Salvarsi a vanvera
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Salvarsi a vanvera

  1. 360 pagine
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Salvarsi a vanvera

Informazioni su questo libro

«È obbligatorio esagerare, se no cosa si racconta a fare». Si può immaginare una Resistenza coloratissima, sgangherata, ma non per questo meno seria? Per chi è nato con il cognome sbagliato, l'autunno del '43 è nero come il carbone. Forse nasce da qui l'idea spericolata e geniale di Aride Mestolari: tenendo il piccolo Cali sempre per mano, organizza dall'oggi al domani un'improbabile combriccola di minatori. L'imperativo categorico è salvarsi la vita - la sua, e quella degli altri - a dispetto di un destino in apparenza già scritto. Con uno sguardo perennemente distratto eppure traboccante di verità, Paolo Colagrande ha aperto un varco nella Storia. Tra La vita è bella e Train de vie, un romanzo miracoloso, divertentissimo e palpitante, sulla fiducia nell'ingegno umano e sul potere salvifico delle parole. Autunno 1943. Secondo un'antica maledizione - inventata di sana pianta e venduta al comando tedesco come leggenda popolare - nelle viscere di una miniera di carbone sulla sponda del Rio Fogazza si nasconderebbe la Salamandra Ignifera Gigante Cinese, capace di folgorare a vista qualsiasi forestiero si avvicini. Per l'ebreo Mozenic Aràd, che giusto prima delle leggi razziali ha pensato bene di diventare Mestolari Aride, la scoperta casuale del giacimento è l'unica speranza di salvare se stesso e la sua famiglia. E cosí, mettendo insieme una squadra di persone altrimenti destinate a fine certa - una professoressa di liceo, un suonatore di clavicembalo, un fattorino e un numero imprecisato di irregolari che dal giorno alla notte si cuciono addosso il titolo di geologo, minatore, fuochista, carpentiere o artificiere - Aride comincia a vendere carbone alle milizie, tenendole ben lontane dalla miniera con lo spauracchio della vampa infuocata. Finché il maggiore Aginolf Dietbrand von Appensteiner, comandante di piazza, comincia a insospettirsi... Dopo La vita dispari, Paolo Colagrande ci consegna un romanzo straripante d'intelligenza e di invenzioni. Pagina dopo pagina, assecondando «l'impostura del destino», costruisce una bugia grande quanto un intero paese: il piano geniale di un pugno di ebrei padani per salvarsi la vita.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2022
Print ISBN
9788806251956

1. Cali

Tre giugno del Quarantatre.

Sull’esattezza della data non posso garantire, perché non ricordo di preciso quando ho visto Cali per la prima volta. Diciamo che la memoria sfuma nell’abitudine di vederlo tutti i giorni per un tempo imprecisabile, con tutto il suo bagaglio privato chiuso in un corpo molto piccolo che mi sembra non sia mai cresciuto.
Cali sapeva solo dire il suo nome, alzare quattro dita come i suoi anni e fare pochi altri gesti automatici che non formavano un concetto e neanche una possibile risposta a certe domande che però nessuno aveva mai provato a fargli: da dove veniva, come era salito sul treno, cos’era il bussolotto di vetro che teneva stretto in mano e chi era il cavalier Celerino Scovaloturco. Dentro queste domande ipotetiche c’è già tutto quello che sapevamo di lui, cioè che era sceso con mio babbo da uno scompartimento di seconda classe la sera di quel presunto tre giugno del Quarantatre, coi capelli in disgrazia, una giacchetta blu con uno stemma finto araldico sul taschino, una camicia bianca e un galanino rosso al collo. E, nascosto nella mano destra, un bussolotto di vetro chiuso col tappo a macchinetta.
Il cavalier Celerino Scovaloturco era il nome scritto in corsivo dottrinale su una tessera ferroviaria per pensionati del ministero delle Comunicazioni, trovata nella tasca della giacchetta del bambino Cali dopo che mia mamma gli aveva dato da mangiare, l’aveva spogliato, lavato e poi coperto con una vestaglietta color giallo chartreuse, da femmina perché in casa non c’erano figli maschi.
Con cosí pochi elementi si può solo lavorar di fantasia o di intuito, per chi ne ha, oppure di malinteso, che diventa una specie di oracolo girato all’indietro per raddrizzare il presente ai gusti e alla convenienza. Ma qualunque storia ci s’inventasse, l’unico dato sicuro era lui, Cali in carne e ossa, che guardava il mondo senza una traiettoria e fuori dalle normali cronache mentali. Poi spiego cosa vuol dire.
Non è di lui che dovrei parlare, a dir la verità, ma quella sera, dopo che Cali era stato messo a dormire in tinello sul canapè – come dire il divano, ma a mia mamma piacevano certe parole – dentro la vestaglietta e un panno militare, mio babbo era entrato nella stanza nostra, cioè mia e di mia sorella gemella Giamina, e alzando la visiera del cappello per aprir la visuale oltre la finestra che dava sull’insegna D’Elisir, ci aveva detto che non c’erano segreti da tenere ma neanche chiacchiere da spargere: bisognava solo evitare giri di domande o risposte, e far conto che il bambino Cali era sempre stato lí.
L’idea di mio babbo rispondeva alla legge naturale per cui l’abitudine genera indifferenza ed è anche un vizio facile al contagio: se spargi il contagio dell’abitudine mortifichi la curiosità.
Piú che una legge naturale è una teoria improvvisata, e anche un po’ d’accatto, se vogliamo, l’ho imbastita io adesso con poche pretese quindi non so se resiste a un vaglio scientifico. Ad ogni modo tra le soluzioni possibili mio babbo aveva pensato che quella fosse la piú adatta al pericolo che incombeva.
Né io né mia sorella Giamina sapevamo che pericolo incombesse e quali fossero i fattori di incombenza, e neanche sapevamo che all’origine di tutto il ragionamento c’era una scoperta fatta quella stessa sera sul corpo nudo di Cali mentre mia mamma lo spogliava e lo lavava.
Viveva di sospetti, mio babbo Aràd, piú che di speranze, non so se l’ho già detto. E faceva bene.

Muli bruni.

Si veniva da grandi prospettive, dove tutto doveva scorrere senza intralci con la forza motrice di una nazione monumentale in rapida espansione, per citare frasi di moda. Questo valeva dappertutto, perfino nel sottomondo della città di piazza. Dentro la città di piazza c’era casa nostra, con mio babbo, mia mamma e noi due gemelle, di fianco all’insegna D’Elisir, generi alimentari e coloniali.
La D’Elisir era sempre nostra, con magazzino a forma di chiesa e due negozi, uno di prossimità e uno di borgata, come li aveva chiamati mia mamma perché le piacevano certe parole.
Fatta questa panoramica bisogna tornare indietro di almeno una quarantina di ore, cioè all’alba del giorno prima di quel presunto tre giugno del Quarantatre, e provare a immaginare mio babbo che esce di casa vestito in cerimonia per andare a prendere un treno dopo una notte agitata in cui ha sognato il mulo bruno.
Sognava il mulo bruno, mio babbo Aràd, quando era preoccupato dell’indomani.
Il mulo bruno è difficile da classificare anche avendo pratica di muli. Per descriverlo mio babbo Aràd andava per cosí dire in accumulo pleonastico; diceva che era un mulo forte e carismatico, immenso come un tempio pagano, assorto in se stesso e carico di dramma e che sbalzava sullo sfondo nero di una notte fredda e buia senza stelle e senza luna, lasciando in terra un’ombra densa.
Sto citando parola per parola, quindi non rispondo di incongruenze come il colore nero dello sfondo di una notte scura, che per la fisica elementare è il buio assoluto; per non parlare dell’ombra densa lasciata in terra, dal momento che l’ombra pretende una luce che lí non poteva esserci, trattandosi di una notte senza stelle e senza luna; e non voglio esser pedante ma non potevano esserci neanche fonti luminose spontanee che a volte si formano sopra una certa temperatura, perché si è detto che era una notte fredda. Diciamo che mio babbo sacrificava la coerenza della descrizione a una specie di espansione lirica. Ma se gli obiettavi qualcosa lui rispondeva che bisognava esserci, per capire. Che era una delle sue frasi preferite.
Quest’altra volta il mulo bruno stava davanti al portone della D’Elisir a intralciare il passaggio muovendo la testa e le zampe con scatti di impazienza. La sensazione era che avesse fretta di comunicare qualcosa a qualcuno. E negli occhi nero carbonella, che risaltavano sul nero lucente del manto e sugli altri neri assortiti, c’era tutto un catalogo di profezie.
Il catalogo di profezie l’ho aggiunto io per dare maggior risalto drammatico alla scena e perché conosco il seguito.
La parentesi sul mulo bruno non è facile vanvera, è una premessa per dire che quella mattina mio babbo Aràd doveva prendere un treno per andare al ministero con lo stato d’animo di chi aveva appena sognato il mulo bruno.
Circa una volta all’anno gli arrivava un telegramma del ministero con preghiera di presentarsi all’Ispettorato Riserve Annonarie; e tutte le volte mio babbo faceva lo stesso gesto di malanimo: il viaggio, il pernottamento, la lontananza da casa e dalla D’Elisir. Tutte cose di molto costo economico e poco vantaggio pratico per un colloquio che durava un quarto d’ora con domande e risposte sempre uguali su argomenti inutili.
Questo telegramma era come gli altri, ma mio babbo ci aveva intravisto un senso diverso che non sapeva spiegare. Perché viveva di sospetti, come mi pare di aver già detto.
Ad ogni modo, con questi sospetti alimentati dal sogno del mulo bruno, mio babbo era entrato al ministero, Ispettorato Riserve Annonarie, dove era rimasto due ore abbondanti. A fargli le domande erano due ministeriali mai visti prima, che non si erano neanche presentati e non gli avevano stretto la mano alla porta, e gli argomenti andavano facilmente fuori dal protocollo con vaghe incursioni nel privato: orari di apertura e chiusura, ma anche frequentazioni, manodopera con relative parentele, ascendenze e discendenze, cos’era successo un giorno o un altro, eccetera eccetera. Le risposte di mio babbo venivano poi verificate su carte e tabelle, fra pause gelide e occhiate diffidenti. Citavano nomi presi da liste e registri per sapere se mio babbo li conosceva e perché, e se ci fosse confidenza e di che tipo. Era come se girassero intorno a un bersaglio per prendere meglio la mira. Quale fosse il bersaglio però non si poteva capire.
Nel viaggio di ritorno, sull’ultimo cambio di treno, mio babbo aveva trovato Cali, seduto da solo col bussolotto in mano, le gambe che penzolavano dal sedile, lo sguardo sperduto nel finestrino e l’aria da onesto passeggero. Veniva naturale pensare che fosse una situazione provvisoria: che è poi anche l’unica visione corretta del tempo empirico, fatto di momenti brevi che presi da soli danno la misura di un senso compiuto. E infatti nella carrozza tutti lanciavano occhiate clandestine su Cali e poi si guardavano in giro per cercare la faccia di un padre o di una madre o di un parente. Ma eran solo disimpegni della coscienza per non intromettersi. Del resto, il fatto che Cali stesse fermo e non parlasse poteva essere segno di obbedienza a raccomandazioni ricevute, cioè di una protezione in atto.
Mio babbo avrebbe voluto alzarsi subito dal suo posto, da dove seguiva la scena come si guarda un quadro in galleria, per andargli vicino. Se non l’aveva fatto era perché era sicuro che, nel momento stesso in cui si fosse alzato gli altri avrebbero fatto altrettanto, perché in questi casi si aspetta sempre che qualcuno faccia la prima mossa per poi fargli il sorpasso.
Sperava in una soluzione pratica estemporanea: per esempio l’arrivo di un controllore o di un’altra divisa viaggiante che togliesse tutti dall’imbarazzo. Ma non arrivava nessuna divisa, il bambino era sempre lí con gli occhi al finestrino, il bussolotto in mano e le gambe che penzolavano, e ormai mancava poco alla stazione.
Cosí, mentre il treno rallentava, mio babbo si è alzato, ha preso il suo bagaglio, è andato da Cali, gli ha allungato una mano e gli ha detto: dài che scendiamo.
E Cali ha preso la mano di mio babbo Aràd ed è sceso.

La spia sul corpo.

Si può dire senza esagerare che da lí in poi Cali non abbia mai lasciato la mano di mio babbo. Piú in generale, andando a memoria, non riesco a vedere mio babbo con due mani libere quando c’era Cali. E non riesco a vedere Cali con una sola mano libera quando era con mio babbo: una attaccata a lui e l’altra che stringe il bussolotto di vetro.
Tenere Cali per sempre nella monocellula di casa, come la chiamava mia mamma perché le piacevano certe parole, non rientrava in un piano familiare ragionevole. C’erano autorità competenti a occuparsene, poi i centri cosiddetti caritativi, gli ospedali della pietà eccetera eccetera.
Ma mentre ci si rifletteva, e soprattutto mentre lo si denudava per lavarlo, mia mamma aveva trovato la spia, quella che avevano addosso tutti i maschi di un certo corredo genetico. E la scoperta aveva messo in disparte i piani ragionevoli.
Guardando Cali che dormiva sul canapè in vestaglia gialla chartreuse, a mio babbo erano tornate in mente le ore al ministero, Ispettorato Riserve Annonarie, in una nebbia di parole e gesti dove aveva intravisto la mano della Direzione Generale.
In casa si nominava la Direzione Generale sottovoce e con segni di cautela, perché il nominarla, o l’essere sentiti mentre la si nominava, era già una professione di fede. Che tipo di fede fosse ancora non lo sapevo. Ma anche ora, che so tutto per filo e per segno, faccio fatica a dire il nome completo – Direzione Generale per la Demografia e la Razza – con voce disinvolta. In quei giorni il nome completo non si diceva mai, sentivo dire solo Direzione Generale.
Davanti al corpo nudo di Cali quel nome era uscito invece tutto intero, senza tagli di prudenza. E dall’indomani mattina il bambino Cali era lí con noi da sempre, con una mano stretta sul bussolotto di vetro e l’altra nella mano destra di mio babbo Aràd.
La tessera ferroviaria del cavalier Celerino Scovaloturco era stata invece chiusa nella segreta del comò, come in cassaforte. Perché da lí bisognava partire alla ricerca del mondo muto di Cali, con l’idea che il passato di un uomo di quattro anni è sempre un passato prossimo, recuperabile quasi come un presente, basta raccogliere i pezzi lasciati per strada poco fa. Ma bisognava capire che strada aveva fatto.
Mi sembra di aver già detto che si veniva da tempi di grandi prospettive, con la grazia protettrice di una storia monumentale in rapido avanzamento.
La nostra famiglia Mestolari, con al comando mio babbo Aride detto Aràd, ascoltava questa storia da dentro un scatola sterile, che ogni tanto sembrava un castigo volontario, dove poteva sventolare libera la bandiera della D’Elisir, a distanza prudente dagli eventi e da certi fantasmi, come la Direzione Generale.
Ma fuori da lí, e molto lontano dalla bandiera, c’era una guerra con un nemico debole, una specie di tiro al bersaglio per dilettanti, e infatti per anni i bollettini del quartier generale delle forze armate dicevano che l’esercito regio aveva abbattuto centinaia di quadrimotori, affondato centinaia di cacciatorpedinieri, esploso centinaia di carri armati, per non parlare delle perdite umane inflitte al nemico, che eran numeri da mettere imbarazzo. E dove non arrivava il regio esercito della nazione c’era sempre il poderoso alleato germanico che ogni giorno occupava centinaia di migliaia di ettari, sterminando tutto quello che trovava davanti o che vedeva con la coda dell’occhio. E mentre i giornali riportavano il metodico sterminio di questo avversario ormai agli sgoccioli, una finestra della capitale si spalancava sull’ardente folla giubilante, tenuta in disciplina da un triplice cordone nero di uniformi e argenteo di pugnali, e la fanfara intonava altissimi squilli mentre il capo del governo abbrancava con le forti mani la balaustrata di pietra della terrazza e col luminoso sorriso sotto il severo berretto di comandante generale della milizia annunciava che il gracile nemico era vicino alla capitolazione. Cito a memoria i giornali, di solito non parlo cosí con tutti quegli aggettivi.
Quello che non si spiegava era perché, malgrado il sistematico massacro, le truppe nemiche continuassero a farsi avanti per cielo, terra e mare, costringendo il regio esercito e l’alleato a sterminarle ormai con quella noia abitudinaria che alla lunga può spegnere la passione.
Poi però, chissà come, poco alla volta la scia della storia monumentale era sfumata, e nel giro di qualche mese i giornali che avevano annunciato le gloriose vittorie della nazione e dei potenti alleati e le perentorie e sanguinose sconfitte del gracile nemico, sto sempre citando i giornali, avevano cambiato metodo e parole. Adesso dicevano che le città della nazione venivano bombardate e rase al suolo senza misericordia; e che il condottiero del governo, capo supremo della milizia, era sofferente di gastroduodenite di origine psicosomatica che lo teneva lontano dalle terrazze.
E dopo ancora qualche mese era arrivata la notizia che quello stesso condottiero che parlava alla folla giubilante dalla balaustrata della terrazza era stato arrestato dai carabinieri e sostituito provvisoriamente dal generale dell’esercito, il quale annunciava alla stessa folla giubilante che la guerra sarebbe comunque continuata al fianco dell’indefettibile alleato germanico. E siccome fuori dalla folla c’era chi invece non voleva che la guerra continuasse, il provvisorio capo del governo aveva vietato le radunate e gli assembramenti e ordinato, all’occorrenza, di sparare su manifestanti comunisti e anarchici; perché la nazione, come da tradizione millenaria, avrebbe tenuto fede alla parola data, verso la vittoria. Ma, già qualche settimana dopo, lo stesso generale dell’esercito aveva cambiato idea e controdichiarato l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro una soverchiante potenza avversaria.
Cioè, mentre il bambino Cali prendeva confidenza con casa nostra, la nazione capitolava, insieme al progetto di storia monumentale.
Era difficile, cosí a distanza psicologica dagli eventi, capire se e come queste novità potevano riguardare noi e la D’Elisir; per me e per mia sorella gemella Giamina era già difficile capire qual era il problema piú domestico, che i miei si nascondevano addosso e che li faceva...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Salvarsi a vanvera
  4. 1. Cali
  5. 2. Il suono degli stivali
  6. 3. La carne nascosta
  7. 4. Operazione Breguet
  8. 5. La svista del pennello
  9. 6. La salamandra ignifera gigante cinese
  10. 7. L’escavatrice Westfalia Maschinenbau
  11. 8. La curva dell’Antonia
  12. 9. La folla muta
  13. 10. Clide
  14. 11. Il canarino burgravo nobile grisumetrico
  15. 12. La farfalla testa di morto
  16. 13. La terza lista
  17. 14. Il destino militante
  18. 15. Sfollamento
  19. 16. Il serpente della conoscenza
  20. 17. La rada di Salamina
  21. 18. L’agonia della belva
  22. 19. Quasi al capolinea
  23. 20. Il folletto della fine
  24. 21. Dove si sciacqua la storia
  25. 22. Cali
  26. Scuse.
  27. Il libro
  28. L’autore
  29. Dello stesso autore
  30. Copyright

Domande frequenti

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