1.
Era luglio e faceva caldo e io stavo interrando piantine e l’idea dell’omicidio manco mi passava per l’anticamera del cervello.
Tutti i lavori da roseto sono brutti, tipo fare innesti, o scavare, ma interrare è un lavoro buono per i peccatori all’inferno.
È nel pieno dell’estate che bisogna farlo. Funziona cosí: ti dànno questa manciata di piantine e tu le prendi e sospiri e ti giri a guardare tutto il roseto, che va da dove ti trovi tu a un qualche posto a est della Cina, e ti rimbocchi le maniche, e ti chini, e infili le piantine nei filari, un po’ distanziate. Non ti tiri piú su se proprio non ci sei costretto, perché altrimenti non finirai mai. Tieni la schiena piegata e continui a interrare, seguendo il filare polveroso, sperando che prima o poi riuscirai a dare un taglio alla tortura, anche se pare che non succeda mai, e ovviamente il sole del Texas dell’Est, che alle dieci e mezzo di mattina è come una piaga infetta che lascia colare pus fuso, non migliora le cose.
Cosí ero lí a divertirmi con le mie piantine, pensando nel cervelletto i soliti pensieri a base di tè ghiacciato e dolci donne disponibili, quando arriva il Boss Ambulante e mi batte sulla spalla.
Ho pensato che magari fosse l’ora della pausa per l’acqua, ma quando alzo gli occhi lui punta il pollice sul fondo del roseto e dice: – Hap, c’è Leonard.
– Non può lavorare qui, – gli dico. – A meno che non riesca a interrare le piantine col bastone.
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– Vuole solo vederti, – ha detto il Boss Ambulante, e se n’è andato.
Ho sistemato nel terreno l’ultima piantina del mio fascio, ho raddrizzato la schiena e mi sono avviato giú per il lungo filare polveroso, passando davanti alle schiene chine e sudate degli altri.
Vedevo Leonard dall’altra parte del roseto, appoggiato al suo bastone. Da quella distanza, pareva fatto di scovolini e vestiti da bambolotto. La sua faccia nero uva passa era girata verso di me, e una cortina di calore ne riverberava, tremolando nella luce forte, e la polvere del terreno turbinò per qualche attimo nella cortina e si posò lentamente.
Quando Leonard vide che stavo guardando nella sua direzione, la sua mano si alzò nell’aria come una gracola in decollo.
Anche Vernon Lacy, il mio boss totale, l’uomo che io chiamo affettuosamente il Vecchio Bastardo anche se ha la mia età, agghindato in camicia bianca spiegazzata, calzoni bianchi e casco marrone da minatore, mi vide arrivare. Dopodiché andò da Leonard e mi guardò e in modo molto lento e meticoloso scrisse un’annotazione sul suo quaderno delle poesie. Per segnare il tempo di lavoro che avrei perso, ovviamente.
Arrivato in fondo al filare, cosa che richiese un po’ meno della traversata dell’Egitto in groppa a un cammello morto, ero coperto di polvere e stanco per aver trascinato i piedi sul terreno molliccio.
Leonard sorrise e disse: – Volevo solo sapere se puoi prestarmi cinquanta cents.
– Se mi hai fatto fare tutta questa strada per cinquanta cents, provo a vedere se riesco a infilarti il bastone su per il culo.
– Prima lasciami mettere la vaselina, eh?
Lacy girò la testa e disse: – Ti sei beccato una multa, Collins.
– Vai al diavolo, – gli dissi.
Lacy deglutí e se ne andò senza voltarsi.
– Molto fine, – disse Leonard.
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– Sempre andato fiero della mia diplomazia. Adesso dimmi che non vuoi cinquanta cents.
– Non voglio cinquanta cents.
Leonard sorrideva ancora, ma il sorriso si piegò leggermente da un lato, come una nave che sta per imbarcare acqua e affondare.
– Cosa c’è, amico?
– Mio zio Chester, – disse Leonard. – È defunto.
Seguii la vecchia Buick di Leonard col mio camioncino. Lungo la strada mi fermai a comperare birra e ghiaccio. Arrivati a casa di Leonard, tirammo fuori un secchiello e lo riempimmo di ghiaccio e birra e ce lo portammo sulla veranda.
Leonard, come me, non aveva l’aria condizionata, e la veranda era il posto piú fresco che si potesse trovare, a meno di andare giú al torrente e spaparanzarsi lí.
Ci sistemammo sull’altalena scassata e mettemmo il secchiello fra noi due. Mentre Leonard faceva partire l’altalena con la gamba buona, io aprii un paio di birre.
– È successo oggi? – chiesi.
– Lo hanno trovato oggi. Era morto da due o tre giorni. Attacco cardiaco. Adesso sta alle Pompe Funebri LaBorde. Lo hanno riempito di liquido.
Leonard sorseggiò la sua birra e studiò lo steccato col filo spinato sul lato opposto della strada. – Vedi quel tordo beffeggiatore sul palo dello steccato, Hap?
– Perché? Sta cercando di attirare la mia attenzione?
– È grasso. Non se ne vedono molti di cosí grassi.
– È una cosa che mi chiedo di continuo, Leonard. Chissà perché di solito i tordi beffeggiatori non diventano belli grassi. Pensavo di scriverci un saggio.
– L’uccello preferito di mio zio. A me sono sempre sembrati brutti, ma per lui erano la cosa piú grandiosa del mondo. Quando ero piccolo mi chiamava il suo tordetto beffeggiatore perché prendevo sempre in giro lui e tutti quanti. Quando ne vedo uno penso a lui. Mieloso, eh?
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Non aprii bocca. Puntai lo sguardo sulle assi in fondo alla veranda e guardai un tafano surriscaldato che barcollava sulle zampe malaticce, cercando di strisciare fino al fazzoletto d’ombra proiettato dal tetto della veranda. Lo vidi sussultare e arrestarsi di botto. Un colpo di calore, pensai.
– Domani voglio andare ai funerali di zio Chester, – disse Leonard. – Però non so. Mi fa un po’ senso. Probabilmente lui non mi vorrebbe.
– Da quello che mi hai raccontato di zio Chester, a parte il fatto che ti ha ripudiato quando ha scoperto che sei frocio...
– Gay. Adesso si dice gay, Hap. Voialtri normali dovete proprio impararlo. Solo quando siamo sbronzi, ci chiamiamo tra noi finocchi o checche.
– Quello che preferisci. Io sono sicuro che Chester, a modo suo, fosse un bravo ragazzo. Tu lo amavi. Non conta quello che avrebbe voluto lui. Conta quello che vuoi tu. Lui è morto. Non prenderà piú decisioni. Se tu vuoi andare al funerale a salutarlo per le belle cose che ricordi di lui, vacci e basta.
– Vieni con me.
– Ehi, mi spiace per tuo zio Chester, per quello che significava per te, ma io manco lo conoscevo. Il fatto è che con lo zio morto, tu che arrivi sconvolto e io che alzo le chiappe dal roseto in quel modo, ho paura di non avere piú un lavoro. Ha mandato a puttane il mio reddito, quindi perché cazzo dovrei voler andare al suo funerale?
– Perché io voglio che tu ci venga e tu sei amico mio e non vuoi ferire i miei sentimenti piccini picciò.
Era vero.
Non mi piaceva, ma dissi di sí. Andare a un funerale pareva una cosa piuttosto innocua.
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2.
Il funerale era il giorno dopo alle tre del pomeriggio, cosí la mattina presto, con l’auto di Leonard, facemmo un salto a LaBorde da J.C. Penney.
Andammo a comperarci abiti interi, un articolo che Leonard e io non possedevamo da anni. Il mio ultimo completo aveva un colletto alla Nehru e un simbolo della pace grande all’incirca quanto il cerchione di una El Dorado, appeso a una catena un po’ piú piccola di quella che serve per trainare un camion cisterna.
L’ultimo completo di Leonard era stato un modellino firmato dall’esercito.
Da Penney, gli abiti interi non avevano piú il panciotto e due paia di calzoni, almeno non quelli decenti, e i prezzi erano piú alti di quel che ricordavo. Magari era il caso di andare a dare un’occhiata al Kmart, vedere se avessero qualcosa verde brillante. Qualcosa che se ti stufavi di portare potevi sempre usare per ricoprire una poltrona.
Alla fine mi ritrovai con un completo blu scuro e camicia azzurro chiaro e cravatta blu scuro. Comperai scarpe nere, calzini, e una cintura.
Provai tutto e mi guardai nello specchio. Avevo un’aria idiota. Come un toro da combattimento molto alto e molto bipede in gramaglie.
Leonard comperò un completo verde scuro stile selvaggio West, una camicia giallo canarino e una cravatta a strisce arancioni e verdi e gialle. Le scarpe invece erano nere, con la punta e le cerniere sui lati. Il tipo di scarpe che si sperava avessero smesso di produrre piú o meno quando i Dave Clark Five avevano smesso di incidere dischi.
– Devi seppellire zio Chester, – gli dissi. – Mica portarlo in crociera ai Caraibi. Fatti vedere con quella roba addosso, e magari lui salta fuori dalla cassa e ti spara un lenzuolo.
– L’invidia è una brutta cosa, Hap.
– Hai ragione. Piacerebbe anche a me somigliare a una collisione frontale tra Dolly Parton e Peter Max.
Ci rimettemmo i vestiti vecchi, e pagai io perché al momento ero l’unico dei due a lavorare, anche se solo sporadicamente, e perché Leonard non mi permetteva mai di dimenticare che la sua gamba fritta era colpa mia. Diceva cose tipo: «Lo sai che mi sono rotto la gamba per colpa tua», dopo di che prendeva qualcosa che gli piaceva e io pagavo, perché quello che diceva era vero. Non fosse stato per lui, i miei funerali si sarebbero svolti prima di quelli di zio Chester.
La cerimonia funebre si teneva in una piccola comunità alla periferia di LaBorde, e dopo essere tornati a casa a ciondolare per un po’ indossammo i vestiti nuovi e ripartimmo sulla baracca di Leonard, senza l’aria condizionata.
Tempo di arrivare alla chiesa battista dove si teneva il funerale, ed eravamo coperti di sudore come porci nei nostri vestiti nuovi. Con l’aria calda che mi soffiava addosso, pareva che i miei capelli fossero pettinati alla porcospino, mentre il mio aspetto generale era quello di uno che ha fatto a cazzotti e ha perso.
Scesi dall’automobile e Leonard mi raggiunse e disse: – Hai ancora il fottuto cartellino del prezzo.
Alzai un braccio, ed eccolo lí il cartellino. Pendeva da una manica della giacca. Mi sentii un cafone. Leonard tirò fuori il suo coltello da tasca, tagliò il filo del cartellino ed entrammo in chiesa.
Sfilammo in parata davanti alla cassa aperta, e ovviamente zio Chester non si era perso l’occasione di fare l’ospite d’onore. Era un figlio di puttana molto molto brutto, e da vivo non doveva essere stato poi tanto meglio. Non era molto alto, però era largo, e il fatto di essere morto da un paio di giorni prima che lo trovassero non lo aiutava affatto a diventare una bellezza. Quelli delle pompe funebri erano solo riusciti a renderlo vagamente simile a una bambola di pezza stragonfia.
Dopo gli elogi funebri e le preghiere e gli inni e la gente che si buttava sulla cassa a piangere, che lo volesse o no, ci spostammo a un piccolo cimitero in un boschetto e la cassa venne estratta da un vecchio carro funebre nero. Sul parafango posteriore c’era un adesivo con la scritta dio ha fatto tombola.
Sotto un tendone a strisce, col vento caldo che ci soffiava addosso, ci ritrovammo davanti a una fossa aperta, e la cerimonia continuò. Tutta quanta la faccenda aveva una vaga aria di teatralità.
L’unico a parere veramente sconvolto era Leonard. Non parlava, ed è troppo macho per piangere in pubblico, ma io lo conosco. Vedevo che gli tremavano le mani, la piega della bocca, gli occhi velati.
– È un posto abbastanza carino per farsi seppellire, – gli sussurrai.
– Quando sei morto, sei morto, – disse Leonard. – Me lo hai detto tu. È una cosa che tende a farti perdere sensibilità per l’ambiente.
– Giusto. Zio Chester vada a farsi fottere. Parliamo di moda. Avrai notato che qui l’unico a somigliare a un Roy Rogers nero e frocio sei tu.
Questo gli strappò un sorriso.
Nel corso della generica maratona verbale del prete a beneficio di zio Chester, io passai un po’ di tempo a guardare una bella nera in abito scuro, corto e aderente, che stava vicino a noi. Anche lei, come Leonard, era tra i pochi che non si stessero dando da fare per l’Oscar. Non sembrava particolarmente triste, però era solenne. Ogni tanto si girava a guardare Leonard. Io non capivo se lui se ne fosse accorto. Un eterosessuale avrebbe capito subito se nell’atteggiamento della donna ci fosse o no qualcosa di romantico. È automatico. L’uccello di un eterosessuale, a prescindere dalle coordinate culturali e sociali del suo proprietario, si accorge di una bella donna, e punta sempre sul vero nord. O forse sul sud, adesso che ci penso.
Il prete finí una preghiera leggermente piú lunga dell’edizione completa dell’Enciclopedia Britannica e fece segno di abbassare la cassa.
Un tizio alto e magro, con la mano sul congegno che abbassa la cassa, tirò una leva e la bara cominciò a scendere, oscillò, si raddrizzò. Qualcuno del pubblico emise un gemito e si zittí. Una donna di fronte a me, con un cappello dotato di tutto tranne la frutta fresca e una matassa di filo spinato, tremò e ululò un gemito e sventolò un fazzoletto.
Un attimo dopo era tutto finito, a parte il lavoro dei becchini che dovevano buttare terra nella fossa.
Ci furono un po’ di strette di mano e chiacchiere, e quasi tutti andarono da Leonard a dirgli quanto fossero dispiaciuti, e mi guardarono con la coda dell’occhio, insospettiti perché io sono bianco, o forse perché presumevano che fossi l’amante di Leonard. Era già abbastanza brutto avere un parente o conoscente finocchio, ma merda, quello addirittura si scopava un bianco.
Fummo invitati, senza grande entusiasmo, a una riunione di parenti e amici, ma Leonard rifiutò, e la folla si disperse. La bella donna con l’abito scuro si avvicinò e sorrise a Leonard e gli strinse la mano e gli disse che le spiaceva.
– Sono Florida Grange. Ero l’avvocato di suo zio, signor Pine, – disse. – Credo, anzi, di esserlo ancora. Lei è nel testamento. Ufficializzeremo le cose se verrà domani al mio studio. Eccole il mio biglietto da visita. E questa è la chiave della casa di suo zio. Le spettano la casa e un po’ di soldi.
Leonard prese chiave e biglietto da visita e restò lí con un’aria stupefatta. Io dissi: – Salve, signorina Grange. Io sono Hap Collins.
– Salve, – disse lei, e mi strinse la mano.
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– Conosceva bene mio zio? – chiese Leonard.
– No. Non bene, – disse Florida Grange, e se ne andò, e ce ne andammo pure noi.
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3.
La casa di zio Chester sorgeva nella parte di LaBorde che qualcuno chiama zona nera della città, qualcun altro città dei negri, e tutti gli altri chiamano East Side.
Era una zona in rovina che dieci anni prima era stata in condizioni piuttosto buone perché si trovava ai confini della comunità bianca, prima che la comunità bianca si trasferisse piú a ovest e la manutenzione delle strade del posto venisse abbandonata a favore di altre vie dove stanno i veri soldi e il vero potere, nei quartieri dei visi pallidi col portafoglio grasso.
Percorrendo Comanche Street, rimbalzammo su buche talmente profonde che un paracadute non ci sarebbe stato proprio per niente male, e Leonard svoltò in un sentiero d’accesso foderato di ghiaia e di un accumulo di parecchi giorni di quotidiani.
La casa in fondo al sentiero era a un solo piano, però grande, e un tempo graziosa. Adesso la vernice si scrostava dai muri, e il tetto era stato riparato alla meglio con latta e catrame. I pezzi di latta intercettavano la luce del sole e risputavano raggi caldi, riflettendoli sui mattoni mezzo sbriciolati di un camino e sui rami di una grande quercia protesa su un lato del tetto. La quercia graffiava il tetto, proiettando un po’ d’ombra sul cortile sottostante. Altri pezzi di latta attorno alla base della casa servivano a coprire l’intercapedine tra il terreno e le prime assi della piattaforma.
Un palo alto tre metri, coperto di glicine, era piantato nel terreno sull’altro lato della casa, e dal palo spuntavano lunghi chiodi, e sui chiodi erano infilate bottiglie di birra e di bibite varie, e, a occhio e croce, molte delle bottiglie erano state frantumate da colpi di pistola o da sassi e clave. Alla base del palo, il vetro era ammucchiato come bigiotteria smessa.
Avevo visto un affare del genere anni prima, nel cortile di un vecchio falegname nero. Non sapevo cosa fosse all’epoca, e non lo sapevo nemmeno adesso. L’unico nome che mi veniva in mente era albero bottiglia.
Davanti alla lunga veranda, qualche siepe cresceva alla selvaggia, tipo certi tagli di capelli alla afro vecchio stile, e in mezzo alle siepi scalini in pietra...