Coppie
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Coppie

  1. 608 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

«Updike è il poeta delle lenzuola coniugali: tiepide, stinte, macchiate, piene di briciole. Quante cose preziose e terribili potrebbero dirci, quelle lenzuola, se solo qualcuno fosse in grado di interrogarle! È ciò che Updike ha provato a fare».
Alessandro Piperno Tarbox, New England, anni Sessanta. Tra un doppio a tennis e un barbecue sul prato dei vicini, le coppie di questo libro discorrono della crisi di Cuba e dell'educazione dei figli, fumano troppe sigarette e bevono troppi drink, leggono Henry Miller e Sigmund Freud. Soprattutto, si tradiscono a vicenda, in una rete di intrighi e scambi di coppia che non risparmia nessuno. Janet e Frank sono felicemente sposati, ma vanno a letto altrettanto felicemente con Harold e Marcia. Piet, sposato con Angela, ha una storia con Georgene, la moglie di Freddy, dentista tormentato da dubbi sulla propria sessualità. Infine ci sono Foxy e Ken, i nuovi arrivati. Giovani, ingenui e facilmente corruttibili. A cinquant'anni dall'uscita negli Stati Uniti, Coppie riesce ancora a toccare un nervo sensibile della coscienza americana: il matrimonio. Come nessuno ha fatto prima né sarebbe riuscito a fare dopo, Updike ne svela le nevrosi e i compromessi, la necessità sociale e gli istanti di pienezza che, a sorpresa, riesce a riservare.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
Print ISBN
9788806238551
eBook ISBN
9788858428351
1.

Benvenuti a Tarbox

– Che te ne sembra della nuova coppia?
Gli Hanema, Piet e Angela, stavano spogliandosi. La stanza da letto era a soffitto basso e in stile coloniale, con i pannelli di legno dipinti in quella gradazione di bianco commercialmente nota col nome di guscio d’uovo. Una mezzanotte primaverile incalzava contro le finestre fredde.
– Oh, – rispose Angela, evasiva, – mi sembrano giovani –. Era una bella donna, bruna di capelli, morbida, trentaquattrenne, che stava ingrassando ai fianchi e alle natiche ma conservava belle caviglie sottili da fanciulla e una maniera di muoversi altrettanto giovanile, cauta e a scatti, come se l’aria pura fosse stipata alla rinfusa di stracci. L’età aveva attaccato soltanto la linea, morbida, della mascella e delle mani, con il loro dorso nervoso e le punte delle dita arrossate.
– Giovani quanto, esattamente?
– Be’, non saprei. Lui avrà trent’anni e cerca di mostrarne quaranta, lei è piú giovane. Ventotto? Ventinove? Cos’è, vuoi fare un censimento?
Piet si produsse in una risata simile a un grugnito. Aveva i capelli corti e un corpo compatto; non era piú alto di Angela, ma piú scuro. I suoi scialbi lineamenti, eredità olandese, erano internamente, per cosí dire, accentuati da qualcosa di acquisito, di americano: un’avidità colpevole e insieme spensierata, una curiosità inespressa. La languida imprevedibilità di sua moglie, una diffidente freschezza nata da un’aristocratica disinvoltura, ancora lo affascinava. Giudicava sé stesso un rozzo e lei una raffinata, tanto bella e delicata che ogni suo gesto sembrava chiaramente ispirato da una gentilezza e un’onestà per lui irraggiungibili. Quando l’aveva conosciuta, Angela Hamilton era una ragazza al suo primo sboccio, di una radiosità che si andava assestando (con il lento e affettato manierismo di girare il capo mostrando il lato del collo) e una bellezza inspiegabilmente intatta, che giocava a fare l’insegnante e viveva con i genitori a Nun’s Bay. Lui, Piet, aveva lavorato per il padre di lei in società con un amico incontrato sotto le armi: era stato uno dei loro primi lavori, la costruzione di un pergolato di fronte all’oceano e alla gran roccia, scuro come cioccolata, che da un angolo di visuale leggermente diverso faceva pensare al profilo di una donna. C’erano una scogliera, un ampio prato verde e cespugli potati e appianati come tavoli. La casa era piena di pendole, orologi del nonno e orologi di bordo, pendole in bronzo dorato e lacca nera ed elaborati orologi in casse d’argento con quattro palle per pendolo. Il loro fidanzamento era passato ed era stato dimenticato immediatamente, un miracolo o uno sbaglio. Tutti gli orologi avevano accelerato i loro battiti, inconfondibilmente, da dietro angoli improvvisi e montanti di noce bernoccoluti. Il padre di lei, un uomo tutto saggezza e sorrisi, in completo grigio su misura, non era riuscito a opporsi. Angela era stata una di quelle figlie cosí coccolate che poteva essere destinata altrimenti solo allo zitellaggio. Fertilità a tutti i costi. La prima figlia degli Hanema nacque nove mesi dopo la prima notte di matrimonio; nove anni dopo, Piet ancora avvertiva, in Angela, una forza superiore che attraverso lei mirava a ingaggiare lui. Come per difendersi, disse: – Mi stavo solo chiedendo a che punto sono. Lui mi è parso abbastanza delicato e distaccato.
– Speri che siano giunti al nostro punto?
Il tono freddo di lei, assunto proprio quando lui si aspettava che, in quella stanza ben illuminata, assediata dal buio di aprile, la loro intimità riuscisse a raccogliere la forza sufficiente per spingerli al di là delle inibizioni, lo indispose. S’infuriò. Disse: – Esatto, al settimo girone della beatitudine.
– Sarebbe quello in cui siamo noi? – Sembrò, vaghissimamente, pronta a crederlo.
Stavano entrambi davanti a un’anta dell’armadio a muro, ai lati opposti di un camino spento incorniciato da pannelli di pino e stucco dipinto d’azzurro. La casa era una deliziosa fattoria del XVIII secolo con otto stanze. Della proprietà facevano parte una stalla, un cortile ampio e quadrato e un’alta siepe di serenella. I padroni precedenti, che avevano otto figli adolescenti, avevano fissato un cerchio da pallacanestro su una parete del fienile e asfaltato il cortile. In fondo al campo, di due acri, c’era un folto d’alberi che si stendeva ad arco tangenzialmente a un orto vicino. Oltre questo sorgeva una cascina. Sulla strada a sette miglia da lí, presente ma invisibile, c’era il centro di Nun’s Bay, e a venti miglia ancora piú a nord Boston. Piet, di professione costruttore, amava le cose comode e ben fatte e aveva finito con l’adorare quella casa, quelle stanze basse e rettangolari, quelle credenze e quelle sedie consumate e intagliate, quei telai sottili delle finestre i cui pannelli di vetro antico, color lavanda, erano spruzzati di bolle oblunghe, quei mattoni consunti del camino che sembrava l’ingresso ai recessi fuligginosi e ascendenti del tempo, quell’attico che lui aveva tappezzato con carta isolante d’argento cosí che ora assomigliava a un enorme portagioielli se non la grotta di Aladino, quello scantinato rimesso a nuovo ma che quando avevano preso possesso della casa, cinque anni prima, era una cantina in terra battuta. Adorava la calda accoglienza che offriva quella casa in ogni stagione, con i suoi gialli spruzzi di chiazze di sole che si spostavano lentamente durante il giorno, come nella cabina di una nave dalla rotta incostante. A Piet, in verità, piacevano tutte le case, piaceva tutto ciò che accoglieva, ma il suo modesto e olandese senso dei limiti di ciò che gli era consentito far suo e tenere per sé a questo mondo era pienamente soddisfatto da quel piatto appezzamento di terra arretrato di una sessantina di metri dalla strada, a un miglio dal centro di Tarbox e a quattro dall’oceano.
Rampolla di pirateschi capitani di New Bedford, Angela aveva sempre desiderato una proprietà con vista sull’Atlantico. Quando la nuova coppia arrivata a Tarbox, i Whitman, tramite la Gallagher & Hanema, Agenzia Immobiliare e Impresa Edile, aveva acquistato una casa che lei aveva adocchiato e desiderato – la vecchia abitazione dei Robinson, una residenza estiva malfatta e in pessime condizioni – si era messa in lutto: quella casa aveva una gran bella vista sulle paludi salmastre e un’esposizione al vento tale da sfidare ogni isolamento. L’inverno precedente lei e Piet ne avevano discusso a lungo. Era stata costruita come cottage a un piano nel 1900, agli inizi degli anni Venti era stata soprelevata e vi era stato aggiunto un lungo portico che toglieva tutta la luce al soggiorno. I nuovi proprietari avevano aggiunto un’ala per la servitú a un livello che differiva di due gradini da quello del corpo principale dell’edificio. Piet aveva mostrato ad Angela le opere in legno malridotte, l’intonaco che si staccava dalle pareti, le tubature di ferro corrose, l’impianto elettrico vecchissimo con la gomma tutta sbriciolata, gli infissi cigolanti rosi dagli insetti e dalla pioggia. Il lucernario nella stanza da letto padronale perdeva. Il calore era distribuito da una sola valvola rotonda a terra nel soggiorno, sopra una caldaia a carbone, da alimentare a mano, non incassata nel muro. La cantina addirittura mancava e doveva essere scavata. Occorrevano solidi muri maestri e un nuovo impianto di riscaldamento; il tetto doveva essere rifatto, e cosí anche le gronde, gli infissi e i soffitti. La cucina era strana, inservibile; era stata in mano ai domestici e soltanto d’estate, quando serviva per preparare unicamente insalate di aragosta. Sui due lati di sopravvento, le assicelle di copertura, di cedro, erano deformate o mancavano. Quarantamila il prezzo richiesto, piú come minimo altri dodici per le riparazioni immediate. Era un po’ troppo chiedergli di prenderla. In piedi davanti al lavello di ardesia, contemplando la vista invernale della palude tagliata da fossati e isole cespugliose di biancospini e ontani e, piú oltre, il canale blu acciaio e il contorno delle dune bianche come sale e, soprattutto, il contorno levigato dell’oceano, Angela alla fine s’era dichiarata d’accordo: era effettivamente troppo.
Ora, pensando a quella casa il cui acquisto era stato evitato e dalla cui vendita aveva ricavato, come socio, la sua parte di profitto, Piet doppiamente apprezzò quella che si era tenuta. Ne sentiva, tutt’intorno a sé, la simmetria vagamente corroborante. Immaginò, vide le due figlie che dormivano al riparo di quelle mura; gongolò alla vista del corpo della moglie, della sua bella maturità.
Dopo essersi slacciata le perle, Angela tirò sopra la testa il vestito di maglia nera, scollato. La morbida lana s’impigliò nelle forcine; mentre lei si dibatteva la lampada ricavò scintille zigzaganti dalla sottoveste e l’elettricità statica le fece aderire il nylon sui fianchi. La sottoveste si sollevò, mettendo in mostra il bordo delle calze e le giarrettiere. Senza testa, come in quel momento, Angela era pienotta, ben fatta, solida.
Punto dall’amore, Piet la accusò: – Non sei felice con me.
Lei si districò e lo guardò di traverso: la luce di una lampada con paralume di lino pieghettato, sul cassettone, scavò ombre nella linea del suo mento. Stava invecchiando: un anno prima avrebbe respinto l’accusa. – Come potrei esserlo, quando non fai che flirtare con tutte le donne che vedi?
– Che vedo? Io?
– Tu, sissignore, lo sai benissimo. Alte o basse, vecchie o giovani, te le divori tutte. Anche le gialle: Bernadette Ong. Persino quella poveretta di Bea Guerin, che ha già abbastanza guai.
– Io invece ho notato che tu te la sei spassata abbastanza a chiacchierare tutta la sera con Freddy Thorne.
– Non possiamo continuare a voltarci le spalle ai party, Piet. Me ne torno a casa con un senso di sporcizia addosso. Odio questa maniera di vivere.
– Cosa vuoi, che ci voltiamo la pancia? – Piet si era spogliato ed era rimasto a torso nudo, e lei si ritrasse davanti a quella specie di scudo di soda carne col suo cruciforme blasone di peli ambrati. – Cosa vi siete detti tu e Freddy per tante ore di seguito? Ve ne stavate rintanati nell’angolino come bambini che giocano a mamma e papà –. Fece un passo avanti, gli occhi serrati e arrossati. Lei, Angela, resistette all’impulso a indietreggiare, sapendo che quel suo minaccioso umore di solito si placava con un po’ di sesso, che in fondo era una richiesta.
Infilò invece una mano nella sottoveste per slacciare la giarrettiera. Il gesto, cosí innocente, lo disarmò: Piet si fermò davanti al camino, coi piedi nudi gelati dai lisci mattoni del focolare.
– È un idiota, – disse lei con aria indifferente, alludendo a Freddy Thorne. Aveva la voce bassa perché stava premendo il mento contro il petto; le braccia allungate in basso, in avanti, le raccolsero il seno in un’ansa buia. – Ma sa parlare di cose che interessano le donne. Cucina, psicologia, dentizione dei bambini.
– E cos’ha detto di psicologico?
– Stasera parlava di ciò che ognuno di noi vede negli altri.
– Noi chi?
– Be’, noi. Le coppie.
– Ciò che Freddy Thorne vede in me è la possibilità di scroccare da bere. In te, poi, vede solo una femmina stupenda.
Lei ignorò il complimento. – Secondo lui noi siamo un circolo. Un circolo magico di teste avvicinate per tener lontana la notte. Mi ha detto che se in un weekend non ci vede viene preso dall’angoscia. Secondo lui abbiamo formato una chiesa.
– Perché non frequenta una vera chiesa?
– Be’, Piet, tu sei l’unico ad andare in chiesa. A parte i cattolici –. I cattolici che loro conoscevano erano i Gallagher e Bernadette Ong.
– È la fonte della mia sorprendente virilità, – disse Piet. – Un rafforzato senso del peccato –. E, con addosso i soli pantaloni del completo a righine, si tuffò in avanti, piantò il peso del suo corpo sulle mani aperte dalle nocche pronunciate e rimase a testa in giú. Le dita dei piedi, tese, puntarono verso il vertice della sua ombra conica sul soffitto. Angela si voltò dall’altra parte: gliel’aveva visto fare fin troppe volte. Quasi con uno schiocco, fu di nuovo in piedi; il silenzio della moglie lo imbarazzò. – Sia lodato Iddio, – disse, e batté le mani, applaudendosi da solo.
Ssssst, svegli le bambine.
– E perché mai non dovrei? Loro mi svegliano sempre, quelle piccole sanguisughe –. Si accoccolò giú a terra e si avvicinò a passettini al bordo del letto. – Papà, papà, svegliati, papà. Ti ho portato il giornale della domenica. Indovina, Jackie Kennedy sta per avere un figlio.
– Sei crudele, – fece Angela, continuando accuratamente a spogliarsi, scostando invisibili ostacoli con le mani. Aprí la porta dell’armadio per nascondersi agli occhi del marito. La sua voce si fece sentire: – Freddy pensa anche un’altra cosa, pensa che i figli ne soffrono.
– Di che?
– Della nostra vita mondana.
– Be’, io devo avere una vita mondana, visto che non vuoi darmi una vita sessuale.
– Se pensi che sia questa la via per giungere al cuore di una donna, hai ancora molto da imparare.
Piet odiava quel suo tono, gli ricordava gli anni in cui, prima di conoscerlo, insegnava ai bambini. Le chiese: – Ma perché mai i figli non dovrebbero soffrire? Tocca anche a loro soffrire, altrimenti come imparano a essere buoni? – Era infatti sicuro che in materia di sofferenza ne sapeva piú di lei e che senza di lui Angela avrebbe cresciuto le loro due figlie come era stata cresciuta lei: in un mondo che non esisteva.
Lei era decisa a rispondergli in tono serio, finché la sua pazienza non avesse placato l’umore scorbutico del marito. – Questa sarebbe già una sofferenza positiva, – disse. – Noi invece li trascuriamo in maniera cosí sottile che loro nemmeno se ne accorgono. Non siamo ossessivi, siamo evasivi. Prendi Frankie Appleby, per esempio, è un ragazzo intelligente ma lo stanno rovinando, lo hanno fatto diventare la pezza da piedi di quel Jonathan piccolo-Smith, perché i suoi genitori stanno sempre insieme.
– Al diavolo! Il vero motivo per cui tutti noi viviamo in questa stupida città di provincia sono proprio i figli.
– Però chi si diverte siamo noi e non loro. I figli ce li trasciniamo dietro e basta. Quest’inverno, per esempio, non si sono mica divertiti in tutte quelle gite in montagna a sciare e far la fila, tremanti di freddo, per la seg...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Coppie
  4. 1. Benvenuti a Tarbox
  5. 2. Gli Applesmith e altri giochi
  6. 3. Ghiaccio sottile
  7. 4. Scoperta
  8. 5. È primavera di nuovo
  9. Nota
  10. Il libro
  11. L’autore
  12. Dello stesso autore
  13. Copyright