Arsenale di Roma distrutta
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Arsenale di Roma distrutta

  1. 120 pagine
  2. Italian
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Arsenale di Roma distrutta

Informazioni su questo libro

Roma è stata mille Anna Magnani. Una di quelle donne che urlavano quando Monzón picchiava Benvenuti. La madre dei ragazzini del Bambin Gesú, di quando la luce di Monte Mario calava dentro l'Olimpico di Chinaglia, di Ciccio Cordova, di Bruno Giordano e di Totti. Gloria e struggimento. La Roma delle verduraie, dei pizzicagnoli con la brillantina e lo zinale immacolato. Di quando ci si baciava dentro la Cinquecento o si faceva l'amore nei parcheggi. Del sesso di Pasolini che, nello scatto di Dino Pedriali, sopravvive alla sua morte. Dei testacoda sulla Nomentana. Quella Roma, che oggi sembra sepolta nella distruzione, prepara invece in questo romanzo la riscossa per battere il mondo infame. Una sghemba autobiografia topografica, dove memorie personali e racconti di personaggi tanto veri da sembrare romanzeschi si intrecciano alle mutazioni di una città scintillante e livida, plebea e maestosa, madre e meretrice, pura e criminale, sempre oscena, che da millenni si allena ogni giorno al «gioco dell'immortalità». Roma era una visione. Roma è sempre una visione quando decide di fermarsi smemorata. Di assentarsi dal mondo. Di cancellare il suo stesso passato. Roma è la meraviglia quando emerge dal nulla. È un maschio-femmina nudo; enorme e invisibile; un remoto console che si apposta concentrato con il gladio in mano. Roma è una specie di fotogramma che cattura l'eternità.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2018
eBook ISBN
9788858428313
Print ISBN
9788806234614

Biancaneve di eroina vestita

Partimmo dallo Shangri-La, dove eravamo stati a cena. Trabacchi veniva da Ostia. Io stavo con Stefano Petrilli, che faceva il parrucchiere alla Balduina, il Delinquente e due suoi amici ciccioni che volevano per forza andare a scopare a viale Castro Pretorio. Ormai era la notte del 17 febbraio 1977. A noi, della politica, non ce ne fregava niente. Eravamo sicuri di essere avanti. Solo la ribellione e la vita ci interessavano. Due anni che conoscevo Massimo Trabacchi e solo all’Eur seppi che aveva fatto il carabiniere fino a un mese prima. Ora l’avevano radiato dall’Arma perché durante il servizio si arrangiava a fare rapine vestito da carabiniere. Venni a sapere che quando mi faceva custodire la pistola era ancora un carabiniere.
Arrivammo alla stazione Termini ubriachi e strafatti di Nepalese. Ero il piú giovane ma, finalmente, avevo patente e libretto di una Porsche Targa usata. Guidavo lucido anche se con Stefano avevamo bevuto piú di tutti.
Dal finestrino Trabacchi mi urla di andare a Castro Pretorio, allora svolto e in pochi minuti sono sul viale. Ci sono i focheracci accesi delle mignotte. Mi fermo al primo. Dietro ho Massimo con il Delinquente e i Ciccioncelli – cosí li chiamavano.
I ciccioni, sembra uno scherzo ma è verità, tirano fuori dalla patta il membro, che pare un tappo di sughero, Massimo e il Delinquente li seguono. Riesco a malapena a intuire chi si è infilato con due battone nell’alberghetto all’angolo. Mi tornano in mente via Palestro, via Goito, via Montebello, via Volturno: la mia estate da barista al Caffè Tazza d’Oro. Accanto a me Stefano dorme. Mi viene da vomitare. Esco dall’auto. Non vomito. Devo pisciare. Incomincio a cercare un posto per svuotare la vescica, oppure voglio solo camminare per stare al freddo. Va a finire che mi ritrovo contro i cancelli dell’Università. Allora piscio. Mentre mi rilasso, l’urina color ottone che scorre forte, noto che le pietre dell’ingresso sono annerite come se ci avessero acceso dei fuochi. Per un attimo penso che anche là battono. Invece il nerume si alza in alto.
L’indomani seppi che al mattino sul piazzale dell’Università avevano tirato i sampietrini al sindacalista Luciano Lama. Gli avevano devastato il camion sul quale cercava di parlare agli studenti. Dunque, da quel momento, erano scoppiati scontri molto duri a colpi di lacrimogeni e bombe molotov. Per Roma, il 17 febbraio del 1977 fu un giorno di non ritorno. Dopo un mese esatto in città non si trovava un grammo di hashish. Magari beccavi della merda di marijuana coltivata per quattrocento lire al grammo. Vaffanculo. Nepalese e Pakistano neppure l’ombra, e nemmeno una stecca di quella zozzeria per zecche che era il Libanese. Le strade di Roma, dopo il 17 febbraio, ricordavano La nevicata del ’56. Ma stavolta non si trattava di neve. Le strade e le piazze si imbiancarono di eroina. Solo eroina. Sempre e per sempre eroina. Dopo un anno o due incominciarono a morire grappoli di ragazzi. Andò cosí. Quando morí il Gigante mi venne da scrivere una roba. L’ho messa da parte per un sacco di anni. La rileggo adesso.
Biancaneve di bianco vestita
scorre a nuvole di farina
con pugnali aghi lacci cucchiaini
e accendini.
La Biancaneve che si fa leccare
le vene e punta l’ago eretto
non di sesso ma proprio di lancia
come le scarpe delle ballerine.
Mia dolce invocata eroina,
madonnina santissima
che sbraiti nelle orecchie
da San Basilio alla Tuscolana,
da Acilia alla Magliana,
da Trastevere all’Anagnina…
Magnifica stella tatuata
dai nani dello spaccio
che non si fanno doccia né bidè.
Stella a forma di Eroina
bianca vestita come nuvole
sfregiate da coltelli e arrotini.
Di sposa vestita con strascico lungo
di notte bianco e piú bianco
di stellina marina: da Ostia a Anzio.
Scopami il sangue!
Spacca le reni!
Sbriciola i denti!
Imbianca di cisti il fegato!
Anzi, con gli organi prepara
un dolce gustoso
e fammi sputare il cibo prelibato
per banchettare sul cadavere.
Lo vedete l’ago come schizza?
Lo vedi l’ago che capoccia perfetta ha?
Lo noti che sperma puro
ha nel corpo Biancaneve?
Biancaneve adorata,
il cielo lo desidero bianco
non lo voglio azzurro.
L’azzurro mi fa schifo.
Nel 1977 tornai spesso a piazza Bologna. Da quelle parti aveva lo studio mia cugina, la figlia di un’altra sorella di mia madre con la quale avevo vissuto da ragazzino a via Durazzo, proprio di fronte a via Teulada e agli studi della Rai. Con questa cugina andavo in una discoteca di Monte Mario, dove si sentivano strepitare i tifosi dell’Olimpico. Andando a piazza Bologna mi ricordai che proprio dieci anni prima della nevicata di eroina a Roma, il 17 febbraio del 1967, proprio io, sí, io, stando a casa della zia e andando a gironzolare per il quartiere, udii una serie di spari. Non immaginavo che provenissero dalla Tiburtina. Il suono era nitido. Un timbro perfetto. Si trattava della banda Cimino.
La scena l’aveva osservata la signora Angela Fiorentini che, su un taxi, caso volle si trovasse in via Gatteschi nel momento in cui i banditi erano in azione. Fu lei infatti a inchiodare lo «smilzo», riconosciuto da una foto segnaletica.
Sul luogo del duplice omicidio l’aveva visto con baffi e occhiali ma, con l’indice puntato sulla foto che le misero sotto il naso alla questura, non ebbe dubbi a confermare che quell’uomo con il naso camuso era lo stesso di via Gatteschi.
La signora Fiorentini era una milanese decisa e onesta che ebbe un destino tragico, chissà se si trattò della conseguenza del trauma subito alla vista del massacro dei due giovani fratelli? Ad ogni modo, prima del dibattimento, si suicidò.
Il massacro dei gioiellieri passò alla storia del crimine perché fu il primo commesso dalla malavita romana a scopo di rapina. Non era mai accaduto fino ad allora.
Leonardo Cimino quella sera non era solo. Gli facevano compagnia Franco Torreggiani, Francesco Mangiavillano e Mario Loria. Fu Torreggiani che in seguito si pentí e raccontò come si erano svolti con esattezza i fatti. Ma quando il «miope» Torreggiani incominciò a collaborare non si rendeva conto che quelle esecuzioni avevano azzerato ogni codice di comportamento della malavita, dando il la a un crescendo di atti criminali che fecero diventare Roma, negli anni seguenti, la regina dei morti ammazzati, delle estorsioni, dei rapimenti, dello spaccio degli stupefacenti.
I malviventi avevano studiato il colpo nei minimi particolari. Uno di loro doveva rimanere a bordo della Giulia rubata, con il motore acceso, mentre gli altri avrebbero scippato i gioiellieri. Ma uno dei malfattori fu il primo ladro, nella storia della delinquenza romana, che si portò dietro una pistola; e la pistola era nelle tasche di Cimino il quale, già ricercato dalla polizia per una rapina allo stabilimento della San Pellegrino sulla via Salaria, per non farsi riconoscere si era fatto crescere i baffi e aveva indossato un paio di occhiali come Torreggiani, che era miope davvero. Cosí anche Mangiavillano e Loria decisero di inforcare gli occhiali in una specie di sequenza da travestimento «seriale», che diventerà comune e abusata nei film e nelle fiction nei decenni che verranno.
Dunque tutto era pronto. Però poco prima di agire la banda si accorse che quella sera non erano il padre e un solo figlio a portare i gioielli, bensí i due figli: agili e giovani. Un perfetto intreccio del destino stava per incidere una delle ferite piú lancinanti negli anni del boom e della vitalità: giovani e selvaggi banditi contro giovani e scattanti bravi ragazzi.
Pioveva una processione di gocce. In quella zona della città non vivevano commercianti ricchi.
Da via Lanciani i vecchi palazzetti della Tiburtina sono a due passi. Anche piazza Bologna, che da quel punto è a un tiro, nel 1967 sembrava un catafalco marmoreo; oltre, Roma si faceva subito buia, aprendosi alle campagne che si andavano edificando al di qua e al di là del Grande Raccordo Anulare. Anche in via Gatteschi era quasi buio: per la serata invernale e per i lampioni che emanavano una luce fioca.
La Giulia fu parcheggiata nel punto prestabilito. Due banditi scesero e incominciarono a passeggiare per non dare nell’occhio. Uno era smilzo, e quando non era travestito come ora con baffi e occhiali rassomigliava a Don Backy. L’altro delinquente era miope dalla nascita, dunque gli occhiali doveva indossarli per forza, altrimenti non avrebbe distinto una gru di ferro da un’Ape. Portava un camiciotto di cotone blu come quello che usavano gli idraulici o i commessi dei ferramenta. Questo giovane era Franco Torreggiani e in quel momento, a quell’ora e in quel luogo, piú di ogni altro in Italia, si trovava fuori posto. Infatti era un militare in servizio di leva. Si sarebbe dovuto trovare in caserma, o con gli altri commilitoni in libera uscita; certo non nei panni di un bandito. Ma il soldato Franco non era rientrato alla sua compagnia dopo la licenza: aveva disertato. Dunque ora era un disertore che si era unito a Cimino senza sapere con esattezza il perché.
Sta arrivando la Simca con i fratelli Menegazzo. Guida Gabriele. Fatto curioso: i ragazzi ascoltano Poesia di Don Backy.
I Menegazzo sono lavoratori seri e onesti. Hanno imparato dai genitori. Non sono fidanzati. Aspettano il grande amore. Vogliono sposarsi, mettere su famiglia, avere dei figli e continuare con il lavoro di papà che, nel frattempo, già è a casa comodo in pigiama e in pantofole mentre sua moglie prepara la cena. La mamma dei ragazzi sta cucinando un bel sugo, perché un piatto di pasta, spolverato di parmigiano, è proprio quello che ci vuole.
La Simca avanza lenta come se Gabriele e Silvano prima di scendere volessero finire di ascoltare Don Backy. Poi l’auto viene parcheggiata a pettine, con la parte posteriore verso via Lanciani. Questi minuti valgono molti destini.
La pioggerellina che cade è trasparente. L’oscurità si è infittita. I lampioni hanno bisogno di piú forza per bucare quello slargo di vite che nessun pittore dell’avanguardia romana dipingerà. Infatti, quel quadro di strada avrebbe potuto dipingerlo solo Allan D’Arcangelo. Eppure siamo dentro i Sessanta; dunque un frammento di quella realtà l’avrebbe potuta catturare Mario Schifano, magari emulsionando un lampione. Anzi, Mario Schifano avrebbe stampato su tela un cuore elettrizzato da un sangue rosso sparato dalla pistola. Ma ecco che la Giulia, guidata da Mangiavillano, si muove; e anche Torreggiani e Cimino si dirigono verso la Simca.
I gioiellieri sono scesi; hanno aperto il cofano e depositato a terra una valigia. L’altra borsa, quella che secondo i calcoli della banda contiene merci preziose e denaro, è stretta dalla mano destra di Silvano. È a questo punto che Torreggiani si butta sulla borsa mentre Cimino si avventa sulla valigia che sta per essere afferrata da Gabriele. Ma i banditi, alla vista del bottino, forse hanno creduto che si trattasse di un gioco da ragazzi; come nel gioco del «rubabandiera»: zac, ho afferrato lo straccio e me ne sono scappato via. Chissà se l’uno con l’altro si sono spintonati nella fretta? Invece è probabile che la supponenza gli abbia fatto pensare di essere piú agili e svelti dei fratelli. Forse è bastato un solo grammo di superbia per fargli scivolare la presa; oppure, senza armi in tasca, i gioiellieri erano assai abili, molto piú veloci dei ladri, anche se impreparati e di spalle rispetto agli aggressori.
Ne venne fuori una scaramuccia grottesca ma tragica, fatta di urla, di tira e molla, di pugni e calci. Sembrava una baruffa fuori da uno dei tanti bar, perché i giocatori di carte non si mettevano d’accordo su chi doveva pagare «la cassa».
La zuffa richiamò diversa gente. Si formarono dei capannelli. I litiganti si erano tirati per le giacchette e si erano mandati a quel paese. Ma i cazzotti facevano cilecca, ancora non raggiungevano il bersaglio. Si fermò anche un taxi, e molti si affacciarono dalle finestre e dai balconi, tra cui i genitori dei Menegazzo. Pioveva, ormai era buio; i lampioni, con la poca luce, cercavano di illuminare quello che era possibile.
Un pugno fece volare gli occhiali a Torreggiani. La montatura degli occhiali fu calpestata e presa distrattamente a calci. Le lenti crep...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Arsenale di Roma distrutta
  4. Luce dammi la luce
  5. Il grido di battaglia
  6. Er Garibadino n. 0 e Renatino De Pedis
  7. L’adorato Bambin Gesú
  8. Le Signorine
  9. Criminali e artisti
  10. Il cazzo di Pasolini
  11. Biancaneve di eroina vestita
  12. Bruno Giordano e Francesco Totti
  13. Underground
  14. Gli squartati
  15. Stanno per aprire le gabbie
  16. Gli animali dello zoo hanno aperto le gabbie
  17. Ebreo
  18. Roma ha fatto tutto quello che ha fatto il Resto del Mondo, ma il Resto del Mondo non ha fatto quello che ha fatto Roma
  19. Il libro
  20. L’autore
  21. Copyright