Redenzione
eBook - ePub

Redenzione

  1. 568 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Redenzione

Informazioni su questo libro

Benjamin ha undici anni, anche se ne dimostra al massimo otto, e gli occhi di un cane rabbioso. Il padre Jeremiah, ossessionato dall'apocalisse, ha deciso di vivere nei boschi isolato dal resto del mondo, cosí lui si aggira per il paese affamato, con addosso solo un maglione che pare appeso alle spalle. Alla fine qualcuno lo segnala a Pete Snow, l'assistente sociale che lavora in quelle valli isolate del Montana. Pete ha commesso tutti gli errori possibili con la propria famiglia, e per questo ha giurato a sé stesso di non perdere nemmeno uno dei ragazzi che gli sono affidati; non importa se nel caso di Benjamin ciò significa aprirsi un varco nella nebbia di fanatismo e violenza che lo circonda. Ma a un certo punto Jeremiah viene preso di mira dai federali, e Snow si ritrova coinvolto in una caccia all'uomo dalla quale nessuno uscirà uguale a prima. Non ci sono molti esordi scritti con tanta fiducia e immaginazione».
The New York Times «Un esordio incredibile».
Philipp Meyer «Una lettura sconvolgente».
Kevin Powers «Un capolavoro».
Ben Fountain «Tra Raymond Chandler e Denis Johnson».
Entertainment Weekly

Tools to learn more effectively

Saving Books

Saving Books

Keyword Search

Keyword Search

Annotating Text

Annotating Text

Listen to it instead

Listen to it instead

Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2017
Print ISBN
9788806217372
eBook ISBN
9788858426906

1.

Con uno scatto delle dita, il poliziotto lanciò la sigaretta sulla strada sterrata davanti alla casa e spinse indietro il cappello mentre l’impolverata Toyota Corolla dell’assistente sociale si avvicinava. Scorgendo un movimento di capelli biondi attraverso il finestrino sporco, tirò in dentro la pancia, sperando che la donna all’interno fosse un bel colpo d’occhio. Il che significa che non si aspettava quello che ne uscí: un tizio di venti e fischia anni, magari anche trenta, che si stringeva in un giaccone di jeans per ripararsi dall’aria fredda di montagna, si rituffava nell’auto per un istante ed emergeva con alcuni fogli. Pantaloni di velluto a coste marrone sbiaditi sul culo ossuto, idem sulle ginocchia. Con la mano libera spinse i lunghi capelli dietro le orecchie e si avvicinò senza fretta.
– Mi chiamo Pete, – disse l’assistente sociale, cacciandosi il portablocco e la cartellina sotto il braccio per stringere la mano al poliziotto. – Di solito siamo donne, – aggiunse con un sorriso talmente aperto da metterlo a disagio.
L’altro rispose con il proprio nome: – Eugene, – ritirò la mano e tossí nel pugno. L’assistente sociale indicò con il mento il distintivo dell’agente, una stella di nickel a sette punte con la parola «Montana» a sbalzo, montagne a sinistra, pianure a destra, un sole, un fiume.
– Proprio come il mio, – disse Pete estraendo dal portafoglio un sottile tesserino plastificato. – Non so quante volte l’ho già detto, mi serve un badge che non sembri uscito da una stupida scatola di cereali.
Il poliziotto non aveva opinioni al riguardo. Con il pollice rosso e paffuto ripulí una sbavatura dal proprio scudetto e si voltò verso la casa. Era addossata a una collina scoscesa e la manutenzione, ammesso che fosse mai stata fatta, scarseggiava. Vernice scrostata, un’altalena penzolante da una catena arrugginita sulla veranda, una finestra senza vetro rattoppata con cartone lacero. Sparpagliati nel cortile, cuscini di un divano, un mezzo phon, qualche metro di cavo telefonico, uno scolapasta di plastica e cocci di stoviglie. Vestiti appesi, cespugli di tuia come rozzi spaventapasseri ed erba che erompeva in alti fasci disordinati, gambi ritti fra le assi deformate della veranda, alcuni alti fino alle finestre. La porta a zanzariera spalancata alle spalle di madre e figlio, seduti.
– Merda, – sbottò Pete. – Addirittura in manette.
– Sennò si ammazzavano.
La madre lo chiamò. – Pete! Pete! – ma lui fece segno di no con la testa e quella guardò altrove, borbottando ingrugnita. Il figlio non levò neanche lo sguardo, ma doveva averle suggerito qualcosa, perché lei si girò di scatto e sputò una manciata di parole. Dalla loro posizione, Pete e il poliziotto non sentirono che razza di improperi avesse lanciato e aspettarono un istante per vedere se la scaramuccia si sarebbe infiammata. No.
Pete agganciò la cartellina aperta al portablocco, fece scattare la biro e cominciò a scrivere il rapporto. Il poliziotto lasciò sporgere un po’ il pancione. Si rilassavano sempre quando interveniva l’assistente sociale, ammansiti dal fruscio della penna, sollevati che da lí in poi sarebbe subentrato Pete.
– Allora, cos’è successo? – chiese lui, biro sollevata.
Il poliziotto grugní sprezzante, si accese un’altra sigaretta e prese a raccontare. L’ennesima lite, finché il vicino ne aveva avuto abbastanza di quei due che informavano tutta la via del modo esatto in cui uno avrebbe ammazzato l’altro, quali appendici si sarebbero tagliati a vicenda e in quali orifizi avrebbero cacciato le parti smembrate. C’erano dei bambini lí intorno, aveva detto il vicino, cosí era andato a vedere. Batte alla porta. Nessuna risposta. Si fa ombra con le mani e guarda dalla finestra. A giudicare dai rumori, il litigio si è spostato sul retro. Gira intorno alla casa diretto al cancelletto laterale e si trova davanti il ragazzo con il fucile ad aria compressa. Si bloccano tutt’e due. Poi il ragazzo attacca a fare gli occhi storti – incrocia, raddrizza, incrocia, raddrizza – in faccia al vicino. Per confonderlo, o magari perché alla fine era proprio uscito di testa, chissà.
– L’ha davvero minacciato con il fucile?
Il poliziotto soffiò il fumo dal naso.
– È uno che, quando lo vede, sa riconoscere un fucile a pallettoni.
– Okay.
– Ma non è che il ragazzo gli ha puntato il fucile addosso o ha detto qualcosa per minacciarlo. Il vicino dice che era piú preoccupato che quello se la prendesse con la madre.
Pete annuí e scrisse un appunto.
– E poi?
– E poi il vicino dice «’fanculo» e chiama noi.
– E quando lei è arrivato qui com’era la situazione?
La situazione era un casino della madonna. La situazione era che il ragazzo era salito sulla lamiera obliqua e ammaccata della tettoia per la macchina e si era messo a saltare come uno scimmione su quel coso arrugginito e malsicuro, facendolo rimbombare e gemere sotto il suo peso. E la madre a sbraitare chediol’assista perché, se la tettoia crolla sulla sua Charger, lei lo sgozza, e quello continua a marciare avanti e indietro finché la lamiera comincia a crepitare e inarcarsi. A quel punto c’era mancato un pelo che il poliziotto sparasse per tirare giú dalla stramaledetta tettoia quel pezzo di merda imbufalito.
Poi la situazione si era fatta interessante.
– La madre imbraccia il fucile ad aria compressa e…
– Nooo, – fece Pete.
– E invece sí, cazzo.
– Gli ha sparato?
– Prima che la blocco, sí, gli spara. È quella bella strisciata che ha sul braccio.
Pete riprese a scrivere.
– E poi?
Poi il poliziotto strappa il fucile alla donna e la fa rientrare, ma il ragazzo salta giú dalla tettoia e in un attimo lui e la madre stanno di nuovo facendo a botte come cane e gatto. Proprio davanti a un cavolo di poliziotto, roba da non credere. Manco lui non ci fosse. E tutti i vicini sui loro bei praticelli regolari, con l’accappatoio ben chiuso sotto il mento, a guardare il poliziotto che cerca di separare quei due, prendendosele tipo a un rodeo. E ’sta stronza – «scusi il termine», dice alla fine Eugene dopo tutta la sfilza di altre parolacce – non molla, e il ragazzo non molla, cosí lui agguanta il primo su cui riesce a mettere le mani – che in effetti è la donna – e la sbatte a terra, pancia in giú, e l’ammanetta, ma non prima che il ragazzo attacchi a prenderla a calci in faccia, quindi lui cerca di proteggerla con il proprio corpo. E, rendendosi conto di aver appena rifilato un calcione nello stomaco a un agente di polizia incazzato nero, quel coglione gira sui tacchi e scappa.
– E lei l’ha placcato, – disse Pete.
Dal sorriso giallino del poliziotto uscí un po’ di fumo.
– Lo vede quel pick-up?
– Hm-mh.
– Si gira per vedere se lo sto seguendo e va a spiaccicarsi contro il portellone posteriore aperto.
– Una bella soddisfazione, immagino.
– L’hai detto tu, fratello –. Il poliziotto tirò una boccata e soffiò il fumo verso terra. – Comunque, quando riporto anche lui in veranda, la madre attacca a menarla che è seguita da un assistente sociale che conosce la loro storia e sistemerà tutto. «Per favore, la prego, chiami l’assistente sociale», mi dice.
Pete annuí e prese nota. Gli faceva male il braccio, cosí per finire si chinò, appoggiando il portablocco sulla coscia. Il poliziotto disse qualcosa.
– Scusi?
– Allora, che problema hanno ’sti due? – ripeté il poliziotto.
Pete fece un mezzo sorriso, non per la domanda, ma per l’enormità della risposta. Come abbozzarla. Stenografarla. Erano un sacco i problemi che avevano ’sti due. Li avevano e avrebbero continuato ad averli.
La madre riceveva il sussidio di disoccupazione, ma il suo lavoro a tempo pieno era piangersi addosso. Ciabattava per casa in tuta e fumava un sacco di erba e si faceva di anfetamine e si sistemava i capelli sulla faccia in un modo gradevole – che non durava mai molto – e spingeva in fuori il petto invecchiato con un gran sorriso buono solo a se stessa e non trovava nulla nello specchio che servisse a farla notare da qualcuno. Quantomeno, cosí te l’immaginavi dal modo in cui ti faceva gli occhi dolci finché le dicevi di piantarla, perché era dei figli che volevi parlare. Metteva il naso fuori solo per incassare l’assegno dei servizi sociali e andare a trovare il suo spacciatore in un posto imprecisato all’inizio dell’impervia regione dello Yaak. A volte per comprare i cereali. La vedevano in città bianca di cipria, strisce rosse sulla bocca e blu intorno agli occhi come una sintesi della bandiera americana, una sorta di commento al suo paese, cosa che in un certo senso era. Per lo piú mascherava la sua grandiosa paranoia dietro occhiali modello Aviator e boa di piume color lavanda, immaginandosi come una specie di fata quando era su di giri e una strega perseguitata quando era in crisi.
Pete chiuse la cartellina.
– La madre è un disastro. La sua disabilità è causata soprattutto dalle anfetamine.
– Il figlio lo conosco, – disse il poliziotto. – Ha una bella sfilza di precedenti.
Il ragazzo teneva la testa ciondoloni fra le ginocchia. Sniffatore di carburanti a tempo perso, puzzava di benzina, ma con un che di minerale, come una zucca marcescente nella terra calda. A volte invece puzzava di Cheetos e sperma. Con quella pelle butterata dall’acne, all’inizio ti faceva pena. Spariva spesso, ma mai per andare a scuola o per lunghi periodi o per sempre. Doveva pagare i danni per un incendio doloso (capanno degli attrezzi, pista) e aveva un processo in vista per aver ripulito dei pick-up.
– Direi che gli manca giusto un’infrazione per andare a farsi un soggiorno a Pine Hills, – disse Pete.
– Tipo assalire un poliziotto.
Il fatto è che Pete sospettava l’inizio di...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Redenzione
  4. 1.
  5. 2.
  6. 3.
  7. 4.
  8. 5.
  9. 6.
  10. 7.
  11. 8.
  12. 9.
  13. 10.
  14. 11.
  15. 12.
  16. 13.
  17. 14.
  18. 15.
  19. 16.
  20. 17.
  21. 18.
  22. 19.
  23. 20.
  24. 21.
  25. 22.
  26. 23.
  27. 24.
  28. 25.
  29. 26.
  30. 27.
  31. 28.
  32. 29.
  33. 30.
  34. 31.
  35. 32.
  36. 33.
  37. 34.
  38. 35.
  39. 36.
  40. 37.
  41. Epilogo
  42. Il libro
  43. L’autore
  44. Copyright