Solito posto, solito tavolo: quello del proprietario. Erano le dieci di mattina, e La Casa Heaven aveva appena aperto i battenti. La notte prima c’era stata meno gente del previsto: le novantasette hostess – era quello l’incarico ufficiale riportato sul loro contratto di lavoro – avevano venduto 1364 consumazioni, due a testa per ogni cliente che voleva intrattenersi con loro sui copriletti di velluto rosso dell’hotel. In quel momento ce n’erano solo una decina, piú che sufficienti per coprire il primo turno della giornata, già in tenuta da lavoro come prescritto dalle regole della casa: scarpe nere con i tacchi alti e biancheria di pizzo chiaro, nient’altro. Una di loro portò il caffè al tavolo con un sorriso, che Piet ricambiò. Stavano recitando una parte nella stessa commedia: mai un gesto o una parola fuori posto per non essere messi in discussione da un datore di lavoro che entrambi dovevano sopportare, perché non avevano scelta. Incrociò lo sguardo della ragazza, gli occhi che fingevano un’allegria che non provavano: poteva avere vent’anni, forse meno, e dietro il trucco e quel sorriso artificiale c’era solo il viso di una bambina.
Un po’ come la voce che sentivano da quando si erano seduti.
Una voce infantile che arrivava dallo spazio dietro il bancone, facendosi strada tra i pali da strip-tease sul palcoscenico vuoto, una risata argentina e squillante, un tamburellare di passi leggeri che facevano lo slalom tra le sedie e i tavoli del locale: Alejandrina, la figlia di Johnny, si gettò tra le braccia del padre. L’unica capace di fargli apparire un sorriso sulle labbra.
– Papà? Papà?
– Dimmi.
– Sai cosa voglio? Piú di tutte le cose del mondo?
– No, tesoro mio, come faccio a saperlo? Piú di ogni cosa al mondo, hai detto?
Se la mise a sedere sulle ginocchia, accarezzandole le guance col dorso delle mani, come faceva sempre. Poi la sollevò in alto con le braccia tese, gettando un’occhiata in direzione di Hoffmann, come a volergli mostrare quant’era bella. E Hoffmann annuí, perché bella lo era davvero.
– Sí, papà. Voglio fare il bagno.
– Il bagno?
– Nella tua piscina!
Johnny sorrise, mentre continuava ad accarezzarle le guance.
– Amore di papà, adesso devo lavorare. Con lo zio Peter.
– Ma io voglio fare il bagno adesso! Lo voglio, lo voglio, lo voglio!
– Adesso?
– Adesso, papà!
Tenendosi in equilibrio con i piedi sulle sue ginocchia, Alejandrina lo baciò sulla fronte, vicino all’attaccatura dei capelli. Sapeva esattamente come ottenere quello che voleva.
– Ti prego, papà!
I primi clienti della giornata si stavano sedendo alla spicciolata attorno ai tavoli per ordinare da bere, nell’ampio locale ancora semideserto. Uno di loro si scolò entrambi i drink, un altro li spinse da una parte senza toccarli, il segnale per salire subito al piano di sopra con la ragazza. La stessa che aveva servito loro il caffè, e che ora si stava avviando su per le scale con il medesimo sorriso professionale sulle labbra, avvinghiata al suo cliente.
– Papà? Papino?
Johnny rise e alzò le mani in segno di resa.
– Alejandrina, la sai una cosa?
– No, papi, che cosa?
– Adesso ce ne andiamo sul tetto a farci un bagno.
Si avviò verso le scale con la figlia tra le braccia e Hoffmann lo seguí a ruota, ritrovandosi dietro un’altra coppia mano nella mano: una hostess poco piú che ventenne con il cliente del mattino.
– Johnny?
Mentre salivano le scale incontrarono qualcuno che le stava scendendo: Zaneta. Un sorriso identico a quello di Alejandrina, stessa bocca, stessi occhi. Una donna bellissima, allegra, una persona che a Hoffmann piaceva sempre di piú ogni volta che la incontrava, anche se succedeva di rado. Suo marito l’abbracciò e la salutò con un bacio, mentre le indicava la figlia.
– Qualcuno qui ha deciso che dobbiamo fare il bagno.
– Ma Johnny, avete da fare, e poi volevi che io andassi a prendere…
– Mamma, papà me l’ha promesso!
Gli occhi di quella bimba di cinque anni osservarono con simulata indignazione un papà facilmente manovrabile e una mamma che a volte era irremovibile nelle sue decisioni.
– C’è sempre tempo per un bagno in piscina. Vero, mie principesse?
Johnny si mise la figlia a cavalcioni sulle spalle e continuarono a salire tutti insieme fino al quarto piano e alla porta che si apriva sul tetto a terrazza, chiusa da un pass elettronico. La piccola tiranna si strappò via i vestiti e si tuffò ancora prima che sua madre riuscisse a raccoglierli.
– Papà!
Saltava su e giú nell’acqua dal forte odore di cloro.
– Papà! Papà! Vieni!
Quel giorno Johnny indossava un completo gessato nero, con camicia e stivali neri. Si tolse tutto tranne i calzini, come se li avesse dimenticati nella fretta di accontentarla, e corse incontro alla figlia che lo aspettava impaziente, saltellando nell’acqua bassa.
– Che ne dici… A bomba?
– Sí, papà! A bomba! Una bomba grandissima!
Johnny saltò con le ginocchia strette contro il petto, le mani attorno agli stinchi, ma l’impatto con l’acqua non fu perfetto. Sollevò un’ondata che si abbatté come uno tsunami su chiunque si trovasse nelle vicinanze, innaffiando i pantaloni di Piet e rovinando l’acconciatura di Zaneta, che fino a poco prima non aveva un capello fuori posto.
Hoffmann si accomodò su una sdraio inzuppata d’acqua come i suoi pantaloni, sotto un ombrellone che teneva a bada il sole del mattino, godendosi lo spettacolo di una bimba e di suo padre che si schizzavano felici a vicenda, mentre la mamma li osservava a sua volta da una sdraio poco lontano.
Johnny. El Mestizo.
Arruolato nella guerriglia fin dal giorno del suo dodicesimo compleanno, spedito all’estero cinque anni dopo per completare l’addestramento e diventare un soldato perfetto. E lo era diventato, tanto che una volta a casa aveva scalato le gerarchie fino a diventare uno dei due collaboratori piú stretti: da una parte El Loco, che si occupava delle finanze, dall’altra lui, El Mestizo, che faceva fuori la gente. Quando Vargas era stato arrestato ed estradato negli Stati Uniti, l’enorme vuoto di potere che si era creato aveva innescato un conflitto tra i due, una guerra sanguinosa e violenta che in un paio di mesi aveva mietuto seicento vittime, di cui duecento tra le file del Mestizo. Nelle fasi finali dello scontro, la polizia era riuscita a catturare El Loco, mentre Johnny era rimasto a piede libero: uno dei vantaggi di avere a libro paga qualche amico fidato nella cerchia del presidente.
Johnny nuotò verso il bordo e si tirò su senza fatica: invece di sgocciolare via a poco a poco, l’acqua sembrava cadere a pioggia dal suo corpo possente, accompagnata da un sonoro squish ogni volta che i calzini bagnati incontravano le mattonelle.
– Papà, torna qui!
Johnny si sedette sulla sdraio in mezzo a Hoffmann e Zaneta, e la salutò con la mano.
– Adesso il papà deve davvero andare.
– Un’altra bomba, papà! Un’altra! Dài!
– Ma la mamma rimane qui, e tu puoi stare in acqua ancora un po’.
Si appoggiò allo schienale e cercò di togliersi i calzini, che dopo aver opposto qualche resistenza cedettero e si lasciarono strizzare.
– Amore, sei qui?
Una voce che proveniva dalla porta che affacciava sulla terrazza: era Yolanda, l’altra donna del Mestizo, che alloggiava nella sua seconda hacienda, nella zona ovest di Cali. Piet Hoffmann non le aveva mai viste insieme, nello stesso posto. Yolanda non aveva ancora trent’anni, e la sua giovane età traspariva dalla camminata decisa di chi sapeva esattamente qual era la propria meta: Johnny. Gli si sedette sulle ginocchia e lo abbracciò, bagnandosi il vestito e i capelli, mentre ridevano entrambi; poi si diresse verso la sdraio di Zaneta per salutarla con un bacio sulla guancia.
– Diventi ogni giorno piú bella, Johnny è proprio un uomo fortunato.
La moglie ricambiò il saluto:
– Yolanda, dico anch’io la stessa cosa: Johnny è davvero un uomo fortunato.
Esauriti i convenevoli, Hoffmann sorrise: non era una cosa che si vedeva tutti i giorni.
Un sicario, proprietario di un bordello, che fa il bagno insieme alla figlia con i calzini addosso, con la moglie e l’amante sedute l’una accanto all’altra sotto l’ombrellone.
Johnny le baciò entrambe prima di dirigersi verso il bordo della piscina e fare cenno ad Alejandrina di avvicinarsi. Sua figlia gli andò incontro a nuoto, con le bracciate incerte di chi è alle prime armi. Johnny si chinò per tirarla fuori dall’acqua e la baciò su entrambe le guance, poi sulla punta del naso.
– Papà torna a casa domani sera.
– Ancora una bomba, papà? Una sola? Dài, per favore!
– Domani, promesso. Ma ecco che ne arriva un’altra!
Tenendola per le ascelle, la dondolò avanti e indietro mentre lei strillava euforica, per nulla spaventata, poi mollò la presa e la lanciò al centro della piscina, sollevando una piccola fontana di schizzi in miniatura. Aspettò che tornasse a galla per salutarla con la mano e lanciarle un bacio, mentre lei ricambiava con la manina.
La macchina era parcheggiata davanti al bordello e al palo che El Mestizo aveva fatto piazzare per segnalare che quel posto era riservato. Come al solito, fu lui a mettersi alla guida: mai cedere il controllo. A pochi chilometri dalla città, iniziò a dare a Piet i dettagli della giornata.
– Stavolta gli obiettivi sono due. Il primo è Libardo Toyas, a cui dobbiamo rinfrescare un po’ la memoria. Il secondo invece è un uomo dentro una gabbia, per vedere se riusciamo a farlo parlare.
El Mestizo aveva l’aria soddisfatta, quasi come poco prima in piscina. Di solito centellinava le informazioni, ma stavolta sembrava che non vedesse l’ora di rispondere a qualche domanda.
– Una gabbia?
– Una gabbia, Peter boy.
– E devi far parlare l’uomo che ci è chiuso dentro?
– Già. E stavolta posso spingermi fin dove voglio. Be’, senza...