Al suo secondo libro in versi, Marcello Fois racconta la sopravvivenza e la sparizione di modelli di vita legati alle origini dell'uomo. I suoi sono poemetti antropologici che ripercorrono l'intero ciclo della civilizzazione umana attraverso i passaggi generazionali e i salti sociali che si sono verificati in età moderna; in Sardegna a partire dalla fine dell'Ottocento. Il verso è molto narrativo, con ritmo e tonalità mitico-ieratiche ma anche con spunti ragionativi; cicli di vita incommensurabili rispetto a una singola esistenza umana non provocano annichilimento della capacità di riflessione e discussione: quello di Fois è un ossimorico mito illuminista, apodittico-dialettico, fuori dal tempo e nella storia. Un discorso a sé merita Dal silenzio, un po' tragedia greca e un po' Antologia di Spoon River: una sorta di oratorio per i morti in seguito al siluramento dell'Arandora Star il 2 luglio del 1940. Erano perlopiú italiani residenti in Gran Bretagna, internati all'entrata in guerra dell'Italia e imbarcati sulla vecchia nave da crociera per essere deportati in un campo di concentramento in Canada. La nave fu colpita da un U-Boot tedesco e si inabissò nell'Atlantico. Nel poemetto diversi narratori formano una catena di voci per raccontare le storie di alcuni e di tutti. Voci che emergono dal silenzio del mare e della storia in una scrittura poetica al tempo stesso epica e sommessa.

- 96 pagine
- Italian
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Argomento
LetteraturaCategoria
PoesiaDal silenzio
Un oratorio per i morti italiani in seguito al siluramento dell’Arandora Star, 2 luglio 1940
Prologo in forma cantabile (nel silenzio assoluto)
Negli autunni brumosi può capitare
Che il corpo trabocchi da un’anima di vetro.
E certo può capitare di vedere la fiamma
che si origina dall’acqua
Come di assistere alla morte in volo per annegamento.
Oh, negli inverni solenni i corpi sono poca cosa
E poca cosa sono i pensieri che, con ostinazione,
si sono pensati
E le terre che ci si è lasciati alle spalle
appena salpati i bastimenti
… Può capitare di non sapere perché…
Solo lo strazio resta, ma è strazio incosciente
Tanto impossibile sembra l’essere estirpati,
strappati come malapianta,
Portati in volo, leggerissimi, nell’incerto
contro la pesantezza del certo…
Certo tutto, tutto questo può capitare…
Poi restano parole, come geografie
che non si sanno pronunciare,
E Primavere che noi non vedemmo mai,
ma che i primi di noi raccontarono ai secondi
e i secondi ai terzi:
enormi fiori raccolti oltremare e seccati
fra le pagine di un libro
viole del pensiero e violacciocche che qui crescono
minutissime, affamate di luce.
Ah, sentimi: lí, dopo l’orizzonte, ubriachi di luce,
esplodono i limoni
Con loro, nelle estati estatiche,
abbiamo temprato il sorriso
E l’abbiamo trasmesso come una ricetta segreta
ai figli dei figli,
assieme alla coreografia delle origini.
Sentimi ancora: alla partenza abbiamo salutato le colline
E l’orizzonte sterminato della pianura.
Poi abbiamo posato il piede nella terra galleggiante
Come se fossimo prigionieri del destino…
E abbiamo snocciolato le stagioni come rosari
Ave Maria e Pater Noster e Gloria e Pace, Pace in terra.
Pace in terra. Ascoltami: pace in terra!
E, dolcemente, addio.
Finché dura la stagione degli amori…
I. Colonsay
Io lo racconto come un trambusto di nubi violacee…
Ad Agosto dicono che ci siano terre in cui si viaggia
nudi come selvaggi.
Ma non qui, qui l’agosto è come il sapore
della birra cruda
fredda ed aspra, promettente, ma non piú dissetante
qui ad agosto si prepara la tavolozza dell’infinito inverno
Cosí il mare suggerisce di abbandonare i pascoli
che lambiscono le spiagge
E preparare sidro in abbondanza
E fortificare gli ovili.
Ad Agosto l’inverno è già pensiero che dà brividi
lungo la schiena.
Ma dicevo del cielo:
Io la racconto a partire dal cielo,
perché è dal cielo che il mare prende ordini
Quando il vento gelido si fa alito ribollente.
Quelli erano tuoni della terra però,
non di divinità saettanti,
erano obici delle contraeree, siluri sottomarini,
e tonnellate lorde di naviglio
che venivano inghiottite dai flutti.
Da Colonsay, che non era piú grande
del piú piccolo dei navigli,
si poteva vedere il lampo della cannoniera
e il rogo marino, stupore di fiamma galleggiante.
Da lí si potevano sentire i lamenti notturni delle anime
naufragate e galleggianti
Mentre i corpi pesantissimi ingoiavano acqua
e acqua ancora.
Per tutto l’anno, fu guerra fra cielo e mare,
esattamente sulla linea di tutti gli orizzonti possibili…
Pregammo a lungo e a lungo cercammo fiori
nella brughiera,
poi dovemmo arrenderci.
Dicevano che quella tempesta d’uomini,
quel crepitare dell’orizzonte,
portasse doni dal mare: casse di viveri, pesci galleggianti,
valigie con preziosi… Cappelli da marinaio
e, qualche volta, persino rose…
Ma qui a Colonsay arrivò solo la carcassa
di una scialuppa
E qualche salvagente…
Poi la notte del 15 agosto Rowena sognò la battaglia
dei tritoni…
Che hai da agitarti nel sonno donna?
Una battaglia immensa, sussurra lei,
tenendo gli occhi chiusi,
facevano ribollire l’acqua come un banco di pesci
che vengono tirati in superficie
oh, colpi senza pietà, sussurrava… Erano uomini
erano pesci…
si cavavano gli occhi, si pestavano le carni,
si scansavano l’un l’altro per ritardare l’istante
in cui l’aria...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- L’infinito non finire
- Dal silenzio. Un oratorio per i morti italiani in seguito al siluramento dell’Arandora Star, 2 luglio 1940
- La scala di Giacobbe
- Kairos
- Carne cruda e mentuccia, pane, formaggio e vino
- Il libro
- L’autore
- Dello stesso autore
- Copyright
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