Lo sconosciuto cominciò a parlare nel cuore della notte.
O almeno cosí mi sembra di ricordare. Non ne sono piú tanto sicuro. Tutto svanisce nella fantasia della memoria, nell’illusione del ricordo.
E comunque non importa.
Mi piace pensare che lo sconosciuto cominciò a parlare nel cuore della notte del pianeta.
Eravamo su una di quelle corriere traballanti e puzzolenti che attraversano il terzo mondo, portando con sé corpi occidentali abbandonati all’umanità degli organizzatori, una clemenza che di norma non prevede né aria condizionata né puntualità, ma solo l’effettivo trasporto delle tue quattro ossa fino alla meta. Polvere, afa, sudore, una lamiera arroventata carica di esseri umani appiccicosi e storditi. Un filo di bava cola dal labbro del turista norvegese e il sole ne attraversa la saliva in controluce: farai in tempo a scattare la fotografia e pubblicarla in rete?
Quando dico «eravamo» non intendo me e lo sconosciuto, ma parlo di me e Chiara, partiti per un’odissea di due mesi in una zona che il grande attentato dell’anno prima aveva liberato dalle masse, facendo crollare il costo dei voli. Certo, insieme alle grandi comitive aveva spazzato via qualche agio. Per muoversi occorreva arrendersi a scomodità, discontinuità, contrattempi: segmenti di tempo e di spazio che bisognava cucire con pazienza. Ogni viaggio è una specie di ottovolante al buio dove è impossibile decifrare con assoluta certezza quale svolta prenderà il carrello su cui ti trovi, se a destra o a sinistra, se verso l’alto o verso il basso: cadremo, risaliremo? Un momento di apparente calma può trasformarsi all’improvviso in pura isteria, soprattutto a quelle latitudini ostili.
«Oddio, non trovo i soldi».
«Cazzo, abbiamo perso l’uscita».
«Cosa vuol dire non c’è traccia della prenotazione?»
Tutto a posto: ecco i soldi, l’uscita è lí, hanno trovato la tua mail. «All right, all right». Un terremoto devasterà anche gli antipodi ma qui una farfallina sbatte le ali con delicatezza.
Come un’onda che sale e che scende, ripetevo spesso, echeggiando il mantra di qualche guru strampalato. Era la mia definizione di viaggio, all’epoca. E quell’onda su cui ci trovavamo – uno scassato autobus pieno zeppo di turisti avventurosi – scendeva lentamente verso l’abisso di uno spaventoso ritardo. Direzione: un remoto vulcano da contemplare all’alba.
Per consigliarlo, la guida ricorreva a parole roboanti. «Visione unica al mondo». Insieme a tante altre visioni in tante altre guide, immaginavo. Ma in effetti era una montagna di fuoco scomoda da raggiungere, fuori rotta, e con un piccolo paese alla base dove si trovava solo un albergo spartano. Si dicevano mirabilie riguardo al momento in cui la prima luce colpiva il vulcano: un cono caleidoscopico, un’aurora boreale terragna e minacciosa, pinnacolo, paura, ventaglio di vertigine. It’s fucking amazing, l’aveva liquidato un turista americano.
E noi ce l’eravamo segnato. Bisognava andare: eravamo abbastanza giovani da spasimare per la bellezza.
Un paio di giorni prima c’eravamo trovati a deambulare per le strade sporche di una città di medie dimensioni – polli, vecchiette che misuravano l’eternità di una via a piccoli passi, sfaccendati con il broncio da delinquente appoggiati a motorette scassate, calura stordente, senso biblico del tempo – quando, passando con indolenza davanti a una piccola agenzia di viaggi, c’eravamo decisi a comprare un paio di biglietti per arrivare fino al paese alle pendici di questo amazing vulcano.
Be’, «agenzia di viaggi»: piú che altro un bancone senza vetrina affacciato su uno sterrato. Appoggiata lí, con aria accidiosa, c’era una ragazza ipnotizzata dal display del cellulare. C’eravamo avvicinati al bancone con aria guardinga e, nell’inglese reciprocamente stentato – il suo per ignoranza, il nostro per condiscendenza –, ci eravamo spiegati.
Due biglietti.
Per arrivare al vulcano.
Nei prossimi giorni.
In quella che sembrava una sconvolgente invasione della sua privacy, la ragazza aveva trovato la forza di prendere in mano una matita, scovare un foglio già scarabocchiato per metà e vergare su un angolo le due opzioni che si prospettavano.
– Two choice, mistah.
Il bivio delle fiabe nere.
Come un’onda che sale e che scende.
Potevamo scegliere una macchina con autista, pagare una somma ragionevole, partire con comodo, arrivare a destinazione – cosí sosteneva – intorno alle cinque del pomeriggio, andare a letto presto e svegliarci all’alba per vedere quel benedetto monte fiammeggiante. Sarebbe stata una buona idea. L’autista non era un ghiribizzo da ragazzi viziati – e noi certo non volevamo esserlo, eravamo anzi borghesi che scelgono la scomodità etica della stuoia, lo sterrato come scuola di vita prima di tornare all’ovile – ma una normalissima ipotesi in un paese dove guidare era inverosimile, vista la condizione delle strade. Si trattava di un trabiccolo con un ragazzotto volenteroso a pestare su freno e acceleratore. Perdersi mille volte, una regola. «We are lost, mistah». Un inferno come un altro, solo piú efficiente.
L’altra opzione era l’autobus. Se privato o pubblico, non era specificato: taxi e bus non erano quelli con licenza o con patente, ma quelli che decidevano di definirsi tali. Io sono il bigliettaio, io sono il tassametro. Quel tipo di viaggio comportava sempre un grado di fiducia pari a quello di rischio: sceglievi di affidarti a uno sconosciuto che di volta in volta pilotava un’auto, un furgoncino, un pick-up, una jeep, una motocicletta, una barca a motore, una canoa, un risciò a pedali o a motore, nella speranza che il tuo corpo arrivasse a destinazione come un pacco. Che arrivasse, stanco ma integro, perdendosi quel numero di volte necessario alla comprensione del mondo.
«We are lost, mistah».
«I know, everybody is».
Ad ogni modo l’autobus sarebbe partito all’alba e ci avrebbe messo qualche ora in piú.
– How many hours more?
– No terrible, – aveva risposto la ragazza svogliata, facendo la boccuccia, con lo sguardo vacuo e bellissimo che aveva ipnotizzato Paul Gauguin. – Three, four hours more.
Una cosa ragionevole. C’eravamo convinti che sarebbe andata proprio cosí. Saremmo arrivati a tarda sera, avremmo dormito meno. Ma la visione all’alba non sarebbe mancata.
D’altra parte perché dubitare di una ragazzina sveglia che mettendo da parte qualche risparmio ha aperto una dinamica agenzia di viaggi? Ci avevamo voluto credere, forse per un sussulto di tirchieria. Eravamo sempre tirati con i soldi. Papà e mamma, pur storcendo il naso davanti alla scelta della destinazione, ci avevano regalato il viaggio di laurea, ma il budget era comunque risicato.
E cosí, fatalmente, la mia mano aveva preso la matita della ragazza e aveva tracciato un tondo intorno al disegnino del pullman.
Come un’onda che sale e che scende.
Eravamo reduci da una guesthouse lurida: asciugamani itterici, cartine spermatiche del paese tracciate sulle lenzuola, animaletti che svicolavano sul pavimento nel buio, borbottii notturni nei corridoi, il volo misterioso di una falena enorme che aveva svegliato Chiara come la mano di un fantasma. In piú mancava l’acqua calda: poco male, c’era una temperatura torrida, ma non avremmo sdegnato una sistemazione appena piú confortevole, nei giorni successivi. E quindi avevamo scelto l’autobus: come in mille altre occasioni, anche future, non sapevamo di stare imboccando la strada sbagliata, analogamente a certi film horror in cui è lo spettatore e non i campeggiatori a sapere – per istinto, per saggezza narrativa – che a quel bivio qualcosa di spaventoso li attende se sbagliano. E che pure devono sbagliare. Devono consegnarsi al serial killer, al mostro, al vampiro. Allo sconosciuto.
E noi avevamo sbagliato.
Opzione due.
Il mostro che attendeva noi era meno minaccioso di uno zombi ma, proprio come quelle creature fantastiche, non l’avremmo visto arrivare prima di trovarci ormai dentro la situazione fino al collo. Troppo tardi per cambiare strada o per tornare indietro. E il babau, cioè uno spaventoso ritardo della carretta, era lí: ormai andava affrontato. E dentro quel ritardo – mostro dietro il mostro – le parole dello sconosciuto.
Ma sto correndo troppo.
Ritirati i biglietti, avevamo mangiato in una piccola tavola calda. Anch’essa, come l’improvvisata agenzia di viaggi, dava sulla pubblica via. Viaggiare in quei luoghi, pensavo con l’ingenuità dell’epoca, ti faceva tornare a quando la strada era davvero di tutti. La vita – degli uomini, degli animali, delle cose – traboccava dagli interni per rovesciarsi fuori. Se in quel momento esatto avessi dovuto indicare un simbolo della civiltà occidentale, avrei senza esitazione indicato una porta, ancora prima di un sistema fognario. Chiudere, delimitare, impedire: ecco di cos’era fatta la nostra società. Lí invece non era impossibile scorgere tra i cespugli – o addirittura sul ciglio della strada, riparato dietro uno sguardo attonito e incolpevole – un uomo accucciato intento a defecare. La strada che entra nelle stanze dove vivi. E che ne esce di continuo: al posto delle porte, tende; invece che finestre, veli. Niente uscio, niente vetrine, tutto costantemente esposto. La pupilla, il sudore, il seme, tutto estroflesso, traboccante. Il marciapiede era sempre occupato da banchetti, tavolini, carretti, superfici dove appoggiare una dama o gli scacchi, tavole dove sgranocchiare qualcosa, pentole dove friggere qualcos’altro (certe polpette fumanti, cucinate nell’olio risalente al nostro anno di nascita: come le guardavamo affascinati, terrorizzati), sedie dove ingannare il tempo guardando il Tempo, tutto quanto veniva sistemato sul marciapiede e il resto – auto, scooter, pedoni – occupava invece la carreggiata: la strada diventava un caos informe, un quadro affollatissimo di varia umanità. E cosí quella sera ce ne stavamo là seduti a un tavolino scrostato, a chiacchierare del piú e del meno, scrutando incerti il menu unticcio che recitava una litania fin troppo familiare: pollo, riso, noodles, pollo, riso, noodles, pollo, riso, noodles. Sopravvivenza di nazioni intere grazie a questi tre alimenti. Il ricordo vago di quell’intero palazzo stipato di pollame che ci aveva mostrato un tizio del posto solo qualche giorno prima. Meglio non pensarci.
«Pollo?»
«Riso?»
«Noodles?»
«We are lost, mistah. Non abbiamo ancora deciso».
Il sole calava presto, un attimo prima era lí e un attimo dopo puf, sparito, come se uno dei bighelloni locali fosse passato e avesse spento la luce. In luoghi che facevano del compromesso una carat...