E maschio fu. Andrea.
Bello, come possono esserlo i neonati che escono stropicciati e furibondi dal ventre materno, bello e in carne, tre chili e due etti di carne e ossa, braccia e gambe pienotte, un bambino che appagava le piú ottimistiche aspettative. Vitale, soprattutto, come testimoniavano gli alti strilli con cui rese nota la sua presenza al mondo, costituito in quel momento dai presenti nella stanza, cioè la puerpera, la levatrice Angelina e il dottor Anfossi.
Il padre intanto misurava a passi nervosi il perimetro del giardinetto della villa, in preda ad ansie di svariate origini, e non avendo un dio a cui raccomandarsi cercava di ingannare l’attesa accendendo una sigaretta dopo l’altra. (Del resto, a quell’epoca, il tabacco non faceva ancora male).
Quando il bambino nacque l’Ingegnere aveva quarant’anni, sua moglie Esther, la Signora, trentaquattro, e Rosanna diciannove.
Era il giugno del 1948: il clima politico arroventato, le ferite della guerra non ancora rimarginate, il piano Marshall ai suoi inizi, l’indigenza diffusa. I pacchi dono dell’UNRRA rivelavano paradisi sconosciuti (farina d’uova, latte condensato, sigarette americane) insieme con scampoli trapezoidali di tessuti sintetici, pelli mal conciate, medicinali di cui i destinatari non erano in grado di leggere le istruzioni. Ma a riceverli erano in pochi, il grosso finiva in mano non tanto di piccoli malavitosi borsaneristi, quanto della criminalità organizzata, la cui esistenza sarebbe stata negata dalle piú alte cariche dello Stato per i decenni a venire.
Tuttavia, ciò che in quegli anni aveva angustiato la Signora e soprattutto l’Ingegnere non era certo l’indigenza, ma la mancanza di un erede, maschio o femmina che fosse, preferibilmente maschio, però.
Il dottor Anfossi, lasciati madre e infante alle cure della levatrice, raggiunse il padre e gli diede la lieta novella.
– Maschio e in perfetta salute.
– E… lei?
– Sta bene, nessuna complicazione. Domani andrai a denunciare la nascita, insieme ad Angelina. Contento?
L’Ingegnere annuí, spense il mozzicone calpestandolo e mentre il grumo di preoccupazioni che gli faceva peso sul cuore andava lentamente sciogliendosi, abbracciò l’amico.
– Grazie di tutto, Giovanni.
I due uomini si conoscevano sin dall’infanzia, si stimavano e si volevano bene. Come fratelli, piú che fratelli, perché non c’erano di mezzo genitori e parenti a ingombrare il rapporto. Avevano frequentato insieme la scuola elementare nel paesone dove erano nati, avevano proseguito gli studi in collegio a Torino, si erano divisi sulla scelta dell’università, ma si ritrovavano ogni sera nella pensione che li ospitava. Ogni due o tre settimane un paio di giorni a casa, perché sebbene la vita torinese fosse congeniale alla loro curiosità e irrequietezza giovanile, avvertivano entrambi il senso di appartenenza a quel loro paese che aspirava a diventare piccola città: la via maestra con i portici e i negozi belli, la piazza del municipio, i due cinema Roma e Rex, la torre civica, i giardinetti con la fontana, le bambine che erano diventate ragazze, il bar Centrale da dove guardarle ed essere guardati. «Un paese ci vuole» avrebbe scritto anni dopo Pavese, dando voce a un bisogno sentimentale proprio della sua generazione e di quella successiva. Poi tutto sarebbe cambiato, una specie di mutazione antropologica.
Entrarono in casa, salirono al primo piano. Il bambino era stato lavato e fasciato stretto dalle ascelle in giú ma con le braccia libere, una semi-mummietta col viso ancora rosso di fatica e disappunto, sgomento per essere maneggiato e rivoltato, le manine annaspanti nell’aria. Le manine: prima che di suo figlio tutt’intero l’Ingegnere si innamorò di quelle unghie e dita e palmi in formato ridotto tra il bianco e il rosa. Ne prese delicatamente una, se la portò alle labbra per baciarla e il bambino reagí con mugolio di scontento o sorpresa.
– È bellissimo! – disse commosso.
Poi si avvcinò al letto della madre e le accarezzò piano i capelli umidi di sudore.
Quache ora piú tardi, Esther dopo avere osservato a lungo il piccolo, che al termine della prima poppata si era addormentato placido ed esausto, sorridendo asserí in un sussurro:
– Nostro figlio.
L’Ingegnere annuí: amava troppo sua moglie per chiedersi cosa ci fosse dietro al sussurro e al sorriso.
Quella moglie mai accettata dalla suocera, osteggiata sempre. Taciturna, chiusa in sé, avulsa da tutte le abitudini della vita di provincia. Che non frequentasse la messa grande della domenica, che non ci fosse nessun indizio della sua fede nella casa coniugale, che non permettesse al parroco di benedirla a Pasqua era già sgradevole, ma comunque comprensibile, dal momento che era ebrea, come denunciato da nome e cognome – Esther Ehrenfeld –, ma la cosa davvero intollerabile era quella perenne aria da straniera e cosmopolita, insieme ai suoi interessi privati che la portavano spesso a Torino, alla negligenza nelle faccende domestiche, alle lunghe ore chiusa nel suo studio. L’unica fortuna: che fosse ricca, anche se con gusti inaccettabili su tutto, arredamento della casa compreso. E Riccardo, suo figlio Riccardo, stravedeva per lei, e aveva voluto sposarla, ad appena quattro mesi dalla morte del padre, in periodo di lutto e non in paese, ma in Svizzera, un vero scandalo, e ogni volta che ci pensava Tina Olivero non ce la faceva a trattenere una smorfia amara, con le labbra strette e piegate all’ingiú, non riuscendo a capire lo smarrimento di lei nel trovarsi immersa in un ambiente chiuso e provinciale.
Esther, da parte sua, dopo qualche mese passato a sistemare mobili suppellettili libri e il resto del bagaglio, dopo avere adattato le stanze della casa a bisogni e abitudini propri e del marito, dopo aver studiato come ridare vita e ordine al giardino inselvatichito, si era chiesta in che modo avrebbe potuto riorganizzare la propria vita senza cadere nel vittimismo della sradicata. Le erano tornate in mente le radici di cui aveva scritto suo padre nell’ultima lettera, l’ebraismo che nell’adolescenza e nella prima gioventú aveva disinvoltamente ignorato ma che negli anni successivi era entrato di prepotenza nel destino della famiglia: occuparsi ora di quella che sentiva «la sua gente», sia pure in senso laicamente inteso, le parve l’opportunità migliore.
Rosanna appoggia sul piano del lavabo la conchiglia protettiva, si libera della benda sull’occhio destro, si guarda allo specchio.
– Ci vedi bene? – s’informa Esther dalla porta del bagno.
– Era meglio se non mi facevo operare.
– Perché?
– Vedo troppo. Rughe, macerie, devastazione. Invecchiata dieci anni in tre giorni.
– Ma se sei identica a tre giorni fa…
– Per te, non per me. Lo specchio ha smesso di essere gentile e mi rimanda l’immagine di una vecchia.
– No, di una bella donna di mezz’età.
La bellezza era l’unica mia dote, pensa Rosanna indugiando allo specchio, dote che ha deciso della mia vita.
– Malumore mattutino o rimpianti? – la incalza Esther.
– Nessun rimpianto, solo una curiosità, stupida e inutile. Se non fossi stata bella, che vita avrei potuto avere?
– Non lo so. Ma a un certo punto, in qualunque altra vita, ti saresti fatta la stessa domanda.
Il cavalier Oddone Olivero era stato benvoluto in paese: gioviale, affabile, non un padrone dalle belle braghe bianche, ma uno che trattava con un certo rispetto i dipendenti e li pagava il giusto, che li ascoltava se avevano rimostranze, che nei momenti piú duri del razionamento aveva fatto pervenire sottobanco dei pacchi viveri alle vedove dei suoi operai morti in guerra, e guai se il fascistissimo podestà fosse venuto a saperlo, ché il riso e la farina erano prodotti sottratti all’ammasso.
Proprietario terriero, il Cavaliere, di risaie soprattutto, di un cementificio e di una fabbrica di componentistica auto (che allo scoppio della guerra aveva adattato macchinari e produzione per le esigenze belliche): insomma se non il piú ricco, certo tra i maggiorenti del paese. Perché si fosse preso per moglie quella smorbia della Tina era presto detto: Tina era davvero bellissima. Bellissima e smorbia. Però, a onor del vero, bisognava riconoscere che una volta sposata agli uomini non aveva piú dato confidenza, che non ostentava spatuss, cioè pompa o lusso sfrontato, e che le due serventi di casa mangiavano a sazietà.
Il Cavaliere però, se avesse fatto in tempo a conoscerla, alla nuora si sarebbe non solo affezionato, ma avrebbe quasi invidiato il figlio che aveva saputo fare una scelta migliore della sua.
Al ritorno dalle suore dove era andata a ricamare il corredo di una futura sposa torinese, Rosanna fu accolta dalla madre con uno schiaffo che le stampò sul viso l’impronta delle cinque dita. Non ne chiese il motivo, lo sapeva, dal momento che certe occhiate eloquenti (delle donne soprattutto, perché di uomini ne erano rimasti pochi) le avevano fatto capire che il suo peccato era stato rivelato. Il silenzio ostile delle suore, poi: come se avesse irrimediabilmente sconciato un lenzuolo o una tovaglia di finissimo bisso.
Si impose di non piangere, piangeva già sua madre, abbandonata su una sedia, dopo lo sfogo dello schiaffo.
– Come lo dico a tuo padre quando torna? e a tuo fratello? come faccio a dirglielo…
Rosanna non rispose e per la prima volta lasciò che una considerazione cinica affiorasse al livello della consapevolezza: se suo padre non tornava, non era una gran perdita, anzi. Ubriaco perso almeno una volta alla settimana, pronto a riempire di botte la moglie o chi gli capitava a tiro, qualche volta a slacciarsi la cinghia e a farla sibilare su spalle schiene e gambe, soldi a casa pochi, pretese tante. Anche se ufficialmente le valorose truppe dell’Asse passavano di successo in successo, annientavano le difese nemiche eccetera eccetera, si sapeva che in Russia la ritirata era stata tragica, in pochi ce l’avevano fatta a tornare, e suo padre non era tra questi. Disperso, prigioniero forse, chissà.
In quanto ad Alfredo, lui dopo l’8 settembre aveva fiutato il pericolo ed era scomparso, diciotto anni quasi diciannove, insieme ad altri cinque ragazzi del paese, imboscati o partigiani. Se gli andava bene – e lei lo sperava –, suo fratello sarebbe tornato cambiato, avrebbe guardato il mondo con altri occhi, e se ne sarebbe infischiato dei pettegolezzi e delle maldicenze su di lei. Dov’era adesso, nascosto in un fienile di cascina o in montagna con un mitra a tracolla?
– Non piangere, mamma, non sono morta né malata, – la confortò porgendole un bicchiere d’acqua.
– Ma se…
– Tranquilla, le mie cose mi sono venute stanotte, non sono incinta.
La madre si permise un sospiro di sollievo.
– Mi raccomando, facciamo finta di niente con Emilio, non deve saperlo, almeno lui.
– Figurati se a scuola i compagni non gliel’hanno già detto… mi dispiace per lui, povero bambino.
–...