Uno
Torbidi e soli nel fatale andare,
Il cuore schiavo di pensieri cupi,
L’occhio smarrito nell’immensità.
SEBASTIANO SATTA, Alba (Canti barbaricini).
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Inizia davanti alla casa di Efisio Cubeddu che tutti chiamano Tzitzu, non si sa perché.
Bustianu si guarda intorno. Nel pomeriggio incendiato, nonostante un solicello tisico, le pietre grigie del muro, che delimita il cortile alberoso di casa Cubeddu, fanno riflessi di cava diamantifera o di gelatina di porco, a seconda dell’umore. Anche dalla groppa del cavallo quel muro è troppo alto per guardare dentro al cortile, ma piú in là, oltre all’apice stondato di terra impastata con la paglia, oltre alle cime dei melograni e dei ciliegi, che Tzitzu in persona cura come se fossero figli suoi, la campagna si alza leggermente, seguendo il declivio, e una fila compatta di inistre fa un cordone giallo brillante prima del cielo.
Inizia lí, perché quello è il punto d’incontro.
Bustianu dà uno strappo leggero alla redine destra per entrare del tutto nel nastro ombroso che il sole stacca dal muro sbattendolo per due metri sulla strada. E aspetta.
Non si può dire che faccia proprio caldo, ma il cielo è talmente basso che si riesce a toccarlo alzando un braccio. E l’aria sa di piedi sporchi.
A quell’ora in bidda, per strada, non c’è un’anima: tutti al coperto con le imposte chiuse a digerire e ruminare.
A quell’ora: qualche minuto dopo mezzogiorno, i bambini si accucciano nei letti che sono tane ombrose e candide come caverne scavate nella neve. Sa mama ’e su sole fa il miracolo: li convince, con le minacce di madri e nonne, a fermarsi, a non avventurarsi nel regno abbagliante del primo pomeriggio, e li consegna a quel riposo del quale, a sentir loro, non ci sarebbe bisogno.
Bustianu seda uno sbadiglio, il panciotto gli tira sul ventre gonfio per il pranzo veloce.
Tutto sembra diventare via via piú pesante e avvolgente: la giacca da mezza stagione, che si tende tra le spalle e le ascelle; il cappello a falda larga, che gli cerchia la fronte e la nuca in modo fastidioso; i guanti di camoscio che gli intorpidiscono le dita. Poi c’è quell’aria bassa che pesa sul corpo e quella spuma di giallo abbagliante delle ginestre che si offre come coricatoio del cielo...
Il silenzio diventa un rumoreggiare di sibili e ronzii: tilicherte grasse o colobre terragne che scorrono fra l’erba ingiallita, teorie di formiche sottili come un capello che sfilano trasportando feretri di briciole e calabroni storditi dal profumo dei pollini, che fanno vibrare le ali di vetro.
Lí inizia.
E Bustianu accarezza l’arcione per lucidarne la superficie.
Ora dal silenzio provengono solo vibrazioni di rumori trattenuti, come se la terra respirasse placida sotto agli zoccoli del suo cavallo Minetta. E Minetta approva mostrando i denti bianchissimi spalanca le labbra in un sorriso impossibile per succhiare l’aria pesante, poi scrolla il capo. Bustianu si curva su di lui quasi a baciargli la criniera, con la mano libera gli batte dolcemente il collo nervoso. – Bonu, – dice, – bonu: semus arribaos un’azicu troppu chitto.
Minetta fa un breve scatto in basso con la testa come a dire che ha capito, ma l’attesa lo innervosisce, le mosche gli fanno vorticare la coda, il peso del suo padrone, pesante anche d’inquietudine, lo fa respirare a fatica. È un cavallo di resistenza, ma soffre a star fermo. Patisce le attese, però se si tratta di andare, fatica non ne conosce, che porterebbe in capo al mondo. E ostacoli non ne vede, non teme i terreni scoscesi e affronta i pettorri sollevando il collo e il muso, puntandosi sulle zampe anteriori con la barra di un purosangue da esposizione. E invece è una bestia semplice, solida e mansueta, frutto di chissà quali miscugli.
Bustianu avverte l’incalzare ritmico del mantice di Minetta fra le cosce. Avverte la pulsazione profonda del suo grande cuore e lo scorrere della vita sotto al mantello quasi bajo. – Bonu, – ripete.
Lí inizia, che Minetta sembra assorbire tutto il tremolio impacciato di quell’attesa accelerando l’affanno, scuotendo il capo, roteando la coda, facendo vibrare i labbri pelosi.
A Bustianu scappa un sorriso. Con uno strappo leggero alle redini e un colpetto alle reni, dice alla bestia che può avanzare. E Minetta non se lo fa ripetere.
– Tue ses che fémina mala, – la rimprovera con tenerezza, – tue bastet chi tucches –. Sono solo pochi passi nell’area ombrosa del muro del cortile di Tzitzu e la luce del sole ha disegnato con precisione sulla strada sterrata, fino a quando il perimetro del nastro nero non taglia in due il collo di Minetta. Poi si torna indietro strappando sulla redine sinistra. E cosí via...
Al terzo giro, quando è chiaro che Zenobi è in ritardo, l’orologio della cattedrale rintocca l’una.
Scorre una nuvola filamentosa e grigia: se ne va. Un cane magro come una carestia si affaccia nel vicolo, ha gli occhi buoni e il pelo di fieno: passa col muso a terra. Dalla casa di Tzitzu si sente un richiamo: nessuna risposta. Una tilicherta smeraldina si immobilizza sul pianale di granito confitto al muro per prendersi il caldo davanti all’ingresso del cortile, poi schizza via a raggiungere un interstizio tra i massi. Piú in là, oltre al muro, forse oltre al cordone cremoso delle inistre, quando la campagna si butta a valle, suonano pochi campanacci di pecore. Due rondoni si inseguono facendo parabole di frecce acuminate fino a raggiungere il nido. E le fronde dei ciliegi sono appena mosse da una brezza paesana talmente trascurabile che non attraversa nemmeno il muro di cinta del cortile di Tzitzu.
page_no="7" Finché alla fine del vicolo, dove le case si fanno piú rade, preannunciata da uno scalpiccio nervoso, appare la testa nera del cavallo di Zenobi. Poco dopo appare anche lui: è tanto sudato che la camicia bianca gli è diventata trasparente sul petto. Scuote la testa già prima di arrivare a tiro, per giustificarsi.
Bustianu lo guarda incrociando le mani sull’arcione.
– Scusate... – ansima Zenobi già prima di tirare le redini per bloccare il cavallo. – Scusate... – ripete. – Il bambino... – farfuglia mentre la sua bestia sta affiancando Minetta.
I due uomini si guardano negli occhi con le ginocchia che quasi si toccano. I due cavalli si guardano le code.
– Non ha dormito tutta la notte, – continua Zenobi. – Sisinnia era stanca morta, s’abbocà, davvero non mi ero accorto che era cosí tardi!
Bustianu non risponde, né chiede niente. Si limita a fissare Zenobi tirando su il mento.
Restano cosí, come Vittorio Emanuele II e Garibaldi a Teano, finché Bustianu non dà un colpetto col tacco al fianco di Minetta perché si metta in cammino. Zenobi strappa la redine sinistra cosí forte che il suo cavallo, anziché girare su se stesso, si impenna.
– Dài, dài che quella è gente che non aspetta, – dice Bustianu senza nemmeno controllare se Zenobi lo sta seguendo.
Sa bidda è alle loro spalle da una decina di minuti quando Zenobi si affianca a Bustianu. Hanno appena superato la Solitudine, davanti a loro la strada di Marreri allargata per le corse dei postali.
Che sono arrivati all’altezza della chiesetta di Balubirde, Bustianu se ne accorge perché Zenobi si segna, con un gesto svelto svelto tutto davanti alla bocca guardando Bustianu che lo guarda. – Ci credete anche Voi... – afferma riferendosi a quel gesto frettoloso che ha appena compiuto e soprattutto al fatto che Bustianu si è guardato bene dal compierlo.
A Bustianu scappa da ridere. Tutto procede con calma ora: Minetta mantiene un passo sostenuto, la strada orlata di sorbi è rinfrescata dal declivio in ombra, gli zoccoli dei cavalli imprimono mezzelune sul terriccio. – Forse ci ho creduto, da bambino, – dice Bustianu a un certo punto. – E forse ci crederei anche ora se non fosse... – sta per concludere, ma scuote la testa. – Lasciamo perdere, – dice.
– Per i preti? – domanda testardo Zenobi. – Su questo c’avete ragione... Ragione da vendere... – aggiunge come se la risposta affermativa se la fosse già data da solo. – Io in chiesa non ci vado nemmeno e a me con le offerte non mi fregano... Ma questa è una cosa che si spiega: sono uomini anche loro, i preti, non è mica che siano speciali... Ma Deus neanche dei preti ha bisogno... Mica bisogna uccidere tutto il gregge se c’è una pecora azzoppata...
Ma Bustianu proprio non ne vuol parlare di questioni religiose. Lui lo sa che cosa gli è costato liberarsi da quei lacci: gli è costato tanto che tutt’ora li sente costringerlo. Gli è costato tanto che qualche volta si è trovato a pregare.
Zenobi strappa un ramoscello da una tuppa di alloro che si è spinta oltre al bordo della carreggiata, ne annusa le foglie. – Eppure Voi ci credete molto piú di certa gente che è tutti i giorni in chiesa, questo penso, – si ostina.
– C’è tanta sofferenza a questo mondo che mi sembra una vera cattiveria costringere la gente a soffrire felice, piuttosto che fare qualcosa perché smetta di soffrire, – dichiara Bustianu e con questo ha concluso.
– Eh... – fa finta di riflettere Zenobi, che non si arrende. – In fondo, soffrire felici non è nemmeno soffrire...
– Allora? – sbotta Bustianu. – Ci manca molto? – E si guarda intorno a cercare il segnale prestabilito. – Che segnale sarà precisamente? – chiede, perché sia chiaro che si è passati ad altro argomento.
Zenobi solleva le spalle. – Dice che quando lo vediamo lo capiamo.
La vegetazione ha formato un corridoio fresco, leggermente ventilato e aromatico. Qualcuno ha segato i tentacoli dei terebinti che hanno cercato di avviluppare la carreggiata.
Minetta fa uno scarto leggero per una lepre che gli taglia la strada e anche il cavallo di Zenobi si punta sulle zampe anteriori.
Si scende e la vegetazione si abbassa. Ora alla sinistra dei due cavalieri si aprono campi di foraggio puntellati di querce nane, il pendio sulla destra si fa piú dolce, ingrigito di cime di pioppo, pronto a congiungersi con la piana.
Bustianu e Zenobi avanzano ancora per qualche centinaio di metri senza mai abbandonare la strada battuta, dondolando sulle groppe come guidati da un andante maestoso di azzurri e verdi contrapposti e grigi che fanno da sfondo e macchie di terra bruna.
Poi il segnale.
Una lepre morta adagiata su una pietra miliare. La sua pelliccia è di un colore appena ambrato striato di grigio nel sottopelo. Le orecchie lanceolate sono ripiegate su se stesse.
– Da questa parte –. La voce di Zenobi non lascia trasparire nessuna emozione.
Bustianu lo guarda aggrottando le sopracciglia. – Dove? – domanda alla fine.
– Lí! – indica Zenobi mostrando un tratturo, il letto asciutto di un torrente, che inizia proprio nel punto segnato dagli occhi vitrei e dal muso a punta della lepre morta.
Bustianu si guarda attorno con gesti impercettibili del capo. – Ce li abbiamo appresso, – sussurra a Zenobi. – È la lepre che ci ha tagliato la strada poco fa.
Zenobi stende le labbra tentando di non mostrare i denti perché l’avvocato non pensi che lo vuole deridere. – Se è per questo ce li abbiamo appresso dae bidda, ma non è detto che la lepre sia la stessa, le lepri si assomigliano tutte.
Non è facile seguire la via indicata, che nell’intrico dei germogli di erica e delle filliree è una crepa segnata sul terreno, ci sono dei punti in cui bisogna abbassarsi sino ad appoggiarsi alla criniera del cavallo per non farsi scorticare dai roveti. Piú avanti la macchia è diventata un tumulto di arbusti selvatici, dove la fenditura che indica la strada si fa ancora piú stretta, bisogna scendere da cavallo e guardarsi intorno, capire come si possa proseguire. – Qui! – grida Zenobi a un certo punto, calpestando cuscini di felci per appianare la via a Bustianu. E qui significa uno spazio improvvisamente brullo come una conca col fondo di roccia dove la luce esplode improvvisa.
All’apparenza non c’è possibilità di proseguire, ma uno straccio rosso abbandonato su una tuppa di piracanta indica un passaggio. Con poca fatica, infatti, il cespuglio, messo lí a bella posta, si può spostare facendo intravedere una specie di cunicolo che si inoltra fra le rocce.
Bisogna convincere i cavalli a entrarvi, poi bisogna convincerli a proseguire perché le pareti rocciose, alte almeno venti metri, si stringono a tal punto che grattano le staffe.
Possono avanzare solo in fila indiana, perciò hanno deciso di tenere le bestie fra di loro: prima Zenobi, poi il suo arabo-sardo nero, poi Minetta, poi Bustianu, nel caso fosse necessario indietreggiare...
Il fondo della gola è umido, patinato di un’acqua che spande odore di marcio. A guardare verso l’alto il cielo è diventato un nastro sottile. L’aria è di pietra viva, torbida e nauseante. Grosse mosche cavalline fanno vibrare il cunicolo. Il nero di Zenobi si lamenta tentando di strappare le redini al suo padrone. Zenobi, che ha appena lo spazio necessario per girarsi, lo apostrofa malamente. Il nero finalmente concede il collo e le redini che prima si erano tese in una retta obliqua e ora ritornano a segnare un arco tra la cavezza e la mano del padrone. Di tanto in tanto Bustianu batte con la mano uno dei quarti posteriori di Minetta, che mulina ossessivamente la coda, per fargli sentire la sua presenza dietro di lui.
page_no="11" Camminano, in leggera salita, per un’ora buona. Fino allo sbocco.
Sono usciti in una gariga odorosa di euforbia spinosa e di timo. Hanno lo sguardo incerto di chi non capisce dove si trova.
I cavalli percepiscono la vastità che si è spalancata davanti a loro piú con le narici che con gli occhi.
Pochi secondi per respirare a pieni polmoni, poi Bustianu e Zenobi si danno a perlustrare la zona. Tutt’intorno allo spazio brullo e roccioso il fitto delle roverelle impedisce la visione del suolo. Intere porzioni del terreno sono martoriate dal forrare rovinoso dei cinghiali. Da una cavernetta poco distante, addossata alla parete di roccia, arrivano effluvi di lavanda. Ma non c’è niente di niente: di spalle hanno la massa rocciosa da cui sono stati partoriti; intorno, per un diametro di sessanta-cento metri, nulla...
– Qui ci fanno passare la notte. Me l’aspettavo, – constata Zenobi.
– Te l’aspettavi, – gli fa eco Bustianu.
– Sí, ho portato qualcosa da mangiare, una torcia a carburo e due coperte.
– Ci fanno passare la notte qui? – ripete Bustianu: solo in quel preciso istante ha capito che sta per imbrunire e si è reso conto che sono passate sei ore dalla partenza.
Infatti il cielo, scolorato nel bianco latteo di un pomeriggio senza sole, ora sta virando, dai bordi, proprio dietro al boschetto di roverelle, verso un blu compatto, come una carta assorbente che si beve l’inchiostro.
Zenobi fa due passi avanti senza rispondere, dà un’altra occhiata in giro per capire come si possa sfruttare sino in fondo quel quarto d’ora all’incirca di luce che ancora rimane. C’è da fare: liberare lo spazio irto di cardi e lavanda all’interno della piccola grotta dove passeranno la notte, trovare un punto buono per impastoiare i cavalli, fare un po’ di legna per il fuoco.
Bustianu fa e non fa. Vorrebbe essere d’aiuto, ma sta macinando una specie di fastidio testardo che gli impedisce di concludere qualunque cosa. Cosí si limita a seguire Zenobi che estirpa e diserba, dissella i cavalli, prepara i giacigli, raccoglie rami secchi.
Il buio arriva sbrigativo e prepotente. Spazza via anche l’ultimo barlume serotino e si installa sul niente dell’aria. Un buio arrogante, senza luna, tutto teso a stendere pennellate grasse di oblio sulle cose, sulle persone. I verdi si fanno grigi minacciosi, i grigi si fanno spazi vuoti, la terra si fa della stessa consistenza dell’oscurità.
Illuminato dalla lampada da minatore che Zenobi si è portato dietro, Bustianu appare come spaccato in due da una roncola: la carne gialla di mezzo viso, il nero cupo e traslucido di mezza barba, il marrone pastoso di mezza giacca. Zenobi al contrario risulta accarezzato da quella luce: è a favore della fiamma e lei lo ricambia scaldandogli il colore degli occhi e facendo esplodere il biondo brillante dei capelli.
I giacigli sono pronti, messi ad angolo col vertice proprio al centro della pancia della caverna. Poco distante, a un metro dai piedi, Zenobi appresta un focolare di saggina e roverella. Qualche soffiata con la guancia attaccata al suolo e una fiamma nuova nuova di un bel giallo croco e rosso e azzurro si leva dal mucchietto di legni.
– Ora questa si può spegnere, – dice Zenobi chiudendo la chiavetta della lampada a carburo.
Il fuoco rimanda l’ombra curva di Bustianu nella parete di roccia. E lui è lí seduto a terra, con la prospettiva di una sella come cuscino e le stelle, se mai si decidessero a uscire, come copertura.
A Bustianu gli cresce un malumore lentissimo che parte dalla punta delle dita. E non vuol fare bilanci. Non vuol nemmeno domandarsi perché mai ha accettato questo abboccamento. E pensare che in altri momenti avrebbe pagato per trovarsi in una situazione del genere: fra cielo e terra, con tutta una notte da annusare. Ma ora no, forse è il pensiero di Clorinda e di quell’abitudine segreta che li fa incontrare tutte le sere; forse invece si tratta solo del fatto che non c’è niente di pacifico in quell’attendere; oppure le stelle che non brillano; la luna che ha messo il lutto stretto.
– Luna nera, – sentenzia Zenobi come leggendogli la fronte. Ha tolto dalla taschedda un pezzo di salsiccia secca a ferro di cavallo, pane e qualche oliva, una fiaschetta di vino nero. Fa rondelle grossolane di carne e lardo con la leppa usando un masso levigato come tagliere.
– Forse ho fatto male ad accettare quest’incontro, – dice all’improvviso Bustianu. È la prima frase che pronuncia da quando sono arrivati.
Zenobi gli allunga qualche pezzo di salsiccia sul pane. – Con tutto il rispetto, Vi avevo avvertito che non era una passeggiata. Quella è gente diffidente, s’abbocà.
Bustianu aspetta di inghiottire prima di rispondere. – Quella è gente delinquente! – commenta, ma senza troppa enfasi.
Zenobi mastica con voracit...