Mille lune
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Mille lune

  1. 184 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Tennessee, 1870. Winona, un'indiana lakota rimasta orfana e adottata dagli ex soldati dell'Unione Thomas McNulty e John Cole, prova con tenacia a lasciarsi alle spalle le perdite del passato. Almeno finché l'ennesima violenza non la costringe a cercare giustizia. Anche travestendosi da uomo... Dalla penna di uno dei piú importanti scrittori contemporanei, la storia di una donna determinata a scegliere per il proprio futuro, un canto alla libertà di espressione, un'ode a ogni forma d'amore.Da bambina Winona ha perso tutto, e se non fosse stato per Thomas e John non sa quale sarebbe stato il suo destino. John ha sempre insistito perché imparasse l'inglese correttamente. Per un nativo americano - e John lo sa bene, visto che lo è per un terzo - è già abbastanza difficile sopravvivere nella società chiusa e intollerante del Sud, in cui picchiare indiani e neri non è considerato un crimine, e parlare inglese è uno dei pochi modi per ottenere un po' di rispetto. Winona lavora come contabile per l'avvocato Briscoe, ed è molto brava. In città ha conosciuto il commesso Jas Jonski, che si è innamorato di lei e ha intenzioni serie. Winona non è sicura di voler sposare Jas, che non ha mai nemmeno baciato, e non sa davvero se le piacciono gli uomini. Ma a parte i dubbi del cuore e le difficoltà che derivano dall'essere una donna, e per giunta indiana, la vita di Winona scorre tranquilla, almeno fino all'ennesimo evento che sconvolge la sua esistenza travagliata: un giorno viene aggredita e stuprata. Se all'inizio non ricorda nulla, in seguito crudeli frammenti di memoria le suggeriscono che il colpevole è proprio il suo fidanzato Jas. Winona non se la sente di accusarlo subito apertamente: vestita da ragazzo per sottrarsi alle sue attenzioni, allora, Winona asseconda la sua sete di giustizia e decide di condurre un'inchiesta personale al cuore della società maschilista di Henry County. Tra turpi misteri e segreti inconfessabili, per Winona la verità sembra allontanarsi sempre piú; la forca, invece, è a un passo: come spesso accade, per chi ha il potere è facile trasformare le vittime in colpevoli. Raccontato dalla fiammeggiante prosa di Sebastian Barry, Mille lune è il potente ritratto di una donna e della sua determinazione di decidere il proprio futuro, di vivere e di amare.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806251161
eBook ISBN
9788858438930

Capitolo ottavo

– Allora, Cochise? – fece Frank Parkman.
Dietro, le luci della città continuavano a baluginare e a farsi piú brillanti.
Certe volte finché non lo sposti mica ti accorgi dei vermi in un vecchio pezzo di carne. Adesso ero lí, piena di una strana paura in un posto di paura. A cominciare a confondermi erano le oscillazioni della mia povera testa. A confondermi nei propositi, avrebbe potuto dire l’avvocato Briscoe. Com’ero sola, nelle braghe di Thomas McNulty. Con di fronte un uomo che forse aveva soltanto voglia di placare la sete dopo il trambusto della ferratura di quel cavallo. Che poi era proprio un bel castrone nero e lucido. Nella luce piú intensa delle lampade il nero sembrava quasi saltargli fuori dal mantello.
– Bell’animale, – dissi. Di colpo ero capace di parlare.
– Puoi dirlo forte, – fece Frank Parkman. – Ha portato fin qui una signora di Nashville. Tutta sola. Secondo te perché non ha preso il treno da Nashville o la diligenza di Mills Point? Chiedo a te, straniero. Di questi tempi è meglio che una donna non se ne va in giro da sola.
– Già, – dissi.
Non era il Frank Parkman che era venuto alla fattoria. Non aveva il sorrisetto e non faceva battutine. Andò a una botte dell’acqua e ne tirò su una vecchia tazza piena. Era cosí vecchia che lo smalto sulla latta era solo un ricordo. Poi cavò la sua piccola pipa d’argilla e la borsa del tabacco e si mise a caricare il fornellino. E dopo restammo tutti e due stupiti perché sfregò il fiammifero con un gesto talmente sicuro che spedí la capocchia come una stella cadente dall’altra parte delle stalle. Lui rise e imprecò a bassa voce e ne sfregò un altro. Intanto teneva d’occhio dov’era volato il primo fiammifero perché non voleva mandare in fumo il suo posto di lavoro.
– Qui è tutto tuo? – dissi, anche se sapevo che non poteva essere cosí.
– Sí, l’ha costruito il mio vecchio. Adesso è morto, pace all’anima sua. Jesse James ci ha legato il suo cavallo quand’è passato con Quantrill.
– Sei amico di Jas Jonski? – chiesi imbaldanzita, sperando in una nuova risposta sorprendente.
– Lo conosco, sí, – fece lui. – Perché me lo chiedi, capo?
– Curiosità.
– Curiosità. Tanto non costa niente, – disse Frank Parkman. La pipa aveva cominciato a tirare bene, lui si appoggiò alla vecchia trave portante di legno stagionato e via che sfumacchiava. Poi indicò il bel cavallo nero. – Quello lí è della madre di Jas Jonski, per l’appunto. Uno schianto. E tu che mi chiedi proprio di lui.
Continuò a fumare per qualche minuto. Mi guardava con tutta la naturalezza dell’amicizia. Era davvero molto strano.
– Be’, adesso qui devo chiudere. La cena mi aspetta.
– E i cavalli li lasci?
– Giusto un’ora, mica ci fanno caso.
Aveva quattordici o quindici ospiti, tutti infilati nella loro posta.
– Puoi star qui a guardarli tu, se ti va. Ti do cinquanta centesimi, – fece.
Quella frase mi colse impreparata. Gentilezza? Forse mi aveva preso per un povero pellerossa patito che gli servivano cinquanta centesimi per la cena.
– Perché no, – dissi.
– Non è che magari sei un ladro di cavalli?
– No. Ho qui fuori il mio mulo.
– Sí, l’ho visto quel trabiccolo macilento. Comunque hai ragione, non dovrei mai lasciarli. Magari vado giusto a prendere una marmitta di stufato e la porto qui cosí ce la dividiamo.
Io zitta. Frank Parkman si diede una mossa, accostò per bene le porte dello stallaggio, mi strizzò l’occhio e se ne andò. Mi aveva sorpreso di nuovo, lasciandomi lí dopo avermi affidato il suo regno. Tutto il suo modo di comportarsi mi sorprendeva e confondeva. Ma ero contenta di potermi guardare un po’ intorno mentre non c’era. Stavo cercando di convincere la mia testa a tornare indietro e a dirmi qualcosa. Quel posto però non mi era familiare, anche se prima ero sicura che, malgrado il whiskey, il solo fatto di trovarmi là dentro mi avrebbe fatto ricordare qualcosa. Invece non si muoveva niente.
Tanto per aumentare lo stupore Frank Parkman tornò con una grossa ciotola di stufato della taverna. Lo divise come tra soldati e mi diede la mia parte sul rovescio di un pezzo di lamiera smartellata per farci una piccola conca. Devo dire che lo stufato era ottimo, proprio buono come quello di Rosalee.
– Grazie per aver diviso la cena, – dissi.
– Be’, la Bibbia dice che dobbiamo sfamare il viandante, – fece lui.
– E chi lo vuole sfamare un indiano? – dissi io.
– Il mondo è pieno di pensieri che non valgono un bel niente, – rispose lui.
Quand’ebbe finito di mangiare andò di nuovo alle porte e le chiuse. C’era anche una grossa spranga di ferro per bloccarle ma quella non la toccò. Mi prese dalle mani quella specie di piatto e lo posò e poi mi si piazzò di fronte.
– Non so se saresti cosí gentile da permettermi di baciarti, – disse. Parlò pianissimo, in modo molto dolce – molto tenero.
Se prima ero un po’ confusa adesso ero in un labirinto di confusione. Allora aveva capito chi ero? Non sembrava. Immagino che era un uomo come John Cole, che non gli faceva schifo baciare un altro uomo. Uno come John Cole, che aveva dedicato la sua vita ad amare Thomas McNulty.
Lo fissai. La verità è che avevo paura.
– Nello stivale ho un coltello, – dissi. – Cosí ti regoli.
Sentivo le porte dietro di me chiuse con la forza di una prigione. Ma forse sbagliavo a sentire in quel modo.
– E ho anche una pistola.
– Be’, se non ti va mica m’importa, – fece Frank Parkman, ridendo, o quasi. – A questo mondo se non chiedi non ottieni.
– Non sono mai stato baciato in tutta la mia vita, – mi sentii dire. – Adesso devo andare.
– Certo, certo, – disse lui. – Se un giorno ti viene voglia di farti baciare da me, torna pure. Torna comunque, quando vuoi. Sei un bel ragazzo delicato.
Annuii. Pensavo che da un momento all’altro poteva saltarmi addosso e far partire un pugno, chissà, come con la capocchia di quel fiammifero. Invece no.
Mi girai per andarmene e le porte dello stallaggio si aprirono senza nessuna resistenza.
– Ehi, Cochise, – fece lui. Mi girai proprio mentre stavo per rimettere il naso in città. – Non ti sei offeso, vero?
– No, – dissi.
Allora lui annuí e sembrò soddisfatto.
Ornamento di separazione
Nei nostri tentativi di guarire Tennyson, una sera Thomas McNulty mi chiese se mi andava di mettere in piedi qualcosa di allegro per lui. Avevano già lavorato un bel pezzo di piantagione e avvicinarsi alla fine di un travaglio cosí lungo significava liberarsi di un signor fardello.
– Mi piacerebbe moltissimo, – dissi.
– E piacerebbe moltissimo anche a noi, dolcezza, – disse lui. – Mi ricordo, sai, mi ricordo sempre di quel che ti è capitato, figlia mia.
– Lo so, mamma, – gli dissi io.
Quella sera spazzammo il pavimento e spingemmo i quattro mobili in croce contro le pareti e Lige Magan riesumò il suo violino da in cima a una credenza e lo lucidò con la cera e tese bene le corde e poi partí con le sue gighe e i suoi reels del Tennessee. Tennyson Bouguereau se ne stava lí a bocca aperta e pestava i piedi e applaudiva e se la spassava alla grande, e poi chiesero a Thomas di fare il suo ballo da signora con cui a Grand Rapids ci guadagnavamo qualche dollaro sebbene senza vestiti di quel dí, e lui accettò e la stanza si allargò come il firmamento intero e le nostre facce splendevano nella luce delle lampade e c’erano risate e sudore e un bello spirito di amicizia. Però da quel grande uccello canterino che era stato Tennyson non uscí lo stesso una nota.
Io frullavo e pestavo i piedi come tutti gli altri. Mi piaceva un sacco sculettare ballando. Lasciavo andare le gambe e le braccia dove volevano e non c’era un nome educato per quei movimenti. Non come fare un valzer o cose cosí. John Cole e Thomas mi gettavano e mi riprendevano, e Rosalee come un fiore in boccio non aveva semplicemente gettato al vento le preoccupazioni ma era il vento. Il suo bel corpo luccicava e saltava e si slanciava nell’aria, flessibile come un cigno nero. Suo fratello aveva messo radici e forse noi speravamo che si conficcassero ben bene nelle assi e nella terra asciutta del Tennessee per risanarlo.
A notte fonda ci fermammo come è normale che sia, come cavalli dopo una lunga galoppata, e ci piazzammo davanti al fuoco scoppiettante e nella nostra scura casetta di legno sotto le stelle si stava bene, cosí per un po’ non sentii piú male al cuore e Lige Magan attaccò la medicina delle ninnenanne e dei pianti al violino e le quattro corde vibravano una musica bellissima e avevamo tutti il cuore gonfio. Pensavo agli animali svegli e addormentati nei boschi intorno a noi e mi chiedevo se avevano le orecchie puntate e se dentro la nostra musica c’era anche qualcosa per loro.
Ornamento di separazione
Anche il colonnello Purton faceva progressi, non gli ci volle molto per trovare dei nomi e portarli all’avvocato Briscoe. L’avvocato Briscoe era molto incuriosito dal colonnello Purton, secondo me quando arrivò si mise a gongolare. Stranamente i gradi gli venivano dai tempi che stava nell’esercito color topo, ma adesso non era piú un ribelle e l’ultimo governatore del Tennessee in persona l’aveva spedito a scovare rinnegati. Non proprio un lavoretto visto di buon grado, in quel periodo, pensava l’avvocato Briscoe. Ma a quanto pareva fino a ordini contrari il colonnello intendeva compiere il suo dovere.
– Il Tennessee è diventato un posto pericoloso, – disse con una parlata strana che non si capiva bene da dove veniva, – sempre piú difficile volergli bene.
Soltanto allora notai che aveva il labbro fesso, perché sotto quei baffoni folti la bocca gli spuntava appena. Era per quello che parlava strano. Per un attimo le sue parole stettero lí sospese tra noi nell’ufficio buio.
– Però dobbiamo continuare a volergliene.
Cosí mi venne da pensare che il lavoro del colonnello Purton era spingere l’avvocato Briscoe a mandare le cose nella direzione giusta e che l’avvocato Briscoe era pronto ad aiutarlo in tutti i modi. In quel momento però era il colonnello Purton ad aiutare lui.
Parlarono dei tempi della Paris Male Academy, che tutti e due avevano frequentato in anni diversi.
Quando venivano a trovarlo persone che teneva in alta stima l’avvocato Briscoe era pronto a mostrarsi molto ospitale. Di solito spariva in camera per darsi anche una passatina di pettine e di olio nei capelli: quello era il grado di civiltà piú elevato, per lui, anche se a me l’odore mi ricordava tanto i cavoli. Poi apriva il mobiletto finemente intagliato dove teneva il suo whiskey migliore. Nemmeno Lana Jane Sugrue, a cui non cadeva mai niente perché, come diceva l’avvocato Briscoe, era già troppo vicina al pavimento, aveva il permesso di maneggiare e versare i liquori. Forse il colonnello Purton pensava che trattasse cosí tutti i suoi visitatori, ma non era vero. Ai mascalzoni dava giusto un consiglio veloce senza manco un bicchierino, e poi li congedava svelto con dei cenni della testa e parole frettolose che in pratica non volevano dire niente.
Il colonnello era alto, strano e deturpato. Aveva la pelle scura e chiazzata e metà faccia coperta dalla famosa voglia di vino, che gli dava una buffa doppia aria a seconda del lato da dove ti guardava. Non ho mai visto un uomo cosí magro e che pure poteva dirsi vigoroso. Aveva una voce insieme acuta e rauca, cosa che nel teatro del signor Noone a Grand Rapids sarebbe stata fatale per la sua carriera, per non parlare del labbro leporino. Il suo mestiere però non era il teatro o la recitazione, m...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Mille lune
  4. Capitolo primo
  5. Capitolo secondo
  6. Capitolo terzo
  7. Capitolo quarto
  8. Capitolo quinto
  9. Capitolo sesto
  10. Capitolo settimo
  11. Capitolo ottavo
  12. Capitolo nono
  13. Capitolo decimo
  14. Capitolo undicesimo
  15. Capitolo dodicesimo
  16. Capitolo tredicesimo
  17. Capitolo quattordicesimo
  18. Capitolo quindicesimo
  19. Capitolo sedicesimo
  20. Capitolo diciassettesimo
  21. Capitolo diciottesimo
  22. Capitolo diciannovesimo
  23. Capitolo ventesimo
  24. Capitolo ventunesimo
  25. Capitolo ventiduesimo
  26. Capitolo ventitreesimo
  27. Capitolo ventiquattresimo
  28. Il libro
  29. L’autore
  30. Dello stesso autore
  31. Copyright