Alan Grainger scartabellò il suo dizionario mentale alla ricerca di un sinonimo per «vergogna» mentre attraversava Charing Cross Road in direzione nordovest, proveniente da Covent Garden. Aveva una piccola Moleskine nella tasca interna, dove aveva già buttato giú qualche appunto – insulti, piú che altro – durante il pasto.
Alloggi a prezzi ragionevoli, una migliore gestione del traffico, piú sale da concerto: sono molte le cose di cui Londra avrebbe urgente bisogno al momento. Ma di sicuro non ha bisogno dell’ennesima transitoria hamburgheria fighetta dove si sfornano panini rifiniti che costano un occhio.
Gingillandosi con quella frase, la candidata principale al paragrafo di apertura, tagliò per un vicolo che portava a Chinatown, dove all’improvviso nella gelida aria di fine novembre aleggiò l’odore di anatra arrosto. Il programma per il resto del pomeriggio era di trovare un angolino tranquillo alla Soho House o al Groucho e scolarsi un barile di caffè, in modo da ripulire la mente annebbiata dalle due birre, e finire di scrivere la recensione. Poi avrebbe preso il treno per casa verso le quattro, cosí da evitare la calca dell’ora di punta. Camminò deciso anche per cercare di smuovere un peso incistato da qualche parte nelle sue viscere. Stitichezza. Un inconveniente del mestiere.
«Ignominia»! Eccola.
Si fermò all’angolo di Gerrard Street e, con le dita intirizzite dall’aria ghiacciata, recuperò il taccuino dalle pieghe calde del suo bel cappottone invernale.
– Come te la passi, vecchio mio?
Accento scozzese, come il suo.
Era uno di quei giorni di primo inverno, freddissimi e luminosissimi, in cui il cielo sopra Londra è di un azzurro duro e profondo, su cui i camini e le antenne sembrano come ritagliati. «L’ignominia, tanto per cominciare…» scrisse, cancellando «vergogna».
– Come butta, vecchio mio?
Lí vicino, piano terra.
«… è dover attendere la bellezza di trentacinque minuti per avere un tavolo…» Era l’ultima moda: niente prenotazioni. Ormai alle soglie dei cinquant’anni, ad Alan quella mania sembrava uno dei piú grossi passi indietro mai fatti dall’umanità.
– Come butta, Alan?
«Come se non bastasse…»
Ehi, fermi tutti: com’era che ’sto tizio sapeva il suo nome?
Alzò gli occhi. O meglio, li abbassò. Il barbone era svaccato sul marciapiede, con la schiena appoggiata al muro del cinema che occupava metà del vicolo rivolto verso il cuore di Soho. Fissava Alan con uno sguardo penetrante, quasi divertito. L’accattone stava mangiando. Una schifezza avvolta nella carta stagnola, una ignominia di falafel o kebab. Alan si avvicinò lentamente, mentre il taccuino spariva nella tasca interna e la mano destra d’istinto s’infilava nella tasca dei pantaloni alla ricerca di spicci.
Bah, in realtà non era cosí insolito. La faccia di Alan appariva tutte le settimane sul giornale, in formato fototessera, accanto alla sua rubrica, e ancora piú grande accanto a qualche articolo o intervista. Di tanto in tanto veniva ospitato in televisione e alla radio. Forse a quel miserabile, rannicchiato in un sottopassaggio, era capitato di scorrere un paio di sue recensioni gastronomiche prima di sprofondare nell’oblio indotto dalla birra scura. Mentre copriva il poco spazio che li separava, ebbe il tempo di notare che il tizio sembrava avere piú o meno la sua età. Le somiglianze finivano lí, però. Il barbone portava dei jeans sudici, scarpe da ginnastica tutte bucate di sottomarca e sembrava imbozzolato, sigillato in una specie di parka, con il viso incorniciato dai lunghi capelli unticci. (Lunghi e unticci ma, come notò lui con sgomento, senza nemmeno uno dei fili grigi che avevano cominciato a comparire invece nella sua chioma). Alan fece un mezzo sorriso, un’espressione benevolente che voleva dire «in bocca al lupo», mentre ficcava la mano in tasca e tirava fuori un assortimento di monetine tiepide.
– ’Mbè? Come butta? – Il tizio lo disse in tono disinvolto, nonchalant, come se fossero vecchi amici e si fossero sentiti la settimana prima. Già, scozzese, e piú o meno della sua età. Probabilmente ora gli sarebbe toccata una tirata sulla grandezza della Scozia. Quanto mancava a entrambi, visto che entrambi avevano deciso di trasferirsi lí a Londra.
– Bene, bene… – disse Alan. Stava cercando un posto dove lasciar cadere gli spicci, un berretto o una scatola o qualche recipiente piú moderno: un bicchiere ciancicato di Subway, Burger King o Kentucky Fried Chicken. Non sembrava molto elegante chiedere a sua volta come se la passava a un interlocutore che dopotutto era sdraiato in un vicolo a mendicare. Intanto non vedeva alcun contenitore per l’elemosina. Rimase lí con la mano fredda piena di monetine, sospesa goffamente a mezz’aria. Nell’aria gelida. Incrociarono lo sguardo.
– Mica mi hai riconosciuto, ’rcatroia…
Era stato il barbone a pronunciare quelle parole, non Alan.
– Io non… – cominciò lui, ma non terminò la frase. Perché adesso si guardavano proprio negli occhi, Alan che incombeva sul barbone, mezzo piegato, gli spicci in una mano. Non terminò la frase perché il viso del barbone stava diventando familiare, un certo luccichio negli occhi, quelle rughe ai lati della bocca, i denti davanti leggermente sghembi, scheggiati e ingialliti e marciti rispetto all’ultima volta che li aveva visti. Rispetto all’ultima volt…
– Craig? – disse. La parola gli esplose in bocca come un punto di domanda.
– Ne è passato di tempo, vecchio mio.
Alan fu sopraffatto da emozioni contrastanti. In primo luogo dispiacere, ovvio. E poi la compassione, la profonda e automatica compassione che proviamo davanti alle sofferenze altrui. E poi, ancora piú ovvio, gioia. Gioia che, per una volta, l’universo fosse in grado di metterti sotto il naso un emblema tanto evidente del tuo successo, di quanta strada avevi fatto, di quanto eri riuscito a fare con quello che avevi in mano, mentre qualcun altro era finito…
Perché lí sdraiato sul freddo marciapiede del centro di Londra c’era uno dei suoi piú vecchi amici. Un tizio che, in gioventú, era stato uno dei suoi piú cari amici. Un tizio che non vedeva di persona da quasi venticinque anni.
E adesso, scortese o meno che fosse, doveva fare la domanda.
– Come… come stai?
– ’Rcatroia, – disse Craig Carmichael, indicando con la mano guantata sé stesso, il suo angolino, il cartone sottile che fungeva da alloggio, – mi sa che lo vedi con i tuoi occhi.
– Santo cielo, Craig. Puttana di un’Eva.
– Dov’è che correvi di bello? – Craig staccò un morso da quella robaccia avvolta nella stagnola. Stava portando avanti la conversazione in modo, be’, ciarliero, come se fosse una giornata qualsiasi, come se si fossero incontrati per caso in giacca e cravatta al Terminal 5, due vecchi compagni di scuola che s’incrociano in un aeroporto internazionale. E Alan? Alan in quel momento si faceva problemi a stare diritto. Che cosa avrebbe dovuto fare? Spaparanzarsi accanto a Craig per fingere che non erano poi cosí diversi o restare lí in piedi?
– Io… – balbettò. – Niente di che, lavoro.
– Stavi scrivendo?
– Be’… sí.
Ci fu una pausa. Il vento soffiava lungo il vicolo, in cerca di una via d’uscita. Che altro c’era da dire?
– Senti –. Alan controllò l’ora. – Ti… ti va di bere qualcosa al volo?
Tempo dopo, molto tempo dopo, avrebbe avuto modo di chiedersi come sarebbero andate le cose se non gli fosse scappata di bocca quella frase. I piccoli interstizi della vita: gli attimi in cui pensiamo che non stia accadendo niente di significativo… E invece sta sempre accadendo qualcosa.
Visto l’aspetto attuale di Craig, diversi locali andavano per forza esclusi (anche se forse, al Groucho, Alan sarebbe riuscito a farlo passare per un pittore in ascesa nel mondo dell’arte), quindi finirono al Coach and Horses, un pub in Greek Street. Si piazzarono a un tavolino in fondo, vicino ai gabinetti, Alan con una piccola chiara e Craig con una media.
– Alla salute, – disse Alan.
– Alla salute, ’rcamiseria, – rispose Craig, e fecero tintinnare i bicchieri.
Alla salute. Ma davvero? Ad Alan, mentre buttava giú un sorso e scrutava Craig un po’ meglio, suonava come una presa per il culo. Sembrava che il suo vecchio amico portasse diversi strati di vestiti. Le scarpe avevano le suole scollate. La sua roba – sacco a pelo, zainetto e sacchetti assortiti – era stata sistemata sotto lo sgabello accanto. Gli ci era voluto un po’ di tempo per raccattare tutto, mentre Alan aspettava, con un sorriso bonario, incerto sul galateo da osservare in una situazione simile. (Offrirsi di dare una mano? Forse no. Forse meglio di no). Eppure Craig non sembrava cosí lurido da non poter venire ammesso in un pub. Aveva la barba lunga e i capelli arruffati (pareva che andassero in cinque direzioni diverse allo stesso tempo), d’accordo, ma non sembrava che fosse passato poi molto tempo dall’ultima strigliata. A dire il vero, avesse avuto vent’anni di meno, avrebbe potuto guadagnarsi un post in uno di quei Tumblr tipo Hipster o barbone? In piú, che invidia, era ancora magro. Certo, per quanto invidiabile, era comprensibile. Alan immaginava che uno degli scarsissimi vantaggi della vita da accattone fosse l’esigua ingestione di calorie. Appoggiarono i bicchieri e finalmente arrivò il momento della domandona. Non c’era modo di girarci intorno.
– Craig, Cristo santo, che ti è successo?
Craig scoppiò a ridere. Era come se da dieci minuti non aspettasse altro che quella domanda. – Ah, ’rcatroia, è una storia lunga. Quand’è che ci siamo beccati l’ultima volta?
– Oddio… – Alan finse di pensarci su.
In realtà ricordava benissimo l’ultima volta che s’erano visti. In quel momento ebbe la scena perfettamente nitida davanti agli occhi: Craig, madido di sudore, con una T-shirt pulita recuperata dalla bancarella del merchandising, un bicchiere di vino bianco in una mano e l’altra che faceva ciao, dalla parte opposta del camerino affollato, mentre Alan e gli amici uscivano dal locale verso le due di notte. «Ci si becca!» aveva gridato Craig. Erano al Queen Margaret Union, dentro l’Università di Glasgow, primavera del 1993. Il gruppo di Craig, i Rakes, appena tornato dagli Stati Uniti, aveva suonato lí per la prima data del tour inglese. Era stato poco prima che Alan si trasferisse a Londra. C’erano lui e Charlie e Donald, i ragazzi con cui viveva nell’appartamento di Huntley Gardens, vicino a Byres Road. Charlie, Donald, Craig e Alan avevano frequentato insieme l’Università di Glasgow. Craig aveva mollato al secondo anno, quando la band aveva iniziato a decollare, e a quel punto eccolo lí, uno del loro giro, a suonare al Queen Margaret, dove avevano visto chissà quanti concerti insieme, strafatti in galleria o a pogare nella calca sotto il palco. Sí, Alan ricordava benissimo il mom...