Quando Raimondi Cesare, ispettore capo della Questura di Bologna, comincia dicendo: «Sarti Antonio è uno dei nostri piú validi collaboratori, un poliziotto del quale ho la massima fiducia e stima», Sarti Antonio, sergente, sa che il seguito della storia sarà una fregatura. Infatti si impantana nella speculazione edilizia, è costretto a vagare nel freddo e nell'umidità delle stupende Valli di Comacchio alla ricerca dell'assassino della donna che doveva proteggere e che gli hanno ammazzato proprio sotto il naso mentre era nascosto, in agguato, nelle botti immerse nell'acqua delle valli... Situazione deprimente! Se non ci fosse una bella ragazza che vuole vederci chiaro e stimola in tutti i modi, leciti e illeciti, Sarti Antonio, sergente, affinché l'aiuti a capire.
Che poi la Legge trionfi, non è detto.

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Sarti Antonio: caccia tragica
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Da come è cominciata.
Si direbbe una storia insipida, ma io so di sicuro che prenderà una piega diversa e so che si complicherà. Dev’essere per via che conosco bene Sarti Antonio, sergente, che ha il dono di incasinare le cose semplici.
In ogni modo comincia cosí: prendete una carta delle province di Bologna e di Ferrara e andate giú, verso le valli di Comacchio; a un certo punto troverete una infilata di nomi: Campotto, Vallesanta, Tamba, Menate... con a fianco tanto di asterisco che significa oasi di protezione naturale.
Da quelle parti, le anitre, le folaghe, le gambette, le piovanelle, i gabbiani, le lepri, le donnole, le anguille, i cefali, le lontre, i germani, abbondano come abbondano le canne, i laghi poco profondi e nascosti fra le canne, gli isolotti coperti di canne, i canali tagliati nelle canne e chissà che altro sempre condito di canne.
In marzo, da queste parti, scoppia la guerra e chi ha voglia di partecipare, si presenta, paga un quid, affitta un barchino, un capanno, una botte (o tinella) e comincia a sparare.
Queste notizie che vi passo, non fanno parte del mio bagaglio culturale, pur tanto vasto; le ho apprese nell’ufficio di Raimondi Cesare, ispettore capo, e, con il sottoscritto, le ha imparate Sarti Antonio, sergente, che sta a chiedersi, mentre il Raimondi illustra, il nesso fra questa cultura e il mestiere di questurino.
– È tutto chiaro finora? – Sarti Antonio continua a pensare alle folaghe, alle piovanelle e al nesso. Entra una distinta signora dai capelli rossi, non piú giovanissima, piacente come sono piacenti le signore ricche quel tanto che basta per sembrare piacenti anche a una certa età.
Accompagna la signora una ventata di profumo che resterà nell’ufficio di Raimondi Cesare almeno per un paio d’ore.
– Sarti Antonio, uno dei nostri piú validi collaboratori, è vero come si dice, e un uomo del quale ho la massima fiducia e stima –. Adesso Sarti Antonio, sergente, ha chiaro quello che sarà il seguito: una fregatura. Ma non può farci niente e accetta sia il sorriso che la gentile signora gli regala sia la deliziosa, minuta mano che non sa se stringere o baciare come ha visto fare qua e là. Decide per la stretta. – Questa è la signora Germana Tattini, titolare dell’omonima agenzia immobiliare.
– Molto lieto.
– Il signor ispettore mi ha parlato bene di lei. Sono felice di fare la sua conoscenza. L’ho veduto in televisione... – Sarti Antonio taglia corto; è un brutto tasto.
– Il signor ispettore capo è molto buono –. La signora deve proprio essere felice, a giudicare dal sorriso.
– Ho già spiegato, è vero come si dice, al mio collaboratore la situazione... – Non ha spiegato molto, ma Sarti Antonio, sergente, non può contraddire un superiore: lo sa per antica esperienza. – ... ma vorrei che lei, signora, riassumesse i fatti: chi li ha vissuti, è vero come si dice, è piú efficace e dettagliato.
Forse arriviamo al «dunque».
– Sono certa, signor ispettore, che lei è stato sufficientemente efficace... – Qui facciamo notte e Sarti Antonio non saprà mai quali sono i fatti e cosa si vuole da lui.
Fra una cortesia e l’altra, la signora Germana si è seduta di fronte a Sarti Antonio, ha accavallato le gambe, scoprendo una buona porzione delle medesime e ha estratto dalla borsetta un pacchetto di sigarette e un accendino tutto d’oro.
– Disturba se fumo? – Sarti Antonio, sergente, odia le sigarette, il fumo delle sigarette, chi vende le sigarette, e su su fino ai monopoli di stato e ai contrabbandieri; ma non può dirlo anche perché è ben educato.
Germana Tattini aspira un paio di boccate, emette le relative volute soddisfatte e comincia:
– Come dicevo al signor ispettore, io sono appassionata di caccia e almeno una volta all’anno vado sui luoghi dove è ancora possibile vivere l’emozione di incontri con animali allo stato selvaggio: Kenia, Sud Africa, India... – Sarti Antonio la interrompe:
– Pensavo che la caccia grossa esistesse ormai solo nei romanzi di... – Allude a quel romanziere americano, ma non ricorda come si pronunzia e lascia cadere.
– Infatti, ma basta conoscere qualcuno che conta... e pagare, pagare con i vecchi, buoni dollari... Ma non è questo il mio problema –. Se lo dice lei. Un altro paio di boccate voluttuose e riprende: – Purtroppo non sempre si può andare in Kenia... Il mio tipo di attività, soprattutto... Per cui cerco qui un surrogato a quelle emozioni e tutti gli anni, a marzo, scendo in valle con gli amici –. Dai leoni alle anitre di valle: un bel salto. Ma non lo dico perché non sono pagato per i commenti. – Vado in valle con gli amici a sparare qua e là... cosí, per distendere i nervi. La caccia è rilassante... – Bisognerebbe sentire anche il parere delle folaghe. – ... e posso riprendere il mio lavoro piú distesa. Tutto qui.
Se è tutto qui, non è molto. La signora Germana schiaccia nel portacenere un mozzicone e gioca con l’accendino tutto d’oro. Continua a mostrare la coscia nuda e persino Raimondi Cesare, ispettore capo, persona notoriamente degna e integerrima, non può fare a meno di buttare occhiate che vorrebbero essere distratte. Il profumo della donna si è amalgamato con l’aria dell’ufficio, è penetrato nell’intonaco, negli abiti dei convenuti e ormai fa parte dell’ambiente.
– Tutto qui e non vedo perché io non possa continuare a sparare qualche colpo in valle. Non vedo proprio. Quei bifolchi...
– Forse è bene spiegare a Sarti, è vero come si dice, come sono andate le cose.
– Vuol sapere cos’hanno fatto? Ci aspettavano ai lati della strada... – Sarti Antonio, sergente, non ha chiari alcuni particolari e chiede:
– Chi vi aspettava ai lati della strada?
– Gliel’ho detto: loro, i bifolchi.
– La signora vuol dire che domenica scorsa è scesa in valle con alcuni amici per cacciare ed è stata accolta dagli abitanti del luogo piuttosto malamente.
– Lei dice malamente? Quei bifolchi... – insiste: – ... quei bifolchi hanno sparato. Ci aspettavano ai lati della strada con cartelli e doppietta in spalla e appena siamo entrati in riserva ci hanno impedito di proseguire. Io dico a Nino, il mio autista: «Va’ avanti e vedrai che si scansano...» ma lui ha paura e cerca di farsi strada a colpi di clacson: c’è poco da suonare. Lo stesso per le auto degli amici. Una cosa incredibile.
– E vi hanno sparato?
– Per la verità non subito e non a noi. Hanno cominciato a urlare: «Andatevene! Non vi vogliamo!» Vorrei ricordare a quei bifolchi che io mi pago, e salato anche, il divertimento di sparare quattro colpi, ma non ci provo neppure. Quelli a urlare: «Questa terra è la nostra terra! Vogliamo difendere il nostro pane!» Che c’entra poi il pane? Paghiamo fior di quattrini: non è pane questo? Non avevo intenzione di rinunciare alla caccia. Ho detto a Nino di scendere e di lasciare a me il volante; ho dato tutto gas fino a imballare il motore e sono partita. Mi hanno lasciato spazio, ma poi sono partiti i colpi di doppietta e mi hanno bucato le gomme... Ho dovuto fermarmi –. Una storia esemplare. Sarti Antonio, sergente, guarda Raimondi Cesare:
– E io che dovrei fare?
– Vedere come stanno le cose laggiú. Come si sono... Chi è sotto questi fatti incresciosi e chi li ispira ed eventualmente, è vero come si dice, procedere a qualche incriminazione per tentato omicidio, radunata sediziosa, blocco stradale... Vedi tu, caro Sarti. Una cosa da niente.
– In quanti erano, signora?
– In molti: cento, duecento, forse piú... Forse l’intero paese: ho veduto anche ragazzini e donne –. Appunto: una cosa da niente.
– È in grado di riconoscere chi ha sparato?
page_no="7" – E come potrei? Stavo alla guida, attenta a non investire... Quello che voglio, caro ispettore, è poter andare a spasso tranquilla. Non chiedo molto, mi pare.
Adesso il quadro è completo, anche se non capisco cosa potranno fare Sarti Antonio, sergente, e Felice Cantoni, agente, al volante dell’auto ventotto. Né lo capisce Sarti Antonio.
– Insomma, Sarti Antonio, vediamo cosa si può fare. I particolari, è vero come si dice, li discutiamo dopo, quando la signora se ne sarà andata.
La signora Germana Tattini ha finito. Si alza e dice:
– Io vado ora. Magari prima di domenica ci telefoniamo per decidere –. Stringe la mano a Raimondi Cesare, stringe la mano, e con particolare calore, a Sarti Antonio, sorride e se ne va.
Appena la porta si chiude, Raimondi Cesare va ad aprire la finestra.
– Apri anche la porta; facciamo corrente... Ho bisogno di ossigeno. Quel profumo mi è entrato nel cervello.
Sarti Antonio, sergente, esegue e protesta a voce troppo alta:
– Ma quella... quella è matta. Cosa vuole? Che arrestiamo tutto un paese?
– Non so cosa dirti, caro mio, ma qualcosa dobbiamo fare. È amica, è vero come si dice... – accenna col capo a qualcuno che sta al piano superiore. – È amica sua e mi ha appena telefonato.
– Ma che accidenti si può fare? Se quelli protestano, se l’intero paese è sceso in piazza, ci sarà un suo buon motivo...
– Il motivo per fare casino, per radunarsi sediziosamente e per sparare, caro Sarti, non è mai un buon motivo. Questo, è vero come si dice, è bene non dimenticarlo mai.
Sarti Antonio siede di nuovo, respira profondamente e si preme il ventre con le mani aperte: basta un niente, una piccola arrabbiatura e i dolori colitici cominciano a morderlo.
– E adesso non venir fuori con la tua colite: troppo comodo, è vero come si dice, troppo comodo mettere fuori i propri guai quando non si sa che pesci pigliare.
– Ma cosa posso fare?
– Non lo so: qualcosa, qualsiasi cosa. Va’ a casa sua, sua di lei, controlla l’automobile, prendi le impronte sul volante, misura la distanza delle ruote... Fa’ quello che ti pare, ma fa’! Diamole l’impressione di muoverci, è vero come si dice, di interessarci al caso...
Sarti Antonio ha capito:
– Posso andare? – Raimondi Cesare, ispettore capo, guarda dritto in faccia il dipendente e gli dà del lei:
– Non faccia lo spiritoso e si dia da fare. Può andare.
– Sissignore, farò del mio meglio. Ho capito.
– Me lo auguro –. Raimondi Cesare si dedica alle carte, tante, sparse sul tavolo e non alza il capo neppure quando urla:
– La porta!
Sarti Antonio, sergente, già a metà del corridoio, torna, mette la testa nell’ufficio e si scusa:
– Pensavo che il profumo...
– Chiuda la porta!
Alla fine del corridoio, di fianco al piantone di servizio, c’è la signora Germana Tattini che aspetta, pare, Sarti Antonio, sergente. E sorride.
page_no="9" – Vorrei parlarle –. Sarti Antonio incassa la testa fra le spalle e aspetta in piedi, davanti alla signora, il seguito.
– Non qui: andiamo al bar. Ce ne sarà uno da queste parti.
– La città è piena di bar.
– Allora troviamone uno che ci permetta di parlare in pace. Questo luogo... mi opprime. Non so come possiate viverci, lavorare...
– Infatti non viviamo.
Nessun altro commento fino al bar.
– Cosa prende? – La signora non risponde; si guarda attorno e non siede.
– Qui è pieno di questurini. Venga con me –. Esce.
Mentre passeggiano sotto il portico alla ricerca di un bar senza questurini, Sarti Antonio, sergente, borbotta sottovoce:
– E che vuol farci? Si dà il caso che sia un questurino anch’io.
– Lei non è come gli altri.
– No? E come sono io?
– Glielo dirò un giorno o l’altro. Ecco: qui va bene.
C’è un sole di marzo, tiepido, il primo di una stagione che si avvicina alla primavera e Germana Tattini siede a un tavolo sotto il portico, proprio dove il sole evita le colonne e arriva a scaldare i clienti. Davanti si stende piazza Maggiore piena di piccioni e di puzzoni dalla barba lercia e dai capelli grassi. Alcuni vasi di sterpi secchi, bruciati dal gelo dell’inverno, e qualche gradino ci dividono dai piccioni e dai puzzoni.
– Cosa prende?
– Un aperitivo, grazie –. La signora alza il viso sorridente al cameriere, già accorso, e ordina direttamente per sé. – Un Martini.
– E un caffè.
Non si parla fino al ritorno del cameriere e solo dopo il primo sorso, Germana Tattini dice, posando il bicchiere appannato:
– Non sono matta –. La signora, mentre si allontanava dall’ufficio di Raimondi Cesare, deve aver inteso le parole di Sarti Antonio. Ed è inutile, ora, cercare di tappare la falla. – Non sono per niente matta. Se lei avesse vissuto la mia brutta avventura, capirebbe il mio stato d’animo –. Una pausa lunga che Sarti Antonio, sergente, riempie assaggiando ancora il caffè: un caffè orribile. – Non hanno solo sparato alle gomme...
– Vuol dire che... – Allontana la tazzina ancora piena: un caffè imbevibile.
– Sí. Hanno sparato anche piú su, ad altezza d’uomo e se, ai primi spari, non mi fossi gettata sul sedile dell’automobile, a quest’ora non sarei qui a discutere con lei e a chiederle di aiutarmi.
– E gli altri, i suoi amici, non sono intervenuti?
– Si erano fermati al primo ostacolo.
– Hanno avuto piú buon senso di lei.
– Gliel’ho detto: non avevo intenzione di rinunciare alla battuta.
– Forse non avrebbero sparato se non fosse stata sola.
– Non credo: erano ben decisi quei bifolchi –. Un’altra pausa e un altro sorso gelato e poi: – Se avessero cercato di farle la pelle, anche lei desidererebbe sapere chi è stato. O no? – Aspetta la risposta di Sarti Antonio che non viene.
– Non sono matta; desidero guardare in faccia quel figlio di... Quello che mi ha sparato. Tutto qui. E dirgli anche il mio punto di vista. Poi lasciatelo andare per la sua strada...
Sarti Antonio chiama il cameriere:
– Questo caffè è schifoso. Diglielo al barista. Quant’è? – Mette sul tavolo un biglietto da cinquemila, l’unico che ha in tasca, aspetta il resto e si rivolge alla signora: – Capisco tutto, ma ho l’impressione che non arriveremo. Se le cose sono andate come le ha descritte lei, non arriveremo. È bene che lo sappia fin d’ora. Io non me la sento di raccontarle storie come ha fatto Raimondi Cesare o di farle perdere tempo.
– Per questo dico che lei è diverso –. Fregato! Fregato in pieno. E non è la prima volta.
Ora chi può tirarsi indietro?
– V...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- La solita nota dell’autore ai lettori
- Sarti Antonio: caccia tragica