La fertilità sconfigge la sterilità.
Padova, Cappella degli Scrovegni. In uno dei pannelli del ciclo pittorico dedicato alla salvezza, Giotto ha rappresentato l’incontro fra sant’Anna e san Gioacchino, futuri genitori di Maria (fig. 1). Anna ha i capelli attraversati da «fili d’argento», Gioacchino ha barba e capelli bianchi. Si baciano teneramente sullo sfondo della Porta Aurea di Gerusalemme. Alle spalle di Anna, un piccolo corteo di giovani donne dai volti radiosi e dagli abiti di vari colori: bianco, rosso, verde, celeste e oro insieme. A fronteggiarlo, quasi opponendosi a esso, una donna avanti con gli anni, vestita di scuro, con il capo semivelato e l’espressione arcigna. Che cosa significa? I critici si sono interrogati a lungo sulla donna misteriosa che, con il capo parzialmente coperto da un lembo di mantello nero, guarda con aria penetrante e gelosa la giovane donna bionda vestita di bianco che avanza sorridendo. E se quella donna non fosse, come spesso si legge, la vedova che invidia l’abbraccio a lei negato, ma rappresentasse piuttosto la menopausa / infertilità sconfitta dalla miracolosa fecondità della vecchia Anna? Senza dimenticare l’ostacolo della sterilità di Gioacchino, sacerdote allontanato dal Tempio per non aver avuto figli, il quale in questa scena riceve nuova prodigiosa virilità.
Figura 1. Giotto, Incontro di Sant’Anna e San Gioacchino, affresco, 1303-5 circa.
Padova, Cappella degli Scrovegni. (Foto Gabinetto fotografico dei Musei Civici di Padova, su concessione del Comune di Padova - Assessorato alla Cultura).
Siamo di fronte a una celebrazione della riproduzione, cosí centrale nel pensiero religioso, in questo caso cristiano? Sí, certo. Una centralità dalla quale siamo oggi meno condizionati, anche se non completamente immuni. Una centralità non esente da paradossi e contraddizioni, in particolare per quanto riguarda la riproduzione femminile, e nello specifico le mestruazioni. Nel pensiero religioso dominante alle nostre latitudini, esse sono indice di fertilità quanto segnale di peccato: le mestruazioni e la fecondità di Eva portano la traccia della caduta e della maledizione divina, come spiega accuratamente il libro del Levitico nel passo in cui vengono elencati minuziosamente prescrizioni e divieti per la donna mestruata e per chi con lei entri in contatto (Lev 15,19-33), ancora osservati dagli ebrei ultraortodossi; prescrizioni e divieti ripresi dagli ammonimenti di scrittori ecclesiastici e Padri della Chiesa, da Tertulliano a Girolamo e Agostino. A lungo la donna mestruata è stata considerata impura, e la sua riduzione a tabú ha investito anche l’ambito linguistico: per evitare persino di nominarlo, quel fenomeno fisiologico viene indicato nelle varie lingue con curiose espressioni piú o meno metaforiche o eufemistiche. All’interno di tale schema di pensiero essere fertile vuol dire avere le mestruazioni, quindi essere impura. Il problema ci appare oggi di scarsa rilevanza, ma vi furono epoche nelle quali esso mise alla prova grandi menti, soprattutto quando era posto in relazione con la madre di Dio, Maria Vergine, non dea ma donna, per quanto speciale. La quale, se è stata «benedetta tra tutte le donne», avrà dovuto essere sí pura ma anche fertile, ma se era fertile doveva essere anche mestruata e allora pura non poteva esserlo. Basti sapere che nel corso del Medioevo l’appassionante questione impegnò francescani e domenicani in grandi dispute: a esse venne messo un punto fermo, a metà del XIX secolo, dal dogma dell’Immacolata Concezione, che sanciva la prerogativa della figlia di Anna e Gioacchino, Maria, di essere nata immacolata, senza macula, priva del segno del peccato originale, potendo cosí essere degna di partorire Dio. A quel punto il colore rosso, con cui venivano dipinti la tenda sotto la quale avviene l’Annunciazione e talvolta persino l’abito o il manto della Madonna, scompare per lasciare spazio al colorino azzurro cielo dell’iconografia postdogmatica, privo di riferimenti al sangue.
La menopausa: perdita o liberazione?
Comunque siano andate le cose con Maria – della quale il catechismo della Chiesa cattolica come pure le esternazioni di papi recenti ribadiscono la perpetua verginità, ma nulla dicono delle mestruazioni –, le donne sane le mestruazioni le hanno ed esse coincidono con il tempo della loro fecondità, che dura all’incirca una trentina d’anni. Il periodo di fertilità iniziato con il menarca, il primo flusso mensile, si conclude con la menopausa, quando l’apparato riproduttivo perde la sua funzione e il ciclo mestruale si dirada in modo rapsodico, per poi cessare definitivamente. Fine. Cessazione della funzione riproduttiva. È una perdita, com’è stato a lungo detto e ripetuto dalla cultura popolare e dalle ricerche cliniche? O è una liberazione, un’esperienza positiva che scioglie finalmente l’attività sessuale dalla minaccia di gravidanze e rende superfluo il ricorso alle misure contraccettive?
Le donne, oggi – si legge sui periodici, sui quotidiani, nella letteratura scientifica –, non vivono in maniera angosciante la menopausa e non ne percepiscono la connessione con l’invecchiamento: la sua presenza non incide minimamente sul sentirsi vecchie, anzi glorifica libertà, scelta e abilità in campo sessuale. Pare che le baby boomers, generazione di donne nate negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, facciano parte di una sorta di nuova progenie che, grazie all’accresciuta longevità, al coinvolgimento in attività giovanili, alla disponibilità di tecnologie anticoncezionali e ai cambiamenti strutturali e ideologici, non collega piú anzianità con infertilità, menopausa con vecchiaia. Sarà vero? Pare di sí, e se cosí fosse sarebbe proprio questo il bello della faccenda: una specie di transizione alla condizione prepuberale, quella delle bambine. Ne parleremo ancora, facendoci aiutare dall’arte e dalla letteratura.
Qui però non possiamo esimerci dal notare che negare alla menopausa, che in ogni caso rappresenta la fine della fertilità, ogni carattere di perdita è una sciocchezza e un autoinganno, per quanto se ne ribadisca la visione come esperienza sostanzialmente positiva. Nel romanzo di Laurence, assistiamo a un dialogo tra Hagar, la novantenne che concepisce la fuga da casa con la busta marrone della pensione in tasca, e la signora Steiner, ospite della casa di riposo «Fili d’argento»: dialogo che si svolge nella giornata in cui figlio e nuora portano Hagar a visitare l’ospizio in modo che inizi a conoscerlo. La protagonista chiede alla donna lí ricoverata e che ha appena incontrato: «Ci si abitua a vivere in un posto cosí?» La donna ride, una risata breve e amara.
Lei si è abituata alla vita? – dice. – Può rispondermi? Tutto arriva come una sorpresa. Hai le tue prime regole e sei stupita. «Posso avere un bambino, che roba!» Quando i bambini vengono, ti chiedi: «È mio? È uscito da me? Chi potrebbe crederlo?» Quando non puoi piú averne, che colpo. È finito tutto. Cosí presto?
È finito, sí. Finisce di colpo. L’interruzione della funzione riproduttiva nelle donne è rapida e brutale. A differenza dell’uomo che la perde gradualmente e talvolta mai del tutto,
la donna è bruscamente spogliata della sua femminilità; è ancora giovane quando perde l’attrattiva erotica e la fecondità da cui traeva, ai suoi occhi e a quelli della società, la giustificazione della sua esistenza.
Con queste parole Simone de Beauvoir illustra il fenomeno del crudele arresto della funzione riproduttiva per la donna, in età relativamente giovane. Fatto unico nel processo di senescenza il cui andamento, su tutti gli altri piani, è continuo, nella donna si produce una brusca cesura: la menopausa. Come dire che nel processo d’invecchiamento visto, secondo un immaginario diffuso, come una scala discendente, nel settore delle donne e in quello soltanto si apre, a una certa età, una botola attraverso la quale si precipita nella sterilità, per poi continuare la discesa.
«Una donna non piú mestruata suscita il nostro schifo», afferma nella sua incrollabile quanto patetica misoginia il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer; e se ancora si può salvare giovinezza senza bellezza, nella donna, bellezza senza giovinezza, conclude il nostro, risulta insopportabile. Schifo e ribrezzo suscita la donna senza mestruo anche perché quest’ultimo, nella credenza popolare, ha il vantaggio di purificare dagli umori infetti prodotti dal corpo e quindi, paradossalmente, concentra il periodo d’impurità della donna in quella fase mensile (oltre che alla quarantena post partum). L’uomo invece quella valvola di sfogo «naturale» non ce l’ha, e questo giustifica la sua altrettanto «naturale» esuberanza sessuale, rendendo l’adulterio maschile meno colpevole di quello femminile (si potrebbe dedurre che ciò porti l’uomo anche a un’impurità perenne, ma di questo nei sacri testi non c’è traccia). La donna vecchia invece, non piú mestruata e quindi priva dello spurgo mensile, conserva dentro di sé tutti gli umori e i sentimenti cattivi e diventa naturalmente tossica, amara, maligna: strega, insomma.
Riproduzione e anzianità.
Ci eravamo imposte di non lamentarci, bensí di difenderci e di difendere le donne anziane e vecchie dagli attacchi sulla loro presunta cattiveria, amarezza e maldicenza, e con questa strategia continueremo. Non senza ripetere che sarebbe riduttivo ritenere la menopausa prevalentemente una perdita: questo pensiero vale forse di piú per chi ha differito la venuta dei figli, magari desiderati ma «non subito», e vede ora sfumare la possibilità di rimanere incinta nella maniera piú semplice; o per quelle donne che hanno riposto la propria stima di sé esclusivamente nell’approvazione maschile e nel «dare un figlio» al proprio uomo, se lo desidera («dare un figlio»: ma chi inventa certe frasi e come si fa a continuare a usarle?)
Se la donna ha goduto della vita sessuale fino alla menopausa, non si vede perché non possa continuare a goderne anche nella vecchiaia, senza sentirsi depravata se avverte pulsioni sessuali. Cosí, anche se nella nostra società è difficile per una donna anziana soddisfare le proprie esigenze sessuali, le donne sane, come gli uomini sani, conservano la possibilità di godere del sesso in età avanzata, anche se non mantengono la capacità di procreare.
Cosa di cui invece si beano uomini di una certa età e con i fili d’argento, se non la pelata, che evidentemente li rendono affascinanti nei confronti di giovani donne fertili che non esitano a «dar loro un figlio»: il tutto sotto lo sguardo benevolo della società, la quale invece caninamente latra se a mettere al mondo un figlio grazie a tecniche procreative è una donna anziana. Scrive limpidamente Chiara Saraceno:
È la gravidanza di una donna che ha superato l’età fertile a sollevare interrogativi e pubblici dibattiti […] in misura infinitamente superiore della paternità di un uomo avanti negli anni. È lei a essere indicata come inadatta, egoista, irresponsabile.
Nessuno si preoccupa se il figlio rimarrà orfano in giovane età, quando è l’anziano a farsi o rifarsi una vita e a mettere al mondo un bebè. Insomma, la gravidanza della donna vecchia è decisamente problematica, a meno che non sia frutto di un miracolo divino come quella di sant’Anna o quella ancor piú sbalorditiva di Sara, che «partorí ad Abramo un figlio, Isacco, nella sua vecchiaia. E Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco» (Gn 21,2-5), e chissà quanti ne aveva Sara. Meno male che l’ironia nella storia non manca, dato che Isacco significa «Dio sorride», e da sorridere e da ridere ce n’era donde.
Ma – si può obiettare – la menopausa, ovvero il periodo in cui le ovaie smettono gradualmente di funzionare, è un periodo pieno di disturbi, il piú conosciuto dei quali è quello delle vampate di calore. È vero; però oggi questi disturbi possono essere attenuati e persino soppressi, e inoltre sono molte le donne che non avvertono alcun sintomo e si accorgono del momento della menopausa solo perché le mestruazioni diventano piú rade, finché non cessano completamente. Si tratta di una fase inquieta dell’esistenza, d’accordo, ma l’inquietudine è da attribuire, oltre che ai fattori fisici, proprio all’impressione di dover riordinare la propria vita, ripensandola nell’ottica di non essere piú riproduttiva. Come è riduttivo pensare alla menopausa come perdita, cosí risulta puerile e fatuo difendersene esultando esclusivamente per la ritrovata libertà, sotterrando sotto conquiste virtuali di nuovi orizzonti la perdita reale della possibilità di avere un figlio. Forse bisognerebbe dare alla menopausa maggior dignità come momento di trapasso a una nuova fase di vita, ma il nostro mondo moderno ed economicizzato, neoliberale e capitalista, ha cancellato i rituali di passaggio.
Fecondità e longevità.
O forse ci si potrebbe concentrare sul fatto che su un pianeta sovraffollato il successo riproduttivo conta sempre meno – nonostante anacronistici rigurgiti di esaltazione della fertilità – e sul fatto che, sempre in ottica planetaria, la longevità sta diventando un fattore piú rilevante della fecondità. Fra l’altro la longevità umana è uno dei grandi misteri dell’evoluzione. Se tutto si basasse sulla riproduzione, perché vivere dopo che i figli abbiano raggiunto essi stessi l’età della riproduzione? Perché le donne vivono cosí a lungo, venti, trenta, quaranta, persino cinquant’anni dopo aver terminato di ovulare? Che ciò accada perché, cessando di avere figli, proprio le donne non piú mestruate abbiano il tempo e la forza di prestare maggiore attenzione ai propri figli giovani e ai figli piccoli dei loro giovani figli e figlie? Che la menopausa, si chiede Theodore Roszak, abbia valore adattivo all’interno della biologia evolutiva? E che invece serva oggi, ci chiediamo noi, qualcosa di piú di tale processo? Magari un procedimento exattativo, considerato come la capacità dei sistemi di reclutare risorse disponibili ma prima utilizzate diversamente o sottoutilizzate (le donne vecchie, le nonne), per riattivare i processi di sviluppo? Come la capacità di cambiare il contesto interagendo e instaurando reti complesse di contatti? La conversione delle donne non riproduttive in esseri che trasformandosi esercitano egregiamente altre funzioni, originando il nuovo da ciò che è vecchio?
Nel porci tali questioni non desideriamo però nemmeno avvalorare o adottare l’«ipotesi della nonna» della teoria di Roszak, ripresa da James Hillman, nella quale nonne e nonni vengono riproposti ed esaltati come trasmettitori di cultura da una generazione all’altra. Sospettiamo che il ruolo delle nonne magnificato da Hillman («vuote di ovuli ma piene di “memi”», dove i memi sono gli equivalenti culturali dei geni, che tramandano bit di cultura a nipoti e pronipoti) si sia esaurito; e soprattutto temiamo che questo vada ancora una volta a rigettare le donne non piú riproduttive, anziane, vecchie esclusivamente verso compiti di accudimento della prole altrui, in quanto non piú in grado di generare prole propria. Ma questa è soltanto una delle possibili condizioni della donna anziana: essere nonna e fare la nonna è uno stato nobile e appagante, anzi un privilegio raro, ma non è l’unico.
Procreatività fisica e creatività mentale.
E tanto per insistere su questo punto e con esso avviarci a chiudere le nostre riflessioni su menopausa e vecchiaia, aprendone di nuove sulla creatività liberata da questa condizione, riprenderemo un mito antico per leggerlo alla luce delle considerazioni finora esposte e riproporlo secondo i nostri desiderata.
Racconta Platone, nel dialogo Teeteto, della qualità delle levatrici. Ma quali levatrici? Le levatrici «storiche» dei suoi tempi, le levatrici dell’antica Grecia o forse soltanto quelle dell’Atene di Socrate? Chissà. Forse né le une né le altre, ma piuttosto le levatrici del mito, perché il mito non è la rivisitazione fantastica di eventi realmente accaduti: il mito racconta una storia che è stata sempre e non è stata mai, nella quale storia e fantasia si fondono in maniera inscindibile. Questo mito dice che per esercitare il mestiere di levatr...