Sono le sei del pomeriggio e la luce è quella esatta delle sei del pomeriggio, fine estate: calda e gialla, appena velata di rosa in fondo alla campagna.
Nel parcheggio davanti al palazzo c’è soltanto una macchina, una fiesta blu, coperta di polvere e sabbia. Il sole batte sul vetro dello specchietto retrovisore e torna indietro, una lama, sul caschetto biondo della bambina ferma in mezzo allo spiazzo.
Sta rivolta verso il campo di granturco, altissimo. Indossa un grembiule azzurro, corto, col bordo sfilacciato e le tasche enormi, le gambe sono appena divaricate e ben piantate su un paio di anfibi rossi con le stringhe blu. Tiene le mani in tasca e canta. Canta una di quelle canzoni che cantano i bambini, alle volte, canzoni che quando le senti ti ricordano qualcosa e non sai esattamente cosa, forse di quando le cantavi anche tu.
La voce è intonata e bella, canta come se cantasse a qualcuno, con esattezza e pazienza, senza accelerazioni o ritardi. Fanno cosí i bambini quando sono tristi. Cantano per bene, come se fosse un compito, un mantra che se lo ripeti e lo ripeti e lo ripeti, perfetto e limpido, fa andare via tutto il male e i brutti pensieri.
Il palazzo è arancione. Uno di quei palazzi che ci sono in tutte le periferie: il parcheggio grande, lo spiazzo davanti, col cemento delimitato da ringhiere di ferro tubolare verde, le panchine, anche quelle verdi e i cestini per i rifiuti, gialli, tondeggianti, i lampioni simmetrici intorno alla piazza e quello a tre teste al centro, i quadri di controllo elettrico rosso fiammante ai due lati estremi, verso la strada.
Uno di quei palazzi che ci sono in tutte le periferie, appunto, però davanti si stende la campagna.
Lo hanno costruito appena fuori dal paese, di fronte ai campi. Di notte, quando le luci sono tutte accese, fa una strana impressione. Una scatola sonora, viva e piena, nel buio della pianura.
Canta, la bambina e tiene lo sguardo fermo sulla linea estrema dei campi, lontano, radente la cima del granturco, piú alto di lei. Le mani nelle tasche del grembiule. Il caschetto biondo acceso dal sole.
Non verrà nessuno oggi. Non viene piú nessuno.
Da una settimana, gli altri ragazzini disertano il parcheggio e la piazzetta. Escono in fretta dal portone centrale e si allontanano in direzioni diverse. Nessuno la viene a chiamare, non la salutano nemmeno, non si salutano neanche tra di loro. Si incamminano a testa bassa verso le biciclette e gli scooter parcheggiati tutti vicini dentro o di fianco alla rastrelliera gialla in fondo allo spiazzo, fanno scattare i lucchetti nel silenzio del primo pomeriggio, tolgono le catene e salgono in sella. I piedi calzati di scarpe da basket gigantesche spingono veloci sui pedali. Si allontanano senza dire niente. Si sente soltanto il cigolio delle catene delle bici e il ringhio prolungato degli scooter che partono, le gomme che strisciano contro l’asfalto.
Restano i piccoli, ma scendono piú tardi, verso le quattro, quattro e mezza, con le madri, le nonne, o le baby-sitter. Sono piccoli. Giocano con le bambole, con le macchinine. Con i secchielli e le palette rimestano dentro un quadrato di sabbia grigia. Urlano.
Quelli piú grandi stanno alla baracchina dei gelati, dietro la curva, oppure vanno in piscina.
Non resta nessuno, qui.
Sembra che sia passato un sacco di tempo. Quando pensa a quei giorni, Martina pensa: quando ero piccola, però era solo due mesi fa. Era l’inizio dell’estate. Adesso fa fresco, la sera. E non c’è piú nessuno, nello spiazzo davanti casa. I grandi vanno via presto, si allontanano sugli scooter senza dire una parola. Martina non ha idea di dove vadano, ma di sicuro al capannone no, lí non ci va piú nessuno. Restano i piccoli, dentro il quadrato di sabbia o sui tricicli, insieme alle madri, o alle nonne. Stanno in fondo alla piazza, dove c’è il prato, dalla parte opposta al campo, verso il paese.
È strano stare qui da sola nel cortile, le ombre lunghe delle panchine sul cemento, le luci dei lampioni attorno alla piazza che si accendono tutte assieme dentro i bulbi trasparenti. Luci pallide e tremolanti, quasi azzurre, che di colpo si scaldano e diventano arancione.
Per un po’, continuerà a essere estate. I campi sono ancora gialli intorno. Granarolo dell’Emilia. Granarolo. La maestra una volta ha detto ai bambini che è per il grano, che una volta il grano era dappertutto, anche dove ci sono le case, e che hanno dovuto tagliarne via tanto per costruire il paese. La notte, ci doveva essere un gran silenzio, anche piú di adesso. Solo le rane e i grilli, i gatti e le lucciole brillanti sulle spighe.
La bambina continua a cantare, ferma in questa posizione: le mani in tasca, le gambe divaricate, gli occhi che scivolano sulla distesa di spighe davanti a lei, anche quando l’ultima nota della canzone si è allontanata dentro il campo.
La sua bocca è chiusa. La mano destra, affondata nella tasca del vestito, stringe un ritaglio di carta rimasto incastrato in un angolo, tra briciole e piccoli sassi. Forse uno scontrino della spesa. Oppure un biglietto passato tra i banchi a scuola.
Qualunque cosa sia, farà male.
Leva la mano dalla tasca, le dita ancora strette, poi le lascia andare, una alla volta. Il foglietto, attaccato al palmo sudato, ci mette un po’ a cadere. Quando finalmente scivola, la bambina ricomincia a cantare senza abbassare lo sguardo una volta. Il campo è davanti a lei e il sole lo allaga cadendoci sopra, gonfio e liquido come il tuorlo di un uovo che si rompe.
Da qualche giorno, da quando non si incontrano piú nello spiazzo, Luca passa i pomeriggi a letto, scivola da un sogno all’altro, da un sonno all’altro. Si sveglia alla mattina con la carica di bisonti che sconvolge la casa per circa un’ora, fa colazione con gli altri, fingendo di ascoltare le loro chiacchiere senza senso. Quando tutti se ne sono andati, torna a letto, si dice che adesso si alza, che ancora dieci minuti e poi si alza, ma ancora altri dieci, cosa succederà mai in quei dieci merdosi minuti, poi è mezzogiorno e gli viene fame e allora sí che si alza ma è per tornare a letto subito, la testa appesantita dal cibo e dal caldo del primo pomeriggio. Tutta la stanza è buia, le persiane chiuse non lasciano entrare nemmeno una striscia di sole. Buio e silenzio. E sonno. Da affondare, e affogarci dentro, un sonno animale, da cucciolo, come quello dei neonati. Ogni tanto apre gli occhi, sposta le pupille senza muovere la testa facendole passeggiare sul soffitto spento. Ombre. Poi le palpebre si abbassano di nuovo e lui naviga come un delfino o come un’orca brillante dentro l’acqua nera e fredda di un mare notturno, placido e liscio. Sua madre si incazza quando rientra e vede che è ancora a letto, che non ha fatto niente tutto il giorno.
Stai male?
No.
Allora cos’hai, si può sapere?
Niente. Ho sonno.
Si gira dentro il letto, voltando la schiena a sua madre, le gambe aggrovigliate dentro il lenzuolo umido di sudore, la faccia affondata dentro il cuscino molle, gli occhi serrati.
Ho solo sonno.
La madre sta ferma sulla porta per un po’, lo guarda, poi scivola fuori dalla stanza sbattendo la porta.
Non fa nessuna differenza, che lei stia dentro la stanza oppure fuori. Ci vuole un secondo solo di silenzio perché lui torni a scendere verso le profondità acquose del sonno. Mentre dorme, il suo corpo resta immobile, si copre di minuscole gocce di sudore fresco, una specie di seconda pelle fatta d’acqua.
Matteo corre, invece, corre come non ha mai corso e l’allenatore lo guarda perplesso da fondo campo, grattandosi la testa, prima una pigna che casca dall’albero a ogni colpo di vento e adesso un fondista, sono tre giorni che corre come se si stesse preparando alla maratona di New York.
Corre e corre, metodico e costante. Le suole delle scarpe che battono ritmicamente il terriccio asciutto, disegnato di crepe e crateri minuscoli. Corre con gli occhi aperti, dritti davanti a sé, corre come se in fondo a questo campo ci fosse qualcosa da raggiungere a ogni costo. Come se non avesse altra possibilità.
Le scapole magre sembra che buchino la pelle della schiena durante la corsa, gli avambracci sollevati oscillano avanti e indietro. I muscoli delle gambe gli bruciano, si annodano come serpenti e si sciolgono facendolo vacillare, ma lui non molla, suda come una bestia, la maglietta si attacca al torace e alla schiena, ogni tanto una mosca gli sbatte sulla faccia nel suo volo imperfetto, ma lui non ci fa caso, corre finché non ne può piú, poi torna a casa. Senza passare di là.
Prima giocavano tutti insieme. Prima. C’era sempre un sacco di gente: i bambini del palazzo, quelli delle case vicine e poi qualcuno, col motorino, veniva dalla campagna intorno, anche da Vigorso, da Bagnarola, dai paesi vicini. Erano i piú grandi, quattordici anni. Martina ne ha dieci appena compiuti, come Matteo.
I giochi, di solito li decidevano i piú grandi, però poi si faceva la votazione per alzata di mano. Spesso, i gruppi si separavano: il territorio dei piccoli è in mezzo alla piazzetta, intorno al lampione grande. Quello dei grandi è un po’ piú defilato, meno in vista. Stanno addossati al palazzo, dove c’è la rastrelliera delle bici, di fronte al campo, lontano dalla strada. Un sacco di gente e un gran casino. Dalle finestre, uscivano a intervalli regolari le lamentele dei vecchi, e delle donne, degli studenti già innervositi dallo studio e dal caldo. Loro stavano calmi dieci minuti, poi basta, ricominciavano.
C’è stato il periodo dei pattini. I rollerblade. Li avevano tutti tranne i piccoli. Nemmeno Martina li aveva, però qualche volta glieli prestava Mirko, imbottiti di cotone per tenere il suo piede minuscolo. È stato il periodo piú bello. Mirko ha gli occhi verdi e un sorriso strano. Mirko ha quattordici anni e non parla molto neanche lui.
A Martina piaceva guardare le mani veloci di lui chiudere i ganci dei pattini intorno alle sue caviglie, le piacevano i polsi e le vene azzurre che sparivano dentro le maniche della camicia. Stava in ginocchio per terra davanti a lei e faceva svelto. Alle volte, passava un dito sulla peluria bionda delle sue gambe.
Tra un po’ dovrai cominciare a fare la ceretta… oppure andare di rasoio.
Lei si liberava con un saltello e spingeva sulle ruote per prendere velocità. I piccoli urlavano tutt’intorno, battevano le mani e correvano in mezzo alla pista, i rompiballe.
Un altro dei giochi preferiti era la guerra nucleare. Divisi in due gruppi si nascondevano e si rincorrevano per tutto l’isolato, le basi segrete cambiavano ogni giorno e l’altro gruppo, i nemici, non sapeva niente. Le esplosioni nucleari erano simulate con petardi puzzolenti e fumosi che spandevano un odore di bruciato per tutta la piazza. Il fumo si levava alto sopra i lampioni, una cappa densa e spaventosa che li faceva ululare di gioia.
Alle cinque facevano merenda tutti insieme, a volte anche i piccoli. D’inverno, andavano dal fornaio di fronte: pizze, focacce e paste con la crema. Le tortine porretta, quelle con la cartina molle, trasparente e la scritta blu e rossa, quando avevano i soldi contati. Si sentivano sempre un po’ tristi davanti alla tortina porretta, tristi e poveri, però poi grattavano via con la lingua e i denti anche le briciole dalla carta interna.
D’estate si spingevano fino alla baracchina dei gelati, una strada piú in là, oltre la curva, coi grandi tutti svaccati sulle sedie di plastica a fumare, oppure restavano nella striscia di giardino sul retro del palazzo. Di sera, era bello stare tutti sull’erba a piedi nudi, seduti in cerchio a parlare di film e di viaggi intergalattici, di goal clamorosi che avevano innalzato il punteggio della squadra del cuore, o anche soltanto stare lí seduti a prendersi in giro. A ridere davanti al campo che cresceva a vista d’occhio e nascondeva la linea dell’orizzonte. I campi erano pieni di vibrazioni, il vento ci correva in mezzo facendo degli strani disegni, e fischiando rapido. Dalla baracchina dei gelati arrivava musica techno o le canzoni degli Articolo 31 sparate a tutto volume. Era bello ballare tutti assieme e guardare le stelle con la testa abbandonata nell’erba. Anche il gioco dei baci dietro la staccionata fiorita era divertente. Dall’altra parte della strada, di fronte a un piccolo campo, c’è una staccionata di legno molto corta, stile western. Davanti, sono piantati dei fiori un po’ pacchiani, grossi e spaparanzati, viola cupo e fucsia. Non ha nessuna utilità, una specie di decorazione. Le bambine, a turno, si mettevano dietro la staccionata, e i maschi stavano in fila davanti. Uno alla volta, venivano passati al vaglio dalla bambina-principessa in carica, chi passava l’esame riceveva un piccolo bacio, a volte anche con la punta della lingua. Un bacio rapidissimo, con schiocco. E tutti gli...