Un pallido orizzonte di colline
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Un pallido orizzonte di colline

  1. 184 pagine
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Un pallido orizzonte di colline

Informazioni su questo libro

Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko, Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti maturava la sua gravidanza turbata. In questo percorso a ritroso nel tempo, Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai, mentre sua figlia affonda nell'angoscia di ricordi troppo crudi.
Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno, che suggerisce più di quanto sveli; tutto resta sospeso e irrisolto. Un romanzo dell'autore di Quel che resta del giorno, vincitore del Booker Prize nel 1990.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
eBook ISBN
9788858427590
Print ISBN
9788806199470

Parte prima

Capitolo primo

Niki, il nome che finalmente demmo alla mia seconda figlia, non è un’abbreviazione; è un compromesso al quale giunsi con suo padre. Paradossalmente, infatti, chi voleva darle un nome giapponese era lui, e io – forse per l’egoistico desiderio che non mi richiamasse il passato – insistevo per un nome inglese. Alla fine il padre accettò Niki, pensando che avesse una vaga risonanza orientale.
Niki è venuta a trovarmi quest’anno in aprile, quando i giorni erano ancora freddi e piovigginosi. Forse aveva intenzione di fermarsi piú a lungo, non so. Ma la mia casa di campagna e la pace che la circonda l’hanno resa irrequieta, e quasi subito mi accorsi che Niki era ansiosa di tornare alla sua vita di Londra. Ascoltava con insofferenza i miei dischi classici, sfogliava una rivista dopo l’altra. Il telefono squillava regolarmente, e Niki attraversava a grandi passi il tappeto, con il corpo magro stretto negli abiti aderenti, badando a chiudersi la porta alle spalle perché non ascoltassi la sua conversazione. Se n’è andata dopo cinque giorni.
Ha fatto un unico accenno a Keiko, il secondo giorno. Era una mattina grigia e ventosa, e avevamo avvicinato le poltrone alle finestre per guardare la pioggia che cadeva sul giardino.
– Ti aspettavi di vedermi? – domandò. – Al funerale, voglio dire.
– No, credo di no. In realtà non pensavo che saresti venuta.
– Sono rimasta turbata, quando l’ho saputo. Stavo per venire.
– Non mi sono mai aspettata di vederti.
– La gente non capiva che cosa avessi, – disse Niki. – Non ho detto niente a nessuno. Probabilmente ero imbarazzata. Non avrebbero capito veramente, non avrebbero capito ciò che provavo. Uno dovrebbe sentirsi vicino a una sorella, non trovi? Magari non ti piace granché, ma la senti vicina lo stesso. Però le cose non stavano cosí. In questo momento non mi ricordo nemmeno che faccia avesse.
– Sí, era un pezzo che non la vedevi.
– Me la ricordo solo come una persona che aveva il potere di rendermi sempre infelice. Ecco che cosa ricordo di lei. Però ho sofferto quando l’ho saputo.
Forse non è stata solo la quiete a risospingere mia figlia a Londra. Infatti, anche se non ne parlavamo mai a lungo, l’argomento della morte di Keiko non era mai lontano e aleggiava su di noi ogni volta che aprivamo bocca.
Keiko, diversamente da Niki, era giapponese pura, e piú di un giornale aveva subito sottolineato il fatto. Gli inglesi sono affezionati all’idea che la nostra razza abbia una propensione per il suicidio, come se qualsiasi altra spiegazione fosse superflua; solo questo infatti riferirono, che Keiko era giapponese e che si era impiccata nella sua stanza.
La sera di quello stesso giorno, mentre in piedi davanti alla finestra guardavo fuori nell’oscurità, udii Niki alle mie spalle dire: – A che cosa stai pensando, mamma? – Era seduta di sbieco sul divano, con un libro in edizione economica in grembo.
– Pensavo a una persona. A una donna che conoscevo una volta.
– Una persona che conoscevi quando... prima di venire in Inghilterra?
– La conoscevo quando vivevo a Nagasaki, se è questo che vuoi dire –. Niki continuava a osservarmi, cosí aggiunsi: – Tanto tempo fa. Molto prima di incontrare tuo padre.
Niki parve soddisfatta e con un vago commento tornò al suo libro. Per molti aspetti Niki è una figlia affettuosa. Non era venuta semplicemente per vedere come avessi preso la notizia della morte di Keiko; era venuta a trovarmi con spirito missionario. Negli ultimi anni, infatti, si è assunta il compito di ammirare certi aspetti del mio passato; era dunque venuta, pronta a dirmi che le cose non erano cambiate, che non dovevo avere rimpianti per le mie scelte. In parole povere, per togliermi la paura di essere responsabile della morte di Keiko.
Non ho molta voglia di parlare di Keiko in questo momento, parlarne non mi consola gran che. La nomino qui solo perché Niki venne a trovarmi in aprile in quella circostanza, e perché proprio durante la sua visita mi ritornò in mente, dopo tanto tempo, Sachiko. Non ho mai conosciuto bene Sachiko. In realtà la nostra amicizia si limitò a un periodo di qualche settimana, un’estate di molti anni fa.
Il peggio ormai era passato. I soldati americani erano numerosi come sempre – perché si combatteva in Corea – ma a Nagasaki, dopo quanto era successo, quelli erano giorni di calma e di sollievo. Si respirava un’aria di cambiamento.
Mio marito e io vivevamo in una zona a est della città, non lontano, con il tram, dal centro. Accanto a noi scorreva un fiume, e qualcuno mi aveva detto che prima della guerra sulla riva sorgeva un piccolo villaggio. Poi però era caduta la bomba, e non erano rimaste che rovine carbonizzate. La ricostruzione era cominciata, e col tempo erano sorti quattro edifici di cemento, ciascuno con una quarantina di alloggi indipendenti. Dei quattro, il nostro casamento era stato costruito per ultimo, e segnava il punto in cui il programma di ricostruzione si era fermato; tra noi e il fiume c’era una distesa incolta, parecchi acri di fango secco e di fossi. Molti si lamentavano della sua insalubrità, ed effettivamente gli impianti fognari erano pessimi. Per tutto l’anno restavano crateri pieni di acqua stagnante, e nei mesi estivi le zanzare diventavano insopportabili. Di tanto in tanto si vedevano funzionari misurare a passi il terreno o scribacchiare appunti, ma i mesi passavano e non se ne faceva nulla.
Gli inquilini dei casamenti erano molto simili a noi – giovani coppie sposate, mariti con un buon impiego nelle aziende in espansione. Molti degli alloggi erano di proprietà delle aziende, che li affittavano ai dipendenti a prezzi vantaggiosi. Tutti gli alloggi erano identici, con pavimenti coperti di tatami, bagni e cucine di tipo occidentale. Erano piccoli e piuttosto difficili da mantenere freschi nei mesi estivi, ma nell’insieme la gente, gli affittuari, sembravano abbastanza soddisfatti. Ciò nonostante ricordo l’inconfondibile atmosfera di transitorietà, come se tutti aspettassimo il giorno in cui avremmo potuto traslocare in un posto migliore.
Una casetta di legno aveva resistito sia alle devastazioni della guerra sia ai bulldozer del governo. La vedevo dalla nostra finestra, isolata in fondo alla distesa incolta, quasi in riva al fiume. Era il tipo di casetta che si vede spesso in campagna, con il tetto di tegole che scende a sfiorare il suolo. Spesso, nei momenti vuoti, andavo alla finestra e la guardavo.
Stando all’interesse destato dall’arrivo di Sachiko, non ero l’unica che osservava la casetta. Si fece un gran parlare di due uomini che un giorno furono visti lavorare laggiú – erano o non erano operai del governo? Piú tardi circolò la notizia che una donna e la sua bimba vivevano nella casetta, e io stessa le vidi parecchie volte, mentre attraversavano il terreno pieno di buche.
Al principio dell’estate – ero ormai al terzo o quarto mese di gravidanza – vidi per la prima volta la grande macchina americana, bianca e sgangherata, ondeggiare attraverso il terreno incolto in direzione del fiume. Era pomeriggio avanzato, e il sole che tramontava dietro la casetta brillò un istante sul metallo.
Poi un pomeriggio, alla fermata del tram, udii due donne parlare della sconosciuta che era venuta a stare nella casetta abbandonata accanto al fiume. Una stava spiegando all’altra che quella mattina aveva rivolto la parola alla donna ed era stata trattata con mala grazia. La compagna concordò che la nuova arrivata era scortese – probabilmente superba. Non doveva avere meno di trent’anni, ragionarono le due, perché la figlia ne aveva almeno dieci. La prima donna disse che la sconosciuta le aveva risposto in un dialetto di Tokyo e sicuramente non era di Nagasaki. Le due donne parlarono per un po’ del suo «amico americano», poi la prima ripeté che quella mattina la sconosciuta era stata sgarbata con lei.
Non ho alcun dubbio che fra le donne con le quali vivevo allora ve ne fossero di quelle che avevano sofferto, che avevano ricordi tristi e terribili. Ma vedendole ogni giorno, tutte indaffarate con i mariti e i figli, stentavo a credere che la vita avesse riservato loro le tragedie e gli incubi della guerra. Non ebbi mai l’intenzione di passare per scortese, ma probabilmente è altrettanto vero che non mi sforzavo molto di apparire diversa. In quel periodo della mia vita, infatti, desideravo ancora essere lasciata in pace.
Fu dunque con interesse che ascoltai le due donne parlare di Sachiko. Ho un ricordo vivissimo di quel pomeriggio alla fermata del tram. Era uno dei primi giorni di sole splendente di giugno, dopo la stagione delle piogge, e tutto intorno a noi le superfici di mattoni e di cemento impregnate d’acqua stavano asciugando. Aspettavamo su un ponte della tranvia, e dall’altra parte delle rotaie, ai piedi della collina, si vedeva un grappolo di tetti, come se le case fossero rotolate giú dal pendio. Oltre le case, un po’ staccati, i nostri casamenti si rizzavano come quattro pilastri di cemento. In quel momento provai una specie di tenerezza per Sachiko, e mi parve di capire in parte la freddezza che avevo notato in lei osservandola da lontano.
Era destino che quell’estate diventassimo amiche, e che, per un breve periodo almeno, mi conquistassi la sua fiducia. Non so piú come ci conoscemmo. Ricordo che un pomeriggio vidi la sua sagoma davanti a me sul sentiero che usciva dal nostro gruppo di case. Mi affrettai, ma Sachiko continuò a camminare di buon passo. A quel punto dovevamo conos...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Parte prima
  4. Parte seconda
  5. Il libro
  6. L’autore
  7. Dello stesso autore
  8. Copyright