Cosí per sempre
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Cosí per sempre

  1. 456 pagine
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Cosí per sempre

Informazioni su questo libro

Dracula non è morto, si è soltanto trasferito a Roma. L'uomo sulla terrazza è antico quasi come la città che sta guardando. Il suo gatto Zibetto, piú nero di tutti i gatti neri, come lui conosce troppe storie. L'uomo è il conte Dracula. Ama la scienza, la fragilità degli esseri umani, e una donna dal viso sempre uguale. Nel 1897 la storia d'amore con Mina Harker non è finita: per chi non è piú legato allo scorrere del tempo, nulla può mai finire. Oggi lui sta a Roma, che è una città eterna, e lei vive a Venezia, che è una città immortale. L'eternità e l'immortalità sono due cose diverse, Dracula l'ha capito e Mina no. Sarà pur vero che l'odio è anche amore, ma dove l'amore cerca passione l'odio chiede vendetta.Giacomo Koch è il nome del conte Dracula quando questa storia comincia. Mina Harker, la donna a causa della quale stava per essere ucciso, è sfuggita alla morte, ora si chiama Mina Monroy ed è lei stessa un vampiro. Il loro gatto Zibetto può arrampicarsi anche per dieci piani e porta alle zampe anteriori due vistosi anelli d'oro, per l'esattezza due fedi nuziali. Questa storia, ambientata oggi tra Roma e Venezia, attraversa i secoli e affonda le sue radici alla fine dell'Ottocento, quando il conte Dracula lascia la Transilvania per trasferirsi in Occidente. È allora che ha preso il nome di Giacomo Koch e ha cominciato a interessarsi alla professione medica, ed è oggi che lavora come anatomopatologo all'ospedale Fatebenefratelli. Attraversando la grande stagione delle scienze, Giacomo ha capito molte cose. La prima è che tutto ciò che scorre è nutrimento, non solo il sangue, per quanto il sangue umano rappresenti ancora il suo cibo preferito. Ha capito che non si può vincere la nostalgia per i prodigiosi limiti dei viventi, e che grazie alla forza di gravità ogni uomo e ogni donna contengono l'universo; sa, soprattutto, che quando nei vampiri scorre il sangue essi diventano umani, e come gli umani sono vulnerabili, possono essere ammazzati. Mina, invece, non ha voluto capire altro che sé stessa, ha vissuto gli ultimi sessant'anni insieme a una donna che il Conte ha ucciso - come, in effetti, ha ucciso tutti gli amori della sua vita - e pensa, per punirlo, di dover distruggere l'unica vera grande passione di Dracula: gli esseri umani. Decide, nella Venezia dove tutto scorre, di aprire un salone di bellezza in cui il tempo non scorra piú. Dal salone di Mina chiunque entri uscirà uguale a sé stesso. Per sempre. Cosí per sempre.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806252564
eBook ISBN
9788858438961
1.

NÉ DI VENERE NÉ DI MARTE. DOVE GIACOMO KOCH, PROTAGONISTA DI QUESTO ROMANZO, RICEVE LA VISITA INATTESA DEL SUO GRANDE AMORE. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA.

Un essere umano pesa circa due chili e mezzo di cenere. Per sapere il resto ci vuole molto tempo. E un amico. Di tempo ne aveva, ma gli mancava Carl.
Se avete a disposizione un intero rocchetto, non dovete immaginare la lunghezza del filo o supporla. I sogni sono tagli o giunte, amico mio, gli esseri immortali, se ne esistono – aveva sorriso Carl dietro a piccoli occhiali d’oro tondo –, non sognano. Chi ha a disposizione tutto il tempo lo misura.
Giacomo Koch – questo il nome del Conte oggi che la storia comincia – della mancanza di sogni non si era mai lamentato, ma gli dispiaceva, adesso, non poter sognare Carl e discutere con lui. Cosí quella mattina, cosa che non gli era mai capitata e Carl aveva escluso potesse accadere, Giacomo provava nostalgia.
Dopo centoventi anni nella vecchia Europa, si era abituato alla necessità degli esseri umani di sentirsi corrisposti, e che Carl non potesse venirgli incontro nell’immaginazione, nella fantasia o nel sogno, lo adombrava. Sí, in quel mattino di primavera prossima, Dracula era dispiaciuto.
Aveva i ricordi, ma i sogni sono qualcosa di diverso. Lo aveva imparato leggendo e ascoltando. Sono una discarica di ricordi, una accelerazione di quella decomposizione della quale conosceva ogni cosa e che non riguarda solo la carne.
C’è la volontà al centro dei sogni, non il desiderio.
La versione sognata di Carl sarebbe stata diversa dal ricordo di Carl, avrebbe enunciato altre ipotesi e altre teorie, sarebbe cambiata, e finché le cose cambiano, esistono sia il tempo che gli esseri viventi.
Giacomo era conscio che nostalgia e malinconia, come quasi tutti i sentimenti umani, sono stati. Ed essendo stati, sono luoghi, ed essendo luoghi, li si può raggiungere, o provarci. Perciò, per approdare alla particolare malinconia di quella mattina di marzo avrebbe preso un treno fino a Milano, cambiato per Zurigo e da lí per Küsnacht, dove, poggiata la mano sulla tomba di Carl, avrebbe lasciato un fiore, o un pensiero. Meglio i fiori. Sia per lui che per gli esseri umani, la terra era certezza. L’uomo deve andare al di sotto, aveva detto Carl Jung, Ci andremo tutti, gli aveva risposto Giacomo in un mattino del 1959.
Confortato dal progetto di quella gita, Giacomo aveva telefonato a Federica, la sua collega al Fatebenefratelli. Prendo un paio di giorni di ferie, vado a trovare un amico. Se però lei immaginava il lavoro fosse troppo, avrebbe posticipato. Ma no, vai, sei pure il capo, che fai mi avverti?, mica possiamo sapere prima quanti avranno bisogno di un’ultima visita specialistica. Giacomo aveva piegato le labbra in un sorriso e abbassato gli occhi in direzione dell’isola Tiberina dove stava l’ospedale dentro cui stava Federica, per guardarla meglio.
Mentre parlava al telefono, Federica scorreva con l’indice le fotografie del profilo Instagram di un tal Vito Parenti. Sorrideva, motivo per cui Giacomo aveva pensato che si fosse innamorata un’altra volta. Innamorata forse no, infatuata. Oltre il camice, oltre il bottone dei jeans, il suo sguardo era arrivato alla pelle, e sotto la pelle allo strano vaso di fiori o corna d’ariete che è l’apparato riproduttivo e lí Giacomo non aveva trovato traccia di liquido seminale o segnali di un rapporto sessuale recente, capiva solo che avrebbe ovulato l’ovaia sinistra, e che per quel fibroma di due centimetri non c’era da preoccuparsi. Avrebbe dovuto controllarlo per un’altra ventina di anni, poi, finite le mestruazioni, chiusa la partita con la fertilità, poteva dimenticarlo. Con gli occhi sul collo dell’utero si chiedeva Giacomo quando Federica avrebbe avuto un bambino e se.
Sei ancora lí?, aveva chiesto lei, e Giacomo aveva sospirato Sí, Allora ci vediamo la prossima settimana, ma dove vai?, In Svizzera, Non ci sono mai stata, Non c’è niente da vedere, Tranne il tuo amico, Tranne alcuni amici, Addirittura alcuni.
Poi Federica aveva detto Scusami, scusami, sento qualcosa che mi preme sulla vescica. Giacomo l’aveva seguita mentre stringeva le gambe, saltellava, voltava le spalle alla vecchia cornetta del vecchio telefono dell’obitorio del vecchio ospedale della città vecchissima attraversata da un fiume eterno e correva in bagno.
La stanza, senza il corpo di lei, aveva perso calore e nitidezza. Giacomo la vedeva sbiadita, ma la vedeva ancora grazie alla donna e all’uomo nelle stanze limitrofe. In mezzo a quella perdita di definizione, come un respiro che si smorza, anche lo schermo del cellulare di Federica andava oscurandosi. Giacomo, sempre con quel suo sguardo distante ma prensile, lo aveva sfiorato per curiosare nel diario pubblico di Vito Parenti.
Un bel ragazzo bruno, sorridente, a cui piaceva il mare, e che sembrava avere avuto, e avere, una vita tranquilla. Scorrendo, Giacomo si era soffermato sulla foto con un cane, media taglia, meticcio, rossiccio, su una immagine dei genitori, a dar credito alla scarna didascalia forse un anniversario di matrimonio, e sul ritratto di una ragazza mora che gli somigliava, solo un cuore rosso per commento, e niente altro, probabilmente la sorella. Aveva un’aria triste. Quasi tutte le foto erano scattate a Milano. Va bene, le piace un milanese che ama il mare. Sentendo ritornare i passi veloci di Federica, Giacomo aveva chiuso gli occhi, e come accade, tutto si era fatto buio.
A che mi servono i sogni?, avrebbe voluto confessare a Carl. Se gli esseri umani, nei loro giorni qualunque, sono i miei sogni, i miei avanzi, i miei specchi, i miei nodi e rattoppi. Gli esseri umani vivi.
Riaperti gli occhi si era ritrovato sulla sua terrazza, davanti alla facciata del teatro Argentina, con la dedica alle muse, il fregio confuso di strumenti e maschere, la scultura trionfante in cima, le rovine in basso. Nessuna sorpresa, viveva in quell’appartamento dagli anni Quaranta del Novecento, lo aveva scelto per la vista sul tempio circolare intitolato alla Dea Fortuna, anzi alla Fortuna del giorno presente. Il suo tempio, tutto al presente, tutto il presente, sempre il presente, sempre presente.
Al centro di ciò che rimaneva del basamento riposavano i gatti, signori dell’area sacra, alcuni stesi su un fianco come tigri, zampe allungate avanti e coda dritta dietro, altri accovacciati come galline, sonnolenti. Tra essi, nero di pelo, con due anelli d’oro alle zampe anteriori, c’era Zibetto, seduto, con gli occhi rossi puntati in alto. Il gatto aveva sbadigliato mostrando denti lunghissimi e un palato da rettile. Quei denti, la prima volta, lo avevano spaventato. Zibetto si era distolto dallo sbadiglio e da Giacomo per seguire le acrobazie di tre cuccioli – uno grigio, uno bianco nero e rosso, uno nero – che, rincorrendosi, saltavano e ruzzavano ancora nuovi ai dislivelli tra basoli, pietre ciclopiche e sanpietrini, abbozzavano una groppa spostandosi in diagonale.
Giacomo aveva sibilato il nome Zibetto e il gatto, senza fretta, dopo aver reclinato la testa per leccarsi una zampa, aveva gettato un altro sguardo intorno e si era incamminato verso casa. Sembrava che il suolo, pietre o prati, marmi o asfalto, mutasse al contatto delle zampe in un tappeto elastico.
Zibetto era saltato prima sullo scapo di una colonna, poi su un muro di pietre ciclopiche e infine, uscendo dalla vasca degli scavi, era approdato sul marciapiede.
La piazza era quieta, due donne aspettavano l’autobus davanti al teatro, un uomo dormiva rannicchiato sotto la torre, e il negozio di tessuti, l’Azienda Tessile Romana, non aveva ancora alzato le saracinesche. Le due donne avevano l’aria di chi va in stazione. 40 o 64?, si era chiesto Giacomo tendendo gli orecchi. Quando arriva il 30?, aveva invece sbuffato la bionda alla mora con la voce nasale del raffreddore forte.
Aveva riso. Tutto il presente, ma niente futuro, il 30 andava all’Eur.
Giacomo viveva nel palazzo d’angolo. Rosso pompeiano, rosso tennis lo aveva definito Mina qualche decennio prima. Rosso tennis, rosso. Lo zoccolo di bugnato con pietre in forma di diamanti si alzava fino al primo piano. Il segnapiano appena aggettante, mangiato dal tempo ma intatto, sporgeva lungo il perimetro del palazzo. Aveva scelto il posto per Zibetto che aveva l’abitudine, l’aveva sempre avuta, anche a Londra, di tornare a casa salendo dalla facciata. Su quel bugnato, sarebbe sembrato acrobatico ma non impossibile che un gatto camminasse in verticale. E quanti avrebbero avuto la curiosità di guardare oltre e alzare il collo? Gli esseri umani non erano curiosi tanto da tenere gli occhi fissi al cielo, o abbassarli fino agli inferi, puntavano vanitosi alla loro altezza, o poco piú. Non tutti, ma dopo secoli di osservazione e frequentazione Dracula non disdegnava le generalizzazioni.
Zibetto intanto saliva lento, indifferente alla forza di gravità, fermandosi di tanto in tanto per stiracchiarsi, gonfiare la coda e soffiare a qualche passero, o ai piccioni che odiava e temeva. Da quando il numero e la stazza dei gabbiani erano aumentati, Giacomo aveva paura che uno degli enormi pennuti d’oltremare lo ferisse, valutandolo una preda; ma in piú di cento anni non era accaduto niente al suo gatto, né con gli esseri umani, né con gli uccelli. Anzi, i proprietari del negozio di tessuti gli allungavano cibo cerimoniosi. Zibetto, acciambellandosi con le sue spire sinuose di zampe coda e testa intorno alle loro caviglie, serrava il cibo tra i denti e lo portava giú negli scavi, a disposizione di altri gatti con una dieta piú varia della sua.
Il gatto si era fermato appena oltre la ringhiera e aveva ripreso a leccarsi la zampa e passarsela sulla testa, dalle orecchie al muso, dalle orecchie al muso, dalle orecchie al muso, in un gesto che imbambolava Giacomo.
L’interpretazione dei sogni è una pratica molto piú antica della psicoanalisi. Quando il Conte era nato già esisteva. Suo padre aveva un oniromante e sua moglie Elisabetta pure. Ne era stato geloso. Da quando era morta non l’aveva mai sognata. Sei secoli bui. Aveva pensato che non l’avrebbe piú rivista, ma si sbagliava. L’aveva ritrovata promessa sposa del giovane Harker – venuto in Transilvania a vendergli una casa –, aveva pensato fosse tornata. Cosí dei sogni mancati dell’oniromante in quel novembre del 1897 e della gelosia non gli era importato, ma si sbagliava ancora. Mina non era Elisabetta. Mina era Mina.
Terminate le abluzioni, Zibetto gli si era strusciato sulle gambe. Al sobbollire delle fusa, Giacomo era andato in cucina e aveva aperto il frigorifero. La luce verdognola proiettava sul pavimento un cono che gli investiva piedi e gambe fino ai polpacci, e al centro del quale Zibetto, col naso all’aria e le orecchie appuntite, aspettava il cibo. I suoi occhi rossi, alla luce verde, erano gialli.
Di che vuoi avvertirmi, gatto?
Giacomo aveva allungato una mano e staccato una sacca dall’apparecchio che borbottava come un aggeggio vittoriano a carbone, tubi che entravano e uscivano, valvole, pistoni, soffietti. Gli occhi di Zibetto ormai giallo carico, quasi oro, risplendevano quanto gli anelli alle zampe. Ecco, ecco. Aveva squarciato la sacca con l’unghia del mignolo che governava come un serramanico e versato il sangue in un imbuto che gocciolava nella ciotola. La profezia che conservava negli occhi era scomparsa – le profezie tendono a farlo –, era solo un gatto che mangiava.
Carl non aveva mai voluto ipnotizzarlo, Inutile, ripeteva, siete senza tempo. Col volto disteso ma col tono di chi dice Siete senza speranza.
Essere senza tempo ma avere memoria.
Dal frigo aperto aveva staccato altre due sacche ematiche, le aveva azzannate e succhiate puntando gli occhi al soffitto. Sul lastrico solare due gabbiani litigavano per il cornicione di una pizza. Bianca.
Era una bella giornata di sole, sarebbe sceso con l’ascensore, sarebbe andato a piedi alla stazione Termini e avrebbe viaggiato comodamente in un treno ad alta velocità, non in una carrozza silenzio. A Milano avrebbe affittato una macchina per il lago. I laghi non gli erano mai piaciuti. L’acqua stagnante nemmeno. Se in una città c’è un lago si finisce per guardare solo quello. I fiumi scorrono, il lago sta.
I cadaveri che passavano sul letto della sua sala operatoria al Fatebenefratelli giacevano in posizione supina, biancoazzurri sopra e viola e gialli sotto. Verdi a volte. Laghi di sangue fermo che, senza la forza del cuore, si abbandonano alla gravità. La vita umana è contro natura, gli esseri umani camminano in piedi e hanno un sistema circolatorio che pur obbedendo alla gravità non le soggiace, costruiscono case che sono loro propaggini e che, ancora, sfidano la gravità.
Giunto in Occidente per restarvi, aveva pensato di essere lui contro natura, non poteva esporsi alla luce del sole, fronteggiare croci, sentire l’odore dell’aglio, questioni che l’incontro stesso con l’Occidente gli aveva posto. Aveva creduto a Jonathan Harker, l’impresario immobiliare, a Van Helsing, l’ammazzavampiri, aveva creduto a Renfield, il pazzo visionario. L’odio e l’amore che lo avevano accolto in Occidente non erano sentimenti astratti, ma esseri umani. Non esistono i sentimenti, esistono le persone.
Era stato Carl che lo aveva accompagnato ad accettare il bisogno non solo dei viventi ma delle loro abitudini. Non avendo limiti di tempo, amico mio, ve ne siete posti di spazio, non subendo voi lo scorrere del tempo, avete trovato un modo per scandire giorno e notte, fuori e dentro, prima e dopo. Avete inventato le vostre lacune, amico mio, aveva detto Carl svuotando il fornello della pipa che Giacomo mai gli aveva visto riempire. Il Conte sapeva di essere contro natura né piú né meno degli esseri umani. Era una forma improbabile di quella cosa già molto improbabile che è la vita umana. Era una forma intermittente di vita umana. Quando gli scorreva il sangue in corpo aveva tutte le vulnerabilità e i singhiozzi degli esseri umani, mano a mano che il sangue spariva assumeva la forza e l’invincibilità di piante e minerali. Come la natura aveva in sé tutti i regni.
Tuttavia, dopo secoli di esseri umani, quella mattina Dracula provava nostalgia e supponeva che prima o poi, nel giro magari di un altro secolo, avrebbe sognato. Inoltre, tendeva a stringere amicizie, si preoccupava per Federica, e dava da mangiare a Zibetto perché non avrebbe mai voluto vedere il suo corpo flessuoso impalato per superstizione su uno spunzone di legno. O decapitato. Di questo voleva parlare con Carl, che aveva saputo vedere molto in profondità e molto prima. Gli anni, i secoli, i pomeriggi gli venivano incontro. Il tempo arriva. arriva. Avrebbe toccato la tomba di Carl e gli avrebbe parlato.
Zibetto beveva il sangue di qualsiasi cosa ne avesse, quando mancava poteva sostentarsi con la linfa delle piante e con l’acqua corrente, ciò che scorre nutre, anche quando scorre meccanicamente, anche quando lo scorrere è mimato o finto. Cosí è la vita, procede per inganni, e li chiamano neuroni specchio. Zibetto, tuttavia, come pure lui, preferiva il sangue umano.
Gliene aveva sempre fatto trovare in abbondanza, si è responsabili di ciò che si salva. Gli esseri umani infatti mandano tutto in malora per restare leggeri.
Giacomo aveva imparato sugli esseri umani molto piú di quanto essi avessero appreso su di lui. Perché lo avevano creduto morto e perché impara chi vuole capire, non chi vuole distruggere.
Solo una notte aveva mancato di nutrire Zibetto. Il 16 ottobre del 1943.
Giacomo se ne stava appollaiato e spiovente come un gargoyle sui tetti dei palazzi di via Catalana a osservare lo sgombero del ghetto di Roma, la ripetizione piú feroce di una eterna caccia all’uomo, epoca dopo epoca, predatore e preda. Quella notte Zibetto si era imbattuto in una vecchia malconcia e stordita, le aveva morso una caviglia ferita e l’aveva bevuta fino ad ammazzarla. Quando, rientrato in casa, Giacomo lo aveva trovato sazio e pago, arrotolato come un’ammonite sulla poltrona, gli aveva imposto di condurlo dove aveva mangiato. Il gatto, con orecchie e coda bassa, lo aveva portato tra rovine di templi e tubi di impalcature impolverati e rugginosi. Gli anelli alle zampe sfavillavano alla luce della luna. La risata di Mina, che altri avrebbe potuto scambiare per il verso di un rapace notturno, si alzava da via Giulia dove stavano di stanza certi ufficiali nazisti amici suoi, ma lui cercava di ignorarla. La vecchia era morta. Giacomo l’aveva seppellita perché nessuno, trovandola, notasse i due buchi slabbrati sulla caviglia destra. L’aveva chiusa sotto le enormi pietre, sollevandole preciso e silenzioso.
Cosí oggi, dopo piú di mezzo secolo, scrutando la base del tempio della Fortuna e gli enormi basoli, pur non riuscendo a vedere nitidamente oltre le pietre, intuiva il cranio della vecchia grazie alle radici, cariche di linfa della primavera incipiente, che gli allungavano lo sguardo oltre la vita minerale e inorganica di pietre e ossa. Vedeva il cranio come una tela di ragno...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Cosí per sempre
  4. 1. NÉ DI VENERE NÉ DI MARTE. DOVE GIACOMO KOCH, PROTAGONISTA DI QUESTO ROMANZO, RICEVE LA VISITA INATTESA DEL SUO GRANDE AMORE. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA.
  5. 2. DOVE APPARE CHIARO CHE CIÒ CHE COMINCIA COL SANGUE, DEL SANGUE SI NUTRE E NEL SANGUE FINISCE. E DOVE IL GRANDE AMORE DEL CONTE HA A SUA VOLTA UN GRANDE AMORE. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA.
  6. Scolio. COSA È SUCCESSO AL CONTE IL 6 NOVEMBRE 1897, CHI È ION, E DI COME, GRAZIE ALLA GRANDE ATTRICE ELLEN TERRY, DRACULA RIESCE A SFUGGIRE ALL’IMBOSCATA E A DISTRARRE TUTTI DALLA NUOVA NATURA DI MINA. MONTI CARPAZI, AL TRAMONTO.
  7. 3. DI PICCIONI VIAGGIATORI, FIORI E METOPE. DOVE ION TZARA ESCE DALLA CASA DEL CONTE E PENSA AL CAFFÈ E A CERTI FANTASMI. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA.
  8. Intermezzo. PERCORRENDO VIA DEI FALEGNAMI, ION SI RITROVA IN VIA DI SANT’ELENA DOVE CECILIA, CHE È ENTRATA IN QUESTA STORIA SENZA CHE NESSUNO SE NE ACCORGESSE E VI PARTECIPERÀ PIÚ TARDI, PARLA DI PENE D’AMORE CON SUA CUGINA SILVIA. È IL MESE DI APRILE DEL 1995, SONO APPENA USCITE DA SCUOLA E I PLATANI COMINCIANO A FIORIRE.
  9. 3. ANCORA DI PICCIONI VIAGGIATORI, FIORI E METOPE. DOVE ION TZARA, AL CAFFÈ ROSCIOLI EX BAR BERNASCONI IN VIA DEI GIUBBONARI, INCONTRA RENATO CAMPI. SEMPRE CAPITOLO 3, SEMPRE ROMA, MA PIÚ AVANTI, IN VIA ARENULA.
  10. 4. IL DORSO DELLA LEPRE. DOVE IL CONTE IMPARA CHE LA VITA GLI AGUZZA LO SGUARDO E DOVE LA CARROZZA SU CUI VIAGGIANO IL CONTE E ION CORRE DAL MARE VERSO LONDRA MA PIOVE, LA NOTTE È BUIA E LE STRADE NON SONO MAI SICURE. TUTTAVIA. HASTINGS. GIUGNO 1899.
  11. 5. GRAVITAS EST CONATUS DESCENDENDI. DOVE MINA, VEGLIANDO IL CORPO DI AGNESE, RICORDA UN PRIMO AMORE E MEDITA VENDETTA. MOLE ADRIANA, ROMA.
  12. Nota. COSA VEDE E SENTE MINA OGNI VOLTA CHE SI AVVICINA ALLA RIVA DEI SETTE MARTIRI. È SUCCESSO IL 3 AGOSTO DEL 1944. È UTILE SAPERLO.
  13. 6. SE SUL TRENO TI SIEDI AL CONTRARIO. DOVE GIACOMO RIPENSA ALLE PIETRE ARANCIONI, ASPETTA LA VENDETTA E SCAMPA A UN INCIDENTE FERROVIARIO. LINEA ALTA VELOCITÀ ROMA-MILANO.
  14. 7. LA CIVETTA DELLE PALME. DOVE MINA, IGNARA DEGLI ESITI, SALVA ZIBETTO DA MORTE CERTA TRASCINANDOLO IN QUESTA STORIA. LONDRA, TOTTENHAM COURT ROAD, UNA MATTINA DI GIUGNO 1915.
  15. 8. LE LACRIME DI MINA. DOVE GIACOMO SEGUE SUGLI SCHERMI LO SBARCO DI UN GOMMONE DI PROFUGHI SULLE COSTE ITALIANE E INCONTRA UNA BAMBINA CHE GIOCA A PALLA. NELLA TASCA DESTRA HA SETTE DIAMANTI. FRECCIALOUNGE. STAZIONE DI MILANO CENTRALE.
  16. 9. LA MALEDIZIONE È CESSATA. DOVE JONATHAN HARKER CONDUCE MINA E WILLIAM IN TRANSILVANIA PER MOSTRARE CHE IL MONDO È DI NUOVO UN POSTO AVVENTUROSO E QUIETO. QUANDO C’ERA LUI TUTTO ERA MORTE, TUTTO ERA BUIO. BISTRITA, ROMANIA, 1904.
  17. 10. TERRARIO. DOVE RENATO CAMPI FESTEGGIA IL SETTANTESIMO COMPLEANNO E ZIBETTO CORRE UN PERICOLO. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA.
  18. 11. MEGLIO NON APRIRE I CASSETTI DI UNA SCRIVANIA CHE NON È TUA. DOVE MINA RITROVA UNA LETTERA E CAPISCE CHE LE SORPRESE DI AGNESE NON SONO FINITE. VENEZIA, RIVA DEI SETTE MARTIRI, PIOVE.
  19. 12. LA STESSA SOSTANZA DEI SOGNI. DOVE MINA RILEGGE UNA LETTERA DI JONATHAN, GIACOMO INCONTRA CARL JUNG E GLI RACCONTA LA STORIA DELLE SCATOLE DI FIAMMIFERI. DIMBOLA LODGE, ISOLA DI WIGHT, 28 LUGLIO 1921.
  20. 13. VOCATUS ATQUE NON VOCATUS DEUS ADERIT. DOVE GIACOMO CAPISCE CHE IL SUO POSTO È TRA I VIVI. SVIZZERA, BOLLINGEN.
  21. 14. A CHE SERVE BALLARE SE NON RIUSCIAMO A PARLARE. DOVE SI SVELA IL MISTERO DELLA MORTE DELL’INGEGNERE ALVISE CAMPI. MIRA, VILLA VENIER-CONTARINI, SETTEMBRE 1956. SERA.
  22. 15. IL CONTE NON GIOCA A DADI. DOVE GIACOMO VEDE CHE IL TEMPO HA LE SPIRE, COME I SERPENTI. BOLLINGEN, LUGLIO 1934. SERA.
  23. 16. L’UOMO SOTTO AL LENZUOLO. DOVE GIACOMO INCONTRA CECILIA CHE NOI ABBIAMO GIÀ INCROCIATO IN VIA DI SANT’ELENA IN UN PRIMO POMERIGGIO DI APRILE DEL 1995 MENTRE PARLAVA CON LA CUGINA. NEL FRATTEMPO HA SMESSO DI FUMARE. ROMA, ISOLA TIBERINA, OSPEDALE FATEBENEFRATELLI.
  24. 17. UN SECOLO PRIMA DELLA SMISURATISSIMA. E TRISTISSIMA TRAGEDIA DI GIULIETTA E ROMEO, CI SONO ELISABETTA E IL SUO SPOSO. CASTELLO DEL CONTE DRACULA, 1462, È PRIMAVERA.
  25. 18. PROFEZIA. DOVE GIACOMO CAPISCE CHE L’AMORE NON VINCE TUTTO, CHE L’ELETTRICITÀ È FANTASTICA E IMPARA COME ACCOGLIERE GLI OSPITI IN CASA PROPRIA. STAZIONE FERROVIARIA DI TÂRGU MUREȘ, OTTOBRE 1891. SERA.
  26. 19. SUGGESTIONE. DOVE SI RACCONTA UN’ALTRA STORIA DI ELETTRICITÀ, LUISA CHE HA QUASI DICIASSETTE ANNI SI SPAVENTA E LO SPAVENTO NON PASSERÀ MAI PIÚ. LUNGOMARE CARACCIOLO, NAPOLI, GIUGNO 1867.
  27. 20. SI ASPETTA L’OSPITE E ARRIVA L’ATTESO. DOVE IL CONTE DRACULA INCONTRA JONATHAN HARKER E SI ACCORGE CHE IL GIOVANE LO RIGUARDA MOLTO DA VICINO. ANZI, TROPPO. PASSO BORGO, CARPAZI, MAGGIO 1897.
  28. 21. CI VUOLE PIÚ CORAGGIO PER DIMENTICARE. DOVE SI RACCONTA LA STORIA DEL VOV, E SE NE FORNISCE LA RICETTA. ROMA, TRASTEVERE, ENOTECA FERRARA, APPENA PRIMA DELLA CHIUSURA.
  29. 22. DI ONDE E BOTTONI. DOVE SI RACCONTA LA VERA STORIA DI UNA SCATOLA DI ERWIN SCHRÖDINGER UN POMERIGGIO A VIENNA NEL MAGGIO DEL 1935.
  30. 23. COSA FA IL VOSTRO DIO QUANDO. DOVE JONATHAN HARKER CERCA DI SCAPPARE E ION RICORDA DI ESSERE STATO INNAMORATO. CASTELLO DEL CONTE, UNA SERA DI MAGGIO DEL 1897.
  31. 24. COSÍ PER SEMPRE. DOVE MINA REALIZZA CHE SE TUTTI VOGLIAMO RIMANERE UGUALI A NOI STESSI TANTO VALE OFFRIRE UN SERVIZIO. VENEZIA, CAMPO SANTA MARGHERITA, ANGOLO CALLE DELLE SCUOLE.
  32. 25. LA STANCHEZZA DELLA VITTORIA. DOVE SI RACCONTA COME ION TZARA GIUNGE NELLA VITA DEL CONTE E DOVE IL CONTE STESSO HA UN’ALTRA CONVERSAZIONE CON JUNG. BOLLINGEN 1930 (E UN RICORDO DELLA TRANSILVANIA NEL 1878. IMPORTANTE).
  33. 26. I GATTI DEL BIONDO TEVERE. DOVE SI RACCONTA IL PRIMO APPUNTAMENTO DI CECILIA E GIACOMO. QUARTIERE OSTIENSE, ROMA.
  34. 27. DUE CASE LUNGO IL FIUME. DOVE WILLIAM, SEGUENDO LE ORME DEL PADRE, SI RITROVA CON UN PIEDE IMPIGLIATO NELLA STORIA. MONACO. DIECI GIORNI DI MARZO DEL 1933.
  35. 28. TI TA MORTI CANI E LUPI. DOVE MINA HA L’IMPRESSIONE CHE, PER LA PRIMA VOLTA, LUISA POSSA DAVVERO TORNARLE UTILE. VENEZIA, CAMPO SANTA MARGHERITA, MATTINO.
  36. 29. ELOGIO DELL’OMBRA. DOVE COMINCIA LA STORIA DEL PANE PERCHÉ WILLIAM COGLIE UN’OCCASIONE. E DIMENTICA LE CAVIGLIE DI BEATE. LONDRA, 46 REGENT STREET, APRILE 1933.
  37. 30. UN PERICOLOSO ERRORE DI TRADUZIONE DAL LATINO. DOVE PADRE TOMMASO DALLA SARDEGNA E IL SUO GARZONE CRISTIANO EBRAHIM AMARAH SCOMPAIONO IN UNA STRADA DEL QUARTIERE EBRAICO. DAMASCO, APRILE 1840.
  38. 31. LA FORTUNA DEL TEMPO PRESENTE. DOVE CECILIA SI SVEGLIA PER LA PRIMA VOLTA NEL LETTO DI GIACOMO E GUARDA IL SOFFITTO. ROMA, LARGO DI TORRE ARGENTINA, ALBA.
  39. 32. UNA VISITA INASPETTATA NELLA SUITE DI UN ALBERGO. DOVE SI CAPISCE CHE GIACOMO E MINA HANNO LITIGATO PER VIA DI WILLIAM. BOLLINGEN, SVIZZERA, GIUGNO 1943.
  40. 33. SA DI SANGUE LO PANE ALTRUI. DOVE WILLIAM HA UN’IDEA, MA È SBAGLIATA. LONDRA, MAGGIO 1933.
  41. 34. COSA È SUCCESSO TRA WILLIAM, L’AGENTE IMMOBILIARE, E THOMAS, IL COMANDANTE DI COMPAGNIA DELLE SA NEL BORDELLO, LA NOTTE DEL 20 MARZO 1933.
  42. 35. SE LA FORMA È SOSTANZA. DOVE, VISTO CHE CI SIAMO, RENATO CAMPI SVELA LA RICETTA DEI CROCCANTINI DI ZIBETTO. LARGO DI TORRE ARGENTINA, ROMA.
  43. 36. UNA SERA AL CONCERTO. DOVE GIACOMO E CECILIA DOVREBBERO LITIGARE E INVECE SI IMMALINCONISCONO ENTRAMBI. ROMA, PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO.
  44. 37. UNA LETTERA RIPESCATA DAL TEVERE. DOVE CECILIA È SEDUTA SU UN MOTORINO COOLTRA MA NON DEVE ANDARE DA NESSUNA PARTE. ROMA, VIA GOFFREDO MAMELI, TRASTEVERE.
  45. 38. FINALE DI PARTITA. DOVE CECILIA COMMETTE UN ERRORE GRAVE. VENEZIA, CAMPO SANTA MARGHERITA.
  46. 39. CENTIMETRI E POLLICI. DOVE GIACOMO E ION SI CONFRONTANO SU CIÒ CHE STA ACCADENDO ALLE LORO SPALLE, FORSE DISTRATTI DAGLI AGAPANTI. ROMA, GIARDINETTI DI PIAZZA CAIROLI, MATTINA.
  47. 40. DOVE MINA PROPONE A CECILIA UN ADDIO AL NUBILATO. VENEZIA, PRIMA AL RISTORANTE LE ANTICHE CARAMPANE, POI NELLA CASA SULLA RIVA DEI SETTE MARTIRI.
  48. 41. CHAMPAGNE. DOVE SI CAPISCE CHE PER SEMPRE E MAI SONO MOLTO TEMPO. MA NON TUTTO. VENEZIA, RIVA DEI SETTE MARTIRI, ANZI OTTO.
  49. 42. UN PROVERBIO SWAHILI DICE L’ORECCHIO NON SUPERA LA TESTA, SO CHE MI FISSI DALLE FOGLIE DEL MANGO, MA ALMENO TI DO LA MIA VERSIONE. TANZANIA, DIECI GIORNI DOPO LA LITE COL CONTE.
  50. 43. SE NON LA MERITO, LA COMPRO. DOVE ANCHE RENATO CAMPI DECIDE DI FARE UNA GITA A VENEZIA. ROMA, STAZIONE TERMINI.
  51. 44. PER UNA DI QUELLE STRADICCIOLE. DOVE DUE RAGAZZI TENDONO UN AGGUATO A GIACOMO CHE, UNA NOTTE, PASSANDO PER IL GHETTO, SCOPRE UNA COSA NUOVA. ROMA, RIONE CAMPITELLI.
  52. 45. SE VUOI FAR RIDERE DIO, CONFIDAGLI I TUOI PROGETTI. DOVE MINA E RENATO CAMPI SI PARLANO PER LA PRIMA VOLTA. VENEZIA, SPIRITO SANTO, PALAZZO GARDELLA.
  53. 46. DOVE AVVIENE UN ALTRO INCONTRO E ANCHE RENATO CAMPI SI ACCORGE DI AVER COMMESSO UN ERRORE. PALAZZO GARDELLA, ULTIMO PIANO, VENEZIA.
  54. 47. DOVE SI MOSTRA ANCORA CHE LA FAME È UN SENTIMENTO, MA NON È SEMPRE BUONO. APPARTAMENTO DI GIACOMO KOCH, LARGO DI TORRE ARGENTINA, ROMA.
  55. 48. LA VALIGIA DEL DOTTORE. DOVE RENATO CAMPI METTE IN ATTO IL SUO PIANO. PALAZZO GARDELLA, SPIRITO SANTO, VENEZIA.
  56. 49. MORIRE DORMIRE NIENT’ALTRO. DOVE ARRIVA LA PRIMA FINE DI LUISA E SI RACCONTA UN RICORDO D’INFANZIA. PALAZZO GARDELLA, SPIRITO SANTO, VENEZIA.
  57. 50. COME IL LUPO DELLA FAVOLA CHE VEDE LA BAMBINA COL CAPPUCCIO E PENSA DI MANGIARLA. DOVE FEDERICA TROVA UNA BRUTTA SORPRESA, E DUNQUE ANCHE VITO. OSPEDALE FATEBENEFRATELLI, ISOLA TIBERINA, ROMA.
  58. 51. DOVE ACCADE QUELLO CHE CIASCUNO DI NOI SI ASPETTA, ALMENO PER SENTITO DIRE E CIOÈ POLVERE ALLA POLVERE. ASCENSORE DI PALAZZO GARDELLA, SPIRITO SANTO, VENEZIA.
  59. 52. LA SOLITA STORIA. DOVE FEDERICA VORREBBE STUDIARE MA VITO HA UN’IDEA SU COSA SIA SUCCESSO LA SERA PRIMA. OSTIA, LUNGOMARE.
  60. 53. LA COPIA AMERICANA DELLA FONTANA DELLE TARTARUGHE DOVE CECILIA RIFLETTE. OSPEDALE FATEBENEFRATELLI, ISOLA TIBERINA, ROMA.
  61. 54. FIORILE. DOVE SI RACCONTA CHE, MENTRE MUORI, NON TI PASSA DAVANTI TUTTA LA VITA, MA UN SOLO GIORNO. PER CECILIA QUESTO GIORNO È IL 23 MARZO. E ALCUNE COSE CHE PASSANO NON SONO TUE. OSPEDALE FATEBENEFRATELLI, ISOLA TIBERINA, ROMA.
  62. 55. LA ZAMPA DELLA TORTORA. DOVE ION TZARA CAPISCE, ANCORA UNA VOLTA, CHE C’È UN SOLO MODO PER RAGGIUNGERE I MORTI. FERRAMENTA, PIAZZA SONNINO, ROMA.
  63. 56. LE SORPRESE NON SONO MAI BELLE. DOVE IL CONTE SI CONVINCE CHE L’UNICO UTILIZZO POSSIBILE DEL TELEFONO CELLULARE È IL CERCAPERSONE. CIOÈ NON RISPONDERE MAI E NEL CASO RICHIAMARE. LARGO DI TORRE ARGENTINA, ROMA.
  64. 57. PER LUI ERA L’ACQUA PER L’ULTIMA VOLTA. DOVE SI CONFERMA CHE GLI ASSASSINI, COME GLI ELEFANTI, HANNO BUONA MEMORIA. VENEZIA, PALAZZO GRASSI, NOTTE.
  65. 58. DOVE MINA E GIACOMO SI DANNO APPUNTAMENTO. NON SUCCEDEVA DAL 1945. VENEZIA, RIVA DEI SETTE MARTIRI.
  66. 59. LA CASA DEI LIBRI. DOVE ZIBETTO VIENE LIBERATO DAL PROFESSORE. VENEZIA, DORSODURO, FONDAMENTA BRIATI.
  67. 60. PALAZZO GARDELLA. DOVE SI SCOPRE CHE L’ASCENSORE PER L’INFERNO È DI COLORE VERDE. VENEZIA, SPIRITO SANTO, PALAZZO GARDELLA.
  68. Intermezzo. A’ IONE, NON SE PO’ GIUDICA’ NESSUNO MA NEMMENO ROMPE ER CAZZO. DOVE SI RACCONTA UN AMORE DI ZIBETTO. PIAZZA DEI PONZIANI, ROMA, AGOSTO 1953.
  69. 61. PALAZZO GARDELLA. L’ASCENSORE PER L’INFERNO È SEMPRE DI COLORE VERDE. ANCORA VENEZIA, ANCORA SPIRITO SANTO, ANCORA PALAZZO GARDELLA.
  70. 62. TI ASPETTAVO. DOVE MINA CAPISCE CHE LA MEMORIA SI NASCONDE AL FONDO DELL’OBLIO, E VICEVERSA. VENEZIA, RIVA DEI SETTE MARTIRI.
  71. 63. DOVE RIMANE SCRITTO CHE È VERO CIÒ CHE HA SEMPRE DETTO MIA NONNA. E CIOÈ CHE NON È FINITO CIÒ CHE NON È FINITO. ROMA, ISOLA TIBERINA, OSPEDALE FATEBENEFRATELLI.
  72. Nota e ringraziamenti.
  73. Il libro
  74. L’autrice
  75. Della stessa autrice
  76. Copyright