L’amicizia non è un’istituzione, non si basa su regole scritte e codificate, non può essere data «per acquisita». È fuori dalla legge perché è la zona di carne viva che la precede ma non la presuppone. Ha sempre carattere di «eccezione». Sulla sua eccezionalità, però, si è costruita la storia delle nostre democrazie.
Essa sfugge al legame di parentela, di «sangue» ma anche al legame identitario, di clan, di etnia, di classe, di censo. È una costellazione che ha piú a che fare con il gusto comune, con la possibilità di costruire «una zona a parte», con l’aleatorietà e la non formalizzazione dei rapporti. Che questo tipo di legame abbia costituito per il mondo greco da un certo momento in poi il modello del rapporto tra i cittadini dev’essere ancora fonte di stupore.
Come osserva argutamente il filosofo Giuseppe Girgenti, «i Greci avevano un problema effettivo con la parentela»3. Non è un caso che la tragedia greca sia fittamente punteggiata di situazioni drammatiche nelle relazioni tra padre e figli, figli e madre, figlie e madre, ma anche moglie e marito. E tutta la mitologia greca non è certamente un esempio di «sacra famiglia» né di relazioni di parentela modello, con Kronos che divora i suoi figli, con Zeus seduttore e Atena gelosa: è tutto un pullulare di eccezioni piuttosto che di regole.
E la stessa politica di Pericle nei confronti delle famiglie aristocratiche di Atene è una critica all’inalienabilità dei rapporti di parentela. Vale la pena qui di accennare al lavoro di una storica francese, Nicole Loreaux4 sulla stasis, cioè sulla guerra civile nella polis. È interessante che l’amicizia tra cittadini nell’Atene del V secolo a.C. non escluda la guerra civile perché essa fa parte della «rottura» che l’amicizia presuppone (la revoca anche qui). La guerra civile mette a repentaglio la vita della polis, ma chi non vi partecipa è cacciato dalla città, ostracizzato. La stasis è una guerra fratricida. Essa però deve concludersi con un nuovo patto che preveda l’oblio della guerra stessa e il ritorno a una condizione amicale.
Essendo l’amicizia un’istituzione anti-istituzionale. è estremamente rischioso affidare a essa le basi della città e della democrazia. Si esercita nella scelta, nel legame che non è mai dato, ma è eletto. Per questo può essere rescisso. La cosa impressionante è che, a distanza di duemilacinquecento anni, di essa non «si possa fare nulla» di istituzionale eppure vi sia contenuto il fondamento della libera scelta di convivenza tra i cittadini.
Per primi gli Ateniesi intorno al V secolo a. C. trasformarono l’amicizia, di cui già Omero ed Esiodo parlavano, in qualcosa che atteneva direttamente al bene pubblico. L’amicizia come elezione tra persone libere per costituire una città libera.
Ancora Jacques Derrida su Aristotele:
L’amicizia sarebbe originariamente e da parte a parte politica. Non è ciò che è confermato dal libro III della Politica? Non si sottolinea che tutto ciò che accade nella polis è «opera dell’amicizia»? che la scelta deliberata del vivere assieme è l’amicizia stessa? Vivere assieme, coabitare nello stesso luogo, contrarvi matrimonio o partecipare alla vita della fratria, praticare sacrifici, etc., tutto questo definisce la polis. […]. Il telos dello Stato è il «vivere-bene» e il vivere-bene corrisponde alla positività di un vivere assieme. Non è niente di meno che l’amicizia in generale. La polis non si costituisce nella dispersione o nella separazione, né ci si raccoglie in un luogo col semplice fine di rispondere reattivamente alle ingiustizie, o per limitarsi ad assicurare gli scambi. Le è necessario il progetto finale di una comunità del vivere-bene per famiglie, case, filiazioni. E ciò in vista di una vita perfetta e autarchica. La forza e il movimento di questo legame sociale come legame politico, il telos che ne assicura l’origine al pari del fine, è appunto la philia. Essa sembra dunque politica da parte a parte. La sua forza di collegamento o di attrazione lega lo Stato (la città, la polis) alla fratria (famiglia, generazione, filiazione, fraternità in generale) e contemporaneamente al luogo5.
Questa relazione tra lo stare in un luogo e l’amicizia è oggi quanto mai attuale. Avere reso astratte le caratteristiche della cittadinanza ci ha allontanato dal suo senso di accordo tra contigui, un accordo che non può essere neutro. Il fine di questo vivere insieme è un vivere bene in un luogo. Questo è il senso dell’insediarsi, del fondare città, del farle vivere. Se si smarrisce quest’idea di finalità amicale non si capisce nulla oggi del senso dell’essere cittadini. Che non è una questione di diritti – e doveri – ma di condivisione di un progetto di convivenza, e questo vale sia per coloro che già «sono» in un luogo che per i nuovi arrivati. La condizione dell’accoglienza degli immigrati dovrebbe essere un accordo reciproco, il costruire insieme una buona convivenza.
La stessa amicizia però non è soggetta alla politica, ma la precede, ne è condizione.
Ancora Aristotele:
Tra gli amici non c’è nessun bisogno di giustizia, mentre i giusti hanno ancora bisogno dell’amicizia, e il culmine della giustizia è considerato un sentimento vicino all’amicizia6.
È quello che sosteneva anche Montaigne: non può esserci un’identificazione totale tra giustizia e amicizia e tra politica e amicizia. Montaigne cita l’esempio del segreto tra amici, che non può essere rivelato anche se in certe circostanze sarebbe giusto.
Se uno affidasse al vostro silenzio una cosa che all’altro fosse utile sapere, come ve la cavereste? L’unica e suprema amicizia esclude tutti gli altri obblighi. Il segreto che ho giurato di non svelare a nessuno, posso, senza spergiuro, comunicarlo a chi non è un altro: è me7.
Interrogarsi oggi sull’amicizia significa comprendere come siamo arrivati dove ci troviamo, garantendole un ruolo che la lascia nella sua indefinitezza, ma che è costitutivo della nostra maniera «moderna», «laica», attuale di stare insieme. Se c’è qualcosa che definisce le nostre società democratiche oggi è proprio il contrapporsi ad altre in cui il legame è costituito da ruoli, gerarchie e alleanze predeterminate: da clan, famiglie, tribú, vincoli matrimoniali e parentali. Quello che sostanzia le moderne democrazie è che l’amicizia ne è il campo costituente, proprio perché precede ed è la condizione sine qua non del legame libero tra cittadini.
La Grecia, l’Occidente che a essa si ispira non sono stati l’unico mondo che ha riflettuto sull’amicizia come base della convivenza civile.
Quando il gesuita Matteo Ricci si trova già da parecchi anni in Cina (vi è entrato nel 1583), accettato finalmente come un grande saggio che apporta al Celeste Impero la sua esperienza di uomo dell’Occidente, si rende anche conto che l’opera di evangelizzazione dell’immenso Paese è quasi impossibile. Non per la sua vastità, ma per la «completezza» di esso, perché come all’Imperatore cosí al suo Impero nulla manca e di nulla ha bisogno. Allora comprende che l’unico modo che ha di «entrare» in esso è a partire da una dissertazione sull’amicizia8. L’attenzione dei mandarini è tutta al «funzionamento» armonico della società. Per i valori confuciani l’amicizia è la base su cui si può appoggiare la politica.
Secondo l’etica confuciana, che al tempo in cui Matteo Ricci viveva in Cina ne permeava l’intera società, la gente impara ad amare l’umanità non in generale, ma attraverso una particolare espressione dell’etica quotidiana.
Nel coltivare quelle relazioni profonde, intrinseche che costituiscono la condizione iniziale di ciascuno e che ne collocano la traiettoria vitale all’interno della famiglia, della comunità e del cosmo una persona diventa esperta nella conduzione (
ren:
). È un concetto chiave del confucianesimo che si basa sulla preoccupazione per le relazioni umane e per i ruoli all’interno di esse. Etimologicamente, il carattere
consiste di due componenti: la radice per «gente» (
) a sinistra e il numero due (
) a destra. Insieme il carattere si riferisce alla relazione tra due persone.
Ren è il legame d’affetto tra due persone e quindi significa due persone insieme
9.
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