Siano rese grazie infinite e lodi senza eguali al Creatore, la cui sublime eccellenza è territorio inaccessibile anche al veloce messo dell’ispirazione, e sia benedetto quell’uomo nobilissimo52 che neppure il pavone del pensiero, spiegando le ali nel suo volo variopinto, sa elogiare in modo adeguato – possa la brezza del paradiso soffiare in eterno sulla sua famiglia e sulla sua discendenza. Ho completato due parti del libro Le raccolte delle storie e i bagliori dei racconti, ciascuna consistente di venticinque capitoli, con il sostegno e la beatifica benevolenza del favore di Dio, Signore del mondo, e per ordine di Muḥammad ibn Sa‘d al-Junaydī, felice pilastro del regno, re dei re tra i ministri, preminente tra i preminenti del mondo, il piú capace tra i capaci degli Arabi e dei Persiani, modello per gli illustri d’Oriente e d’Occidente, novello Āṣaf, rifugio degli eccellenti, soccorso della comunità, misura di umanità e onore. Inizia ora la terza parte, che descrive le nature e i caratteri riprovevoli propri della stirpe umana. Il primo capitolo sarà dedicato alla varietà delle diverse disposizioni naturali; successivamente, diremo di coloro che ebbero la sventura di essere segnati da quei vizi di costituzione e furono sopraffatti dai loro effetti nocivi. È nostra dichiarata speranza che tutto ciò venga accolto con piena soddisfazione; nell’intimo, ci auguriamo che il munifico favore di quel seggio di gloria voglia accordare un’attenzione ancora piú generosa a questo nostro lavoro.
È a te, non a me, che appartiene ogni cosa che dico:
è la grazia tua sola a dettare alla lingua i discorsi.
A donare una fama gloriosa all’insegna di guerra del fabbro Kāva,
se il fato l’assiste, è soltanto la prospera grazia del re Farīdūn.
Questa parte contiene venticinque capitoli: capitolo primo, delle differenti nature umane; capitolo secondo, contro il livore e l’invidia; capitolo terzo, contro la cupidigia, e a proposito degli avidi; capitolo quarto, contro le pretese dei meschini; capitolo quinto, dei banditi e delle loro storie; capitolo sesto, delle arguzie dei mendicanti; capitolo settimo, contro la menzogna, e delle grazie della sincerità; capitolo ottavo, di coloro che si pretesero falsamente profeti; capitolo nono, contro la tirchieria; capitolo decimo, contro il non mantenere le promesse e il rompere i patti; capitolo undicesimo, contro l’ignoranza; capitolo dodicesimo, dei sovrani dispotici, e contro la tirannide; capitolo tredicesimo, contro la brutalità e la durezza e in lode della gentilezza e dell’amabilità; capitolo quattordicesimo, contro la grettezza e la piccolezza d’animo; capitolo quindicesimo, contro la prodigalità e lo sperpero; capitolo sedicesimo, contro il tradimento, in ogni sua forma; capitolo diciassettesimo, contro la facilità di costumi, e di coloro che fecero un mestiere della propria svergonatezza; capitolo diciottesimo, contro l’ingratitudine per i benefici ricevuti, e di coloro che ottennero infamia per la propria irriconoscenza; capitolo diciannovesimo, contro la calunnia, la diffamazione e il discredito; capitolo ventesimo, contro la precipitazione, e in lode della calma; capitolo ventunesimo, dei miserabili senza fede; capitolo ventiduesimo, delle donne intelligenti e sagge e dei loro motti brillanti; capitolo ventitreesimo, delle donne pie e dalla condotta esemplare; capitolo ventiquattresimo, delle donne empie e svergognate; capitolo venticinquesimo, delle insidie e delle astuzie femminili.
Bisogna sapere che Iddio – sia lodato e glorificato – ha plasmato l’uomo di molteplici sostanze, combinandovi i quattro elementi naturali in proporzioni variabili. Sebbene il Creatore degli uomini sia indipendente, nel Suo eterno operare, da determinazioni materiali cogenti, ciò nondimeno Egli ha decretato, in nome del bene e come prova della Sua potenza perfetta e della Sua graziosa sapienza, che le creature fossero condizionate, nella loro costituzione, proprio da quelle sostanze primigenie, miscelate tra loro in composti sempre differenti. È per questo che le nature degli esseri creati sono massimamente eterogenee e discordanti: alcuni sono pazienti, altri pacati, altri generosi, altri hanno alte aspirazioni e grande forza d’animo, altri ancora, invece, sono totalmente privi di queste qualità. Benché nei libri precedenti io abbia già affrontato e descritto la variabilità dei temperamenti umani, in questo capitolo mi dedicherò all’argomento in modo organico e dettagliato.
ḥ 1:
7-8
Gli effetti del vino.
‘Amr ibn Baḥr al-Jāḥiẓ afferma, nel suo Kitāb ṭabāyi‘ al-ḥayawān, che qualora si intendano conoscere con certezza i differenti caratteri umani e saggiare l’autentica natura dei singoli individui, non c’è miglior pietra di paragone del vino: nell’ebbrezza, infatti, le persone si comportano diversamente l’una dall’altra. Vi sono alcuni che bevono con contegno, senza lasciarsi andare a comportamenti sconvenienti, anzi esprimendosi in modo gradevole sia con le movenze del corpo sia con le parole, fino a che non vengono sopraffatti dal sonno; altri perdono il senno e l’autocontrollo e si trasformano completamente, alterando il proprio consueto modo di agire e di parlare; altri ancora non resistono alla tentazione di battere le mani e di ballare, e c’è anche chi, quando si ubriaca, si rivolge alla propria spada e non trova pace fino a che non colpisce la madre, la sorella o la sposa, oppure non ripudia quest’ultima; uno, col cervello annebbiato dall’alcol, soccombe alla tristezza e, con il volto rigato di lacrime, si ricorda degli amici lontani e degli affetti perduti; un altro, al contrario, ride di qualunque cosa veda o senta; altri ancora, in preda all’ebbrezza, prendono a benvolere chiunque e arrivano a baciare le mani e i piedi di tutti quelli che capitano loro a tiro, cui dedicano le proprie affettuose attenzioni. Tutti questi diversi comportamenti, che siano azioni, modi o stati d’animo, derivano dalle diverse nature degli uomini, ma anche delle bevande alcoliche, ciascuna delle quali ha un effetto peculiare. Non esiste, insomma, nessun animale che non venga colto dall’ebbrezza se assume alcol, con la sola eccezione di alcuni membri della nostra specie, che pur bevendo molto non subiscono alcuna alterazione, dimostrando una volta di piú la potenza della natura umana.
ḥ 2:
8-10
L’ubriaco facondo.
Sempre al-Jāḥiẓ narra che un giorno i figli di ‘Abd al-Malik Riyāshī avevano organizzato una festa e che egli aveva accettato il loro invito a prendervi parte. «Il convivio era magnificamente allestito», racconta al-Jāḥiẓ, «con invitati gentili, pietanze disposte in bell’ordine, vini purissimi e musici dal dolce canto. Restai in loro compagnia per circa un’ora e notai la presenza di un uomo molto grasso e dal ventre prominente, piuttosto impedito nel parlare e che mostrava chiari segni di difficoltà quando si trattava di dare forma logica ai suoi pensieri. Pensai che fosse ammalato o depresso, fino a quando i presenti, datisi a bere seriamente, iniziarono a cedere all’ebbrezza, abbandonando gradualmente la ragione. Fu allora che vidi quell’uomo obeso acquistare d’un tratto il dono dell’eloquenza e farsi a ogni istante piú facondo, al punto da iniziare a disquisire su una particolare sottigliezza retorica. Mi meravigliai del fatto che egli, da sobrio, non riuscisse nemmeno a parlare e poi, dopo aver bevuto, anziché essere colto dall’ebbrezza come tutti gli altri, divenisse cosí sorprendentemente raffinato e creativo nel suo eloquio. Chiesi allora come si chiamasse, e mi dissero che il suo nome era ‘Abd Allāh ‘Ummī e che il vino non aveva su di lui alcun effetto; anzi, dicevano, piú beveva e piú aumentavano la sua eloquenza, il suo intelletto, la sua virtú e il suo sapere. Sbigottito, mi misi a dibattere con lui e, di fronte alla sua immensa e raffinata sagacia, conclusi che non v’era sotto il cielo alcun individuo simile a lui. Mi confermarono poi che quando egli arrivava a bere dieci misure di vino, batterlo in una tenzone verbale era un’impresa impossibile per chicchessia». Ecco uno dei prodigi dell’umana natura.
ḥ 9:
14-22
I quattro viaggiatori.
In uno dei libri scritti dai sapienti dell’India è narrata una storia che getta luce sulle differenze tra le nature umane. Un gruppo di quattro persone si era messo in viaggio con un uomo che portava con sé, tenendola in un piccolo scrigno, una perla molto preziosa. Egli, che doveva consegnare quella perla a un re, guardava continuamente in quello scrigno e faceva di tutto per proteggerlo, ma uno dei suoi compagni, una volta resosi conto del suo contenuto, attese l’occasione propizia e riuscí a rubarglielo. Quando quel poveretto, tornato in sé, se ne accorse, se ne disperò profondamente ma, per quanto cercasse di spiegare la gravità della situazione, non ottenne alcun risultato. Abbattuto e sgomento, continuò in ogni caso il suo viaggio con quei quattro, fino a che giunsero nella città che era la loro meta finale. La vittima del furto andò a porgere i propri omaggi al sovrano, e gli raccontò l’accaduto: «Portavo con me, maestà, una perla preziosa da donare al vostro tesoro regale, ma durante il mio viaggio ho incontrato quattro individui che me l’hanno rubata e, nonostante le mie insistenze, non me l’hanno voluta restituire». Il re diede ordine di incarcerare i quattro ma non riuscí ad ottenere da loro alcuna confessione. La situazione non si sbloccava. Quando la figlia del sovrano, resa splendida dal dono della saggezza, versata in ogni dottrina e competente in ogni sapere, vide che il padre si trovava in ambasce, lo invitò a condurre quei quattro al suo cospetto, affinché, grazie al proprio acume, potesse smascherare l’autore del furto. Il re seguí il suo consiglio e fece portare gli imputati dalla figlia, la quale ordinò che fossero liberati dai ceppi e che fossero fatte indossare loro le vesti d’onore, dando disposizione che venissero ogni giorno a porgerle i loro omaggi e a discorrere con lei delle cose del mondo. Fu cosí che quotidianamente, all’alba, la giovane li riceveva, offrendo loro vino e trattandoli con affabilità, fino a che essi non cominciarono a sentirsi a proprio agio. Un giorno la figlia del re disse loro: «È recentemente accaduto un fatto strano e complicato, di cui ho già chiesto spiegazione a moltissime persone. Vorrei parlarne adesso anche a voi: confido infatti che sarete in grado di darmi una risposta esauriente e sensata, basata su ragionamento e sapienza, ché voi siete uomini esperti delle cose del mondo e versati in ogni scienza». Ottenuto il loro assenso, la ragazza continuò: «C’era un re che aveva una figlia, da lui molto amata. Un giorno la fanciulla, mentre si trovava nel giardino insieme alle proprie ancelle, vide un fiore in cima a un albero e se ne invaghí. Il figlio del giardiniere se ne accorse e, arrampicatosi velocemente sui rami, colse il fiore e lo porse alla principessa. Era costume dei sovrani di quel tempo che chiunque portasse loro in dono un fiore a mo’ d’augurio avesse diritto a vedere esaudito un proprio desiderio. La ragazza, accettato il dono, gli chiese che cosa desiderasse. Il ragazzo, nell’incoscienza della giovinezza, rispose: “Quando prenderai marito, prima di darti a lui la notte delle nozze, vieni qui da me, affinché io possa cogliere la rosa novella del roseto del nostro incontro. Poi potrai andare dal tuo sposo”. La ragazza giurò che avrebbe tenuto fede a questo patto e i due si separarono. Venne il tempo del matrimonio della principessa: la prima notte, la sposa spiegò al marito di avere stretto un patto con il figlio del giardiniere e di voler mantenere la propria promessa, secondo i dettami della magnanimità e della bontà d’animo. L’uomo acconsentí e lei si diresse al giardino, ma all’improvviso le si fece incontro un minaccioso leone. La giovane disse: “O leone, so bene che non si può sfuggire ai decreti divini, ma quando spirava la brezza della primavera avevo fatto una promessa al figlio del mio giardiniere, e ora sto andando a onorarla. Se ti fidi e mi concedi la grazia di lasciare che io mi sciolga dai miei voti, al mio ritorno potrai fare di me ciò che vorrai”. Il leone, udite le sue parole, la lasciò passare. Poco dopo le si parò davanti un ladro, che la vide in tutta la sua bellezza, con il collo e le orecchie adornati di gemme e monili preziosi. Egli pensò di essere stato baciato dalla buona sorte e di aver incontrato la fortuna della sua vita, e volle prenderla e scioglierle tutti i gioielli dal collo e dalle orecchie. La fanciulla, allora, gli disse: “Se sei un gentiluomo, lasciami andare a tener fede ai miei patti in questo giardino, e ti prometto che, nel ritornare, mi rimetterò a te e ti lascerò portare via tutti i monili che ti piacciono”. Il ladro la fece passare, ed ella, giunta finalmente alla porta del giardino, vi bussò. Il figlio del giardiniere uscí, e quando la vide si gettò ai suoi piedi. La principessa disse: “Ti avevo fatto una promessa, e questa sera sono venuta a mantenerla: ecco a te il mio corpo, sacrificato a quel patto”. Il figlio del giardiniere baciò la terra e disse: “Il mio non fu nient’altro che l’atto sconsiderato di un ragazzino: sconvolto dalla dolce follia della primavera, non seppi comportarmi come si deve. Ma adesso? Come posso anche solo immaginare una simile fantasia? Torna a casa, orsú, sana e salva: sei libera dal tuo voto, ché per me tutto si è compiuto!” La principessa prese la via del ritorno, passando per gli stessi luoghi da dove era venuta. Incontrato il ladro, gli disse: “Il figlio del giardiniere si è comportato da gentiluomo e ha rinunciato a quanto gli spettava. Adesso sai che tutti i miei monili sono a tua disposizione”. Il ladro pensò: “La fedeltà di questa ragazza ai patti va ben oltre ogni ragionevolezza, non posso neanche pensare di approfittare di una persona cosí!”, e la lasciò andare. Giunta dov’era il leone, gli raccontò quanto accaduto. Il leone le parlò e le disse: “Sappi che io non sono un leone, ma uno spirito che si è messo sulla tua strada per metterti alla prova. Hai tenuto fede ai tuoi patti, per questo non c’è alcun bisogno che io ti faccia del male. Va’ pure, sana e salva!” La ragazza tornò infine dal marito, al quale raccontò ciò che le era successo. Ora ditemi: quale dei personaggi di questa vicenda si è comportato con piú cavalleria e ha mostrato di possedere l’animo piú nobile?» Il primo dei quattro disse: «Il piú generoso è stato il figlio del giardiniere, che di fronte alla fortunata possibilità di realizzare il proprio sogno d’amore ha saputo rinunciarvi, schiacciando le proprie passioni terrene!» Il secondo disse: «La nobiltà del leone è stata anche piú grande: la belva ha infatti abbandonato la sua natura feroce e, per quanto affamata, ha saputo rinunciare a un boccone cosí tenero e delizioso!» Il terzo disse: «Il marito è stato il piú forte di tutti: pur sapendo bene come stavano le cose, ha lasciato che la moglie andasse dal figlio del giardiniere, resistendo al fuoco della gelosia e dominandosi con la pr...