1.
Ma quando un uomo squarcia i muri di carta della quotidianità, quegli impalpabili muri che imprigionano tanti di noi dalla culla alla tomba, ha compiuto una scoperta. Se il mondo non ti piace cosí com’è, lo puoi cambiare. Se vuoi, costi quel che costi, lo potrai cambiare. Potrai cambiarlo in qualcosa di sinistro e tempestoso, in qualcosa di terrificante, o magari in qualcosa di piú luminoso, di piú piacevole, e alla peggio in qualcosa di molto, molto piú interessante. Esiste una sola categoria di uomini che è responsabile della propria infelicità: gli uomini che nella vita vedono solo noia e uggia. Non c’è niente al mondo che non si possa cambiare con la propria determinazione, tranne forse i muri di una cella carceraria, e persino questi, mi è stato detto, si dissolveranno e cambieranno, in quelli di una infermeria, a patto di perseverare nel digiuno. La mia vuol essere una semplice constatazione, priva di qualsiasi implicazione morale. E tornando al nostro Mr Polly, che di notte non chiudeva occhio, e di nuovo tribolava per la cattiva digestione, con Miriam che dormiva sonoramente al suo fianco, e un’aria di generale inevitabilità riguardo alla propria situazione, penetrò con lo sguardo quel muro, capí che non c’era nulla di inevitabile e scampò alla passata disperazione.
Poteva, per esempio, «piantar baracca e burattini».
Quell’espressione suonava deliziosa e affascinante alle sue orecchie: «Piantar baracca e burattini!»
Perché non ci aveva pensato prima, a piantar baracca e burattini?
Era sbalordito, e anche un po’ sconvolto, dalla sua pedestre, superflua delinquenza, che aveva trasformato la vecchia, angusta e stagnante Fishbourne in un nuovo e fiammante inizio (vorrei poter aggiungere dal profondo del mio cuore che ne provava sincero rammarico). Ma in lui qualcosa di costrittivo e radicato sembrava essere stato distrutto da quell’incendio. Fishbourne non era il mondo. Nella sostanza era questo il fatto nuovo nella cui ignoranza aveva fino allora cosí deplorevolmente trascinato la propria vita. Fishbourne, per come l’aveva conosciuta e odiata, al punto da volersi uccidere pur di fuggirne, non era il mondo.
I soldi dell’assicurazione che avrebbe incassato rendevano tutto umano e dolce e fattibile. Avrebbe piantato baracca e burattini in modo giusto e umano. Avrebbe preso su con sé ventuno sterline tonde, cifra a suo avviso piú che mai giusta, lasciando tutto il resto a Miriam. Lei, senza di lui, avrebbe potuto fare ogni genere di cose – tutte quelle cose che lo pungolava sempre a fare...
E avrebbe percorso il bianco sentiero che conduceva a Garchester, proseguendo per Crogate e di lí per Tunbridge Wells, dove si poteva ammirare una certa Roccia del Rospo1, di cui aveva sentito parlare ma che non aveva mai visto. (Sentiva che doveva trattarsi di una meraviglia). Poi sarebbe andato nelle città vicine. Avrebbe camminato, e bighellonato per strada, e pernottato nelle locande, campando di piccoli lavoretti qua e là, parlando con gente forestiera. Forse, a forza di sfacchinare, si sarebbe arricchito; in caso contrario, avrebbe pur sempre potuto stendersi sui binari nell’attesa di un treno, o aspettare l’arrivo di una calda notte per gettarsi nelle placide acque di un ampio fiume. Sempre meglio che trovarsi sotto i ferri del dentista, comunque. E non avrebbe mai piú aperto un negozio. Mai!
Cosí le possibilità del futuro si dischiudevano a Mr Polly durante le sue notti insonni.
Era primavera, e i boschi, appena ci si fosse allontanati dalla brezza marina, si sarebbero ricoperti di anemoni e primule.
2.
Un mese dopo, un tranquillo e polveroso vagabondo, equatorialmente in carne e con una leggera calvizie, le mani in tasca e labbra increspate in un fischio contemplativo, passeggiava sull’argine del fiume fra Uppingdon e Potwell. Era una giornata primaverile, rigogliosa di boccioli, e verdi mai elargiti da Dio a memoria d’uomo (benché si dia il caso che ritornino ogni anno) si riflettevano vividi su uno specchio di un marrone anch’esso senza precedenti. Il girovago si fermò e rimase immobile per qualche istante, e dalle sue labbra svaní persino il lieve fischio mentre guardava un’arvicola correre avanti e indietro su un piccolo promontorio che tagliava il corso d’acqua. L’arvicola si tuffò, nuotò e s’immerse, e solo quando l’ultimo anello concentrico fu scomparso Mr Polly riprese il suo meditabondo tragitto senza nessuna meta particolare.
Per la prima volta in molti anni stava conducendo una vita sana. Viveva costantemente all’aria aperta, camminava otto o nove ore al giorno, mangiava con frugalità, approfittava di ogni opportunità di conversazione, senza peraltro disdegnare la discussione di eventuali offerte lavorative. E se si esclude l’essersi rammendato, con ago e filo presi a prestito in una pensione, un buco nel cappotto che gli si era aperto negoziando per l’acquisto di un rotolo di filo spinato, non aveva fatto nessun vero lavoro. Non si era dovuto preoccupare né degli affari né del tempo né delle stagioni. E per la prima volta in vita sua aveva visto l’Aurora Boreale.
Fino a quel momento la vacanza gli era costata pochissimo. L’aveva predisposta pianificando tutto da solo. Era partito con quattro banconote da cinque sterline e una sterlina in monete d’argento, ed era andato in treno da Fishbourne ad Ashington. Qui si era recato alle poste, si era procurato una busta raccomandata, inserendovi due fraterne righe di accompagnamento, e aveva spedito a se stesso le quattro banconote da cinque sterline all’ufficio postale di Gilhampton. Spedí la lettera a Gilhampton per la sola ragione che gli piaceva il nome e per la suggestione rurale evocata dalla rispettiva contea, il Sussex; e una volta speditala, s’incamminò verso Gilhampton, alla scoperta di nuove località, che si segnava sul taccuino, per recuperare le energie. Giunto infine a Gilhampton, cambiò una banconota da cinque sterline, comprò quattro vaglia postali e ripeté l’operazione con le sterline residue.
Dopo un intervallo di quindici anni riscoprí questo interessante mondo, nel quale molte persone si muovono alla cieca, incredibilmente annoiate. Percorreva strade di campagna tra canti e cinguettii e pigolii e cip-cip di uccelli, guardava le cose sotto una luce nuova, e si sentiva felice e irresponsabile come uno scolaretto con un’inattesa mezza giornata libera. E se qualche volta riandava col pensiero a Miriam, cercava di controllarsi. Si tratteneva a parlare per infinite ore di questo e quello con quei saggi vetturini che ciondolano in eterno nelle mescite delle locande di campagna, mentre fuori i loro grandi cavalli slanciati, tintinnanti ottone, aspettano con pazienza attaccati alle carrozze. Trovò lavoro per una compagnia di girovaghi che vagavano per la campagna con altalene e una giostra a vapore, e rimase con loro tre giorni, fino a quando uno dei loro cani non lo prese in violenta antipatia, rendendogli le mansioni sgradevoli. Parlava a vagabondi e spaccapietre. Di giorno si appisolava sotto le siepi, di notte riposava in capanni e pagliai, e una volta, ma una volta sola, dormí all’ospizio di mendicità. Si sentiva come devono sentirsi l’erba e le margherite eziolate quando sposti il rullo da giardino.
Accumulò una quantità di ricordi strani e interessanti.
Attraversò prati nebbiosi al chiaro di luna con la foschia che rasentava l’erba e non gli arrivava alla cintola, e case e macchie di alberi si ergevano come isole in un mare lattiginoso, tanto definita era la superficie superiore della coltre nebbiosa. Si avvicinò sempre piú a una cosa strana che galleggiava come una barca su questo lago magico, ed ecco!, qualcosa si mosse a poppa, e una fune schioccò a prua, e si era tramutata in una mucca pensosa, dagli occhi assonnati, che lo fissava…
Vide un tramonto straordinario in una nuova vallata vicino a Maidstone, un tramonto di fuoco, nitidissimo, una vasta banda rossa sotto un pallido e terso firmamento, e con le colline tutt’attorno al margine del cielo di un blu intenso e violaceo e limpido e disteso, proprio come le montagne che aveva visto nei dipinti. Sembrava essere stato catapultato in una strana terra, e non si sarebbe sorpreso se il vecchio operaio silenziosamente appoggiato al recinto in cui s’era imbattuto gli si fosse rivolto in una lingua sconosciuta…
Poi, una bella notte, appena prima dell’alba, il suo sonno sulla sterpaglia fu rotto dallo sferragliare in lontananza di una vettura a motore decisa a infrangere ogni limite di velocità, e non riuscendo piú a prender sonno, si alzò e sul far del giorno si avviò a Maidstone.
In tutta la sua vita non era mai stato in giro alle quattro del mattino, e la quiete del paesaggio allo spuntar del sole lo emozionò profondamente. A un angolo, un inaspettato agente di polizia stava fermo sulla soglia come una statua di cera. Mr Polly gli augurò «buongiorno» senza ottenere risposta, e scese al ponte sul Medway, si sedette sul parapetto e si mise a guardare, immobile e pensoso, la città che si svegliava, chiedendosi cos’avrebbe fatto se non si fosse svegliata, se il mondo umano non si fosse mai piú svegliato…
Un giorno si trovava per una strada cinta da un’ampia bordura di felci e qualche sporadico albero, strada che all’improvviso gli divenne stranamente familiare, tanto da lasciarlo perplesso. «Ossignore!», disse. Fece dietrofront e si sedette. «Non può essere».
Era incredulo. Lasciò la strada per incamminarsi lungo un sentiero scarsamente percepibile sulla sinistra, e in mezzo minuto giunse a un vecchio muro di pietra coperto di licheni. Sembrava in tutto e per tutto quel pezzo di muro che aveva conosciuto cosí bene. Gli pareva d’essere stato ieri in quel luogo; era rimasta anche una piccola catasta di ceppi. Per quanto assurdo, diventarono quegli stessi ceppi. Le felci, forse, erano meno alte, ma con le fronde sempre avvolte a spirale. Era tutto lí. Qui lui era rimasto in piedi, e da lassú lei lo aveva guardato. Dov’era adesso, che fine aveva fatto? Contò gli anni trascorsi, e si meravigliò che la bellezza lo avesse chiamato con voce tanto imperiosa – per poi sprofondare nel silenzio.
Si issò con qualche difficoltà in cima al muro, e piú in là sotto i faggi vide due scolarette – due piccole, insignificanti creature con i codini, i capelli biondi e neri, le braccia intrecciate sui rispettivi colli, che senza dubbio si raccontavano i piú insulsi segreti.
Ma quella ragazza dai capelli rossi, era forse una contessa? O una regina? Quelle erano le sue figlie, forse? Il dolore aveva osato toccarla?
Si era forse dimenticata tutto?...
Un vagabondo stava seduto sul ciglio della strada a pensare, e all’uomo sull’auto di passaggio sembrò che stesse macchinando per bersi un altro boccale di birra. Ma, in verità, ciò che il vagabondo si stava ripetendo allo sfinimento era la variante di un ben noto vocabolo ebraico.
«Incabod», stava ripetendo il vagabondo con la voce di chi ragioni sul ciglio dell’inevitabile. «Incabod, vecchio mio, è giusto cosí. È acqua passata»2.
3.
Erano le due del pomeriggio di un caldo giorno di maggio, quando, sereno e senza fretta, Mr Polly giunse a quella larga ansa del fiume su cui digradano il praticello e il giardinetto del Potwell Inn. Alla vista d...