
- 556 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Forte movimento
Informazioni su questo libro
Il giovane Louis Holland si trasferisce a Boston proprio quando un'ondata di terremoti colpisce la città, uccidendogli la nonna acquisita, una ricca guru New Age. Mentre viene coinvolto nella disputa familiare per l'eredità, Louis si innamora di una brillante e complicata sismologa della Harvard University, Renée Seitchek. Insieme, i due scopriranno la pericolosa verità sull'origine dei terremoti, svelando gli oscuri segreti di una potente industria chimica e pagando duramente le conseguenze della loro curiosità.
La storia di un amore difficile, un giallo «ambientalista» e una commedia di costume, narrata con il sottile umorismo e il personalissimo sguardo sul mondo dell'autore delle Correzioni.
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Informazioni
Print ISBN
9788806179243eBook ISBN
9788858403563Parte prima
Genere di default
Capitolo primo
A volte, quando le chiedevano se avesse fratelli o sorelle, Eileen Holland doveva pensarci un po’ prima di rispondere.
Alle elementari Eileen giocava ai quattro cantoni con le amiche durante l’intervallo, e quando scoppiava una rissa nell’angolo opposto del cortile, di solito a restare con la faccia schiacciata contro l’asfalto era il fratello minore di Eileen, Louis. Eileen e le sue amiche continuavano a far rimbalzare la palla da un quadrato all’altro. Stavano saltando la corda, il giorno in cui Louis fece a pugni con un bambino in cima al vecchio castello di tubi infestato dal tetano e riportò una lesione diversa per ognuno dei tubi che urtò durante la caduta: rottura di un incisivo al livello tre, costole contuse al livello due, commozione cerebrale e colpo di frusta al livello uno e schiacciamento del diaframma contro l’asfalto. Le amiche di Eileen corsero a vedere il potenziale cadavere. Eileen invece rimase a reggere la corda, sentendosi come se fosse stata lei a cadere e nessuno fosse corso in suo aiuto.
Eileen era un fedele e grazioso ritratto della madre, con gli occhi scuri stupefatti e le sopracciglia cosí sottili da sembrare disegnate, la fronte alta, le guance paffute e i capelli scuri e lisci. Aveva il corpo flessibile come un salice, e a volte, quando era cosí felice di trovarsi con le amiche da dimenticarsi della loro presenza, si metteva a ondeggiare a occhi chiusi, proprio come un salice.
Louis, come il padre, era meno decorativo. Dall’età di dieci anni portava occhiali da aviatore con una montatura di metallo vagamente intonata ai suoi capelli, che erano ricci e del colore delle vecchie viti di ottone, e che avevano cominciato a diradarsi alla fine delle superiori. Anche il torace ampio e rotondo era un dono del padre ai cromosomi di Louis. Alle medie e alle superiori le nuove amiche di Eileen si aspettavano di sentirsi rispondere «No, nessuna parentela» quando le chiedevano se Louis Holland fosse suo fratello. Per Eileen queste domande erano come iniezioni di vaccino, alle quali seguiva, come un confortante batuffolo intriso di alcol, l’affermazione delle amiche che suo fratello non le somigliava affatto.
– Già, – conveniva Eileen, – siamo molto diversi.
I giovani Holland crebbero a Evanston, Illinois, all’ombra della Northwestern University, dove il padre era professore di storia. Ogni tanto, di pomeriggio, Eileen scorgeva Louis in un séparé di McDonald’s, circondato dai disadattati con cui bazzicava, da pietanze degradanti, da sigarette e facce pallide e abiti militari. La negatività che emanava da quel séparé le faceva venir voglia di stringersi ancora di piú al braccio delle coetanee. Lei era, si diceva, molto diversa da Louis. Ma non era mai completamente al sicuro da lui. Persino al centro di un sedile posteriore gremito di persone e di risate, le capitava di lanciare un’occhiata dal finestrino giusto in tempo per vedere suo fratello procedere a grandi passi lungo il lurido ciglio di una strada suburbana a sei corsie, con la camicia bianca grigia di sudore e gli occhiali bianchi per il riflesso degli abbaglianti. Sembrava sempre che fosse lí solo per lei, un’apparizione da quel mondo privato e parallelo in cui Eileen aveva smesso di vivere quando aveva cominciato a farsi degli amici, ma nel quale Louis evidentemente abitava ancora: il mondo della solitudine.
Un giorno, l’estate prima di andare al college, Eileen ebbe improvvisamente bisogno della macchina dei genitori per andare dal suo ragazzo, Judd, che viveva un po’ piú a nord lungo il lago Michigan, a Lake Forest. Quando Louis le fece notare di aver prenotato la macchina una settimana prima, Eileen si infuriò con lui come si sarebbe infuriata con un oggetto inanimato che continuasse a sfuggirle di mano. Infine mandò la madre a chiedergli di essere generoso, solo per quella volta, e di lasciarle usare l’auto per andare a trovare il fidanzato. Quando arrivò a casa di Judd, Eileen era ancora cosí furiosa che dimenticò le chiavi nell’accensione. La macchina venne subito rubata.
La polizia di Lake Forest non fu particolarmente gentile con lei. Sua madre, al telefono, lo fu ancora meno. E Louis, quando finalmente Eileen arrivò a casa, scese le scale con indosso una maschera da sub.
– Eileen, – disse sua madre. – Tesoro. La macchina è finita nel lago. Non è stata rubata. Mi ha appena chiamato la signora Wolstetter. Non hai tirato il freno a mano e non hai inserito la marcia. Ha attraversato il prato dei Wolstetter ed è finita nel lago.
– Park, Eileen? – La voce di Louis suonava ovattata e adenoidale. – La piccola «P» all’estrema sinistra? N come Neutral? P come Park?
– Louis, – disse la madre.
– O forse è N come No e P come... Procedi? D come Desisti?
Dopo quel trauma Eileen non riuscí piú a tenere a mente alcuna informazione riguardante Louis. Sapeva che andava a scuola a Houston e si stava specializzando in qualcosa tipo ingegneria elettrica, ma quando sua madre lo nominava al telefono, magari per dire che aveva cambiato specializzazione, la stanza in cui Eileen si trovava diventava di colpo rumorosa. Non riusciva a ricordare ciò che la madre le aveva appena detto. Doveva chiedere: «Quindi adesso si sta specializzando in... cosa?» E la stanza diventava di nuovo rumorosa! Non riusciva a ricordare cosa le stesse dicendo nemmeno mentre lo diceva! E cosí non capí mai in cosa si stesse specializzando Louis. Quando lo vide durante le vacanze di Natale del secondo anno di università – stava seguendo un MBA ad Harvard – dovette tirare a indovinare su cosa avesse fatto dopo essersi laureato a Rice: – La mamma dice che ti occupi, come dire, della progettazione di microchip?
Louis sgranò gli occhi.
Lei scosse la testa come per dire no no no no, cancella. – Dimmi cosa fai, – chiese umilmente.
– Ti sto guardando meravigliato.
Piú tardi sua madre le disse che Louis lavorava per una radio FM di Houston.
Eileen viveva a Cambridge, vicino a Central Square. Il suo appartamento era al settimo piano di un moderno grattacielo, una torre di cemento che incombeva sopra i mattoni e le assicelle circostanti come un oggetto sfuggito all’erosione, con negozi e un ristorante di pesce nel piano interrato. Una sera, alla fine di marzo, era in casa a preparare biscotti al triplo cioccolato quando Louis, che Eileen aveva visto l’ultima volta a Evanston intento a leggere un romanzo poliziesco accanto all’albero di Natale, la chiamò per informarla di essersi trasferito da Houston a Somerville, un sobborgo a buon mercato a nord di Cambridge. Eileen gli chiese cosa l’avesse condotto a Somerville. Microchip, rispose Louis.
La persona che entrò nel suo appartamento qualche giorno piú tardi, in una fredda sera di fine inverno, era in realtà uno sconosciuto. All’età di ventitre anni, Louis era quasi calvo in cima alla testa, e i riccioli superstiti erano bastati a catturare il nevischio. Le grossolane oxford nere cigolavano sul linoleum di Eileen mentre Louis vagava per la cucina seguendo un percorso a forma di stella e rimbalzando lentamente da un mobile all’altro. Aveva le guance e il naso rossi e gli occhiali bianchi per la nebbia.
– È cosí contemporaneo, – disse, riferendosi all’appartamento.
Eileen strinse i gomiti contro i fianchi e incrociò i polsi sul petto. Aveva acceso al massimo le quattro piastre del fornello e messo a bollire una pentola d’acqua. – Non riesco a riscaldarlo abbastanza, – disse. Indossava un maglione voluminoso, un paio di pantofole di pelo e una minigonna. – Credo che spengano la caldaia il primo di aprile.
Il campanello suonò. Eileen andò a rispondere. – È Peter, – disse.
– Peter.
– Il mio fidanzato.
Poco dopo si sentí bussare alla porta, ed Eileen introdusse in cucina il fidanzato, Peter Stoorhuys. Peter aveva le labbra livide per il freddo, e la sua pelle abbronzata era grigia come il piombo. Saltellava su e giú, con le mani nelle tasche dei pantaloni di twill, mentre Eileen faceva le presentazioni a cui Peter era evidentemente troppo infreddolito per prestare attenzione. – Merda, – disse, chinandosi sui fornelli. – Fa freddo là fuori.
La faccia di Peter esprimeva una stanchezza che nessuna abbronzatura poteva nascondere. Era una di quelle facce urbane sottoposte a cosí tante trasformazioni che la pelle, come un pezzo di carta scarabocchiato e scorticato da innumerevoli cancellature, aveva perso la capacità di trattenere un’immagine distinta. Sotto il colorito del suo attuale look neolosangeleno c’erano visibili tracce di uno yuppie, un punk, un preppie e uno sballato. I ripetuti cambiamenti di pettinatura avevano privato di elasticità i suoi lunghi capelli biondi, come se li avesse pettinati troppo. Per proteggersi dalle intemperie indossava un giubbotto a scacchi e una camicia senza colletto.
– Io e Peter siamo stati a St Kitts il mese scorso, – spiegò Eileen a Louis. – Non ci siamo ancora ambientati.
Peter si riscaldò le mani dalle nocche bianche sopra le piastre del fornello, conferendo tanta importanza a quell’operazione che Eileen e Louis non poterono fare altro che restare a guardarlo.
– Non può mettersi il cappello perché gli dà un’aria da stupidino, – disse Eileen.
– In questi casi servirebbe un cappotto, secondo me, – disse Louis, lasciando cadere in un angolo il giubbotto imbottito. Indossava la sua uniforme degli ultimi otto anni, camicia bianca e jeans neri.
– Vedi, è questo il punto, – disse Eileen. – Il suo cappotto preferito è in lavanderia. Non ti sembra una stupidaggine?
Passarono altri cinque minuti prima che Peter si scongelasse abbastanza da consentire a tutti di passare in soggiorno. Eileen si raggomitolò sul divano, tirandosi l’orlo del maglione a coprire le ginocchia nude e lasciando penzolare un braccio dallo schienale giusto in tempo per ricevere il bicchiere di whiskey che Peter le aveva versato. Louis camminava su e giú per la stanza, fermandosi con aria miope davanti ai libri e ad altri beni di consumo. Tutti i mobili dell’appartamento erano nuovi, e quasi tutti erano una combinazione di piani bianchi, cilindri neri e componenti in plastica rosso ciliegia.
– Allora, Louis, – disse Peter, raggiungendo Eileen con un whiskey. – Raccontaci qualcosa di te.
Louis stava esaminando il telecomando del videoregistratore. Nelle grandi finestre appannate, le luci lontane di Harvard Square formavano aloni color madreperla.
– Sei nel settore comunicazioni, – suggerí Peter.
– Lavoro per una radio, – disse Louis in tono molto lento e molto pacato. – Si chiama WSNE...? Notizie e Non Solo...?
– Certo, – disse Peter. – La conosco. Non l’ascolto mai, ma ci ho avuto a che fare un paio di volte. In effetti ho sentito dire che hanno qualche grana finanziaria. Immagino che sia normale per una stazione radio da mille watt. Ti suggerirei di farti pagare ogni settimana, e qualunque cosa tu faccia, non entrare in società con loro...
– Oh, certo che no, – disse Louis, con un tono cosí convinto che avrebbe messo in guardia una persona perspicace.
– Voglio dire, fai pure se vuoi, – continuò Peter. – Ma, ehm, a buon intenditor...
– Peter vende spazi pubblicitari per il «Boston Magazine», – disse Eileen.
– Fra le altre cose, – disse Peter.
– Sta pensando di iscriversi alla business school in autunno. Non che ne abbia bisogno. Sa tante di quelle cose, Louis. Sa un sacco di cose piú di me.
– Sai ascoltare? – chiese improvvisamente Louis.
Peter strinse gli occhi. – Cosa vuoi dire?
– Sei capace di ascoltare dopo che hai fatto una domanda?
Peter si girò verso Eileen con aria interrogativa. Sembrava avere qualche dubbio sul significato di quella osservazione. Eileen si alzò di scatto. – Ti stava solo dando un consiglio, Louis. Abbiamo un sacco di tempo per ascoltarci a vicenda. Abbiamo molta voglia di... conoscerci! Vado a prendere i grissini.
Non appena Eileen fu uscita dalla stanza, Louis si sedette sul divano e, posando la mano sulla spalla di Peter, avvicinò il volto arrossato al suo orecchio. – Ehi, amico, – disse. – Ho anch’io un consiglio da darti.
Peter guardò dritto davanti a sé, spalancando leggermente gli occhi sotto la pressione di un sorriso trattenuto. Louis si avvicinò ancora di piú. – Non vuoi ascoltare il mio consiglio?
– Devi avere qualche problema, – osservò Peter.
– Mettiti il cappotto!
– Louis? – chiamò Eileen dalla cucina. – Stai facendo lo scemo con Peter?
Louis diede un colpetto al ginocchio di Peter e girò dietro al divano. Per terra, sopra un giornale aperto, c’era una gabbia con un gerbillo che correva sulla ruota. Il gerbillo si muoveva con esitazione, inciampando nelle asticelle della ruota con le unghie microscopiche e riprendendo poi a galoppare a testa alta, con il collo girato da una parte. Non aveva l’aria di divertirsi.
– Sei proprio uno stupidino –. Eileen era tornata dalla cucina con un boccale da birra sfaccettato pieno di grissini, che consegnò a Peter. – Lo ripeto sempre, a Peter, che la nostra famiglia è strana. Gli ho detto di non prendersela, l’ho avvisato fin dal primo giorno –. Con una mossa incredibilmente repentina e agile, Eileen si inginocchiò, aprí lo sportello della gabbia e tirò fuori il gerbillo reggendolo per la coda. Tenne l’animale sospeso sopra la testa, osservando il fremito delle narici. Le zampe anteriori annaspavano nell’aria. – Non è vero, Milton Friedman? – Aprí la bocca come un lupo, fingendo di volergli staccare la testa con un morso. Poi lo posò sul palmo della mano, e il gerbillo le corse su per la manica del maglione fino alla spalla, dove Eileen lo catturò di nuovo, chiudendolo fra le mani in modo che spuntasse solo il muso baffuto e appuntito. – Di’ ciao a mio fratello Louis –. Sollevò il muso del gerbillo accanto alla faccia di Louis. Sembrava un pene peloso dotato di occhi.
– Ciao, roditore, – disse Louis.
– Come? – Eileen avvicinò il gerbillo all’orecchio e ascoltò con attenzione. – Dice ciao, uomo. Ciao zio Louis –. Rimise l’animale dentro la gabbia e chiuse lo sportello. Ancora umanizzato ma ormai libero, il gerbillo sembrò deficiente o sgarbato quando corse a mordicchiare il tubicino della vaschetta per far uscire una goccia d’acqua. Eileen rimase in ginocchio ancora un istante, con le mani sulle ginocchia e la testa inclinata come se le fosse entrata l’acqua in un orecchio. Poi, con quella fluida velocità di cui Louis era visibilmente meravigliato, tornò accanto a Peter e si sedette sul divano con un leggero rimbalzo. – Peter e Milton Friedman, – disse. – Non sono in ottimi rapporti. Ultimamente. Milton Friedman ha fatto pipí su un paio di calzoni di popeline a cui Peter era molto affezionato.
– Divertente, – disse Louis. – Molto, molto divertente.
– Credo che sia ora di togliere il disturbo, – disse Peter.
– Oh, andiamo, abbi pazienza, – disse Eileen. – Louis è solo protettivo. Tu sei il mio ragazzo, ma lui è mio fratello. Dovete per forza andare d’accordo. Vi chiuderò in gabbia insieme. Tu potrai camminare sulla ruota, Louis, e metterò un po’ di Chivas nella vaschetta per il mio piccolo ubriacone. Ha ha ha! – Eileen scoppiò a ridere. – Compreremo un paio di pantaloni di popeline per Milton Friedman!
Peter vuotò il bicchiere e si alzò. – Me ne vado.
– Okay, sto diventando leggermente insopportabile, – disse Eileen con voce completamente diversa. – Basta cosí. Rilassiamoci. Comportiamoci da adulti.
– Comportatevi voi, da adulti, – disse Peter. – Io devo andare a lavorare.
Uscí dalla stanza e dall’appartamento senza voltarsi indietro.
– Oh, fantastico, – disse Eileen. – Grazie –. Appoggiò la testa allo schienale del divano e guardò Louis con gli occhi rovesciati. Le sopracciglia sottili sembravano labbra serrate, e gli occhi senza sopracciglia avevano un’espressione estranea al vocabolario umano, una stranezza da oracolo. – Cosa gli hai detto?
– Gli ho detto che dovrebbe mettersi il cappotto.
– Molto carino, Louis –. Si alzò in piedi e infilò un paio di stivali. – Si può sapere che ti prende? – Attraversò di corsa il corridoio e uscí di casa.
Louis seguí la sua partenza con scarso interesse. Aprí un oblò nel vapore condensato che ricopriva la finestra e guardò il nevischio cadere su Mass Avenue, tinto di rosa dai fanalini di coda delle auto. Squillò il telefono.
Louis si avvicinò all’apparecchio collocato sull’apposito tavolino e rimase a fissarlo come se fosse un buffet di piatti poco appetitosi. Quando infine, dopo il quinto squillo, la segreteria non partí, Louis sollevò il ricevitore. – Pronto?
– Peter? – disse una donna anziana con un tremito nella voce. – Peter, ho provato in...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Dedica
- Parte prima - Genere di default
- Parte seconda - Io ♥ la vita
- Parte terza - Argilla Road
- Parte quarta - In credito