La ragazza che non era lei
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La ragazza che non era lei

  1. 308 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La ragazza che non era lei

Informazioni su questo libro

In compagnia di una misteriosa ragazza, uno sconvolgente viaggio di sola andata lungo le strade di una California devastata dall'immaginazione, tra reduci dell'era hippy e improbabili geni della matematica, filosofi del surf, terroristi e gente in fuga dalla civiltà, sesso libero e paranoia, buddismo e allucinogeni. È un giorno come tanti altri di questa nostra epoca senza senso. Seduta in un fast-food, di fronte a un bicchiere di Coca, anche Laika Orbit è una ragazza come tante altre. Ha ventiquattro anni, è piú che carina. Ma non è felice, non sa nemmeno lei perché. Oggi, poi, vorrebbe essere chiunque ma non lei, essere ovunque ma non lí. Vorrebbe capitasse qualcosa e qualcosa capita. Uno sconosciuto attacca discorso e le propone di fuggire. L'uomo la trascinerà con sé in un mondo fantastico e senza tempo, dominato dalla polvere, nel quale si nascondono però i fantasmi di una cruda realtà. E da quel paese polveroso e malinconico il lettore sarà trascinato insieme a Laika, senza accorgersi come, nel mondo degli anni Sessanta, luminoso e contraddittorio, che rappresenta l'infanzia dello sconosciuto, tra America e Europa. Un mondo forse perduto per sempre, o forse no, di cui in ogni caso l'arido, sterminato paese della polvere può benissimo rappresentare l'altra faccia, il lato oscuro e nascosto della luna. «Qual era il suo posto nel mondo? Aveva mai spezzato il cuore a qualcuno o era soltanto una sognatrice? E se lo era, cos'è che sognava? Di essere piccola come un batterio o di vivere una vita semplice tipo droga, sesso e rock&roll?» «Forse un altro mondo davvero è possibile ma prima bisogna trovare il modo di uscire da questo».

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806176099
eBook ISBN
9788858403754

5. «You reached for the secret too soon»

«Furono i giorni migliori, furono i giorni peggiori. Furono anni liberi, furono anni crudeli. Fu un’epoca di sogni infiniti, fu un’epoca di bruschi risvegli. Fu la stagione dei fiori nei capelli, fu la stagione annegata nel sangue. Finí l’Estate dell’Amore, giunse l’inverno dei numeri. Erano diretti verso un mondo migliore, vagarono senza fine. Lei gli mostrò il paradiso, lui si rinchiuse in un inferno. Lei era sua madre, lui era suo figlio», cosí ho sentito dire dal Sublime.
Kinky Baboosian concepí il bambino in pieno sconvolgimento lisergico. Difficilmente il fatto sarebbe potuto rimanere senza conseguenze. Nei tempi ormai lontani in cui il chimico svizzero si imbatté accidentalmente nella dietilamide dell’acido lisergico meglio nota come Lsd-25 ci fu un breve ma intenso periodo nel corso del quale si sperimentarono gli effetti di questa portentosa molecola sugli animali, tanto quelli inferiori che superiori.
È la normale prassi. Come ogni grande azienda che ha per fine un arricchimento smodato e immorale, anche i laboratori di ricerca farmaceutica ci tengono a mostrare che su un piano squisitamente formale il loro primo pensiero è per la salute della gente e che fanno di tutto per accertarsi che i loro prodotti non siano in realtà delle schifezze.
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Qualcuno riterrà ingiusto che poveri animali, superiori o inferiori che siano, debbano farsi carico del nostro benessere senza nemmeno saperlo ma a parziale scusante delle aziende bisogna dare atto che da che mondo è mondo non una sola bestia ha mai speso i propri soldi in un negozio per sostenere l’economia degli esseri umani.
Questioni morali a parte, i test rivelarono ben poco delle alterazioni psichiche causate dall’Lsd essendo gli animali notoriamente limitati quanto ad attività spirituali, altrimenti che animali sarebbero. Ciò nonostante si constatò che perfino le bestie, se adeguatamente imbottite, possono dare i loro bei segni di squilibrio.
Se per esempio provate a somministrare un po’ di acido al vostro pesce rosso vedrete che comincerà a nuotare in modo strano e magari sbattere ripetutamente e con una certa violenza il proprio muso inespressivo contro la parete della vaschetta di vetro.
Fenomeni analoghi si riscontrano anche in animali di specie diversa. I ragni si mettono a tessere tele che saranno vieppiú scombiccherate quanto maggiore sarà la dose somministrata. I gatti mostrano sintomi che fanno pensare alla presenza di stati allucinatori, fissano il vuoto e se per caso gli si mette davanti un topo, invece di attaccarlo ne hanno paura. Quanto al topo, qualora sia pure lui sotto acido, si evidenzieranno alterazioni importanti nell’impulso istintivo della fuga. Ancor piú rilevante è il casino che si verifica in una gabbia piena di scimmie in orbita, i primati smetteranno infatti di rispettare le regole gerarchiche del gruppo abbandonandosi al disordine piú completo.
Tutto ciò per dire che l’acquisto di un biglietto per gli stati modificati di coscienza può talvolta essere l’inizio di un brutto viaggio. Nel caso di Kinky Baboosian, però, gli imperscrutabili intrecci della chimica vollero che a entrare nel tunnel dell’orrore non fosse lei bensí il bambino che aveva appena messo al mondo.
È vero, quella mattina sulla spiaggia Kinky decise di darci un taglio. Lasciò Jimmy con la ferma intenzione di cambiare vita e smetterla con le sbobbe che illuminano la mente. Ma lo avete visto anche voi, dopo aver sbarcato il lunario facendo la coniglietta di Playboy, si è imbattuta nell’autobus. Da lí in poi tutto è venuto da sé. Come diceva Ken, o sei sull’autobus o non ci sei.
Lei ci salí, sull’autobus. Poi si insediò nel ranch di La Honda, con Ken e i suoi amici. Fece le sue belle esperienze a base di acid-test, rock psichedelico e amore libero. Rimasta incinta e piantata in asso da Ken, pensò che fosse giunto il momento di rimettersi in viaggio e andò a San Francisco, dove in effetti pensava di andare dal famoso giorno dell’autostop. Fu lí che diede alla luce il bambino, in una comune al numero 1999 di Page Street.
La nuova creatura crebbe nella convinzione che l’odore del mondo sia un penetrante misto di incenso e marijuana. Ciò che era destinato a rimanere invece impresso come memoria dei suoi primissimi anni di vita furono i pavimenti ricoperti di stuoie, il piede di sua madre, nudo e tintinnante per via dei campanelli che portava alle caviglie, un materasso poggiato per il lato lungo contro una parete, il viso che gli sembrò di scorgere una volta nelle strane forme dall’aspetto liquido stampate sulla copertina di un libro di teorie psichedeliche, una spirale violacea dai contorni sfumati su una stoffa di cotone, la vista di un pene ballonzolante, la risata isterica di una ragazza proveniente dal piano inferiore nel mezzo della notte, il respiro regolare degli adulti che dormivano su stuoie, materassi e divani, i gemiti di sua madre che strofinava il corpo nudo contro quello di un altro anch’esso nudo. Il tutto a un paio di metri da lui, senza che lei si preoccupasse di nulla, convinta che lui dormisse o che non capisse o, cosa ancora piú probabile, non convinta di nulla se non di ciò di cui aveva voglia in quel momento.
Le parole che piú ricorrevano nei discorsi degli adulti o che per qualche ragione piú lo colpirono, erano parole tipo pace, Vietnam, tecnocrazia, sesso, trip e bazooka, un termine che stranamente veniva usato in riferimento ai rigonfiamenti sul petto delle donne quando questi erano particolarmente voluminosi.
Ricordava poi i discorsi di un tipo che abitò per un po’ nella comune. Portava occhialetti con lenti rotonde e montatura di metallo, un modello molto d’avanguardia allora. I suoi discorsi erano farciti di «boom». Era uno che parlava cosí: – Stavo facendo un salto allo Psychedelic Shop e boom, chi t’incontro? Non ci potevo credere perché era proprio a lei che pensavo. Pensavo a lei e.
– Lei chi, – diceva con voce impastata l’interlocutore del momento vestito come i cattivi dei film western. Cravattino a righe sottili, panciotto, stivaloni inzaccherati di fango. Un look messo a punto dopo un’appassionata frequentazione del Red Dog Saloon a Virginia City, una specie di città fantasma giú in Nevada dove erano soliti fare tappa tutti quelli che cercavano di entrare in contatto con gli indiani Washoe allo scopo di provare il peyote. Correva voce che il Red Dog fosse un locale molto folkloristico, un tuffo nel passato di quasi un secolo. Il tocco di classe era rappresentato da cameriere giovani e appetitose, agghindate come si deve con calze a rete e corsetti di pizzo. Le pollastrelle – cosí gli adulti chiamavano le ragazze a quei tempi – avevano anche un braccialetto con un pomo d’ottone penzolante che serviva a sfondare le teste degli avventori ogni qualvolta l’ambiente minacciava di riscaldarsi piú del dovuto. Il che accadeva praticamente tutte le sere.
– Ci avevo questo pensiero di lei nelle viscere del cervello e boom, me la trovo davanti. Un’autentica proiezione astrale. Lí per lí, cioè. Quel genere di cosa.
– Lei chi.
– Cristo, io sapevo che lei era ancora a… – Boom non si ricordava piú il nome di quel posto, cosí chiedeva: – Dove cazzo è che stava, amico?
– Lei chi.
– Come chi?
– Ah, – faceva l’altro soffiando un po’ di fumo dalla bocca.
– Boom, una proiezione. Quel genere lí. Capito come?
– Già.
– Non ti strozzare, amico. Prestami quella roba.
L’altro gli prestava la roba che agli occhi del bambino era soltanto un rotolino di carta con un’estremità fumante.
Le guance di Boom si incavavano. Il rotolino di carta sembrava sul punto di essere risucchiato, di sparire da un momento all’altro nella bocca dell’uomo, cosa che però non succedeva. Boom tratteneva il respiro per una discreta manciata di secondi dopodiché, allontanato il rotolino con un solenne movimento del braccio, soffiava il fumo emettendo strani rumori.
– Ti dirò una cosa, amico, – riprendeva Boom restituendo la roba all’altro adulto che nel frattempo era rimasto a contemplare il vuoto con sguardo rugiadoso.
– Eh.
– Prendi uno come Louis Armstrong. Lo sapevi che fuma erba da quando è ragazzino?
– Eh.
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– Non dire eh perché è cosí. È per questo che canta What a Wonderful World.
– Ah.
– Scommetto che non lo sapevi.
– Eh.
– E ti dirò un’altra cosa.
– Già.
– Boom. Ecco cosa ti dico.
– Ah.
– Boom, – ripeteva con un tono piú basso e distante.
Quindi calava il silenzio senza che la conversazione giungesse a una conclusione. Chi era quella «lei» di cui stavano parlando prima e cosa era successo dopo che Boom l’aveva incontrata sarebbe rimasto un mistero. Era sempre cosí in quei casi. Boom non avrebbe aggiunto altro al riguardo e il suo amico non avrebbe chiesto niente.
Gli adulti sembravano intrattenere relazioni private con il vuoto o con qualche mondo interiore che il bambino non era in grado di afferrare. Perciò si limitava a osservarli corrucciato. Non fosse stato un bambino di pochi anni avresti detto che disapprovava. Cosa che in effetti faceva, seppure a suo modo.
Dopo qualche minuto la conversazione si rianimava.
– Ti ricordi di Tulia? – diceva Boom.
– Mm, – faceva l’altro con l’aria di non ricordarsi niente.
– Be’, domani parte per il Messico.
– Ah.
– Ha intenzione di andare a vivere sei mesi dentro un albero. Dice che è una cosa che fa bene. Si pensa molto a stare dentro gli alberi, dice –. Si interrompeva un istante per valutare la faccenda tra sé e poi aggiungeva: – Tu che ne dici, Dave? Molleresti tutto cosí, boom, per andare a pensare sei mesi dentro un albero?
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– Mollare cosa?
– Non lo so. San Francisco.
– Perché dovrei mollare San Francisco? – Quell’ipotesi gli aveva toccato un nervo strappandolo al torpore contemplativo. D’un tratto la conversazione si accendeva.
– Era cosí per dire.
– Io non ci penso a mollare Frisco.
– Dicevo per dire.
– Frisco è l’unico posto che può sostenere la scena.
– Non è che devi mollare Frisco, Dave. Si stava solo parlando.
– Io ci sto da Dio in questa città.
– Certo, Dave.
– Io non ci parlo con gli alberi messicani.
– Non ti scaldare, Dave.
– Se devo parlare con un albero vado al Golden Gate.
– Ti capisco, amico.
– Non mi va di parlare di alberi messicani.
– No.
– Né ora né mai piú.
– Ricevuto, Dave. Niente alberi.
– E non voglio piú tornare su questo argomento.
– Come vuoi tu, argomento chiuso.
– Non c’è niente di peggio di un albero messicano per fare conversazione.
– Certo, Dave.
Il silenzio tornava a farsi largo nell’aria satura di fumo. Discutere sul problema degli alberi sembrava avere sfinito entrambi.
Il bambino assisteva alla scena seduto su un vecchio materasso pieno di macchie, a pochi passi dai due. Se ne stava immobile, impassibile, quasi troppo immobile e impassibile per un bambino della sua età. Era sistemato in una postura che ricordava la posizione del loto, sembrava un piccolo Budda incapace di comprensione e compassione. Le labbra serrate e arricciate, le sopracciglia schiacciate dal peso di una fronte corrugata, gli occhi spalancati e offesi, furibondi quasi. Sembrava uscito dal Villaggio dei dannati.
Sul palmo aperto della mano sinistra c’era un muffin al cioccolato. Il bambino lo teneva sospeso a mezz’aria, piú o meno all’altezza dello sterno. A intervalli regolari, accostava la destra al muffin, staccava una mollica di pasta, la modellava con le dita fino a ricavarne una pallina minuta ma perfettamente sferica che poi sistemava oltre il bordo del materasso, sulla distesa amaranto del pavimento di legno. La disposizione delle palline seguiva un disegno a spirale.
Il bambino era capace di eseguire simili operazioni a occhi chiusi e cosí procedeva nella produzione di sfere di muffin senza staccare gli occhi dai due uomini, i quali stavano scivolando a poco a poco in una fase catatonica da cui sarebbero riemersi non prima di una mezz’ora.
Il bambino dava l’impressione di conoscere la natura del quadretto che aveva davanti altrettanto bene come la modellatura di sfere con pasta di muffin. In linea teorica aveva fondate ragioni per disapprovare ciò che vedeva. Ma nei fatti era solo un bambino. Quanti anni avrà avuto quel giorno? Due e mezzo. Al massimo tre. È difficile credere che disponesse degli strumenti per una disapprovazione piena e consapevole.
Infatti non stava disapprovando. Quell’imbronciato esserino dal cuore di pietra era soltanto in procinto di segregarsi in un anfratto di suo esclusivo dominio, un crepaccio dell’anima dove il disordine del mondo circostante – al momento cristallizzato dalla coppia di sconvoltoni in letargo – non avrebbe potuto raggiungerlo.
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In altre parole si stava addestrando all’insensibilità. Per quanto solo a livello istintivo, il bambino aveva appreso che il disordine del mondo gli procurava dolore e tristezza, perciò si preparava a non soffrire piú reprimendo i sentimenti. È il genere di strategia che da grandi porta a spianarsi la strada con la maestosa noncuranza degli schiacciasassi.
Grazie a un allenamento costante avrebbe imparato a usare il proprio sguardo come la morte usa la falce, sgombrando interi campi dell’esistenza dalle sterpaglie che li infestano, le sterpaglie del disordine e delle idee sconclusionate che prosperavano ovunque intorno a lui, a cominciare dalle chiacchiere degli adulti che non approdavano a nulla. Inutili ciance su questioni di nessuna importanza.
Non è che pensasse queste cose per filo e per segno, ovvio. Che cavolo, non aveva ancora imparato a parlare. Ma era comunque agli inizi di un percorso che lo avrebbe condotto alla soluzione solitaria di qualsivoglia problema, al calcolo di ogni variante possibile, alla individuazione di tracce di regolarità anche nei sistemi tendenti al disordine.
Le dinamiche caotiche della strampalata e allargata famiglia che gli era toccata in sorte – la comune di hippy, ritirati e fuggiaschi asserragliati al numero 1999 di Page Street – non gli erano chiare fino in fondo ma già intuiva che quel sistema di vita non avrebbe mai soddisfatto il suo bisogno di normalità. Ciò lo rendeva infelice.
Nessun bambino di tre anni è cosí bambino, sprovveduto o inconsapevole da non intuire che una madre normale non lascerebbe mai il proprio figlio in compagnia di due tipi che discutono seriamente di andare a vivere dentro un albero. Non c’era ragione alcuna per cui il bambino non dovesse essere un bambino come gli altri. Quantomeno sotto il profilo del bisogno di normalità.
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In effetti, considerato nel suo complesso, lo scenario era piú limpido di molte inserzioni che compaiono nella sezione dei messaggi personali. «Bambino disegnatore di spirali perfette con molliche di muffin, domiciliato in palazzo stile vittoriano infestato da adulti coi piedi saldamente piantati in aria, imbronciato perché abbandonato al proprio destino da madre assente, chiede di disapprovare».
Avrebbe potuto chiedere amore, è vero. Un po’ di attenzione. Ma quelle poche volte in cui la madre si ricordava di avere un figlio e faceva la sua breve comparsa sulla scena i risultati erano disastrosi.
Quando la madre provava a coccolare il bambino prendendolo in braccio, la sensazione che lei provava era di sollevare un peso morto o un sacco di patate, un sacco bello pieno. Si adoperava a solleticargli il nasino con la punta del suo, a sciorinargli versi scemi e inintelligibili che avrebbero dovuto sortire l’effetto di sottrarlo all’inerzia emotiva.
– Hi-iii-iii-hi. Perché non sorridi mai, piccolo mio? Eh? – faceva lei. – Hi-iii-iii-hi. Che cos’è che ha il mio piccolo Budda preferito? Eh? Perché non fai un sorrisino alla mamma?
Siccome oltre a non sorridere il piccolo Budda manifestava un’indifferenza implacabile, passati manco dieci minuti, lei si esasperava. Lo rimetteva giú sbuffando e se ne andava altrove a cercare coccole e stordimenti nel mondo degli adulti coi piedi piantati in aria, a reclamare consolazione per la disgrazia di avere dato alla luce una specie di alieno le cui doti comunicative erano inferiori a quelle di un tostapane rotto.
Avrebbe potuto chiedere amore, sí. Ma nella sua situazione, nonostante fosse ancora un bambino di due anni e mezzo o al massimo tre, era piú facile disapprovare.
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Su una cosa non le si poteva dar torto. Quando arrivava il momento di avere a che fare con il bambino non sapevi mai dove sbattere la testa. Non che lei pretendesse di essere la migliore delle madri, questo no. Ma le era forse stata offerta una p...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. gms, Arabian Night On Mescaline
  5. Radiohead, How to Disappear Completely
  6. Jefferson Airplane, White Rabbit
  7. Bronski Beat, Smalltown Boy
  8. Pink Floyd, Shine On You Crazy Diamond (Part One)
  9. Brian Eno/David Byrne, My Life in the Bush of Ghosts
  10. Infected Mushroom, Electro Panic
  11. Bonus track. Joy Division, She’s Lost Control (Extended Version)
  12. Indice