Il quinto rischio
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Il quinto rischio

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Il quinto rischio

Informazioni su questo libro

Dopo le elezioni del 2016, i dipendenti del dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti - luogo chiave per l'economia e la sicurezza - sono andati al lavoro incerti su cosa aspettarsi dalla nuova leadership. Hanno atteso a lungo, ma nessuno si è presentato. Quando le amministrazioni precedenti avevano già decretato le top ten people a capo del dipartimento sistemando gran parte dei dipendenti negli uffici, Trump ne aveva nominate tre, mostrando disinteresse e disinformazione. Nella lista stilata da John MacWilliams (il primo chief risk officer del dipartimento) sui principali rischi nazionali per gli Stati Uniti, il piú pericoloso si è rivelato il «quinto rischio»: quello che corre una società impreparata, che minimizza i problemi e risponde con soluzioni precarie alle questioni di lungo termine. Questo saggio mozzafiato non è soltanto il ritratto allarmante del presidente Trump e del suo improbabile entourage. È anche un richiamo generale alle necessità di competenza e senso dello Stato nell'ambito della pubblica amministrazione.

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Capitolo terzo

Tutti i dati del Presidente

Seguendo il varco lasciato dal passaggio del tornado nella città americana, pensò quanto sarebbe stato difficile immaginare lo spettacolo che stava osservando ora. Due giorni prima, il 22 maggio 2011, il vento aveva spaccato in due la cittadina di Joplin (Missouri), lasciandosi alle spalle cose da non credere: il tronco di un albero interamente trapassato da un tubo di gomma; una sedia di traverso, con tutte e quattro le gambe che perforavano un muro; un gigantesco Tir di Walmart scagliato a duecento metri di distanza in cima a ciò che rimaneva dell’edificio della Pepsi; un enorme Suv piegato a metà attorno a un albero. L’auto era spogliata delle lamiere e l’albero non era piú un albero ma un tronco, poiché tutti i rami si erano spezzati ed erano volati via. «Sembrava che un gigante avesse rimescolato la città con un frullino», dice Kathy Sullivan. «Era ridotta in briciole».
Si rese poi conto che la metafora del frullino non reggeva completamente, perché ai margini del disastro era tutto misteriosamente intatto. Le aree che il tornado aveva di poco mancato erano in perfette condizioni, in netta contrapposizione con quelle colpite, rase al suolo. «Era come quando si passa il dito sulla glassa di una torta», spiega. «Una linea netta di distruzione totale». I medici del pronto soccorso locale riscontrarono traumi mai visti. Resti umani sparsi sull’area antistante l’ospedale. Un bimbo piccolo con la schiena scuoiata fino all’osso: gli si contavano le vertebre. Persone impalate sui cartelli stradali. Ferite simili a quelle causate da un mitra – solo che non erano proiettili quelli conficcati nella carne. Persone gravemente ferite arrivate in ospedale al volante delle loro auto con i cadaveri dei familiari a bordo, che si scusavano con il personale perché non sapevano cosa fare dei corpi.
Quella primavera nel centro degli Stati Uniti piú di cinquecento persone avevano perso la vita a causa di una violenta serie di tornado. Nella sola Joplin i morti erano stati 158 e migliaia i feriti, molti dei quali gravi. Era il numero di vittime piú alto mai registrato da un singolo tornado da quando il governo statunitense si era assunto il compito di allertare del pericolo la popolazione. La realtà era di per sé sconvolgente, ma per Kathy Sullivan lo era particolarmente. I cittadini di Joplin erano stati informati; i bollettini del National Weather Service (Servizio meteorologico nazionale) di cui di lí a poco sarebbe diventata corrispondente, erano stati addirittura piú tempestivi del solito. La prima allerta tornado era stata lanciata quattro ore prima dell’evento – ma l’allerta è diversa dall’allarme. In media l’allarme del National Weather Service arriva tredici minuti prima che il tornado colpisca: a Joplin le sirene avevano suonato diciassette minuti prima che il tornado toccasse il suolo e diciannove minuti prima che arrivasse a Joplin. Ma i cittadini di Joplin avevano ignorato le segnalazioni. «La maggioranza dei cittadini di Joplin intervistati non si era recata immediatamente ai rifugi dopo aver udito il primo avviso…» come indicava il rapporto che Sullivan avrebbe presto supervisionato.
Un giorno qualcuno scriverà la storia dello strano legame esistente negli Stati Uniti tra governo e cittadini. Sarà necessario dedicare almeno un capitolo alle iniziative attuate dal primo allo scopo di salvare questi ultimi da pericoli mortali. La prima previsione efficace di un tornado risale al 1948, pronosticata da una base aeronautica di Norman (Oklahoma). Era stato un colpo di fortuna, difficile da replicare. Forte di questa consapevolezza il governo aveva ritenuto che fosse meglio non diffondere allerta tra i cittadini. Al Weather Bureau (Ufficio meteorologico), cosí si chiamava all’epoca, venne proibito di utilizzare il termine “tornado”, per non spaventare le persone. Si sparse cosí la notizia che i meteorologi di Stato avevano questa misteriosa abilità e la gente voleva sapere cosa avessero da dire, anche quando era di scarsa utilità.
Da allora i servizi meteorologici erano migliorati molto. I miliardi di dollari spesi in satelliti, radar, potenza di calcolo e in migliori modelli di previsione avevano consentito, tra l’altro, di lanciare allerta tornado realmente utili. Eppure sembrava che la gente non si rendesse conto che le informazioni meteo statali erano sempre piú affidabili – né che fosse il governo a fornirle. Kathy Sullivan non si stupiva piú che cittadini, peraltro istruiti, sostenessero che le previsioni meteo si trovavano su Weather Channel o su qualche applicazione per cellulare. Un parlamentare le aveva chiesto perché i soldi dei contribuenti dovessero andare al National Weather Service quando si poteva guardare il meteo su AccuWeather. «Dove diavolo pensava che AccuWeather o le varie app o Weather Channel prendessero le informazioni per il loro meteo?» Dov’era AccuWeather quando il vento soffiava a centinaia di chilometri l’ora su una città americana, facendo strage di persone?
Che i cittadini non capissero il governo era chiaro da tempo, ma Kathy si rendeva conto che ormai neppure il governo capiva i cittadini. Perché non si erano messi in salvo? In teoria proprio lei avrebbe dovuto conoscere la risposta, invece non ne aveva la minima idea. Stranamente il governo degli Stati Uniti ne sapeva di piú sul meteo che sui suoi cittadini. Aveva speso miliardi di dollari a raccogliere dati meteorologici senza registrare le reazioni delle persone.
Kathy non poteva che ammirare la gente di Joplin. Vagando tra le macerie vide ciò che aveva osservato già molte volte: gli americani erano piú bravi a reagire ai disastri che a prevenirli. Tutti quelli che erano in grado davano una mano ai soccorsi. Ai margini dell’area devastata, le persone risparmiate dal tornado aprivano i portelloni delle auto come ai party prima delle partite di football del college e cucinavano per i meno fortunati. «Senza fare domande», racconta Kathy. «Nessuno ti chiedeva se la tua casa era andata distrutta. Bastava presentarsi e dire di avere fame per ricevere da mangiare».
Nessuno poteva dire che Kathy non avesse fatto il suo lavoro. Non era un politico, né per indole né per formazione, ma l’ambizione l’aveva resa tale. Era scesa a tutti i piccoli compromessi – a tutti i piccoli patti con se stessa e gli altri – necessari per sopravvivere nelle alte sfere del governo americano. Era ormai vicepresidente – e destinata ad assumere presto la guida – dell’Amministrazione nazionale per gli oceani e l’atmosfera, (National Oceanic and Atmospheric Administration, Noaa). La Noaa, tra l’altro, sovrintendeva al National Weather Service. Quest’ultimo aveva individuato il tornado e lanciato l’allarme. I sottoposti di Kathy avevano fornito alle persone il necessario per sopravvivere. Eppure il 22 maggio 2011, un solo tornado aveva fatto piú vittime di quanto fosse accaduto nei sessantaquattro anni passati.
Kathy avrebbe potuto non commentare, limitarsi ad alzare le mani nell’intimità del suo ufficio dicendosi che non era compito suo salvare le persone dalla loro stessa stupidità. Invece si domandò: «Cos’è che non sappiamo dei nostri concittadini?» Tornata a Washington convocò le parti interessate – ciascuna con il merito di aver fatto bene il proprio lavoro – e chiese: «Qualcuno è soddisfatto del risultato?»
A suo e loro onore, nessuno lo era.
Prima che il governo degli Stati Uniti le affidasse un incarico retribuito, Kathy Sullivan era stata sottoposta a tutta una serie di esami. Alcuni fisici, altri psicologici, altri ancora – beh, non sapeva bene cosa fossero. In nessun caso era riuscita a capire che cosa stessero cercando gli esaminatori. Superò due colloqui praticamente identici alla Nasa, uno col poliziotto buono, l’altro con quello cattivo. «Il cattivo mi ha messo a disagio», racconta. «La stanza era mal illuminata. Lui stava seduto dietro la scrivania e l’interlocutore veniva fatto accomodare su una poltroncina, non di fronte. Non ci guardavamo in faccia. Lui borbottava e non era amichevole. Poi il tutto si è ripetuto con un tipo solare, simpatico, amichevole». Solo molto tempo dopo Kathy apprese che volevano verificare che lei desse le medesime risposte in situazioni di disagio o meno. «Non avevo nessun termine di paragone» dice. «Si può tentare di manipolare il sistema, ma per farlo bisogna conoscerlo, e io non lo conoscevo».
In seguito stabilí che i colloqui non erano mirati a conoscerla, ma a rispondere a questa domanda: Sarebbe la stessa persona che sembra adesso se stesse viaggiando alla velocità di 28 000 chilometri orari a un’altitudine di 220 chilometri dalla Terra, e qualcosa andasse storto?
Era il suo primo colloquio di lavoro per diventare astronauta. Nel 1977 era ancora un’attività rischiosa. «Ogni volo serviva ancora a dimostrare che si poteva andare lassú e tornarne indietro vivi», racconta. «È come viaggiare sopra una bomba». Eppure altri ottomilasettantotto americani si erano candidati. Cinquemilaseicentootto possedevano i requisiti fondamentali per l’incarico. Di questi la Nasa ne invitò duecentootto al Johnson Space Center, alla periferia di Houston, per una settimana di colloqui. «Ci hanno suddiviso in gruppi di venti per le interviste», ricorda Kathy. «Al mio arrivo ho visto quella massa di persone. Tutti maschi. Nessun problema, sarei stata l’unica donna in un accampamento e su una navicella». Però in questo caso non erano solo maschi, ma un club. «Avevo la sensazione che molti di loro si conoscessero già. Erano piloti di caccia o roba del genere. Io avevo venticinque anni, dottoranda, senza un soldo. Gli altri sembravano nel loro ambiente, sapevano il fatto loro – io ero un pesce fuor d’acqua. “Bene Kathryn, goditi questa settimana”, mi son detta».
Il pezzo forte fu un colloquio di novanta minuti davanti a un lungo tavolo zeppo di estranei. Uno di loro era l’imperscrutabile George Abbey, responsabile del programma astronauti della Nasa. All’inizio era rimasto rilassato sulla sedia con gli occhi socchiusi, limitandosi a biascicare un: «Si presenti. Parta dalle scuole superiori». Tutto lí. Solo questo. «Era una domanda intenzionalmente vaga», dice Kathy.
Parlare di sé non era il suo forte. «Non è mai stato nelle mie corde», dice. Però lo fece. Raccontò che a tredici anni aveva imparato dal padre, ingegnere aerospaziale, a pilotare un aereo. Che, da ragazza cresciuta negli anni Cinquanta e Sessanta, aveva pensato di sfruttare la sua predisposizione per le lingue piuttosto che un brevetto da pilota come garanzia di una vita avventurosa. Prima di diplomarsi, senza aver mai messo piede né in Francia né in Germania, parlava correntemente sia il francese che il tedesco. Aveva in programma di imparare altre lingue. «La mia teoria era semplice: impara tante lingue e usale per vedere il mondo», ricorda in una testimonianza raccolta dal Johnson Space Center. Nel 1969 entrò all’università della California a Santa Cruz per fare lingue, ma era obbligatorio inserire nel piano di studi una materia scientifica, cosí Kathy seguí due corsi di oceanografia. Imparò che gli esseri umani scendevano a piú di quattromila metri di profondità a bordo di minuscoli sottomarini a mappare il fondale oceanico. «Era infinitamente affascinante. Il tipo di informazioni che leggevo sempre sulle pagine del “National Geographic”».
Fino a quel momento aveva immaginato di viaggiare in orizzontale: da est a ovest, da nord a sud. Ora iniziava a pensare di spostarsi anche in verticale, su e giú. Voleva studiare le placche sotto il fondo del mare.
Venne ammessa ai corsi di specializzazione in geologia ovunque fece domanda, inclusa l’università di Princeton, con la retta completamente coperta da borse di studio per la ricerca. Accettò la generosa offerta dell’università di Dalhousi ad Halifax (Nova Scotia), perché le interessava la catena montuosa sul fondo dell’oceano Atlantico nota come dorsale oceanica, e per varie ragioni la Nova Scotia le sembrava il luogo ideale per studiarla. Appena arrivata si mise subito in cerca dell’opportunità di imbarcarsi su un sottomarino che la portasse proprio sulla dorsale. «Puntavo alla carriera accademica, ma mi interessava salire su un sottomarino. Volevo vedere quella roba con i miei occhi».
Fu il fratello che per primo le disse che la Nasa cercava nuovi astronauti. Aveva letto un annuncio sul giornale che diceva che l’agenzia spaziale apriva le sue astronavi a tutti gli americani di età compresa tra i venticinque e i quarant’anni, di altezza inferiore al metro e ottantadue, sotto gli ottantuno chili di peso e in possesso di un qualsiasi diploma di laurea in materie scientifiche. Lui aveva già presentato la domanda e le consigliava di fare altrettanto. Per la prima volta si incoraggiavano specificamente le candidature femminili. E quelle delle minoranze. Ai candidati si richiedevano solo alcuni tratti caratteriali: «disponibilità ad accettare rischi paragonabili a quelli riscontrati nei moderni voli sperimentali in aereo, tolleranza rispetto a condizioni ambientali rigide e severe, e la capacità di reagire adeguatamente in situazioni di stress o di emergenza». Fino a quel momento la Nasa aveva cercato soprattutto piloti collaudatori, in grado quanto meno di fingere indifferenza nei confronti della morte. Ora cercavano scienziati – o comunque persone con una mentalità scientifica – ma con una variante: dovevano avere l’indole dei piloti da combattimento. Kathy non aveva preso sul serio il fratello. «Pensi davvero che assumerebbero un oceanografo? Donna????»
Qualche settimana dopo Kathy si imbatté di nuovo nell’annuncio per astronauti, questa volta pubblicato da una rivista scientifica. Pareva proprio che le scienziate fossero ben accette e aveva la sensazione di essere il tipo di donna che cercavano. «In biblioteca non prendevo mai i classici libri per ragazze», ricorda. «Mi affascinavano le carte geografiche e le storie che raccontavano». Kathy aveva anche una buona manualità e capiva subito il funzionamento delle cose. «Con le bambole ero una frana, dice in un’intervista raccolta dal Johnson Space Center. «Non le ho mai trovate interessanti. Mi appassionavano le case delle bambole, ma sotto il profilo architettonico: mi piaceva costruirle. Volevo cambiarne la disposizione. Non mi bastava spostare i mobili e certo non volevo starmene lí a immaginare conversazioni inesistenti [tra bambole]. Volevo costruire un’altra casa; quello mi interessava di piú».
Il responsabile del programma astronauti della Nasa le aveva chiesto di parlare di sé davanti alla commissione, ma Kathy aveva intuito che avessero anche un altro obiettivo. La ascoltarono in silenzio finché arrivò a raccontare di quando si era trovata in mezzo a una tempesta mentre conduceva ricerche su una barca. Era l’aspetto dell’oceanografia che piú la appassionava: «Capire come adattarsi a qualunque circostanza mentre si è in mare e riuscire a portare a casa i dati che ti servono con la precisione richiesta. Amavo quel genere di sfida», racconta. «Poi ti tocca elaborare i dati e scrivere gli articoli scientifici, quasi una penitenza per poter uscire di nuovo in mare l’anno dopo».
George Abbey la interruppe proprio mentre stava raccontando che nel bel mezzo della tempesta, nel cuore della notte, si era rotta una strumentazione fondamentale per la ricerca. Kathy aveva dovuto issarla a bordo al buio e ispezionarne ogni singolo componente. L’oceanografo a capo della spedizione l’aveva osservata all’opera per le prime ore, ma poi si era innervosito. «Vedi di riparare questa dannata roba», aveva detto e se n’era andato a dormire.
«E lei cosa ha fatto?» le chiese Abbey.
«In che senso cosa ho fatto?» rispose. «L’abbiamo riparata».
«E poi è andata a letto?» aggiunse Abbey.
«Avrei voluto rispondergli: “No, idiota, non sono andata a letto”». Invece spiegò che era rimasta in piedi altre due ore per essere sicura che la riparazione reggesse col mare in burrasca. In seguito la Nasa la sottopose al test della personalità Myers-Briggs. Sotto il profilo psicologico risultò una persona “predisposta alla missione”, come praticamente tutti gli astronauti – ma a differenza dell’85 per cento circa degli americani. «La personalità “predisposta alla missione” era sovrarappresentata nella popolazione degli astronauti», spiega. «Mentre quelle del sognatore o del venditore sono molto sottorappresentate».
Dei circa ottomila candidati originari la Nasa selezionò trentacinque aspiranti astronauti. Sei erano donne, tutte scienziate. Molti degli uomini erano in effetti ex piloti di caccia, che tendevano a primeggiare, snobbando le scienziate assegnate alla missione come fenomeni da baraccone. Kathy non si faceva remore ad essere schietta in proposito. «Sai bene che sei solo il mio autista», disse a uno dei piloti. «È il mio lavoro la parte interessante di questa missione». Il programma spaziale stava cambiando, con rammarico del suo collega. «Quando sono arrivata io non si trattava piú di dimostrare di poter andare nello spazio e tornarne indietro vivi, ma di stabilire: cosa stiamo facendo qui?»
Nello spazio si faceva proprio quello per cui Kathy si sentiva naturalmente portata: esplorare, raccogliere dati e dargli un senso. «La scienza aveva tre grandi obiettivi», dice. «Primo: usare lo spazio come piattaforma per guardare sia alla Terra che al cosmo. Avere un punto di vista diverso. Solo dallo spazio si può conoscere il nostro pianeta in un certo modo. Secondo obiettivo: cosa dobbiamo ancora capire della vita nello spazio? Terzo: verificare le reazioni del corpo umano in assenza di forza di gravità. Come scorrono i fluidi? Come si comporta il fisico?»
A catturare la sua attenzione dall’inizio furono le scienze naturali. Le immagini della Terra scattate dall’alto che mostravano le condizioni attuali del pianeta, cruciali per conoscere l’ambiente umano. «Mi interessava soprattutto il primo obiettivo», dice Kathy.
Non poteva però scartare gli altri. Considerava suo compito raccogliere dati sul pianeta, ma per molte altre persone il lavoro era raccogliere dati su di lei. Avevano a disposizione un corpo umano diverso da studiare, seppur riluttante. («Provavo un moderato disinteresse a fare da cavia»). Il fatto che gli ingegneri del programma spaziale nutrissero delle strane opinioni riguardo alle donne – considerandole ad esempio piú vulnerabili ai rapidi cali di pressione – non facilitava le cose. «L’aeronautica collaborava con una squadra medica aerospaziale», spiega Kathy. «Avevano stabilito che le donne erano piú suscettibili alle embolie in presenza di cali di pressione. Pensavano di aver individuato un rischio maggiore di danni al sistema nervoso centrale. Dicevano che sarei morta». Kathy pensava: «Non disponete di dati sufficienti e quelli che avete sono stati interpretati male». Fece presente che i sommozzatori donna non mostravano nessun problema particolare alle grandi profondità.
Non era chiaro che cosa fosse piú misterioso per un ingegnere maschio della Nasa: lo spazio o la donna americana. Sembrava fossero piú informati riguardo allo spazio. Avevano predisposto delle trousse da trucco per le navicelle spaziali, ad esempio, anche se né Kathy né altre astronaute si truccavano. Progettarono reggiseni e slip ignifughi taglia unica, finché le donne non spiegarono che la taglia unica funziona per la biancheria maschile, non per quella femminile. Alla fine autorizzarono le donne a comprarsi la biancheria ignifuga per conto loro. E come avrebbe fatto a urinare una donna nello spazio? Fu una preoccupazione degli ingegneri per un po’. Agli astronauti maschi venivano forniti cateteri esterni ma c’era sempre il rischio che perdes...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Il quinto rischio
  4. Prologo. Lost in transition
  5. I. Tail risk
  6. II. People risk
  7. III. Tutti i dati del Presidente
  8. Ringraziamenti
  9. Il libro
  10. L’autore
  11. Copyright

Domande frequenti

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