Il presagio
eBook - ePub

Il presagio

  1. 336 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Ellen, una vecchia amica, dà una festa, e Johanne Vik accetta di aiutarla nei preparativi. Quando però arriva a villa Mohr, viene accolta da una scena devastante: Sander, il figlio di Ellen e suo marito Jon, è caduto da una scala ed è morto. Un momento di disattenzione da parte dei genitori, una tragica fatalità? Henrik Holme, poliziotto neodiplomato a cui viene affidato il caso mentre tutti i colleghi si dedicano a una serie di attentati, non ci crede: negli anni, il piccolo Sander aveva accumulato un po' troppi «incidenti domestici», anche per un bambino vivace come lui. Neppure Johanne, di fronte alle reticenze e alle contraddizioni dei Mohr, crede del tutto alla disgrazia; e insieme al giovane agente si mette a caccia della verità. In uno dei suoi romanzi piú tesi, Anne Holt dipinge il ritratto dolente di una violenza che non risparmia nessuno e punisce tutti, anche gli innocenti. «Vivido, insolito e persuasivo. Holt scrive con la padronanza che abbiamo imparato ad aspettarci dai migliori autori scandinavi».
The Times Uno pensa di avere il controllo su tutto ciò che è pericoloso. Installa ogni tipo di aggeggio per garantire l'incolumità dei bambini, mette lucchetti e monta cancelli, gli impone l'uso del casco e gli allaccia le cinture di sicurezza e via dicendo. Poi si gira per un paio di minuti e... una scala pieghevole. Una stupida scala pieghevole.

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
Print ISBN
9788806226145
eBook ISBN
9788858426982

Capitolo 1

Il bambino era disteso sulle ginocchia della madre, come se stesse dormendo. Era troppo grande per lei: un torello di otto anni dai capelli biondi riverso sulle cosce magre della donna, che con un braccio lo sorreggeva per la vita e con l’altro gli teneva il capo sollevato.
– No, – disse la madre con voce flebile. – No. No. No.
Nascosto dal sangue coagulato, l’occhio sinistro del bimbo era tumefatto.
– No, – ripeté.
Lentamente la donna sollevò il viso verso il soffitto mentre inspirava a fondo.
No!
L’urlo lancinante riempí di colpo la camera, con una tale violenza che il padre arretrò di un passo e si nascose la testa fra le mani con gesto plateale, che rimarcò girandosi verso la parete e iniziando a sbattere ritmicamente la fronte contro la tappezzeria chiara.
– Dovevo fare piú attenzione, – gemette.
Tum. Tum.
– È colpa mia. È tutta colpa mia. Fare piú attenzione. Fare sempre attenzione.
Tum. Tum. Tum.
No, – urlò di nuovo la madre.
L’uomo si girò verso di lei.
La bava gli colava dalla bocca. Perdeva sangue da una narice, ma non sembrava neppure accorgersene. Lasciò cadere le braccia lungo i fianchi. Tutta la sua figura rimpicciolí dentro il vestito estivo grigio chiaro: parve quasi avvizzire mentre se ne stava lí in piedi con il sangue che gli inzuppava la cravatta rossa.
La madre chinò la testa verso il volto contuso del figlio, tentò di avvicinare il braccio sinistro del piccolo al corpo. Impossibile. Era rotto, apparentemente all’altezza del gomito.
Sul pavimento c’era una scarpa da ginnastica.
L’altra, in bilico sul piede del bambino, oscillava appesa alle dita: era blu, sporca e sarebbe caduta per terra da un momento all’altro.
Numero 37 o giú di lí, pensò Johanne Vik.
Otto anni e i piedi lunghi per la sua età. Le calze lise sul tallone e in punta.
– No, – continuava a mormorare la madre.
«Che cosa è successo?» avrebbe desiderato chiedere Johanne: era sulla soglia e cercava di capire ciò che stava vedendo.
Ma la voce si rifiutava.
Con uno sforzo riempí la bocca di saliva, schioccò le labbra e deglutí mentre avvertiva una debole vibrazione sotto i piedi. Una scossa in lontananza, come quella di un terremoto. Soltanto per un attimo, poi tutto ritornò immobile.
Anche la madre era rimasta in silenzio.
– Che cosa è successo? – riuscí a pronunciare Johanne alla fine.
– Non ho fatto attenzione, – riprese il padre alzando fiaccamente la mano verso la scala che si trovava al centro di quel soggiorno spazioso.
– Non hai fatto attenzione, – ripeté la madre in modo meccanico, con lo sguardo fisso sui capelli intrisi di sangue del figlio.
– Siete sicuri che sia…
Johanne fece un passo verso il divano.
– Non toccarlo! – strillò la madre disperata. – Non toccare il mio bambino!
– Siamo sicuri, – confermò il marito.
– Allora credo… – cominciò lei.
Non doveva credere a niente. Non doveva credere affatto. Doveva limitarsi a osservare: la scala sotto il soffitto senza lampadari, senza ganci, nulla che andasse raddrizzato né aggiustato; una scala di quelle pieghevoli, alta, fuori posto, dentro un soggiorno grande, ordinato e arredato con stile dove il tavolo da pranzo all’altra estremità della stanza era apparecchiato a festa. Fiori dappertutto. Fiori di campo e rose di giardino dentro vasi di vetro uguali, e sulla tavola piccoli bouquet posti accanto a ogni piatto. Dalle finestre panoramiche si vedeva una coltre bassa e uniforme di nubi. In fondo in fondo, al centro di Oslo, Johanne notò una colonna di fumo grigio, piú scuro rispetto al fiordo in lontananza.
Un soggiorno addobbato a festa.
Una torcia blu, registrò, accanto a una gamba della scala, una grossa torcia blu notte su cui era impressa l’immagine di Saetta McQueen. Alcuni vecchi pastelli a cera, consumati e sporchi.
Un bambino morto.
La torcia era accesa.
Senza sapere perché, Johanne lanciò un’occhiata furtiva all’orologio. Mostrava le 15.28 di venerdí 22 luglio 2011.
– Devo telefonare alla polizia, – disse piano.
– La polizia, – sussurrò la donna con voce afona. – Che cosa può fare la polizia per il mio bambino?
– Bisogna chiamarla, – borbottò Johanne apatica. – Penso che sia la cosa migliore.
La verità era che non sapeva come comportarsi.
Dalla porta aperta della veranda sentí in lontananza il rumore delle sirene.
Tante. Ovunque, a quanto sembrava.
Era la quarta volta che componeva il numero. Johanne non riusciva a capire come mai il 112 non avesse personale sufficiente a gestire un pacifico venerdí d’estate, quando la maggior parte dei norvegesi si stava godendo le ferie.
– Pronto intervento. Di che si tratta?
Finalmente.
– Salve. Mi chiamo Johanne Vik.
Un attimo di esitazione.
– Di che si tratta? – domandò la donna all’altro capo del filo, con voce tagliente.
– Un decesso. Un bambino di otto anni che…
– Nel Regjeringskvartalet? Dove? – La donna sembrava agitata. – Vede intorno a sé qualcuno dei soccorritori? – esclamò.
– No. Nel quartiere governativo? Io sono a Grefsen! A casa di… sono a casa di amici che…
– A Grefsen?
– Sí.
– Dove?
– Abitano in Glads vei.
– In Professor Dahls vei?
– No, quella via non è mica a Grefsen!
Johanne era scesa nel grande atrio per telefonare. In quel momento se ne pentí. I genitori non sarebbero dovuti rimanere da soli con il bambino. Non sarebbero dovuti rimanere da soli per niente. Piano piano, come se stesse facendo qualcosa di proibito, salí furtivamente la scala che portava in soggiorno mentre abbassava la voce.
– Ho detto Glads vei. G-l-a-d! Glads vei a Grefsen. Un bambino ha… qui c’è un bambino morto. Parrebbe una disgrazia, ma…
La comunicazione venne interrotta.
– Pronto? – disse Johanne.
Nessuno rispose.
Nei giorni che seguirono, Johanne ebbe spesso modo di chiedersi meravigliata come fosse riuscita a resistere e a restare in quella casa. Piú volte era stata costretta a lasciare la coppia in soggiorno da sola con il bambino morto. La nausea che l’assaliva in continuazione l’aveva costretta a ricorrere al bagno degli ospiti, raggiungibile dall’atrio. La prima volta aveva dovuto infilarsi due dita in gola fino al punto in cui la lingua diventa ruvida e dura. Poi, quasi a comando, ogni volta che si chinava sulla tazza del gabinetto vomitava bile e i resti di un pranzo veloce. Era impossibile liberarsi del sapore acido che le impastava la bocca, e il bagno non profumava piú di gelsomino.
L’uomo e la donna che avevano appena perso il loro unico figlio si erano seduti insieme sul divano. Il piccolo era ancora disteso sulle gambe della madre. Al padre era stato concesso di appoggiare un braccio sulle spalle della moglie, ma ogni volta che sollevava la mano libera per toccare il bimbo, lei urlava nuovamente:
«No!»
Erano del tutto indifferenti alla presenza di Johanne. Non le parlavano e non rispondevano piú alle sue domande. Quando era tornata in soggiorno dopo essere stata per la prima volta in bagno, l’uomo aveva già rimesso in ordine. La scala era sparita. Il sangue sul pavimento era stato lavato via. La torcia con l’immagine di Saetta McQueen non si vedeva piú, e lo stesso valeva per i pastelli a cera. Johanne per poco non si era messa a piangere quando, in modo ancora piú insistente, aveva ricordato loro che non bisognava toccare nulla fino all’arrivo della polizia. L’uomo non le aveva risposto. Non la guardava neanche. Si limitava a sedere rigido accanto alla moglie e a fissare il figlio.
Ormai era troppo tardi.
Il soggiorno era a posto e pulito come se fosse pronto ad accogliere gli ospiti di lí a qualche ora.
Se non fosse stato per il bambino morto.
– No, – mormorò la madre in modo quasi impercettibile.
Erano le quattro e dieci, e Johanne non era ancora riuscita a mettersi in contatto con la polizia.
– Yngvar, – sussurrò e compose il suo numero.
Dopo sei squilli scattò la segreteria telefonica.
– Richiamami, – borbottò lei. – Devi richiamarmi. Subito. Subito!
Si sforzò di ricordarsi il numero di casa. Non usavano praticamente piú la linea fissa. Alla fine le dita riuscirono a premere i tasti giusti.
Dopo dieci squilli senza risposta ci rinunciò.
Di colpo l’iPhone appoggiato sulla mensola del camino emise un suono forte e stridulo. Nessuna delle due persone sedute sul divano fece segno di reagire.
– È il tuo? – domandò Johanne cercando di catturare lo sguardo della donna.
– No, – mormorò lei tra i capelli del piccolo.
– Ellen, – disse Johanne mentre si dirigeva verso il camino. – Posso fare io?
Senza aspettare una risposta che tanto non sarebbe mai arrivata, afferrò il cellulare e con il pollice premette il simbolino verde sul display.
– Pronto?
– Ciao, Ellen –. Una voce di donna, che continuò affannata: – Sono Marianne. Volevo chiederti se non sarebbe il caso di annullare la festa, adesso che…
– Non sono Ellen. Sono Johanne.
– Johanne? Mi sono sbagliata… Credevo che dovessimo arrivare per le sette!
– Sí. Certo. Sono qui per… dare una mano… E poi…
– E poi è successa questa cosa terribile. E cosí ho pensato…
Johanne si premette l’indice e il pollice alla radice del naso.
– Sí, – bisbigliò, dando le spalle ai due seduti sul divano. – È terribile. Una tragedia. Ma come facevi a sapere che…
– Mia sorella è sposata con un musulmano, – continuò Marianne all’altro capo. – Due figli. Due figli con i capelli e la carnagione scuri! Come andrà a finire adesso qui, in Norvegia?
La voce si incrinò.
– Musulmano, – ripeté Johanne debolmente. – Non sono sicura di capire bene che cosa…
Marianne deglutí prima di schiarirsi la voce ed esclamare:
– Per quanto mi riguarda io non posso venire. La cosa piú giusta sarebbe cancellare tutto quanto. Ti spiace dirlo a Ellen? Non credo che la gente sia dell’umore giusto per ricordare i vecchi tempi della scu...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il presagio
  4. Capitolo 1
  5. Capitolo 2
  6. Capitolo 3
  7. Capitolo 4
  8. Capitolo 5
  9. Capitolo 6
  10. Capitolo 7
  11. Postfazione dell’autrice
  12. Il libro
  13. L’autrice
  14. Della stessa autrice
  15. Copyright