Una delle ultime consapevolezze di cui ho fatto bottino, per magro che sia, è che da ragazzo ero affascinato dagli uomini che non parlano perché avevano tutti la pelle cerulea e luminescente e lo sguardo intenso di chi vuole far capire qualcosa senza dire cosa illudendoti, e secondo me illudendosi, che loro lo sapevano, cosa.
A meno che dei taciturni non abbia preso in considerazione solo quelli belli e ben piantati che mi sarebbero piaciuti anche da loquaci, alti, ma meno di me, e un po’ ieratici, per non dire imbambolati tanto era il distacco, l’apatia, forse, parchi anche nel gesticolare, gli occhi acquosi e la fronte liscia, qualcosa non andava in quel mutismo tanto connaturato a un carattere da non lasciare traccia di rughe sulla fronte, mi intrigava il mistero del loro essere presenti a fare numero tra le sedie di un dibattito o a giocare una partita a ramino al bar, sempre che non preferissero guardare giocare gli altri, per restarsene di fatto assenti al momento e senza commenti nemmeno dopo – loro, io nemmeno a labbra cucite col filo spinato – o a un’occasione di gruppo quale la cena che sto per raccontare (con tutte le precipitose fughe in bagno perché alla mia età la vescica, come la capacità di sopportazione, ormai è quel che è, e anche questa rientra nelle mie consapevolezze ultime che prima, quando lo stimolo alla minzione era normale come la pazienza di cui ero capace pur nell’irruenza dell’età, non avevo, non solo perché non ne avevo bisogno ma perché non volevo rassegnarmi a metterle talmente in conto da anticiparle anticipando le cose che le suscitano; parafrasando un famoso santo dalla gioventù lussuriosa, non avevo niente contro la temperanza, la prudenza, la continenza, la sobrietà, la riservatezza, l’equilibrio, la discrezione e la morte stessa, ma non subito).
Ciò che degli uomini che non parlano mi piaceva di più era ciò che non mi quadrava, potevo stare ore a metterli a fuoco senza farmi scoprire, restavano sbiaditi, mimetizzati, sordi in se stessi. E mi risuonavano dentro così tanto! Suscitavano il linguaggio al quale avevano rinunciato, glielo prestavo senza dirglielo, la pietà mi faceva formicolare i testicoli, avrei voluto toccarli per sanarli, dargli un po’ della mia lingua ridondante cacciandogliela in gola.
Io sono nato cacciatore a colpo sicuro in canna con licenza di caccia nel mio stesso Dna di esploratore oltre ogni confine dato e senza esche da bracconiere che si bea di bestiole prese per fame o per innocenza o per terrore, preda sessuale poco e niente, io, ma lì era come andare a caccia senza sapere qual era l’humus dove si annidava la preda, di che si nutriva e, innanzitutto, che faccia aveva e a quale specie apparteneva. Poteva mai esistere una specie che scappa sempre, che corre sempre, che non si ferma mai, che è là quando è qua? Che pensa qualsiasi cosa pensi e non lo dica mai, mai e poi mai? Una chimera fattasi uomo?
A volte, mosso più da un morboso doppio fine che non da semplice pietà, per tentare di tirare dentro gli uomini che non parlano gli facevo una domanda cauta, del tutto obliqua e di non impegnativa risposta tipo «Oggi scatta l’ora legale?» o «Ti hanno fatto la derattizzazione quelli del Comune?», alla quale reagivano mettendo in fila un paio di parole di circostanza che perfezionava l’assoluto silenzio in cui riprecipitavano, e ero subito rimesso al mio posto di diavoletto chiamato a polverizzare i troppi angeli che passavano sulla compagnia.
Col tempo le domande, chissà perché, presero a essere tutte indirizzate a me, sicché parlavo e parlavo dietro pressione da incanalamento a foce sbarrata perché non ero proprio un chiacchierone di mio, tracimavo di parole ma mi sarebbe tanto piaciuto ascoltare qualcuno e in particolar modo quello che non aveva ancora aperto bocca se non per portarvi l’orlo di un calice o i rebbi di una forchetta. Lo ammiravo così tanto per le ipotesi romantiche che scatenava nella mia testa quel suo non dire niente su niente e nessuno, per me impossibile, che mi trovavo innamorato da colpo di fulmine, e è normale, perché si ama come si odia qualcuno solo per l’ignoranza che se ne ha e l’amato di fronte, come il nemico ideologico a distanza, non c’entra niente coi sentimenti che ti suscita, è il bersaglio accidentale e involontario – e poi semmai consapevole dietro forzatura – della scarsa intelligenza, la nostra, che l’ha preso di mira; adesso che ci penso, scovo un’associazione d’ideale amoroso di gioventù: perché mi ero innamorato perdutamente di Giacomino? Perché non solo fendeva l’aria senza guardare in faccia nessuno, ma attraversava la strada incolume senza guardare né a destra né a sinistra. Eppure qualcuno lo salutava lo stesso… ma non me o non volentieri: come faceva a salutare qualcuno che non aveva visto?
Dopo essermi innamorato dell’uomo che non guardava… nemmeno me…, è stato logico che mi innamorassi degli uomini che non parlano, fosse mai esistita una donna né che si guarda intorno per vedere se è guardata né che riesce a stare zitta quando le converrebbe convenire che non la si può ascoltare oltre, mi sarei innamorato di lei o almeno sarei stato disposto dalla tanta ammirazione a fingere… bene… di esserne innamorato. Il che poi in pratica è la stessa cosa, uno dei due deve sempre mentire un po’ affinché l’altro sia sincero oltre il lecito nei suoi sentimenti: se non è vero amore questo!
(Io l’auto la uso il meno possibile e ogni volta mi ritrovo in un labirinto di nuove strade, sottopassaggi, rotonde, collegamenti che fino a sei mesi prima non esistevano e per me è facile perdermi anche a dieci chilometri da casa e addirittura guidare contromano per alcuni tratti collaterali per fortuna in terra battuta e quindi poco trafficati, sicché alla rotonda della Fascia d’Oro per un pelo non ho preso la Brebemi, l’autostrada più inutile, costosa e spettrale d’Italia che sfregia in modo irreversibile tre province desertificando migliaia e migliaia di ettari di terreno agricolo di qua e di là e sulla cui reale natura e necessità ci stiamo tutti tuttora spaccando il cervello, nerissimo nastro, ahimè non riavvolgibile, che, portando in un battibaleno all’Aeroporto di Linate, dove non esiste nemmeno più un volo diretto su Vienna, e non avendo io al Tribunale di Milano lì vicino altri processi in corso, l’ultimo addirittura in Corte d’Appello, per «diffamazione» – che altro non sono se non criminogeni tentativi da ambo le parti accusatorie di manipolare la realtà e la verità del senso più comune, perché più in là io non mi sono mai spinto: riscontravo delle banalità e nulla più, come quelle che sto per dire alla cena alla quale sto andando e che vorrei proprio cominciare a raccontare, non fosse che le premesse sono tanto più interessanti del fatterello che premettono –, è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte, mentre l’Aeroporto Gabriele D’Annunzio di Montichiari, che raggiungevo in bicicletta e mi portava da Roma a Mykonos a Londra, è tornata una cattedrale nel deserto dove si officiano solo voli cargo che mi scaricano in testa un paio di cisterne di idrocarburi bruciati a notte, e poi l’unica volta che mi ci sono infilato nella Brebemi, da Milano-Linate e sempre per sbaglio, non sapevo che non c’erano pompe di benzina e ho percorso gli ultimi venti chilometri al minimo del minimo col terrore di restare a piedi in terra di nessuno a aspettare sulla corsia d’emergenza chi mai arriverà per quanto mi mettessi a fumare lascivamente appoggiato al parafango senza essere né bionda né succintamente vestita frustino in pugno, quindi a me la Brebemi non mi frega più, ma ora devo assolutamente fermarmi o queste ultime consapevolezze diventeranno le ultime non solo su quell’imprendibile fenomeno chiamato «la propria gioventù» di cui non si viene mai a capo ma le ultime in assoluto della mia vita, potrei morire dal dolore di vescica, sto mollando le chiaviche, appena fuori dal casello esco a precipizio dall’auto senza spegnere il motore, in lontananza nella leggera e quasi trasparente foschia si staglia uno skyline di silos e capannoni e delle ciminiere che hanno atteso il buio per cominciare a sfiatare, non becco mai lo slargo delle mutande e la presa né al primo né al secondo colpo, quindi più presto del solito direi dal volume di quei nuvoloni artificiali, eccolo, l’ho preso, è fuori, ahahah che bello, piscio sul ciglio della strada mandando in sollucchero un cespuglietto di cardi ammosciati sotto una strana polvere che vira all’arancione, saranno le polveri sottili aggiornate 2.0 o già futuriste 3.0, piscio felice in culo ai lampioni, alle due auto in sosta dietro, alla gazzella della Stradale che sta infilando l’uscita a sirene spiegate, spero proprio non per me, e a un qualche zelante in divisa che volesse farmi la multa con tanto di verbale a compendio; emettendo un lungo sospiro di sollievo me ne viene in mente un altro remotissimo nel tempo, il sospiro di quando ce l’avevo fatta a non farmi afferrare dalle sgrinfie di uno di famiglia che voleva punirmi per dei «reati immaginari», come li definisce il Codice Napoleonico, tutti nella sua testa di ex fascista o di ex balilla, rientravo di soppiatto dal portone incustodito dell’Aquila D’Oro che avevamo in affitto e che restava sempre aperto per i birocci, mi impossessavo della mia blusa nera che tenevo su in camera e stavo via da casa anche un giorno e una notte, e una volta persino due, ma non ci pensavo neanche a marinare la scuola, mi piaceva troppo andarci, mi piaceva troppo quella gran novità chiamata «Tema in classe» che avevo trovato entrando in terza elementare, la mattina ero presente all’appello seppure senza borsa né quaderni ma nella mia blusa nera con le sue tre belle astine di fettuccia bianca sul taschino che poi alle medie non fu più obbligatoria, come spuntato dal nulla… migravo fino al pomeriggio inoltrato da una macchia all’altra come una bestiola inseguita evitando il più possibile i sentieri tracciati dove all’improvviso poteva arrivare il maggiore dei miei copartoriti che aveva dodici anni più di me e veniva a darmi la caccia con il sangue riscaldato dall’encomio che avrebbe ricevuto da nostro padre, ogni tanto sentivo il rumore della sua vespa che come arrivava alle mie orecchie si spegneva e lui scendeva e cominciava la sua battuta perlustrando ogni cespuglio e ogni masso di trenta metri in trenta metri, io non mi davo il tempo di tremare, mi acquattavo e strisciando tra l’erba o nei fossi secchi per allontanarmi il più possibile dalle sue manate e pedate, se non mi prendeva, la notte la trascorrevo in una cascina diroccata sull’altra riva del Chiese, quella che dà sui campi verso Ro, abbandonata perché ormai troppo a ridosso del greto che continuava a ricevere smottamenti da sopra, e io speravo che il prossimo e definitivo non franasse proprio quella notte con me dentro, però pazienza, ero così disperato, ma non del tutto, se fossi precipitato nel fiume sotto tutte quelle pietre e fango non mi avrebbero mai più ritrovato, e mi sarebbe passata anche la fame… capita di rado di ricordarsi di sé bambino, no, ma lo sono stato anch’io, anche se sarei il primo a scommettere che non è vero, ero dunque un bambino e, anche se ho imparato l’arte di morire presto per difendermi come potevo nutrendo una speranza anch’io, andavo a scuola regolarmente e regolarmente tornavo a casa, un luogo pubblico alla mercé del primo passante con la gola secca, il salone dei pranzi, la sala di mescita, il cucinone con il camino e alcuni bugigattoli attorno senza alcuna zona che potesse essere definito focolare domestico, vi tornavo come un avventore qualsiasi non per bere ma per consegnarmi alle botte lasciate in sospeso più gli interessi… su, smettila di sgocciolartelo che fai tardi, tanto è la solita storia, botte e umiliazioni, è inutile che continui a raccontartela stufando te per primo, non la cambi, sevizie incallite furono e restano, lì la memoria non ti farà mai sconti, e tanto l’ultimo goccino è sempre traditore, non esce fuori fino a che non è sicuro di uscirti nelle mutande.)
Ritornando a Giacomino e al mistero del suo sguardo deviato senza sforzo da tutto, anche se non proprio da tutti, lo invidiavo perché io gli occhi non riuscivo a tenerli fermi fissi nel vuoto, non c’era niente di vuoto davanti a me, guardavo, sbirciavo, contemplavo, osservavo, tutto della mia vista era incessantemente coinvolto, occhio e coda dell’occhio, su tutto e su tutti, sarei riuscito a dire in cima a quale pinnacolo del duomo stava per schiantarsi la schittaa del piccione in volo, di che iridescenza era la falena sull’architrave laterale del fienile di un vicino e ovviamente, ritornando in bicicletta dalle Fontanelle della Rosa Mistica dove ero andato a fare le sette meraviglie con settanta pernacchie al nuovo madonnone incappellato che sembrava più un nerboruto gladiatore che una gracile vergine, di che consistenza e peso poteva essere l’uccello nel pacco del bel viandante sui trenta dalla barbetta caprina, giubbetto di pecora e pezze al culo che avevo appena incrociato: una consistenza alla Neanderthal; la mia invidia, come la mia passione assoluta per Giacomino, era durata ben dieci anni, dai quattordici ai ventiquattro, il tempo che mi occorse per capire che non era vero che lui non guardava niente e nessuno grazie a una inscalfibile disciplina su quell’autocontrollo del corpo che a me mancava del tutto, non guardava perché voleva essere lui a essere guardato, proprio come una comune civetta, e la sua bellezza indù era tale che era impossibile non guardarlo, ma da altera creatura donnesca aveva come paura che il suo sguardo fosse profanato dall’incrociare gli occhi di qualcuno che non considerasse suo pari... un paria come me, figlio di oste io, figlio del dottore lui; i suoi pari li individuava a distanza senza darlo a vedere e, arrivati a un’altezza adeguata, li salutava e andava a casa loro o li invitava a casa sua (avrò impiegato cinque anni prima di mettere piede in quella bifamiliare piccolo-borghese con un vecchio pianoforte fuori uso esibito quale ripiano per bomboniere e cornicette d’argento, senza purtroppo sentire scemare una sola nota dolente del mio amore tenutomi indefessamente per me: quel bric-à-brac cui ero stato ammesso nella mia indegnità mi apparve come il trascendente tesoro di Shiva).
Resta il mistero di quell’attraversare la strada senza guardare né a destra né a sinistra, come se la sua stessa intenzione di attraversarla dovesse immobilizzare l’universo mondo fino a che lui non fosse giunto dall’altra parte; va bene che allora le automobili erano relativamente poche e appena di più dei calessi, che il tram era stato tolto da un po’ e che i trattori e le trebbiatrici non potevano passare in centro se non per radunarsi in piazza nella loro Festa del Ringraziamento anche se erano tre anni di fila che grandinava, ma non esistevano ancora le strisce pedonali, una disgrazia poteva succedergli a ogni momento tanto faceva l’indiano, niente, mai, il mistero resta irrisolto, e non è questo che mi dispiace, ma che nessuno l’abbia tirato sotto e maciullato una volta per sempre lasciandomene almeno un passabile ricordo di pari e patta.
Poi resterebbero gli uomini che non ascoltano, ma di quelli non mi sono mai curato, troppo macho per i miei gusti e quindi checche letteralmente invertite troppo complessate senza essere né satiri né satirici; mi piacevano gli uomini, non le loro caricature scoglionate o isteriche per principio, se volevo dei duri d’orecchio ad arte andavo direttamente sulle donne, per una donna non ascoltare un uomo che parla è l’unico discorso che le preme far trapelare, sempre che sia «l’uomo giusto», perché un uomo che parla con una donna è giusto, caso mai, solo dal momento in cui chiude il becco e passa ai fatti. Fatti, ahilei, spesso più evanescenti e illusori delle sue maschie parole, ma questo non ha alcuna importanza per una donna la cui ambizione più grande è ispirare amore a un uomo, come, oltre a Molière, avrebbe scritto anche Agatha Christie se mai avesse pensato a una Trappola per sorche, tanto che sovente dei fatti di un uomo nei suoi confronti la donna non percepisce la china verso il risvolto della tragedia che sta per abbattersi su di lei per mano del suo lui, sebbene tutto il male non venga per nuocere nemmeno per la sventurata: grazie a monsieur La Palice, che fece dell’ovvietà un monumento antropologico, possiamo considerarla fortunata di morire ammazzata senza potersene fare dopo l’idea che doveva farsi prima per mettersi in salvo a gambe levate.
La fascinazione per gli uomini che non parlano è durata decenni e decenni di più di quella per gli uomini che non guardano, solo arrivato a quarant’anni l’incanto si è spezzato e non c’è più niente da fare, il mistero era, come tutti i misteri, un finto mistero più o meno inglorioso, da sexy cerulei luminescenti… be’, sì, «culo smorto, buso forto», come ancora non si suol dire… gli uomini che non parlano sono diventati tutti opachi, violacei, rugosi, bitorzoluti o con quella pelle così lucida e tesa che sembra creparsi alla minima espressione non abituale. Non era silenzio religioso il loro, era cautela, insipienza, era omertà, per questo da radiosi come santi sensualissimi dallo sguardo così avvolgente che mi involava verso inesplorate e mistiche vette del piacere promesso… ripromessomi tra me e me… sono diventati tutti orchi mostruosi o bulli anfetaminici con gli occhietti di gallina e tanto repellenti che da trent’anni in qua non mi stanno più da nessuna parte cazzo incluso, mi incolleriscono, mi intristiscono, mi prosciugano ogni commiserazione verso la vulnerabilità delle umane genti disumane per partito preso, mi suscitano reazioni di sensata violenza verbale.
Era tale il lavoro richiesto per una incerta briciola di piacere che appena possibile… appena sono riuscito a convincere la mente a non incendiarsi più per fuochi men che fatui che me la portavano via per anni… gli ho preferito la sicura ciabatta di dispiacere regalata dall’ozio e, vagamente scontento ma riposato e satollo oltre ogni dire, dal paese di Panciolle non mi sono più mosso.
(Dopo i primi dieci minuti che ancora in piedi tutti manducavano le tartine di rigore senza fiatare come una muta di amebe dandomi strette di mano sempre più svagate e unte tanto ghiotti erano quei triangoli di pane bianco con lardo pestato e carciofini sott’olio, alici marinate e prezzemolo, bagòss e bottarga e con ogni genere di salumi nostrani, sperando di essere cacciato sui due piedi e allo stesso tempo sperando di no, partii in quarta alzando il calice per il primo dei brindisi di cui mi assunsi l’incarico con discorsetto di benvenuto:
«A fare i finti timidi tutti ritrosia per non ...