Non le dirò il nome della località in cui si è svolta questa tragicomica vicenda. Anzi, è mia intenzione fuorviarla per quanto possibile. Ciò per salvaguardare il buon nome di quelli che sono stati i miei parrocchiani. Quanto accaduto, infatti, non è per nulla edificante, ed è difficile credere che, a causa del diavolo, un’intera comunità, in preda all’isteria collettiva, sia stata coinvolta in una serie di eventi che ci riportano ai tempi del medioevo. Forse un giorno lei potrebbe scoprire da solo questo luogo, ma in ogni caso la morale non cambierebbe. Pertanto, consideri quanto le dirò alla stregua di una semplice parabola.
Il luogo di cui le parlo è situato in un cantone della Svizzera. Lo chiamerò con un nome convenzionale: direi che Dichtersruhe1 gli si adatti perfettamente. Dichtersruhe si trova in una vallata stretta e profonda, quasi soffocata dalle montagne, tagliata in due da un torrente che spesso s’ingrossa con le piogge e che rumoreggia tutto l’anno, salvo che nei rari periodi di secca. L’aspetto del paesaggio rispecchia il carattere dei suoi abitanti: accogliente d’estate, mortalmente squallido nella stagione fredda. Dichtersruhe è la frazione di un centro piú grande, e tuttavia resta ancora oggi di gran lunga piú importante del centro stesso di cui fa parte, per la semplice ragione che vi soggiornò Goethe per una notte, credo, o forse due – il tempo necessario al fabbro ferraio locale per riparare il mozzo del calesse su cui viaggiava il poeta. Il richiamo turistico era fin troppo ghiotto perché piú di un secolo dopo qualcuno non cominciasse a sfruttarne il nome, attribuendosi il merito di avergli dato ospitalità. Cosí, ancora oggi ci sono ben tre locande in lizza, ma basterebbe consultare il tavolare per scoprire che a quel tempo a Dichtersruhe non c’erano locande vere e proprie, e che forse Goethe aveva trovato ospitalità presso una famiglia sufficientemente agiata da avere a disposizione una camera per i rari viandanti che attraversavano la valle. Solo agli inizi del Novecento sarebbe iniziata l’attività alberghiera come la conosciamo oggi. Non è ben chiaro, quindi, da dove sia nata questa credenza. Essa tuttavia si è tramandata di generazione in generazione, rafforzandosi nel corso dei secoli. Ben tre locande, la Gasthof Meyer, la Gasthof Webern e la Pension Müller, si contendono ancora oggi questo privilegio, tre locande con altrettante stanze e altrettanti letti sui quali i proprietari sono pronti a giurare che l’illustre ospite, proveniente da Weimar e forse diretto in Italia, si sarebbe riposato dalle fatiche del viaggio. Solo una delle tre, tuttavia, può vantare un particolare – forse una geniale trovata del gestore – che la rende piú credibile: un robusto chiodo dalla testa quadrangolare, infisso nella parete accanto alla porta d’entrata, un rozzo attaccapanni al quale l’illustre letterato avrebbe appeso il pastrano non appena varcata la soglia. Sotto questa reliquia, venerata quasi fosse il chiodo della Croce, c’è una targa di ottone con incisa la data presunta dell’avvenimento e, accanto, un foglio di pergamena che riporta un aforisma attribuito a Goethe: l’arte è lunga, la vita è breve, il giudizio difficile.
Sono tornato a Dichtersruhe di recente, dopo dieci anni di assenza. All’apparenza nulla era cambiato, e tuttavia ho potuto aggirarmi per le strade ed entrare in qualche locale senza incontrare nessuno di quelli che conoscevo. Le pietre restano, le vite passano: qualcuno è deceduto, qualcun altro si è trasferito, i bambini sono diventati adulti e forse neppure ricordano quell’episodio di follia collettiva che investí l’intera comunità. Per il resto, Dichtersruhe è rimasta tale e quale. D’estate è una località incantevole, da cartolina. Ancora oggi, da giugno ad agosto, quando le locande si riempiono di villeggianti, l’intero paese si rianima, e nella piazza centrale si allestiscono i vari mercatini con le specialità artigianali, tra le quali, al posto dei soliti bambolotti in costume tradizionale, prevale di gran lunga la figura di Goethe, intagliata nel cirmolo o plasmata con la creta. Quella è un’attività alla quale da sempre i vecchi e i bambini si dedicano nei mesi invernali. I piú abili riescono a riprodurre il famoso quadro di Tischbein, quello che ritrae il poeta adagiato su una chaise-longue nel bel mezzo della campagna romana. E pazienza se a volte il polpaccio appare un po’ tozzo, o se la mano è solo abbozzata, tanto da sembrare infilata in una muffola di lana. Ciascuno si ingegna come meglio può; del resto, i soggetti con cui cimentarsi non mancano: si trovano in vendita, cosí, varie versioni del busto del poeta, ritratti in bassorilievo piú o meno somiglianti, e persino innumerevoli varianti della sua maschera mortuaria, fino ad arrivare ai piattini dipinti a mano che riportano alcuni dei suoi aforismi. Per il resto, il paese non ha attrazioni particolari, né impianti sciistici – bisogna spostarsi di parecchi chilometri per trovare delle stazioni attrezzate al turismo invernale. Dichtersruhe resta cosí un luogo per pigri escursionisti che, atteggiandosi a esperti rocciatori, amano inerpicarsi lungo i declivi boschivi scevri di pericoli. Nei pressi c’è anche una stazione di cura, con una fonte di acqua termale, vero toccasana per i reni. Il Kursaal si distingue per un agglomerato di graziosi padiglioni in legno di pino, verniciati di verde, con tetti a pagoda culminanti con banderuole di latta, cigolanti alcune a ogni zefiro alpino. La restituzione – per cosí dire – dei liquidi ingeriti avviene, quando il tempo lo permette, all’esterno dei padiglioni, dove ci sono file di sedie a sdraio, disposte non troppo lontano dagli orinatoi.
Oltre alle tre locande, quasi ogni famiglia mette a disposizione una stanza da affittare a mezza pensione. Nel centro della piazza, di fronte al caffè Oetker – che è anche un ottimo ristorante – è collocata la figura in bronzo di Goethe, opera di un famoso scultore svizzero. Posta su un piedistallo di marmo, la statua, alta due metri, rappresenta il poeta in piedi, con indosso una finanziera, il cappello a tesa larga, e i polpacci sostenuti da stivali dall’orlo risvoltato. Con una mano si appoggia a un bastone e nell’altra stringe un rotolo di fogli. Il suo nobile profilo è rivolto verso l’alto, guarda verso le montagne, come se volesse orientarsi sul percorso da prendere. Quella statua perennemente esposta alle intemperie di volta in volta s’imbacucca di bianco nelle giornate nevose, o si orna di pendenti di ghiaccio, e in certe precipitose giornate invernali, fatte di fulgidi azzurri, il bronzo lucente sembra catturare l’ultimo raggio del sole al tramonto. A volte un corvo si posa sulla spalla del poeta, come a volergli suggerire un verso, o una cinciallegra nidifica per una stagione sotto l’ala del suo cappello.
Fu proprio a Dichtersruhe che dieci anni fa fui assegnato dalla diocesi in qualità di vicario, per fungere da sostegno a quello che era il parroco da oltre mezzo secolo, e che malgrado avesse superato di parecchio i novant’anni non si era ancora rassegnato a mettersi a riposo. Avrei dovuto quindi prendere il suo posto in quelle mansioni che erano diventate per lui troppo faticose. In realtà ero in tutto e per tutto il suo sostituto, poiché lui si limitava a qualche rara apparizione nelle ricorrenze piú importanti, e per il resto del tempo stava rinchiuso nel suo appartamento a scrivere – come avrei scoperto piú tardi – le proprie memorie.
A me era stata destinata la parte della canonica rivolta a nord, con una spoglia camera da letto e uno studiolo senza pretese che in tutti quegli anni erano rimasti inabitati. Ai pasti provvedeva la perpetua, per cinquant’anni fedelissima al parroco. Non dividevamo, però, lo stesso desco: io mangiavo in cucina sotto l’occhio torvo della vecchia, e il parroco si faceva portare i pasti nello studio, dal quale usciva raramente. Nonostante la sua età, se si eccettua una certa debolezza alle gambe, godeva ancora di buona salute. Aveva un volto paffuto, sormontato da una gronda di candide sopracciglia, e un naso rosso e spugnoso che faceva dubitare della sua sobrietà. Il suo nome era padre Cristoforo.
Nel suo studio mi riceveva di rado, e solo per darmi delle spicce disposizioni. Un ambiente confortevole il suo: pareti rivestite in abete, un soffitto a cassettoni, scaffalature stracolme di libri, e anche un caminetto che prometteva bene. La sua scrivania era interamente ricoperta di carte, delle quali sembrava molto geloso. Un giorno che mi ero sporto un po’ troppo per dare una sbirciatina a uno di quei fogli, lui me l’aveva sottratto alla vista con un gesto cosí brusco da farmi restar male. Ero sicuro che non mi vedesse di buon occhio, che mi considerasse addirittura un intruso. Dal canto mio, in quel luogo mi sentivo sempre piú depresso. Abituato alla vita di città, il ritrovarmi in un villaggio di mille anime era insopportabile. Sapevo bene, inoltre, che la causa di questo trasferimento erano state delle dicerie sul mio conto. Dicerie del tutto false, ma che, alimentate a dovere da un coro di voci malevole, avevano assunto nel tempo una forte connotazione di verità, convincendo il vescovo a confinarmi in questa valle.
Capii subito che non avrei avuto vita facile con i miei parrocchiani, lo capii dalla scarsa affluenza alle funzioni, e al segreto della confessione. Dopo cinquant’anni passati con lo stesso parroco erano convinti di essersi meritati l’indulgenza plenaria a vita. Per mezzo secolo avevano aperto l’animo a padre Cristoforo, e sembrava loro inutile ricominciare tutto da capo con un pivello di cui non erano del tutto sicuri che fosse in grado di custodire i loro segreti. Quando a celebrare la messa domenicale ero io, la chiesa era semivuota, e si riempiva solo con la presenza del vecchio parroco. Ogni mio entusiastico tentativo di socializzare con la gente del luogo venne smorzato dall’indifferenza, ogni mia proposta di avvicinare i giovani, istituendo corsi di pittura, di recitazione, di musica o altro ancora, fu smaccatamente disertata. Come sostituto di padre Cristoforo, il quale ormai quasi non usciva piú di casa, occupavo il suo scranno nel consiglio comunale, ma restavo a tutti gli effetti una presenza insignificante, in quanto, essendo nuovo del posto, ero impossibilitato a esprimere la mia opinione che, del resto, a nessuno interessava conoscere.
Gli abitanti di Dichtersruhe erano quasi tutti imparentati tra loro. I nomi piú diffusi e antichi erano Meyer, Müller e Webern. Seguivano poi altri cognomi, meno diffusi nel comprensorio ma piuttosto comuni in Svizzera, come Schwartz, Keller, Linz... Naturalmente c’erano molti Meyer che avevano sposato una Webern o una Müller, e viceversa, formando un fitto reticolo di discendenze, dove i figli maschi portavano tutti il nome di battesimo del nonno, e molto spesso del padre, sicché per individuare qualcuno con certezza era necessario ricorrere al soprannome, di cui tutti erano provvisti, e che a volte corrispondeva al mestiere, ma molto spesso era un nomignolo burlesco la cui origine restava incomprensibile persino a chi lo portava. Per quanto con il passare del tempo certi appellativi, trasmessi di generazione in generazione, avessero perso del tutto il loro significato letterale, chi, come me, li sentiva per la prima volta, non poteva fare a meno di sorridere al pensiero che ci fossero dei Webern Grattapancia, dei Müller Cacasotto, o peggio ancora.
Nei mesi estivi i paesani mi esternavano ancora una certa cordialità, ma con l’accorciarsi delle giornate questa scemava in corrispondenza della caduta del sole, fino a scomparire del tutto nei mesi invernali. Ciascuno allora si chiudeva in se stesso, si isolava dagli altri. Ciò rendeva difficoltoso il mio lavoro, che necessitava invece di mantenere un rapporto stretto con la gente, compito che mi sembrava a volte senza speranza. Naturalmente, avevo bussato di porta in porta, ero entrato in tutte le case per portare la mia benedizione, ma scontrandomi sempre con il piú stretto riserbo. Che a qualcuno fosse venuto in mente di invitarmi a sedere, di offrirmi un bicchiere d’acqua, o almeno di regalarmi un sorriso... In realtà uno, per quanto sarcastico, mi fu rivolto da un tale che mi interpellò a proposito della mia visita a casa sua, chiedendomi se le benedizioni, come le derrate alimentari, avessero una data di scadenza, e se per caso la benedizione impartita a suo tempo da padre Cristoforo non fosse piú da ritenersi valida.
Gente dura, le pecorelle del mio gregge, gente chiusa, indisponente, legata – si sarebbe detto – da un patto segreto risalente a un lontano passato. Che nessuno fosse ben disposto verso i forestieri era chiaro. Persino i turisti, che rappresentavano una parte importante dell’economia locale, erano appena tollerati, considerati un male necessario, e tutti tiravano un sospiro di sollievo nel vederli ripartire a fine estate. Finché occupavano le stanze di un albergo e acquistavano i prodotti locali potevano ancora andar bene, ma guai se a qualcuno di questi ricconi, provenienti dalle grandi città, saltava in mente di chiedere in giro se ci fosse un terreno in vendita su cui costruire una casa per le vacanze, o un rudere da poter ristrutturare. Allora doveva scontrarsi con un invalicabile muro di omertà. Quindi era del tutto comprensibile che agli occhi degli abitanti io fossi un intruso, venuto fin lí appositamente per sostituire la beneamata figura del parroco, o in ogni caso per apportare dei cambiamenti che nessuno avrebbe gradito. È risaputo che il carattere della gente subisce l’influenza del luogo, eppure, questa spiegazione non mi soddisfaceva del tutto. C’era qualcosa d’altro che ancora mi sfuggiva: gli abitanti di Dichtersruhe sembravano tutti sottostare all’influenza di un incantesimo. E fu per puro caso che riuscii a svelare il mistero.
Un giorno mi trovavo all’ufficio postale per inoltrare della corrispondenza per il parroco, quando oltre il vetro dello sportello notai un pacco in uscita, indirizzato a una casa editrice. E vidi anche chiaramente il nome del mittente, un certo Hans Schwartz che abitava all’estremità del paese e che di mestiere faceva il norcino. Che cosa avesse da spartire quell’individuo con la Schuster & Schuster di Berlino non riuscivo a immaginarlo. L’unica spiegazione plausibile era che si trattasse di un ripensamento tardivo per aver sottoscritto l’acquisto di qualche costosa collana di libri. L’episodio sarebbe stato dimenticato se solo una settimana piú tardi, sempre all’ufficio postale, qualcosa non avesse risvegliato nuovamente la mia curiosità. Mi trovavo in coda allo sportello e davanti a me c’era Joseph Müller, il fornaio. Lui non si era accorto di me, e cosí potei sbirciare oltre la sua spalla. Quella che aveva in mano era una grossa busta, rinforzata sui bordi col nastro adesivo. Lui se la teneva stretta al petto, ma mi riuscí lo stesso di leggere chiaramente il nome del destinatario: stavolta si trattava di Kriegel Verlag di Monaco di Baviera.
Accortosi che mi trovavo dietro di lui, proprio nel momento in cui stava consegnando l’involucro sembrò folgorato da un improvviso ripensamento che gli fece fare dietro front. Strappò di mano all’impiegato la busta e, visibilmente imbarazzato, uscí dall’ufficio. Capii subito che la causa del suo strano comportamento era dovuta alla mia presenza. Nel tempo necessario al funzionario per applicarci i francobolli e timbrarli avrei avuto modo di leggere l’indirizzo e il nome a cui il pacco era diretto. Per non correre questo rischio, Müller aveva preferito riportarselo a casa. Tutto questo mi sembrò estremamente bizzarro, al punto che decisi di indagare piú a fondo. Verso mezzogiorno, quando la piazza era piú affollata, mi appostavo nei pressi dell’ufficio postale, dove sembrava svolgersi un’intensa attività. Ed ecco un giorno entrare uno dei Meyer con una grossa busta...