Confessò, ricordo, di aver fatto parte di una banda di rapitori qualche anno prima.
– Eccellente, signore. Proprio come risulta dagli archivi. Ora, ispettore Kung, la questione è estremamente importante. Quell’uomo le forní alcuni indirizzi. Indirizzi di abitazioni che i rapitori usavano per i prigionieri.
L’ispettore Kung aveva lo sguardo perso nella contemplazione di alcune mosche ronzanti intorno alla rete metallica accanto al soffitto, ma a quelle parole i suoi occhi si volsero lentamente verso di me. – È cosí, infatti, – disse a bassa voce. – Ma, signor Banks, facemmo controllare a fondo ciascuna di quelle case. I rapimenti di cui parlava risalivano ad anni prima. Non trovammo alcunché di sospetto nelle abitazioni.
– So bene, ispettore Kung, che lei svolse il suo dovere in modo ineccepibile. Del resto, però, le sue indagini riguardavano la sparatoria. Sarebbe stato del tutto naturale da parte sua non sprecare energie su un aspetto tanto marginale della vicenda. Sto solo suggerendo l’ipotesi che se alcune persone molto influenti si fossero date da fare per impedirle di perquisire una di quelle case, lei forse non avrebbe insistito.
Il vecchio detective era di nuovo assorto nei propri pensieri. Alla fine disse: – Una casa c’era. Ora ricordo. I miei sottoposti mi consegnarono delle relazioni. Ne ricevetti una per ogni abitazione segnalata, sette in tutto. Ma dell’ottava, niente. I miei uomini avevano incontrato qualche ostacolo. Sí, ricordo di essermi fatto qualche domanda in proposito. Curiosità da investigatore. Lei sa bene che cosa intendo, signore.
– Ma su quell’ultima casa, lei non lesse mai alcun rapporto.
– Esatto, signore. Come ha detto lei tuttavia, non era essenziale alle indagini in corso. Lei capisce, quello del Wu Cheng Lou era un caso piuttosto grosso. Aveva sollevato molta indignazione. La caccia agli assassini si era protratta per settimane.
– E a quanto risulta, due suoi anziani colleghi non erano riusciti a venirne a capo.
L’ispettore Kung sorrise. – Come ho detto, quello fu un momento particolarmente felice della mia carriera. Mi affidarono il caso dopo che altri avevano fallito. In città non si parlava d’altro. In capo a pochi giorni, riuscii a mettere le mani sui killer.
– Ho letto i verbali. Mi hanno riempito di ammirazione.
Ora però il vecchio mi stava fissando. Infine disse lentamente: – Quella casa. La casa nella quale non riuscirono a entrare i miei uomini. Quella casa... Diceva?
– Sí, è mia convinzione che i miei genitori siano stati prigionieri proprio lí.
– Capisco –. Tacque per un momento, nel tentativo di assimilare la portata colossale della mia affermazione.
– Non è questione di negligenza da parte sua, – dissi. – Mi permetta di ripeterle che ho letto i verbali con grande ammirazione. I suoi uomini non riuscirono a entrare in quella casa perché a impedirglielo intervennero gli alti gradi delle forze di polizia. Gente di cui ora sappiamo che era al soldo di organizzazioni criminali.
I colpi di tosse erano ripresi. L’ispettore Kung rimase in silenzio ancora un minuto, poi tornò a volgersi verso di me e disse piano: – Lei è qui per chiederlo a me. Per chiedermi di aiutarla a ritrovare quella casa.
– Purtroppo, gli archivi sono nel caos. È una vergogna come sono state fatte le cose in questa città. Documenti mal collocati, altri smarriti del tutto. Alla fine, ho deciso che avrei fatto meglio a venire da lei. A chiedere a lei, per quanto possa sembrare improbabile, se si ricorda.
– Quella casa. Mi faccia provare –. Il vecchio chiuse gli occhi, ma dopo un poco scosse la testa. – La sparatoria Wu Cheng Lou. È stato piú di vent’anni fa. Mi dispiace. Non ricordo nulla di quella casa.
– La prego, signore, si sforzi. Non ricorda nemmeno il quartiere? Se ad esempio era nella Concessione Internazionale, o no?
Ci pensò per un altro momento e tornò a scuotere il capo. – È passato tanto tempo. E la mia testa non funziona piú come dovrebbe. Certe volte non ricordo neanche quello che ho fatto il giorno prima. Ma ci proverò. Chissà, magari domani, o dopodomani mi sveglierò ricordando qualcosa. Signor Banks, mi rammarico molto, ma ora come ora, no, non ricordo.
Era già sera quando rientrai nella Concessione Internazionale. Credo di essermi trattenuto piú o meno un’ora nella mia stanza, ripassando ancora una volta gli appunti e cercando di dimenticare la delusione del mio incontro con il vecchio ispettore. Non scesi a cena fin dopo le otto, ora in cui mi sedetti al solito tavolo d’angolo nella splendida sala da pranzo. Ricordo che non avevo un grande appetito quella sera e stavo per avanzare parte del pasto e tornare al lavoro, quando il cameriere mi recapitò il messaggio di Sarah.
L’ho qui con me adesso. Si tratta di poco piú di qualche scarabocchio su un pezzetto di carta non rigata, e l’angolo superiore del foglio è strappato. Dubito che Sarah abbia prestato molta attenzione alle parole che scriveva; mi chiedeva semplicemente di incontrarla immediatamente sul pianerottolo tra il terzo e il quarto piano dell’albergo. Ripensandoci ora, il collegamento tra il messaggio e il piccolo incidente occorso a casa del signor Tony Keswick una settimana prima appare fin troppo ovvio; voglio dire che Sarah non avrebbe probabilmente scritto affatto quel biglietto se non fosse accaduto tra noi quell’episodio. Strano a dirsi, però, quando il cameriere mi consegnò il messaggio, non mi venne in mente l’associazione e rimasi lí seduto per un momento a fantasticare stupefatto sulle ragioni per le quali Sarah avrebbe potuto convocarmi in tal modo.
A questo punto, occorre che specifichi come nel frattempo avessi incontrato Sarah altre tre volte dalla sera alla Casa della Buona Sorte. In due di quelle occasioni, ci eravamo visti solo di sfuggita in presenza di terzi, e ci eravamo perciò detti ben poco. Anche la terza volta – la sera della cena in casa del signor Keswick, il presidente della Jardine Matheson –, trovandoci in pubblico scambiammo a mala pena qualche parola; ciononostante, col senno di poi, non è impossibile individuare in quell’incontro una svolta importante per noi.
Avevo fatto un po’ tardi quella sera e, quando fui introdotto nell’ampio salone a vetri del signor Keswick, una sessantina di ospiti stava già prendendo posto ai vari tavoli collocati tra il fogliame e i rampicanti. Scorsi Sarah in fondo alla sala – Sir Cecil non era presente –, ma capii che anche lei stava cercando il proprio posto e perciò non tentai di raggiungerla.
A quanto pare è usanza diffusa a Shanghai in circostanze del genere abbandonare il tavolo della cena e vagare per la sala da pranzo non appena è stato servito il dolce – prima ancora che i commensali abbiano avuto il tempo di consumarlo. Senza dubbio, perciò, dovevo aver pensato di approfittare di quell’opportunità per avvicinarmi a Sarah e scambiare due chiacchiere con lei. Tuttavia, quando finalmente il dolce arrivò, non riuscii a liberarmi della donna che mi sedeva a fianco, la quale aveva una gran voglia di spiegarmi in dettaglio la situazione politica in Indocina. E non appena riuscii a districarmi da lei, il padrone di casa si alzò per annunciare che era arrivato il momento di dare inizio agli «intrattenimenti». Procedette dunque a presentare la prima «attrice» – una signora slanciata che, levatasi da un tavolo alle mie spalle, guadagnò il centro della sala e incominciò a recitare un’opera buffa in ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Parte prima. Londra, 24 luglio 1930
  4. Parte seconda. Londra, 15 maggio 1931
  5. Parte terza. Londra, 12 aprile 1937
  6. Parte quarta. Hotel Catai, Shanghai, 20 settembre 1937
  7. Parte quinta. Hotel Catai, Shanghai, 29 settembre 1937
  8. Parte sesta. Hotel Catai, Shanghai, 20 ottobre 1937
  9. Parte settima. Londra, 14 novembre 1958
  10. Il libro
  11. L’autore
  12. Dello stesso autore
  13. Copyright