Cosa succede se le fragilità dei genitori ricadono sulla vita dei figli? Come può un bambino non restare fedele all'amore per la madre e il padre, malgrado ogni errore, malgrado ogni mancanza? Le fedeltà invisibili sono quelle che legano insieme quattro destini: Théo, figlio di una coppia divorziata; il suo amico Mathis che lo introduce a un gioco pericoloso; Hélène, l'insegnante la cui infanzia difficile le permette di vedere le ferite nelle vite dei suoi studenti. E Cécile, la madre di Mathis, con il suo equilibrio famigliare esibito e ambiguo. Delphine de Vigan ha scritto un romanzo teso, lacerante e luminoso come la vita quando incontra la poesia.

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- Italian
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Le fedeltà invisibili
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Letteratura generaleCécile
Tenuto conto delle circostanze ho esitato a lungo prima di accompagnare William a quella cena. L’idea di stargli accanto, in pubblico, di mettere in mostra la nostra coppia, o quanto ne rimane, di rendermi complice di quella commedia, mi faceva paura. Ma non trovavo scuse valide per sottrarmi. Usciamo cosí poco. Anche questo è successo gradatamente. Siamo invitati sempre meno spesso, non andiamo piú al cinema, non ceniamo mai al ristorante. Non so datare l’inizio della fine della nostra vita sociale. Come per molte cose, il fatto è che sono incapace di dire quando ha cominciato – a diradarsi, a esaurirsi, ad assopirsi –, né quando si è conclusa. È come se emergessi da uno strano torpore. Da un’anestesia generale. E questa domanda che torna senza tregua: Come ho fatto a non rendermene conto prima?
Negli ultimi tempi, intendo quando uscivamo ancora, William trovava sempre qualcosa da ridire: la gente parlava troppo, si prendeva troppo sul serio, non si interrogava. E in questo senso non sempre aveva torto. Per la verità, ricambiavamo gli inviti molto di rado. A William non piace che venga gente a casa. Credo che abbia paura, lasciando vedere il posto in cui viviamo, dando accesso al nostro spazio domestico, che venga alla luce la nostra impostura. O piú esattamente, la mia. Ha paura del dettaglio, del passo falso, che potrebbe eludere la sua sorveglianza e rivelare l’ambiente da cui provengo. Perché vi si commettono errori di francese ma anche errori di gusto. Che, in certi casi, gli sono probabilmente sfuggiti. Non che non abbia (appunto) imposto le sue idee. E non mi abbia chiesto di portare in cantina alcuni oggetti che non gli sembravano degni del nostro appartamento. Comunque, a William non è mai piaciuto avere ospiti, nemmeno all’inizio. Si è sempre rifiutato.
Questa volta si trattava di una cena semiprofessionale e mio marito mi ha fatto capire che per lui era importante. Anche Charles, che ci invitava, lavora per lo stesso gruppo, ma in un’altra azienda. Anaïs, sua moglie, è avvocata, specializzata in diritto aziendale. Li abbiamo visti due o tre volte, ma non sono nostri amici. Hanno traslocato qualche mese fa e ci tenevano a riceverci nel nuovo appartamento. Cosí siamo usciti verso le otto lasciando a casa Mathis e Théo. Alla fine mio figlio non aveva fatto fatica a spuntarla: visto che uscivamo, invece di restare da solo poteva benissimo invitare un amico.
Anaïs e Charles avevano invitato anche un’altra coppia che non conoscevamo.
Ci siamo seduti intorno a un tavolino basso per bere l’aperitivo. Ci siamo scambiati qualche parola e poi, come sempre, sono diventata trasparente. Ci ho fatto l’abitudine. Tranne qualche particolare, il copione è sempre lo stesso. In genere mi vengono rivolte due o tre domande; poi, una volta sentito che non lavoro, la conversazione scivola su qualcun altro e non torna mai verso di me. La gente non immagina che una casalinga possa avere una vita, degli interessi, e possa pronunciare parecchie frasi sensate a proposito del mondo che ci circonda, o sia in grado di esprimere un’opinione. È come se la casalinga fosse, per definizione, agli arresti domiciliari e il suo cervello, avendo sofferto troppo a lungo di carenza di ossigeno, funzionasse al rallentatore. Gli invitati scoprono del resto con un certo timore che a tavola dovranno sopportare una persona isolata dal mondo e dalla civiltà, che a parte argomenti puramente pratici o domestici non potrà partecipare a nessuna vera conversazione. Perciò ben presto vengo esclusa dal consesso. Nessuno mi rivolge piú la parola e, soprattutto, nessuno mi guarda piú. In genere mi lascio ipnotizzare dal colore delle pareti o dai motivi della tappezzeria, seguo le linee di fuga e scompaio.
In realtà, per vari motivi, William apprezza che io sia una donna silenziosa.
Ma quel sabato, nel bel mezzo della cena, mio marito ha cominciato a raccontare un aneddoto. A William è sempre piaciuto concentrare l’attenzione su di sé. Ama il momento in cui si fa silenzio intorno al tavolo, gli sguardi convergono su di lui, tutti mostrano segni di interesse. Una forma di sudditanza collettiva. La mia mente vagabondava, seguivo distrattamente il suo discorso. Parlava di un convegno in provincia e di una cena accompagnata da grandi bevute. Si era attardato fuori con alcuni colleghi, tutti molto brilli, quando gli è passata davanti una giovane donna che aveva partecipato al convegno, ma che non conoscevano. Uno di loro l’aveva apostrofata, per ridere.
Il tono che William usava per parlare di quella donna mi ha fatto uscire dall’abituale galleggiamento interiore in cui mi ero rifugiata.
– … puoi credermi, stringeva le chiappe! – ha esclamato proprio mentre io mi focalizzavo di nuovo sulla conversazione.
Tutti hanno riso. Anche le donne. Mi stupisce sempre che le donne ridano di certe battute.
– Ah ecco, – l’ho interrotto, – stringeva le chiappe? Ti sorprende?
Non gli ho lasciato il tempo di rispondere:
– Vuoi che ti spieghi perché?
Lui guardava gli altri con l’aria di dire: ecco che genere di donna mi è toccata.
– Perché eravate quattro tizi sbronzi in un quartiere deserto, non lontano da un hotel Ibis o Campanile quasi vuoto. Be’, sí, William, probabilmente questa è una delle differenze principali, anzi fondamentali, fra uomini e donne: le donne hanno buoni motivi per stringere le chiappe.
Intorno al tavolo è sceso un silenzio d’imbarazzo. Ho visto che William esitava se farmi precisare cosa volessi dire (a rischio che mi rendessi ridicola davanti ai suoi amici, magari ricascando, per l’emozione, in una di quelle espressioni che lui non sopporta) o liquidare il mio intervento con un gesto della mano e continuare il racconto. Mi ha chiesto, con un pizzico di condiscendenza:
– Che intendi dire, tesoro?
(Devo forse aggiungere che William usa questa parola, tesoro, per rispondere alle donne che lo contraddicono sui social o si indignano leggendo quello che scrive? Dice, per esempio, «tesoro, guardati intorno, la maggior parte dei maschi sono frocetti», oppure «tesoro, vai a farti inculare da un farmacista giudeo, è la loro specialità»).
Mi sono rivolta a William ma anche agli altri due uomini del gruppo.
– Voi stringete le chiappe quando incrociate in piena notte un gruppo di ragazze palesemente ubriache?
Il silenzio diventava sempre piú pesante.
– Be’, no. Perché nessuna donna, nemmeno ubriaca fradicia, vi ha mai messo una mano sul sesso o sulle natiche, né vi ha lanciato un commento di carattere sessuale mentre le passavate davanti. Perché è piuttosto raro che una donna si getti su un uomo per strada, sotto un ponte, o in una camera da letto per penetrarlo o ficcargli chissà cosa nell’ano. Ecco perché. Allora sappiate che effettivamente qualunque donna normale stringe le chiappe quando passa davanti a un gruppetto di quattro tizi alle tre del mattino. Non solo stringe le chiappe ma evita il contatto visivo, e ogni atteggiamento che possa suggerire paura, sfida o invito. Guarda dritto davanti a sé, sta attenta a non accelerare l’andatura, e riprende a respirare quando finalmente si ritrova da sola in ascensore.
William mi ha osservata, stupito. Ho visto delinearsi sulle sue labbra una smorfia amara, e ho pensato che probabilmente Wilmor aveva quell’espressione quando digitava sulla tastiera.
– Tesoro, non dire scemenze, tu non esci mai da sola, e men che meno di notte.
– Forse non è troppo tardi per cominciare. Vi ringrazio per la bella cena, ma devo dire che la conversazione mi annoia un po’. Del resto è quello che mi dirai tu in macchina, se torno a casa con te fra due ore: «Ma quanto sono pallosi!», vero, tesoro?
Qualche minuto dopo ero in strada e ridevo da sola.
Per la prima volta avevo infranto le regole. Mi ero sganciata da mio marito. Devo dire che ho rievocato la scena piú volte. Sí, sí, lo so, parlavo da sola, fuori casa. Anzi, sghignazzavo! Dopotutto c’è un sacco di gente che parla da sola. Ho camminato un po’, prima di fermare un taxi. Salendo sul sedile posteriore ridevo ancora.
Durante il percorso ho passato il tempo a immaginare con quali parole, con quali particolari, avrei raccontato quella scena al dottor Felsenberg.
È stupido, ma ero cosí felice all’idea di avere finalmente qualcosa da raccontargli.
Alle dieci e mezzo ero già a casa.
Non mi aspettavano cosí presto.
Li ho trovati tutti e due sul divano, a guardare un reality. Ai loro piedi, una bottiglia di whisky, due o tre lattine di Coca-Cola e bicchieri di plastica.
Non avevano sentito la chiave nella serratura. Sono arrivata alle loro spalle, erano in preda all’euforia, tanto che Théo quasi rotolava a terra – nel senso stretto del termine –, mi è parso di capire che a causare quell’ondata di ilarità fossero i discorsi di una protagonista del programma.
Quando Mathis si è reso finalmente conto della mia presenza ho visto la sua faccia trasformarsi, passando in un attimo dal riso disinibito dall’alcol al panico. Si sono zittiti. Mathis ha cominciato a raccattare i bicchieri, a cancellare le tracce del delitto. Théo si è seduto di nuovo sul divano. Non era in condizione di fare nulla. Mathis mi è sembrato meno ubriaco del suo amico. E questo mi ha rassicurata, almeno un po’: nella classifica del disastro non detenevamo il record.
Ho chiesto chi avesse portato l’alcol.
Senza esitare Théo ha risposto che era stato lui.
Mi ha affrontato, con un po’ di spavalderia, come per proteggere Mathis, come se avesse deciso di ammortizzare da solo la mia arrabbiatura, mentre Mathis continuava ad agitarsi fingendo di fare ordine.
Gli ho chiesto chi avesse comprato quella bottiglia. Con quali soldi. Quanto avessero bevuto. I suoi genitori sapevano che beveva alcol a dodici anni e mezzo? Non avevo mai parlato in tono cosí duro a un bambino. Lui taceva. Mi è venuta voglia di schiaffeggiarlo e metterlo alla porta su due piedi. O prendere un altro taxi per riaccompagnarlo a casa, ma per la verità ho avuto paura che si sentisse male in auto. Si reggeva a malapena in piedi.
Mathis ha cercato di spiegarmi le circostanze fortuite e indipendenti dalla loro volontà che li avevano portati, loro malgrado, davanti a quella bottiglia di whisky, bottiglia che si era introdotta nell’appartamento per cosí dire da sola e in modo subdolo (o qualcosa del genere), ma ho urlato:
– Andate a letto!
Non ho dovuto ripeterlo.
Mio figlio ha aiutato l’amico a percorrere il corridoio e sono scomparsi.
Mi sono seduta al loro posto. Una giovane donna in costume da bagno, con un seno voluminoso e un trucco tutto glitter e sfumature colorate piuttosto interessanti, si rivolgeva alla telecamera. Non sapevo se ascoltarla – forse era depositaria di una verità che a me era sfuggita –, ma l’ho sentita dire «Mi tocca muovere le chiappe», ridacchiando, e allora ho spento il televisore.
Mi sono versata una bella dose di whisky in un bicchiere vuoto e l’ho bevuta tutta d’un fiato. Mi è venuta di nuovo voglia di ridere.
Théo
Non ha avuto paura quando lei è tornata a casa, cosí, a metà serata. Ha solo pensato che era troppo presto e che per colpa sua non avrebbe potuto, nemmeno quella volta, arrivare fino in fondo.
Non ha avuto paura nemmeno quando gli ha fatto tutte quelle domande, un vero e proprio interrogatorio, voleva i particolari.
Lui sa stare zitto. Non gli fregava niente che la madre di Mathis fosse furibonda e li mandasse a letto come bambini.
Ma ha avuto paura l’indomani mattina quando lei è piombata in camera alle nove e ha annunciato che lo avrebbe riaccompagnato a casa. Sapeva che quel weekend era da suo padre e, appunto, voleva parlargli. Aveva qualcosa da dirgli. Fra genitori, diceva, era importante avvertirsi. Non poteva passare sotto silenzio una cosa tanto grave, lui doveva capire. Ha detto che era spiacente, ma non sembrava affatto dispiaciuta. Sembrava una che si annoia e ha appena trovato come occupare il suo tempo. Gli ha detto di fare la doccia e vestirsi mentre lei preparava la colazione.
Davanti alla tazza di cioccolata Théo ha sostenuto che di domenica mattina suo padre lavorava, e non sarebbe stato in casa. Ma non si è fatta infinocchiare.
– Dammi...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Le fedeltà invisibili
- Hélène
- Théo
- Hélène
- Théo
- Hélène
- Cécile
- Mathis
- Théo
- Hélène
- Cécile
- Théo
- Mathis
- Hélène
- Théo
- Hélène
- Cécile
- Théo
- Hélène
- Cécile
- Mathis
- Théo
- Hélène
- Cécile
- Théo
- Hélène
- Théo
- Cécile
- Théo
- Mathis
- Hélène
- Cécile
- Mathis
- Théo
- Mathis
- Hélène
- Il libro
- L’autrice
- Copyright
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