Tradire i sentimenti
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Tradire i sentimenti

Rossori, lacrime, imbarazzi

  1. 168 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Tradire i sentimenti

Rossori, lacrime, imbarazzi

Informazioni su questo libro

«Tradire i sentimenti», questa bellissima espressione italiana, significa sia che spesso non siamo degni dei nostri sentimenti o che li tradiamo con versioni edulcorate degli stessi; ma vuol dire inoltre che sono i sentimenti a tradirci, escono fuori di noi che non siamo capaci di contenerli. Si manifestano "per i fatti loro" e ci guardano dal di fuori. Ci tradiscono con chi abbiamo intorno, estranei e non. Il risultato sono rossori, lacrime, sospiri, imbarazzi, sudori, brividi e pelle d'oca. Insomma, accade che diventiamo scomodi a noi stessi. E di tale scomodità parla Franco La Cecla, in questo libro che, forse, vi darà un qualche fastidio, una irritazione per quanto passeggera, una sensazione di imbarazzo.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806251123
eBook ISBN
9788858438596
Categoria
Antropologia

Indecenza

Lo sfrontato produce imbarazzo. Può essere un prepotente, uno sfacciato, un invadente. C’è però una costellazione della sfrontatezza che piú appartiene alla vocazione «rivelatrice», provocatoria dell’imbarazzo. È l’indecenza dei mistici.
In questo caso è il dire che viene offeso. Indecenza è un affronto alla lingua di tutti, il permettersi di infrangerne le regole, di fare esondare la lingua dai suoi limiti. È la nudità del dire, la gaffe resa metodo e poi rovesciata varie volte: è l’insulto che viene fuori dal far dire alle parole quello che loro stesse non vorrebbero.
Dagli imbarazzati passiamo agli imbarazzanti: coloro che mettono gli altri volutamente a disagio, che ne mettono a repentaglio la normalità, sovvertono le aspettative, rovesciano le apparenze, rifiutano la «pertinenza» che dovrebbe governare le relazioni umane. Sono gli impertinenti, coloro che si permettono di scantonare, di adoperare la mossa del cavallo, di fare deviare la traiettoria, di depistare. Questa azione strategica che scompiglia le file nemiche, che fa rivelare e scoprire ciò che si vorrebbe nascondere, è l’opera di un genere di individui a parte, che si servono proprio della trappola dell’imbarazzo per produrre delle rivelazioni. Sono esseri dotati di capacità di scandalo. Cosa è lo scandalo se non proprio il mettere a nudo una situazione, fare in modo che si dichiari da sé? Lo scandalo è un atto pericoloso, ma a volte essenziale perché un nuovo paradigma si faccia avanti, perché vecchie idee vengano buttate nel macero.
Chi opera lo scandalo è qualcuno che sa come giocare con le apparenze, le sa volgere nel loro contrario, sa fare lo sgambetto all’ordine banalmente accettato da tutti, sa far prendere le scorciatoie non asfaltate. Chi dà scandalo può essere qualcuno da condannare per la sua natura blasfema o può essere un profeta. Tutti i profeti vanno contro lo status quo perché sanno che la transizione richiede che il tappeto venga tolto da sotto i piedi perché possa condurre altrove. È la costellazione dell’indecenza.
I mistici in tutte le religioni danno scandalo. Michel de Certeau nel suo Fabula mistica ci racconta che l’indecenza è il rifiuto dei mistici a piegarsi alla lingua classica, il loro usare barbarismi e termini del volgare per esprimere l’inesprimibile che è anche l’irruzione del nuovo, dell’improvviso, del silenzio che può soltanto essere articolato in un modo sfuggente ai criteri conosciuti. Indecenza è proprio il «non voler saper dire». «Grammaticalmente l’indecenza ha la forma del solecismo o del barbarismo», scrive De Certeau1, un errore contro la purezza della lingua e della sintassi. I profeti, i mistici non soltanto balbettano, ma barbarizzano la lingua – che poi è la stessa cosa, visto che il greco barbaros letteralmente significa «balbettante». Angelus Silesius scrive versi che si costituiscono «a dispetto della correttezza grammaticale»2. Mentre Diego de Jésus è un carmelitano scalzo che all’inizio del Seicento difende contro i teologi le opere e le poesie di Juan de la Cruz: il suo compito è «fornire una piú facile intelligenza delle frasi mistiche e della dottrina di San Juan». Di lui dice Michel de Certeau:
Un’apologia dell’«imperfetto» incornicia le frasi mistiche e le situa in una retorica dell’eccesso. Diego difende la «licenza» di usare «termini imperfetti, impropri e dissimili», «viziosi per eccesso», e di «scendere in similitudini indecenti». Una «impudicizia», dice, sarà il loro stile, «lanciandosi in un santo eccesso, come di follia e sregolatezza». Questa indecenza ha un duplice aspetto: lessicale e stilistico […] Questo barbarismo ha una funzione propria, segna la superiorità del locutore sul sistema della lingua3.
Ma l’indecenza è anche il modo in cui il mistico appare al mondo. È un idiota, un drop-out, uno che non vale niente agli occhi del mondo e che dà scandalo. Una delle prime di cui si parla è una salé, come in greco si dice «folle», e compare nell’Egitto del IV secolo, come ci racconta la Storia lausiaca di Palladio. Si tratta di una donna senza nome, che precede una lista di folli di cui abbiamo il nome, Marco il folle (salos), nella città di Alessandria (VI secolo), Simone il folle di Emeso, in Siria (VI secolo), Andrea Salos a Costantinopoli (IX secolo). Con i secoli, dice De Certeau, la follia «risale verso il Nord e si fa numerosa»4.
A questi testimoni antichi e disseminati, dai quali usciranno i gruppi dei «folli di Cristo» (yourodivyj) che circolano sulle piazze di Mosca dal XVI al XVII secolo, domando qual è il deviamento che producono. Non per carpire il segreto della loro seduzione (ne esiste forse uno diverso dal loro stesso rapimento?) ma per cercare di circoscrivere il punto di fuga attraverso il quale ci fanno deviare verso un assoluto. Si tratta di uno scarto verso un altro paese dove la folle (la donna che si perde) e il folle (l’uomo che ride) creano la sfida di chi è sciolto5.
La «folle» di Palladio vaga nella cucina di un convento di donne a Mene o Tismenai nei pressi di Panopoli. Le altre donne ne hanno avversione, pensano che simuli la follia, e nessuna mangia con lei. Aggirandosi per la cucina la «folle» svolge qualunque servizio, è la «spugna» del monastero. Si annoda uno straccio sulla testa. Le altre sono rasate. Nessuna delle quattrocento sorelle la vede mai masticare alcun cibo né sedersi a tavola. Si accontenta delle briciole del tavolo, mentre pulisce, non parla né troppo né molto, anche quando viene battuta, ingiuriata, caricata di maledizioni e trattata con ripugnanza. Un angelo compare a un sant’uomo, Piteroum, che vive nelle vicinanze sul monte Porfirito. E gli dice:
«Perché pensi bene di te, per la vita religiosa e il luogo in cui risiedi? Vuoi vedere una donna piú religiosa di te? Vai al monastero delle donne Tabennesiotes e lí ne troverai una con una fascia in testa. È migliore di te. Alle prese con una quantità di gente, non ha mai allontanato Dio dal suo cuore, mentre tu, che abiti qui, tu vagabondi col pensiero fra le città»6.
Piteroum, che non era mai uscito, va al monastero e le monache lo ricevono perché ha fama di uomo santo. Chiede di vedere tutte le monache. Ma la folle non si mostra. Chiede che venga condotta anche lei. Lei rifiuta. La trascinano a forza. Quando arriva con lo straccio intorno alla fronte, Piteroum cade ai suoi piedi dicendole: «Benedicimi, o Madre (Amma)». Al che lei a sua volta cade ai suoi piedi e dice: «Benedicimi tu, signore (kurie)». Le altre donne sono fuori di sé e dicono al sant’uomo: «Perdonaci, ma è un’idiota». Piteroum risponde: «Le idiote siete voi, giacché per me e per voi essa è nostra Madre (Ammas) – cosí si chiamano le guide spirituali – e io prego che nel giorno del giudizio mi si trovi degno di lei». A questo punto le donne cadono ai piedi di entrambi e cominciano a confessare tutte le angherie che hanno fatto subire alla donna. Piteroum lascia il convento benedicendo tutte e dopo qualche giorno la donna, non potendo sopportare la stima e l’ammirazione delle sorelle, scompare. «Dove si rintanò, come finí, nessuno lo ha saputo»7.
Nel VI secolo compare l’uomo che ride:
De tous les maux, je ne fais plus que rire
Je suis exempt de crainte et de désir8.
[Di tutti i mali non faccio che ridere,
libero da timore e desiderio].
Si tratta di un folle nudo, «con un panno attorno alle natiche» che appare all’abate Daniele in una strada di Alessandria d’Egitto.
Andava e veniva come un idiota (salos) e un ebbro (execheumenos), rubando al mercato le vettovaglie che distribuiva ad altri idioti (saloi). Lo si chiamava Marco del Cavallo. Il Cavallo è un bagno pubblico: Marco l’idiota lavorava lí… e dormiva sui marciapiedi… Era conosciuto da tutta la città per le sue stravaganze. [Il vegliardo] trovò Marco l’idiota al gran Tetrapilo. Si gettò su di lui e si mise a gridare: «Cittadini di Alessandria, aiuto!» L’idiota lo prendeva in giro. Una gran folla si radunò intorno a loro. La gente diceva al vegliardo: «Non prenderla per un’offesa: è un idiota!» Il vegliardo disse loro: «Idioti siete voi (saloi). Oggi non ho trovato alcun uomo in città, a parte lui»9.
Marco viene dichiarato santo di fronte al papa da Daniele e alloggiato nel palazzo del papa. Fugge. Il giorno dopo lo si trova morto nella sua camera. Non sopporta la legittimità di un posto patriarcale.
Sono storie dove la follia è la fuga dalla follia del mondo, storie di chi si «slega» dalle convenzioni, dai valori dettati dal mondo e li sovverte, rovesciando completamente le ovvietà e instaurando un punto zero che annulli le false gerarchie. L’indecenza è un’operazione di radicale cancellazione che avviene anzitutto attraverso la cancellazione di sé agli occhi del mondo.
Su questi folli si staglia, racconta ancora De Certeau, nel VI secolo la figura di Simeone di Emeso, in Siria, sceso dalla solitudine eremitica per sfidare la città:
«Parto per prendermi gioco del mondo», diceva. Secondo la Storia ecclesiastica di Evagrio di Epifania, si era messo alla prova nel deserto fino a raggiungere la apatheia (l’impassibilità) e fino al punto di potersi permettere qualunque cosa a Emeso, dove fa l’«idiota» (salos). Ancora vestito dell’abito monastico, «non esita a rimboccarlo o anche a toglierlo davanti a tutti. Entra completamente nudo in un bagno di donne; in mezzo alla strada abbraccia ragazzi e ragazze; finge di violare una donna sposata nella sua propria camera; accetta senza protestare l’accusa di aver sedotto una serva. Fa anche i suoi ingressi al lupanare, e lo si vede danzare ora sottobraccio alle prostitute, ora montare sulla schiena di una per farsi fustigare da un’altra, si presta perfino ai loro giochi manuali… Si sforza di passare per un cattivo cristiano quanto un essere senza costumi: pur essendo monaco, ostenta un disprezzo totale dei precetti ecclesiastici. Mette piede in chiesa solo pe...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Premessa. Scrivere molesto
  4. Tradire i sentimenti
  5. Nessun animale arrossisce
  6. Il disagio della civiltà
  7. Blushing
  8. Lacrime
  9. Impappinarsi
  10. Candore/Pudore
  11. Nudità
  12. La scatoletta di sardine
  13. L’ascensore
  14. L’ascesa inarrestabile dell’imbarazzo
  15. Status
  16. Complimenti
  17. Imbarazzarsi per qualcun altro
  18. Lord Jim
  19. L’odioso io
  20. Ridere di imbarazzo
  21. Faccia
  22. Perché la vergogna sale alla pelle?
  23. Qui pro quo
  24. Elemosina
  25. Trascolorare
  26. Malu, latah
  27. Koro
  28. Pietra d’inciampo
  29. Dolore
  30. L’imbarazzo dell’antropologo
  31. Insostenibile leggerezza
  32. Sfrontatezza
  33. Indecenza
  34. E adesso cosa volete?
  35. Il libro
  36. L’autore
  37. Dello stesso autore
  38. Copyright