Nella Venezia di oggi si ritrovano un vecchio telecronista di calcio che sta perdendo l'uso della parola, un professore di liceo con ambizioni troppo grandi e un giovane dai molti talenti a caccia di anziane signore facoltose. Hanno una vendetta da compiere, una famiglia da salvare e tante delusioni da riscattare. Sono pronti a cambiare sé stessi per amore o per soldi. Si lanciano nelle avventure piú inattese, fanno scelte comiche e dolorose. Ma questo romanzo sa come seguirli. Venezia, oggi. Nella città piú globale del mondo, tre uomini sono a un punto di svolta della loro vita: per disperazione, ambizione e insoddisfazione. Il primo è Nereo Rossi, il telecronista di calcio piú famoso d'Italia; sta per perdere l'uso della parola per una malattia. Sa che gli resta poco tempo, ma prima vuole vendicarsi del suo rivale. Per farlo sfrutta le conoscenze che gli ha procurato il suo mestiere: coinvolge l'uomo piú potente d'Italia, che gli deve alcuni favori, e si fa accompagnare da un giovane biografo a cui racconterà la sua vita. Il secondo è Adriano Cazzavillan, quarantacinquenne professore di liceo: vorrebbe guadagnare di piú e far vivere meglio la sua famiglia; sfrutta l'unica possibilità che la nostra epoca offre alle persone come lui. Cosí suscita l'invidia dei colleghi e perde il lavoro. Nell'ultima parte del romanzo si lancia in una indimenticabile avventura per salvare suo figlio Gilberto, rimasto intrappolato da una forza oscura. Il terzo è Carletto Zen, trentenne tuttofare, che è stato risucchiato dal «Gorgo», come lo chiama lui, cioè l'attività economica dominante in città, il turismo: accompagna gli stranieri nei bed&breakfast, fa le pulizie, e intanto cova desideri di rivalsa: circuire anziane proprietarie di palazzi, ricche vedove bisognose di compagnia. Non ha certo l'aspetto del seduttore, ma le sue prodigiose e buffe qualità nascoste lo hanno già reso una leggenda. Il nuovo romanzo di Tiziano Scarpa fa incursioni nei centri di potere romani, nei gangli della grande editoria milanese, ma gravita principalmente a Venezia, «la città delle facce»: il luogo che attrae tutte le nazionalità, tutte le fisionomie del mondo, con le loro storie singolari dietro volti di ogni tipo. Con tenerezza, comicità, intelligenza, intensa compartecipazione, Il cipiglio del gufo racconta come sfruttare le possibilità che si hanno, in diverse età della vita, per salvare sé stessi e gli altri, o per condannarsi da soli.

- 384 pagine
- Italian
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Il cipiglio del gufo
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1. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
Care parole,
è da tanto che volevo scrivervi. Adesso non posso piú rimandare. Mi è stata diagnosticata una malattia degenerativa del cervello. A me sembrava di stare bene, ma il mio medico di fiducia ha insistito per farmi fare una quantità di test e analisi; fra l’altro costosissime. Forse vivrò ancora a lungo, ma potrei dimenticare chi sono. Prima vorrei mettere a posto un paio di cose; innanzitutto la mia vendetta, la sto rinviando da troppo tempo. Intanto però non ho ancora reso pubblica la notizia della malattia. Ho concordato un comunicato con l’ufficio stampa di TvFootball. Presto annunceremo che salterò il prossimo campionato, e che mi prenderò un anno di riposo a causa di non meglio precisati problemi famigliari. Sui giornali qualcuno aveva già fatto delle insinuazioni non proprio eleganti sullo stato di salute della mia parlantina. Alfio Pellecchia invece non ha infierito come al solito. In tutti questi anni, nella sua rubrica di critica televisiva non ha fatto altro che deridermi. I suoi articoli su di me assomigliavano a tazzine di acido in cui Pellecchia si divertiva a immergere il mio nome, tenendolo con una pinzetta, per vedere quanto tempo ci avrebbe messo a corrodersi. Invece questa volta si è trattenuto. Forse qualcuno lo ha informato? Gli hanno detto come sto veramente? Mi sembra strano, è una notizia riservata. Pellecchia si è limitato a scrivere che faccio bene a prendermi una pausa, perché negli ultimi tempi le mie telecronache «hanno perso smalto». Senza volerlo ha descritto perfettamente che cosa ho fatto nella vita: io ho ricoperto il mondo di smalto, per renderlo piú luccicante. Sono stato un funzionario della mia epoca. Mi sono messo al servizio del presente. E ho ricevuto molto in cambio: grazie a voi, care parole, sono stato amato, ho avuto notorietà, soldi, ammirazione. Adesso tutto questo sta per finire. Mi resta l’opportunità di avvalermi dei medici migliori, delle cliniche piú ricche. È stato il dottor Airoldi a incalzarmi perché facessi degli esami specifici; ha avuto l’intuizione di individuare sul nascere questo sfacelo. Si è mobilitato di persona. Dirige una clinica che conta decine di specialisti, ha i macchinari piú sofisticati. Incontrarlo dal vivo è come avere un’udienza personale dal Papa; e invece è stato lui a cercarmi, perché sono uno dei suoi pazienti piú prestigiosi. Tutto questo lo devo a voi, care parole, alla mia parlantina, che adesso si sta sfasciando, e che presto cadrà a pezzi, crollerà.
2. La notte di Adriano Cazzavillan, professore di liceo
Finalmente erano andati a letto. Li sentiva russare attraverso le porte delle loro camere. Guardò l’orologio: mezzanotte meno un quarto. Adriano Cazzavillan pensò che due ore buone di lavoro non gliele avrebbe tolte nessuno. Ci aveva dato dentro tutto il giorno per guadagnarsi quelle due ore di pace. Certo, gli mancava ancora da correggere qualche compito della Quarta C, ma li avrebbe sbrigati il giorno dopo, nell’ora buca prima dell’intervallo. Si sedette al computer, accarezzò dolcemente la tastiera. Era candida, intatta. La plastica satinata stava aspettando il tocco evocatore dei suoi polpastrelli; l’alfabeto non vedeva l’ora di mettersi a fantasticare, grazie alle storie che lui gli avrebbe raccontato. Accarezzò un’altra volta la tastiera, con tutte e due le mani, da sinistra a destra, poi da destra a sinistra, delicatamente, per far venire la pelle d’oca a tutte le lettere, dalla a alla zeta, facendo rabbrividire anche i segni d’interpunzione, i tasti delle maiuscole, la barra spaziatrice. La tastiera era immacolata. Nuovissima. Con il suo stipendio di professore e un bilancio famigliare che serviva a far crescere i figli, Cazzavillan non poteva permettersi un computer nuovo; ma perlomeno aveva rinnovato la tastiera, per pochi euro, sfruttando un’occasione in rete. Su tastiere come quelle c’era chi aveva cambiato il mondo. “E prima di tutto ha cambiato la propria vita”, pensò Adriano Cazzavillan. Picchiettando l’alfabeto con le sue dita da suonatrice di pianoforte, J. K. Rowling era diventata la donna piú ricca d’Inghilterra dopo la Regina Elisabetta. Jonathan Franzen aveva scritto romanzi, “dico: romanzi”, pensò Cazzavillan, che Barack Obama, allora Presidente degli Stati Uniti, “l’uomo piú potente del mondo, checché se ne dica”, si portava puntualmente in vacanza, facendoseli mandare in anteprima, ancora in bozze, “e sottolineo: romanzi, mica rapporti della Cia”. Obama… Cazzavillan sospirò. Quello sí che era un Presidente: una volta aveva intervistato una scrittrice, come si chiamava? “Marilynne Robinson”, si ricordò Cazzavillan. Era stato lui, il Presidente degli Stati Uniti d’America, a intervistare lei, una scrittrice di romanzi, non viceversa. Eh, ma Rowling, Franzen e Robinson scrivevano in inglese, avevano un mercato planetario ai loro piedi, senza bisogno di essere tradotti. Soltanto chi scriveva in inglese aveva qualche speranza di cambiare il mondo; “e soprattutto cambiare la propria vita”, si disse Adriano Cazzavillan. Poi ci ripensò. “Non è mica vero”, si corresse, perché nel frattempo gli era venuto in mente Stieg Larsson. A proposito di lui, tempo prima Cazzavillan era rimasto impressionato dal comunicato ufficiale di un grande gruppo editoriale sudamericano, non ricordava se brasiliano o argentino. L’aveva letto su un bollettino finanziario. Il gruppo lamentava fortissime perdite: le televisioni che controllava non attiravano piú gli inserzionisti; i giornali che stampava non li leggeva piú nessuno; le riviste che diffondeva in milioni di copie riducevano la foliazione, si assottigliavano sempre di piú, anch’esse per mancanza di pubblicità. Eppure il comunicato editoriale cantava vittoria: se quell’anno la baracca era rimasta in piedi, era stato grazie agli straordinari risultati di una piccola casa editrice del gruppo, che aveva pubblicato i romanzi di Stieg Larsson, fatturando cifre tali da ripianare i buchi degli altri comparti. Cazzavillan immaginò lo scrittore svedese, “sia pace alla sua anima”, seduto alla scrivania di betulla bianca, in tuta, calzerotti di feltro ai piedi, una tisana di lichene accanto al computer, in un bugigattolo scandinavo: il vecchio Stieg picchia sulla tastiera, la tazza al suo fianco esala un vaporino verdastro, mentre lui pesta a testa bassa, pesta sulla å, pesta sulla k, pesta sulla ö, e, cosí facendo, salva il culo a un intero colosso editoriale dell’altro emisfero, dall’altra parte dell’oceano, dando ditate su un pezzo di plastica, in una brulla stanzetta boreale dal soffitto basso, “con un infuso di lichene accanto al computer, i calzerotti di feltro ai piedi”, pensò Cazzavillan. La letteratura era una cosa magnifica. Salvava colossi editoriali. Prendeva persone tutto sommato ordinarie, come J. K. Rowling, Jonathan Franzen, Marilynne Robinson, Stieg Larsson e, fra non molto, Adriano Cazzavillan, e gli faceva fare il grande salto, le faceva discorrere da pari a pari con la Regina d’Inghilterra, il Presidente degli Stati Uniti, i capitani d’industria, i grandi della Terra. “Il preside”, pensò Cazzavillan, “devo ricordarmi di chiedere un colloquio con il preside”.
3. Ginnastica mattutina di Carletto Zen
Come ogni mattina, la sveglia suonò alle cinque e cinquanta. Carletto Zen restò sotto le coperte, e quando si sentí abbastanza lucido cominciò a fantasticare.
Immaginò di mettersi una tuta, calze spugnose, scarpe da corsa, con la suola larga. Immaginò di uscire di casa a trotterellare, sentendo i plantari che ammortizzavano ogni suo passo e gliene restituivano la pressione: quelle scarpe gli procuravano la gradevole sensazione di rimbalzare sul selciato. Immaginò l’affondo dei talloni, la contrazione dei polpacci.
Non avrebbe fatto che pochi metri, e già avrebbe incontrato il primo ponte. Immaginò di scalare i gradini di slancio, a due alla volta, con le sue gambette corte. Nella sua immaginazione fece pochi passi sulla sommità piatta del ponte, una specie di pianerottolo, leggermente bombato, e poi giú, sui gradini in discesa, mentre i quadricipiti si indurivano sopra il ginocchio, per bloccare il peso del corpo e impedirgli di ruzzolare.
Stiracchiandosi nel letto, immaginò che in città a quell’ora non ci fosse molta gente in giro. Si incontravano netturbini, e studenti che dovevano prendere una serie di vaporetti, autobus e treni per raggiungere qualche sede scolastica lontana.
“Quanti pregiudizi sui giovani”, pensò fra le lenzuola. “Si parla sempre male di loro, e invece guarda questi, che mattinieri; e chissà fino a che ora sgobbano, ogni giorno, con tutti quei compiti a casa, e corsi di lingue, e nuoto in piscina; e aggiungiamoci pure qualche ora di volontariato, ad assistere i malati terminali che nessuno va a trovare, di cui nessuno vuole sentire parlare”. Carletto Zen era contento di riuscire a popolare la sua immaginazione con qualcun altro oltre a sé stesso. Si impegnò ancora di piú, immaginando anche i profumi e gli aromi che avrebbe incontrato per la strada. Il cuscino in cui affondava la faccia durante le sue fantasticherie emanava un sentore di umidità e pelle unta, aveva bisogno di un bucato. Respirò profondo, annusando voluttuosamente il proprio odore per immaginarsi meglio.
4. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
Care parole,
dopo gli esami e il responso del dottor Airoldi sono rimasto chiuso nella mia stanza d’albergo. Non so per quanto tempo. Ho ripreso a uscire da una settimana, e su suggerimento del dottore mi sono messo a scrivervi, per mantenere la mente in esercizio. Airoldi mi ha consigliato di dedicare attenzione alle cose, e di descriverle con precisione, come d’altronde ho sempre fatto a voce, nel mio mestiere; ma in certi momenti non ce la faccio, mi prende lo sconforto. Scrivo soltanto quando mi sento meglio. Mi aiuta la rabbia. Il risentimento è tonificante, mi dà forza. Pellecchia, De Ceteris, Edmondo Locchi, e tutti gli altri che mi hanno fatto dei torti: mi basta farmeli venire in mente per sentire una sferzata di energia.
Oggi ho fatto una passeggiata. A mezzogiorno, nell’ora piú chiara, il cielo sembra un lavandino pulito, perfino qui a Milano, e il sole è il buco di scarico dove va a finire la luce che mi sta abbandonando. Morirò. Forse non ci vorrà molto. Le cose si allontanano da me, sprofondano verso l’orizzonte. Dappertutto ci sono dei punti di fuga, molto distanti, e le cose che mi stanno intorno vengono risucchiate laggiú. Le case, gli alberi, le nuvole. Tutto se ne va, tutto se ne sta andando. Anche nelle stradine e negli spazi piú stretti mi sento al centro di una piazza immensa e vuota. Gli edifici retrocedono, scivolano all’indietro, diventano piccolissimi, come in un binocolo guardato alla rovescia. Tendo le mani, per trattenerli.
In parco Solari mi sono seduto su una panchina. La sentivo, sotto di me; il peso del mio corpo premeva sul sedile, eppure se ne stava andando anche quella, sempre piú distante, piú giú, e io rimanevo sospeso, mentre la panchina sprofondava. Mi sono alzato in piedi e ho toccato un albero, ho fatto scorrere i polpastrelli sulla corteccia screpolata: era lí, a contatto con le mie dita, ma era lontanissima. Vedevo l’albero che scavalcava l’orizzonte: tramontava, come il sole, ma in una maniera molto piú definitiva del sole. Ho camminato per non so quanto, ho preso anche un po’ di pioggia, sono tornato in albergo, adesso è notte, sono salito in terrazza, al decimo piano, per approfittare del black-out che ha lasciato affiorare le stelle dal fondo dello spazio. Guardo le costellazioni, seguo il loro percorso, la diagonale dell’eclittica, lo slittare del cielo che non smette mai di tramontare.
Tramontano anche i nomi delle stelle. Li scrivo uno dopo l’altro, li attraverso lettera per lettera. Li so a memoria come una formazione di calcio. Deneb, Albireo, Gienah, Rukh e Sadr del Cigno. Altair, Tarazed e Alshain dell’Aquila. Comincio dal cerchio piú basso del cielo, il piú largo, vicino all’orizzonte, nominandole a spirale, verso l’alto, in cerchi sempre piú piccoli, che si stringono verso il nord. Alpheratz di Andromeda. Kullat e Simmah dei Pesci. Lo faccio da anni, è uno dei miei esercizi per mantenere in forma la mente, la reattività della mia parlantina. Hamal e Sheratan dell’Ariete. Aldebaran e Elnath del Toro. Elettra delle Pleiadi. Cerco di riconoscere le stelle a colpo d’occhio, nei rari luoghi poco illuminati in cui sono ancora visibili, come stasera. Le nomino all’istante, per allenarmi a essere altrettanto pronto nel riconoscere i giocatori in campo. Betelgeuse e Rigel di Orione. Sirio del Cane maggiore. Castore e Polluce dei Gemelli. Se ci penso adesso mi sembra inaudito. Le stelle del cielo le ho messe al servizio di tutti quei pelandroni, viziati, vanesi, strapagati. Acubens del Cancro. Regolo e Denebola del Leone. Spica e Porrima della Vergine. Strapagati come me, d’altronde. Zubeneschamali e Zubenelgenubi della Bilancia. Rukbat e Arkab del Sagittario. Antares e Acrab dello Scorpione. Ma forse dovrei rovesciare la prospettiva: il mio lavoro di radiotelecronista è stato il pretesto per imparare i nomi delle stelle, per alzare lo sguardo e rimanere in contatto con il cielo. Algedi del Capricorno. Sadalmelik dell’Acquario. Arcturus di Boote. Vega della Lira. Sí, forse è meglio che io mi racconti la mia vita in quest’altro modo. In un momento simile ho bisogno di giustificazioni. Mirphak e Algol di Perseo. Di consolazioni. Shedir di Cassiopea. Eltanin e Rastaban del Drago. Non è accettabile voltarsi indietro e ammetterlo. Alioth, Dubhe e Merak dell’Orsa Maggiore. Ho dedicato la vita alla cosa piú futile che esista. Il calcio, mio dio, il calcio. Eccola: la Stella Polare. Dimenticherò anche lei.
Poi, dopo i nomi delle stelle, tramonterà anche la parola “stella”, non la riconoscerò piú. Vedrò dei punti luminosi nel cielo, sorgenti di luce distanti milioni di anni da me. Ma io le vedrò qui, dentro i miei occhi. Non le saprò distinguere dal brulicare dei fosfeni, quelle lucine che pullulano dietro le palpebre, che si vedono prima di addormentarsi e non pensare piú a niente.
5. Prosegue la notte di Adriano Cazzavillan, professore di liceo
Seduto davanti allo schermo del computer, nella casa addormentata, Adriano Cazzavillan pensò che avrebbe dovuto parlare al piú presto con il preside. Non poteva farsi mandare in gita scolastica anche quell’anno. “Non posso interrompere il mio primo libro, proprio adesso che lo sto cominciando”, si disse. Cazzavillan aprí un documento nuovo sul programma di scrittura. Il momento era solenne. Stava per scrivere la prima frase, la prima parola del suo romanzo. L’incipit. Tutti i manuali di scrittura insistevano sull’importanza dell’incipit. Nel mezzo del cammin di nostra vita. Chiamatemi Ishmael. Tutte le famiglie felici si assomigliano. Svegliatosi una mattina da sogni inquieti. Per molto tempo sono andato a letto presto. Ora toccava a lui: Cazzavillan stava per calare il suo asso, poi si fermò. E se il suo vecchio computer si fosse impiantato sul piú bello, come gli capitava un giorno sí e uno no? Salvò il documento con nome: Romanzo cap1. “Il titolo verrà da sé”, si disse. Poi ci ripensò, tornò al nome del documento, lo salvò di nuovo, con un’altra dicitura: Romanzo cap1 di Adriano Cazzavillan. Ora poteva finalmente cominciare. Lo schermo lo guardava. Adriano Cazzavillan vedeva il suo nome campeggiare sulla cornice del documento. Lo contemplò: Adriano Cazzavillan. Certo che avrebbe dovuto trovarsi uno pseudonimo. Dove credeva di andare, con un cognome cosí? Cazzavillan. Era ridicolo. Però gli scocciava cambiarlo. Con uno pseudonimo nessuno avrebbe saputo al primo colpo che l’autore dei capolavori che avrebbe scritto, successi di pubblico e di critica, tradotti e idolatrati in tutto il mondo, era proprio lui. I parenti. Gli amici. I colleghi, soprattutto. Nicoletta Della Serpa. Ezio Stagnari. E Ruggero Colantuomo, il preside. Non c’era modo di ingentilirlo, il suo cognome, mantenendolo comunque inequivocabile? Ci pensò su. Adriano Cacciavillani. “Già meglio”, si disse. Lo scrisse un po’ di volte, cambiando font, con le grazie, senza grazie, in tondo, in corsivo, tutto maiuscolo, in neretto, aumentando la grandezza del carattere fino a occupare tutto lo schermo, per vedere l’effetto che avrebbe fatto su una copertina. “Troppo lungo”, pensò Cazzavillan, “Adriano Cacciavillani è troppo lungo”. Niente da fare: se voleva ribattezzarsi in maniera suggestiva doveva rinunciare all’identificazione immediata. Adriano Caccia: poteva essere un dignitoso compromesso. Ci avrebbe pensato la foto in quarta di copertina a far capire che era lui l’autore; ecco, sí, avrebbe preteso che l’editore pubblicasse un suo ritratto in quarta di copertina. E un giorno, chissà, direttamente sulla copertina. Poi si diede una pacca sulla fronte: “Che errore!” In copertina, la sua foto? Mai. È una cosa che si fa con le ricette di cucina dei filosofi, le raccolte di aforismi degli chef, le confessioni degli youtuber. “Ma uno scrittore, uno scrittore vero, in copertina con la sua faccia non ci va mai!”
E poi, che importanza aveva se l’avrebbero riconosciuto o no? Perché si preoccupava dei parenti, dei colleghi? Doveva pensare in grande. Le traduzioni in arabo e giapponese, ma prima di tutto in inglese; le tournée di firmacopie in America; gli inviti ai salotti televisivi francesi. Altro che permessi del preside. Sí, ma allora neanche Adriano Caccia andava bene. Ci voleva qualcosa di piú scattante, piú incisivo. Adriano Catch. Il mercato anglofono era l’unico che contasse. Bisognava puntare al bersaglio grosso. Adrian Catch. Suonava bene. Forse ancora un po’ troppo ridondante. «Ad Catch!» disse euforico. Poi si pentí di aver parlato a voce alta. Lo avevano sentito, di là? Aveva svegliato qualcuno?
Comunque, Ad Catch era perfetto. Sembrava il nome di un candidato alle primarie delle presidenziali. “Perché no?” si disse Cazzavillan. Avrebbe guadagnato valanghe di soldi con i suoi best seller, e a fine carriera, dopo avere fatto spanciare di gioia e commozione i lettori di tutto il mondo, gli avrebbero conferito la cittadinanza onoraria degli Usa: allora si sarebbe autofinanziato una campagna elettorale. E, un giorno, sarebbe salito sul jet presidenziale con un libro sotto il braccio: le bozze del suo nuovo romanzo, il romanzo di Ad Catch, ottantasettesimo Presidente degli Stati Uniti d’America, nonché il piú grande scrittore del mondo… Cazzavillan fissò lo schermo. Era bianco, smagliante. Gli ricordava un haiku; ma senza haiku. Aveva una gran voglia di cominciare. Gli tornò in mente quell’idea che aveva avuto poco prima… quand’era stato? Guardò l’orologio. Già l’una di notte? Era passata un’ora e un quarto da quando era seduto lí? Pote...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Il cipiglio del gufo
- Prologo. Due uomini scendono dal treno
- 1. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 2. La notte di Adriano Cazzavillan, professore di liceo
- 3. Ginnastica mattutina di Carletto Zen
- 4. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 5. Prosegue la notte di Adriano Cazzavillan, professore di liceo
- 6. Carletto Zen continua a fare ginnastica
- 7. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 8. Adriano Cazzavillan, professore di liceo, aspirante autore di best seller
- 9. Si conclude la ginnastica mattutina di Carletto Zen
- 10. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 11. Adriano Cazzavillan fa il casting dei personaggi sulla tastiera del suo computer
- 12. Carletto Zen torna a casa
- 13. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 14. Adriano Cazzavillan, professore di liceo, fa colazione con la sua famiglia
- 15. Carletto Zen si guarda allo specchio
- 16. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 17. Adriano Cazzavillan, professore di liceo, fa un altro casting dei personaggi sulla tastiera del suo computer
- 18. Carletto Zen continua a guardarsi allo specchio
- 19. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 20. Adriano Cazzavillan, professore di liceo, fa colazione con la famiglia
- 21. Qualche ragguaglio sulla carriera sentimentale di Carletto Zen
- 22. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 23. Adriano Cazzavillan porta dentro di sé quanto ha appena visto in televisione
- 24. Proseguono i ragguagli sulla carriera sentimentale di Carletto Zen
- 25. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 26. Adriano Cazzavillan fa lezione sul primo amore
- 27. Quando la carriera sentimentale di Carletto Zen incappò nell’amore
- 28. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 29. La lezione di Adriano Cazzavillan sul primo amore ha una svolta
- 30. I dubbi di Carletto Zen
- 31. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 32. Si conclude la lezione di Adriano Cazzavillan sul primo amore
- 33. L’amore di Carletto Zen ha finalmente modo di esprimersi
- 34. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 35. Adriano Cazzavillan fa il casting dei personaggi
- 36. Prosegue l’incontro di Carletto Zen con Simonetta Maffinelli e Manlio Menon
- 37. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 38. Adriano Cazzavillan va dal preside
- 39. L’incontro di Carletto Zen con Simonetta Maffinelli e Manlio Menon si conclude con una rivelazione
- 40. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 41. Adriano Cazzavillan parla con il preside
- 42. Conseguenze delle delusioni amorose di Carletto Zen
- 43. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 44. Adriano Cazzavillan si chiude in casa con sua moglie
- 45. Carletto Zen si sveglia a nuova vita
- 46. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 47. Adriano Cazzavillan e sua moglie a casa da soli
- 48. Carletto Zen non ne può piú
- 49. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 50. Cazzavillan partecipa a una riunione
- 51. Carletto Zen prende in considerazione Maria Irma Giuffrida
- 52. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 53. Cazzavillan sulle spine
- 54. Carletto Zen continua a considerare Maria Irma Giuffrida
- 55. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 56. Cazzavillan torna a casa
- 57. Carletto Zen comprende qual è l’ostacolo piú ostico
- 58. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 59. Adriano Cazzavillan chiacchiera con la moglie
- 60. Carletto Zen ascolta Floria Collalto Loredan
- 61. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 62. Adriano Cazzavillan: la svolta
- 63. Carletto Zen si domanda come farsi avanti con Maria Irma Giuffrida
- 64. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 65. Con questo articolo Adriano Cazzavillan inizia a collaborare con il nostro giornale
- 66. Carletto Zen segue Maria Irma Giuffrida
- 67. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 68. Adriano Cazzavillan: il duello
- 69. Carletto Zen si fa sempre piú avanti
- 70. Vincenzo Famigli, giovane neodeputato, si accinge a intervenire in Parlamento
- 71. Adriano Cazzavillan, scrittore di noir
- 72. Carletto Zen, Maria Irma Giuffrida & C.
- 73. Vincenzo Famigli, giovane neodeputato, percorre strade lastricate di cattive intenzioni che forse conducono al bene
- 74. Adriano Cazzavillan: spedizione notturna
- 75. Carletto Zen e Maria Irma Giuffrida
- 76. Il discorso alla Camera di Vincenzo Famigli
- 77. Adriano Cazzavillan nella palestra notturna
- 78. Un nuovo personaggio parte da Oslo
- 79. Scene dall’infanzia di Nereo Rossi, giugno 1958
- 80. La colazione psichedelica di Adriano Cazzavillan
- 81. Carletto Zen prende lezioni di seduzione da Gerardo Picozza
- 82. Scene dalla vita presente e passata di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 83. Adriano Cazzavillan si chiude nello sgabuzzino
- 84. La storia d’amore di Tonino Carra
- 85. Nereo Rossi rilegge la sua infanzia
- 86. Gilberto Cazzavillan riceve una visita
- 87. Gerardo Picozza continua la sua lezione di seduzione a Carletto Zen
- 88. Dal diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 89. Che cos’ha Gilberto Cazzavillan
- 90. Il tradimento di Tonino Carra
- 91. Qualcuno si intromette nel diario di Nereo Rossi, radiotelecronista
- 92. Cazzavillan si chiude di nuovo nello sgabuzzino, ma questa volta non da solo
- 93. Carletto Zen e il mistero delle facce
- 94. Nepomuceno Diaz intervista Nereo Rossi
- 95. MagYarus, KatAria e CazZarus procedevano nella landa livida
- 96. Tonino Carra sbarca a Venezia
- 97. Nepomuceno Diaz continua a intervistare Nereo Rossi
- 98. MagYarus e KatAria nella foresta
- 99. Gerardo Picozza raccomanda Carletto Zen
- 100. Nereo Rossi riceve un invito
- 101. MagYarus e KatAria incontrano uno Spiffero
- 102. Tonino Carra sulle tracce del cognato
- 103. Nereo Rossi all’aperitivo da Miranda Donadel Baldassari
- 104. MagYarus e KatAria si procurano un destriero
- 105. Carletto Zen si prepara all’ennesimo appuntamento importante
- 106. Nereo Rossi perde fiducia in un’altra parte di sé
- 107. MagYarus, KatAria e la battaglia degli Spifferi
- 108. Tonino Carra si lascia prendere dalla nostalgia
- 109. Nereo Rossi riceve delle parole
- 110. MagYarus e KatAria arrivano alla Sorgente
- 111. Carletto Zen prende posto
- 112. Dal diario di Nereo Rossi
- 113. Cazzavillan e Gilberto nell’Oceano del Possibile
- 114. Tonino Carra importuna la passante
- 115. La lettera di Nepomuceno Diaz
- 116. Adriano Cazzavillan e gli ibridi
- 117. Carletto Zen fa gli scarabocchi
- 118. Dal diario di Nereo Rossi
- 119. Adriano e Gilberto Cazzavillan
- 120. Carletto Zen arrotonda le entrate
- 121. Nereo Rossi prende una decisione
- 122. Cazzavillan esce dallo sgabuzzino
- 123. Gerardo Picozza sonnecchia soddisfatto
- 124. Nereo Rossi suona il campanello
- 125. La famiglia di Adriano Cazzavillan
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