Leda arrivò a casa che erano quasi le otto, era sgusciata via appena in tempo dal solito acquazzone gelato del tardo pomeriggio. Marzo era marzo: rigido o surriscaldato, l’aria dolciastra dei venti inquinati come vapori dai tombini.
Aprí la porta e non trovò nessuno, anche se la luce della cucina era accesa e la portafinestra del salotto era aperta. Chiamò la figlia a alta voce, si affacciò sul balcone – anche nei giorni precedenti era piovuto sempre e c’erano fiori strappati dappertutto, la pianta dei ciclamini era andata – e prima di digitare il numero, si fece un giro circospetto per le stanze, compiendo il gesto ottuso di aprire l’armadio della camera, come se lei potesse nascondersi là dentro: da bambina lo faceva.
In quel momento Laura girò la chiave nella toppa, la tirò a sé come uno strappo, entrò e gettò le chiavi su una poltrona. Si lasciò gocciare sul pavimento restituendo a terra l’inizio della pioggia che si era presa.
Leda disse: – Ci sei allora? – e Laura non le rispose: filò in cucina, si versò un bicchiere d’acqua, senza nemmeno togliersi lo zaino di dosso; poi si chiuse in bagno.
– Guarda che sono io che ti ho cercato tutto il pomeriggio, – urlò alla madre al di là della porta. Si tolse in fretta i vestiti adesivi, buttò le scarpe sul pavimento. E aprí tutti i rubinetti, come faceva sempre.
Leda non aveva conservato la forza per rispondere a tono. Era appena tornata dal funerale di una sua paziente; gli ultimi abbracci di condoglianze se li era concessi mezz’ora prima, e aveva addosso – non era soltanto una sua sensazione – l’odore stantio di fiori ammassati che le sembrava che i funerali lasciassero sempre. Per compensare il dolore dell’assenza insistono per saturare tutto lo spazio dei sensi, con corone abbandonate all’aria aperta la notte e mazzi di fiori gonfi.
Anche se la deontologia vorrebbe che non si partecipasse ai funerali dei pazienti, conosceva Adelaide da dodici anni, e non farsi vedere sarebbe apparsa una cattiveria inutile nei confronti dei figli. E poi desiderava esserci.
Adesso quindi è stanca. Non le va di rimproverare, né di pensare, né di usare affetto, comprensione, una tattica o un ruolo. La domanda giusta per chi ha a che fare con una quasi diciottenne non è che cosa ha in testa, ma che cosa ha in corpo; e per rispondersi – anzi semplicemente per porsi la domanda – occorrono delle energie proprie, che Leda in questo momento non possiede.
Batte le nocche sulla porta del bagno.
Laura le strilla: – Che vuoi?
– Sono stata a un funerale!
– Come al solito!
– Non vado ai funerali! Esci e parliamo!
– Ora non voglio!
La casa di Leda e Laura è fatta apposta per contenere questo tipo di scambi. Non è né troppo grande né troppo piccola, e l’acutezza di certi suoni, di certe parole urlate, si stempera contro gli arazzi, le tende che coprono le finestre, le pareti, i pavimenti, e ogni superficie fintamente dura, cartongesso o tramezzi, contro la quale le frecce non andate a segno lanciate dall’una o dall’altra possono conficcarsi.
Del resto, la fisica degli elementi porta sempre a una certa neutralizzazione. Quando le liti si quietano, le luci tenui degli abat-jour e dei faretti mostrano il pulviscolo alzato dai tappeti. Uno stormo di uccelli microscopici che si alzano in volo solo per poter poi riplanare immediatamente.
Qualcuno dovrebbe cucinare, preparare una tovaglia. Ma entrambe sono sfiancate; ingombrano ancora la tavola le tazze della mattina, molliche e un disegno di una faccia lunga e ghignante composta con le briciole.
Laura è seduta a cavalcioni sul water; fissa i solchi grigio-neri tra una mattonella e l’altra lambire i suoi piedi, e poi nascondersi sotto le suole delle scarpe come fiumi che diventavano carsici dentro di lei. Vorrebbe inveire: dei suoi morti non gliene frega un cazzo, anche se non è vero.
– Di chi era ’sto funerale? – le chiede, affacciandosi fuori dal bagno.
– Di Adelaide.
– …
– È morta all’improvviso. Un’infezione.
– Non lo sapevi?
– Non cosí.
– Ha sofferto?
– Non lo so, non c’ero, è durato poco.
Non le viene da piangere, ma c’è rimasta male. Laura non ha mai conosciuto nessuno dei pazienti della madre. Dal vivo nessuno. Sono personaggi che si è immaginata come quelli di una serie tv continuamente interrotta e molto triste. Di alcuni non ricorda nemmeno i nomi – non è che sua madre gliene parli spesso. Capitano anche volte in cui si occupa di una persona per non piú di due settimane.
Altri invece sono malati terminali per modo di dire. È gente che lotta, o che si adatta a vivere nei modi meno plausibili, campando in certi casi dieci se non vent’anni. A questi spesso Laura si affeziona. Quello di Adelaide è un nome che circola tra loro da quando ha memoria; forse abitavano ancora nella casa che aveva lasciato a loro suo padre. Per un lungo periodo non si era piú sentita, poi era ricomparsa nell’elenco dei moribondi: aveva avuto una recidiva, e sua madre era tornata da lei.
– Ti dovevo parlare ma adesso no, – dice Laura, sedendosi in cucina.
Davvero: di tutto ha bisogno Leda meno che di fare la madre stasera. Alla fine del funerale, sul sagrato, dopo mesi, dopo quasi un anno, si è accesa una sigaretta. Gliel’ha rollata e offerta un ex collega, anche lui assistente domiciliare di Adelaide in una fase meno acuta della malattia. Si sono seduti sui gradini della chiesa come due ragazzi, circondati da un gruppo di cani che annusavano la macchina lucente delle pompe funebri. La conversazione ha preso una piega amara ma distensiva: i tagli della regione alle cooperative come la loro. Fino al venti per cento, ha detto lei. Fino al cinquanta per cento, ha detto lui.
– Il che vuol dire togliere la possibilità di formarle, le persone.
– Il che vuol dire che li fai morire prima. E se c’è un modo per cui si prendano un’infezione non lo eviti.
– Per loro sono numeri. Per loro sono sacchi dell’immondizia da smaltire. Se ci pensi è sempre l’Ama, che si occupa di rifiuti come di cadaveri.
Allontanandosi dalla chiesa, verso casa, Leda si è messa a parlare da sola. Era distratta dal cielo, una marmellata grigio scuro e piena di bolle. Qualcosa stava cambiando nell’atmosfera per colpa delle mutazioni climatiche, o era la sua vista a appannarsi?
Sulla strada verso la macchina e poi al volante, ha intavolato un discorso, lungo e pieno di premesse e precisazioni, rivolto a quello che a qualcuno dall’esterno sarebbe potuto sembrare uno spettatore inesistente, seduto nel posto accanto. Gli ha confessato i suoi stati d’animo alterni. Era angosciata, e non sapeva perché. Non riusciva a fidarsi di nessuno: – Non capisco se sono energica o stanca, non so cosa mi prende.
– Che te devo di’, ma’?
Se avesse sputato al cielo, le bolle si sarebbero spaccate. Era innegabile come un processo chimico: il lavoro la bruciava. Le lampadine non si fulminano per l’eccesso di elettricità di tensione, ma a causa dell’intermittenza. In lei e nei suoi colleghi che erano meno resistenti di lei; in lei che cercava di non farsi annientare dalla tensione virale dei suoi colleghi. Non si trattava dell’angustia prodotta dal restare attaccata giorno e notte a persone che non sapevi se sarebbero state vive il giorno dopo; non era la fatica né lo sforzo fisico né la gestione dell’incontrollabile.
È che lavorare accanto ai malati terminali significa avere a disposizione un grandangolare in ambienti minuscoli, vedere troppe famiglie stare male. Il dolore non è una lama, non è neppure sottile. Agisce come carta vetrata: consuma, livella, polverizza. E devi osservare questo sfregamento ogni giorno per ore e in ogni deformazione. Ci sono i padri e i figli che di fronte alla morte non si scambiano nemmeno una parola, di conforto o rabbia. Luoghi dove non esiste forma né rispetto. O litigi che, piuttosto che non ricomporsi, non avvengono. Nulla che si dimentica o che si perdona. Un tempo del prima che sembra sempre un tempo del dopo, come il ghiaccio sporco che rimane in strada finita una gelata.
Le immagini del percorso dalla chiesa a casa sono uno sfondo a cui è abituata. È per questo che, negli intervalli tra un semaforo e l’altro, le veniva da parlare con il passeggero invisibile – come se se lo fosse caricato in macchina per dargli uno strappo.
Il passeggero invisibile era una presenza familiare: è un ragazzino che gioca con l’aria condizionata, apre i finestrini, e nel traffico Leda l’ha bombardato di domande su Adelaide. Era amata o no da suo marito Antonio? E lei a sua volta l’ha amato?
– Mamma, io che ne so? E chi li conosce questi?
– Ma li hai visti, invece.
Antonio (preferisce chiamarlo cosí, piuttosto che Sor Antonio, non le piace la confidenza con le famiglie dei suoi pazienti) soffre di un diabete mellito grave, chissà quanto le sopravviverà: un anno, o anche meno. L’aveva sempre tenuta in casa, nel frattempo aveva frequentato molte amanti. Adelaide non era mai andata al cinema in vita sua. Suo marito non ce l’aveva mai voluta accompagnare; da sola era impensabile: «C’abbiamo la televisione, stiamo qua sul divano, t’allunghi i piedi, che bisogno c’è». Ogni persona è gelosa delle sue paure opache, che spesso possiedono la leggerezza ingannevole di una promessa il cui esaudimento è ogni giorno procrastinabile. Soprattutto chiunque conserva i suoi riti irreversibili che una malattia terminale sa codificare una volta per tutte.
Quando Adelaide era già sulla sedia a rotelle, Leda aveva progettato un’uscita con la cooperativa. Il primo e unico film che vide in vita sua al cinema fu Argo di Ben Affleck. Non era riuscita a seguirlo: parlavano troppo veloce. Inoltre stava prendendo da piú di un anno analgesici forti che le guastavano l’attenzione. Ma le piacque, si fece la pipí sotto alla fine del primo tempo. Quando era contenta alle volte non controllava la vescica. Non è che non la sapeva tenere, se la scordava.
Sembra che i nostri appartamenti siano insonorizzati dall’esterno per poter ascoltare il rumore bianco dei frigoriferi e dei caloriferi. Come i satelliti che captano la radiazione di fondo dell’universo.
Leda ha pulito la tavola, e ha estratto dal congelatore dei parallelepipedi gonfi: – Che ti va?
– Uguale.
– Una birra?
È inconsueto che sua madre le offra una birra.
Hanno entrambe cerchi sotto gli occhi; una traccia genetica. Laura si chiede se le interessa parlare con una persona stanca. Non ha alcun bisogno delle frasi pulite, giuste e preconfezionate, del buon senso di una psicologa di mestiere che rispolvera il repertorio di sguardi pietosi che ammannisce alle sue famiglie addolorate. Forse non c’è ragione di confessarle nulla, per ora non c’è.
Laura si è ripassata a mente i suoi discorsi molte volte: li ha talmente ripetuti che adesso le parole le paiono asciutte come delle bacche disidratate o del corallo finto. È confusa, agitata, indifferente e sola: hai presente quando il mondo ti sembra tutto declinato in terza persona, e non esiste piú uno che dica «io»? Un mese fa c’è stata una festa, in un locale enorme vicino alla Marcigliana, ti ricordi?
Era troppo distante per arrivarci con i motorini. C’era andata accompagnata dalla madre di Stefania, che nel tragitto le aveva intontite con i racconti delle serate di quando era sedicenne lei e i suoi amori frustrati da liceale grassoccia. La festa si era rivelata una delusione al primo respiro. Un’aria mielosa, saturata di quella che pretendeva essere un’atmosfera orientale – incenso e candele – e invece era ghiaccio secco aromatizzato con essenze artificiali che sapevano di caramella. E c’era troppa gente, che ti spingeva dentro appena messo piede sulla soglia e ti respingeva fuori appena lasciata la giacca al guardaroba. Sotto le luci epilettiche le facce erano tutte ansiose e sconosciute; la musica era spettrale, con i bassi gracidanti, patatine umide da mangiare, e per ottenere anche solo una birra calda bisognava accodarsi a file che in realtà erano mucchi di corpi, e nella ressa aspettare che sostituissero la spina. L’avevano organizzata tre di quinta scientifico che già da un anno riuscivano a portarsi a casa mille euro al mese ciascuno, prendendo in affitto nel finesettimana locali...