Zona disagio
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Zona disagio

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Dopo aver creato una delle famiglie piú famose d'America, i Lambert delle Correzioni, Jonathan Franzen mette in scena la famiglia Franzen. Lo fa in un'autobiografia che diverte, commuove e brilla d'intelligenza.
A quarant'anni, poco dopo la morte della madre, Jonathan Franzen ritorna a Webster Groves, il tranquillo sobborgo di St Louis dov'è cresciuto. I due fratelli maggiori l'hanno incaricato di cercare un agente immobiliare per vendere la vecchia casa di famiglia. Appena entra nelle stanze in cui ha trascorso infanzia e adolescenza, Franzen si sente un «conquistatore che bruciava le chiese e fracassava le icone del nemico». E il nemico è la famiglia. Ma questo è solo il primo impatto, perché il suo atteggiamento rivela subito un'intenzione diversa e piú profonda. Se decide di entrare nella «zona disagio» che è il proprio passato, Franzen lo fa per prolungare il gesto del padre, che ogni sera muoveva il termostato del riscaldamento di casa verso la «zona benessere». In lui l'ironia è sempre accompagnata da un movimento contrario di indulgenza e innesco emotivo.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806193119
eBook ISBN
9788858402764

La lingua straniera

Man wird mich schwer davon überzeugen, daß die Geschichte des verlorenen Sohnes nicht die Legende dessen ist, der nicht geliebt werden wollte 1.
RILKE, I quaderni di Malte Laurids Brigge
Rotwerden, Herzklopfen, ein schlechtes Gewissen: das kommt davon, wenn man nicht gesündigt hat 2.
KARL KRAUS
Venni introdotto alla lingua tedesca da una ragazza bionda, Elisabeth, che nessuna parola meno enfatica di «voluttuosa» potrebbe descrivere adeguatamente. Era l’estate del mio decimo compleanno, e dovevo sederle accanto sul divanetto della veranda e leggere a voce alta da un testo elementare in tedesco – un libro poco invitante sulla vita domestica in Germania, con un antiquato carattere gotico e spaventose incisioni, preso in prestito dalla biblioteca del quartiere – mentre lei si chinava su di me, tenendomi il libro aperto in grembo e indicando le parole che avevo pronunciato male. Aveva diciannove anni, portava gonne straordinariamente corte e magliette straordinariamente aderenti, e l’obnubilante vicinanza dei suoi seni e la grande estensione australe delle sue gambe nude mi riuscivano insopportabili. Seduto accanto a lei, mi sentivo un claustrofobo dentro un ascensore affollato, una persona con una grave sindrome delle gambe senza riposo, un paziente sottoposto a trapanazione prolungata nello studio del dentista. Le sue parole, proprio perché prodotte dalle sue labbra e dalla sua bocca, erano portatrici di un’intimità imbarazzante, e la stessa lingua tedesca, in confronto all’inglese, sembrava umida, uscita da una gola profonda. (Com’era casto il nostro «bad», e com’era carnale il loro «schlecht»). Mi allontanavo, ma lei tornava ad avvicinarsi; mi spostavo a poco a poco lungo il divanetto, ma lei mi veniva dietro. Il mio disagio era cosí profondo che non riuscivo a concentrarmi neppure per un minuto, e quello era il mio unico conforto: di solito, durante quei pomeriggi, lei perdeva rapidamente la pazienza.
Elisabeth era la sorella minore della moglie del produttore di attrezzature ferroviarie austriaco che mio padre aveva aiutato a entrare nel mercato americano. Era venuta da Vienna, su invito dei miei genitori, per fare pratica con l’inglese e vivere a contatto con una famiglia americana; nutriva inoltre la segreta speranza di esplorare le nuove libertà che in Europa si diceva stessero dilagando nel nostro paese. Quelle nuove libertà, purtroppo, non erano accessibili in casa nostra. Elisabeth venne alloggiata nella stanza lasciata libera da mio fratello Bob, affacciata su un sudicio cortile di cemento dove Speckles, il cane da caccia pezzato dei vicini, abbaiava tutto il pomeriggio. Mia madre era costantemente al suo fianco, la portava a pranzo con le amiche, allo zoo di St Louis, allo Shaw’s Garden, al Gateway Arch, al Muny Opera e alla casa di Tom Sawyer, su a Hannibal. Come diversivo da quelle amorevoli cure, Elisabeth aveva solo la compagnia di un ragazzino di dieci anni, a sua volta afflitto da mancanza di libertà.
Un pomeriggio, sulla veranda, Elisabeth mi accusò di non voler imparare. Quando negai, lei ribatté: «Allora perché ti giri sempre a guardar fuori? C’è qualcosa laggiú che io non vedo?» Non potevo risponderle. Non avevo mai collegato consciamente il suo corpo con il mio disagio – mai formulato nella mia testa parole come «seno», «coscia» o «sconcio», mai associato la sua presenza da schianto alle chiacchiere che ultimamente avevo cominciato a sentire nel cortile della scuola («Andiamo a Tettysburgh in poppiera per correre al capezzolo di una zinna malata…») Sapevo solo che mi faceva sentire in un modo che non mi piaceva, e che tutto questo per lei era frustrante: mi stava rendendo un cattivo studente, e io la stavo rendendo una cattiva insegnante. Nessuno dei due poteva essere piú lontano da ciò che l’altro desiderava. Alla fine dell’estate, dopo la partenza di Elisabeth, non spiccicavo una parola di tedesco.
A Chicago, dove sono nato, la nostra casa confinava da un lato con quella di Floyd e Dorothy Nutt. Dall’altro lato c’era una coppia anziana, che aveva un nipote di nome Russie Toates. La prima occasione di divertimento della mia vita, a quanto ricordo, mi vide indossare un nuovo paio di stivali di gomma rossi e, istigato da Russie, che aveva uno o due anni piú di me, calpestare un enorme cumulo di cacca di cane color marrone-arancio, scivolandoci sopra e prendendola a calci. Il divertimento fu memorabile perché seguito da una punizione immediata e severa.
Avevo da poco compiuto cinque anni quando ci trasferimmo a Webster Groves. Il mattino del primo giorno d’asilo, mia madre mi fece sedere e mi spiegò perché era importante che smettessi di succhiarmi il pollice, e io afferrai perfettamente il concetto e non infilai mai piú il pollice in bocca, anche se poi fumai sigarette per vent’anni. La prima cosa che il mio amico Manley mi sentí dire all’asilo fu la risposta a qualcuno che mi aveva invitato a partecipare a un gioco. – Preferirei non giocare, – dissi.
Quando avevo otto o nove anni, commisi una trasgressione che per buona parte della mia vita mi sembrò la cosa piú vergognosa che avessi mai fatto. Una domenica, dopo aver ottenuto il permesso di uscire di casa dopo cena, e non avendo trovato nessuno con cui giocare, bighellonai fino alla casa accanto alla nostra. I vicini stavano ancora cenando, ma vidi le loro due figlie, una un po’ piú grande e l’altra un po’ piú piccola di me, che giocavano in soggiorno mentre aspettavano il dolce. Le due bambine mi adocchiarono, andarono a piazzarsi davanti alle tende scostate e si misero a guardarmi attraverso la finestra e la controfinestra. Non potevano sentirmi, ma io volevo intrattenerle, e cosí cominciai a ballare, saltellare, piroettare, mimare e fare smorfie buffe. Loro si godevano lo spettacolo. Mi incitarono ad assumere pose sempre piú estreme e ridicole, e per un po’ continuai a divertirle, ma a un certo punto percepii un calo di attenzione, e non mi venne in mente nessuna nuova stramberia che superasse le altre, e inoltre non potevo sopportare di perdere la loro attenzione, e cosí, d’impulso – ero completamente su di giri –, mi tirai giú i pantaloni.
Le due bambine si coprirono la bocca con le mani in un allegro gesto di finto orrore. Capii subito di aver fatto una cosa orribile. Tirai su i pantaloni e corsi giú per la collina, oltre casa nostra, fino a un’isola spartitraffico erbosa dove potei nascondermi fra le querce e superare la prima e peggiore ondata di vergogna. Negli anni e decenni successivi, ripensandoci, mi sembrò che perfino allora, a distanza di pochi minuti dal mio gesto, mentre sedevo sotto le querce, non riuscissi a ricordare se mi fossi tirato giú anche le mutande insieme ai pantaloni. Quel vuoto di memoria mi tormentava, e nello stesso tempo non mi interessava affatto. Mi era stato concesso – e avevo a mia volta concesso alle figlie dei vicini – di gettare un rapido sguardo sulla persona che rischiavo continuamente di diventare. Quella persona era la cosa peggiore che avessi mai visto, ed ero deciso a non lasciarla uscire mai piú.
Stranamente prive di vergogna, per contrasto, erano le ore che trascorrevo esaminando riviste sconce. Lo facevo piú che altro dopo la scuola, con il mio amico Weidman che aveva scovato alcuni «Playboy» nella camera dei genitori, ma un giorno, nel periodo delle medie, mentre ficcanasavo in un cantiere edile, entrai in possesso di una rivista tutta mia. Si intitolava «Rogue», e i precedenti proprietari avevano strappato via la maggior parte delle foto. L’unico servizio fotografico rimasto ritraeva «un’orgia di cibo lesbica», che consisteva di banane, torta al cioccolato, grandi quantità di panna montata e quattro tristi ragazze dai capelli flosci in pose cosí palesemente fasulle che perfino io, un tredicenne di Webster Groves, capii che il concetto di «orgia di cibo lesbica» non mi sarebbe mai tornato utile.
E comunque le foto, anche quelle piú efficaci delle riviste di Weidman, erano un po’ troppo per me. Quello che mi piaceva di «Rogue» erano le storie. Ce n’era una artistica, con dialoghi notevoli, su una ragazza liberata di nome Little Charlie che cerca di convincere l’amico Chris a donarle la propria verginità; in un affascinante scambio di battute, Chris dichiara (sarcasticamente?) di volersi conservare per la madre, e Little Charlie lo rimprovera: «Charlie, che idea morbosa». Un’altra storia, intitolata Stupro alla rovescia, aveva come protagonisti due autostoppiste, una pistola, un devoto padre di famiglia, una stanza di motel e una messe di frasi indimenticabili, tra cui «facciamolo salire sul letto», «succhiando forsennatamente», e «Vuoi sempre rimanere fedele alla tua mogliettina?, lo scherní lei». La mia storia preferita era un classico del genere: una hostess, Miss Trudy Lazlo, si china su un passeggero di prima classe di nome Dwight offrendogli «una bella veduta delle sue tette bianche e burrose», e lui lo interpreta correttamente come un invito a incontrarla nel bagno della prima classe per fare sesso in svariate posizioni che non riuscivo a raffigurarmi con esattezza; la storia si conclude, a sorpresa, con il pilota del jet che indica una nicchia chiusa da una tenda «con un piccolo materasso, sul retro della cabina», dove Trudy si sdraia stancamente per soddisfare anche lui. Non ero ancora ormonalmente equipaggiato per scaricare tutta quell’eccitazione, ma l’oscenità di «Rogue», la sua assoluta incompatibilità con i miei genitori, che mi consideravano il loro bambino innocente, mi procuravano una gioia piú intensa di qualunque libro avessi mai letto.
Una volta io e Weidman falsificammo la firma delle rispettive madri per poter uscire di scuola a mezzogiorno e guardare il primo lancio dello Skylab. Non c’era niente di tecnologico o scientifico (eccetto, nel mio caso, gli animali) che non ci interessasse. Avevamo allestito due laboratori di chimica concorrenti, ci dilettavamo di modellismo ferroviario, accumulavamo apparecchiature elettroniche di scarto, giocavamo con i registratori a nastro, lavoravamo come assistenti di laboratorio, presentavamo progetti congiunti alle fiere della scienza, seguivamo le lezioni al Planetario, scrivevamo programmi BASIC per il terminale remoto della scuola, costruivamo «razzi a carburante liquido» straordinariamente infiammabili con provette, tappi di gomma e benzene. Io, per conto mio, mi abbonai a «Scientific American», divenni un collezionista di rocce e minerali e un esperto di licheni, coltivai piante tropicali a partire dai semi della frutta, sezionai oggetti con il microtomo e li analizzai al microscopio, effettuai esperimenti di fisica casalinghi con molle e pendoli e lessi tutte le opere di divulgazione scientifica di Isaac Asimov, una dopo l’altra, in tre settimane. Il mio primo eroe fu Thomas Edison, la cui vita adulta era consistita interamente di tempo libero. Il mio primo traguardo professionale dichiarato fu «inventore». E cosí i miei genitori immaginarono, comprensibilmente, che sarei diventato una specie di scienziato. Chiesero a Bob, che studiava medicina, quale lingua straniera dovesse scegliere alle superiori uno scienziato in erba, e lui rispose inequivocabilmente: il tedesco.
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Quando avevo sette anni, andai con i miei genitori a trovare Bob alla University of Kansas. La sua stanza si trovava a Ellsworth Hall, un edificio altissimo e brulicante di studenti, con un’illuminazione violenta e un penetrante odore di spogliatoio. Seguendo i miei genitori in camera di Bob, vidi il paginone sulla parete proprio mentre mia madre strillava, con rabbia e disgusto: «Bob! Bob! Oh! Ugh! Non posso credere che hai appeso quella roba alla parete!» Anche a prescindere dal giudizio di mia madre, che avevo imparato a temere grandemente, la bocca e le areole rosso sangue della pin-up mi avrebbero colpito per la loro violenza. Era come se l’avessero fotografata appena uscita, scarna, sanguinante e dissoluta, da un terribile incidente causato dalla sua stessa follia. Ero spaventato e offeso da ciò che quella ragazza mi stava infliggendo, e da ciò che Bob stava infliggendo ai nostri genitori. «Jon non può stare in questa stanza», dichiarò mia madre, spingendomi verso la porta. Una volta usciti, mi disse di non capire affatto Bob.
Dopo quell’episodio, Bob divenne piú prudente. Tre anni dopo, quando tornammo per la sua laurea, aveva appiccicato un bikini di carta sopra la pin-up del momento, che in ogni caso mi sembrò cordiale, graziosa e un po’ hippy: mi piaceva. Bob arrivò perfino a crogiolarsi nell’approvazione materna procuratagli dalla sua decisione di tornare a St Louis per specializzarsi in medicina. Se anche usciva con delle ragazze, non ebbi mai il piacere di incontrarle. Una domenica sera, tuttavia, invitò a cena un compagno di facoltà, che raccontò una storia nella quale a un certo punto lui e la sua ragazza si trovavano a letto insieme. Notai a malapena quel dettaglio, ma quando Bob uscí, mia madre mi forní subito la sua opinione. «Non so se volesse mettersi in mostra, scandalizzarci o fare il sofisticato, – disse, – ma se è vero che coabita con la sua ragazza, allora sappi che lo considero una persona immorale, e che sono molto delusa dal fatto che Bob gli sia amico, perché disapprovo categoricamente quello stile di vita».
Lo stesso stile di vita era stato adottato da mio fratello Tom. Dopo l’aspra lite con mio padre era andato a studiare cinema alla Rice University, e ora viveva nei bassifondi di Houston con i suoi amici artisti. Ero in seconda superiore quando portò a casa per Natale una di costoro, una donna snella dai capelli scuri di nome Lulu. Ogni volta che la guardavo rimanevo senza fiato, tanto era vicina all’ideale di erotismo disinvolto della metà degli anni Settanta. Mi arrovellai sulla scelta del libro da regalarle a Natale per farla sentire bene accetta in famiglia. Nel frattempo, mia madre era resa quasi psicotica dall’odio. «“Lulu”? “Lulu”? Che razza di persona può chiamarsi Lulu?» Scoppiò in una risatina stridente. «Quando ero giovane io, lulu voleva dire matto! Lo sapevi? I pazzi, gli squinternati, li chiamavamo lulu
L’anno dopo Bob e Tom vivevano entrambi a Chicago, e quando andai a trovarli per il fine settimana, mia madre mi proibí di stare nell’appartamento di Tom, dove abitava anche Lulu. Tom studiava cinema all’Art Institute, girando austeri cortometraggi non narrativi con titoli come Paesaggio fluviale di Chicago, e mia madre intuiva, giustamente, che la sua influenza su di me aveva raggiunto livelli malsani. Quando Tom si fece beffe di Cat Stevens, io eliminai Cat Stevens dalla mia vita. Quando Tom mi regalò i suoi LP dei Grateful Dead, i Dead divennero il mio gruppo preferito, e quando si tagliò i capelli e passò ai Roxy Music, ai Talking Heads e ai DEVO, mi tagliai i capelli e lo seguii. Vedendo che comprava i vestiti da Amvets 3, cominciai a fare acquisti nei negozi dell’usato. Siccome Tom viveva in città, anch’io volevo vivere in città; siccome si faceva lo yogurt con il latte ricostituito, anch’io volevo farmi lo yogurt con il latte ricostituito; siccome prendeva appunti su un quaderno ad anelli da 15 x 22 centimetri, comprai un quaderno ad anelli da 15 x 22 centimetri e lo usai come diario; siccome girava film sulle rovine industriali, comprai una macchina fotografica e fotografai rovine industriali; siccome viveva alla giornata, facendo lavori di falegnameria e ristrutturando appartamenti con materiali di recupero, anch’io volevo vivere in quel modo. Le dee disperatamente irraggiungibili della mia tarda adolescenza erano le studentesse d’arte che orbitavano intorno a Tom, con i loro abiti usati e le loro pettinature punk.
Il tedesco delle superiori non aveva nulla di eccitante. Era la lingua che nessuno dei miei amici aveva scelto, e i poster turistici sbiaditi nell’aula dell’insegnante di tedesco, la signora Fares, non erano una ragione convincente per visitare la Germania o innamorarsi della sua cultura. (Questo era vero anche per le aule di francese e spagnolo. Era come se le lingue moderne temessero a tal punto il disprezzo degli adolescenti da costringere persino le stanze a vestirsi in maniera prevedibile – a indossare poster della corrida, della Tour Eiffel, del castello di Neuschwanstein). Molti dei miei compagni avevano genitori o nonni tedeschi, le cui usanze («Gli piace la birra tiepida») e tradizioni («A Natale mangiamo Lebkuchen») trovavo analogamente insignificanti. La lingua, tuttavia, era un gioco da ragazzi. Si trattava semplicemente di memorizzare matrici quattro per quattro di desinenze aggettivali, e di seguire le regole. Era tutta una questione di grammatica, e la grammatica era la cosa che mi riusciva meglio. Solo il problema del genere, l’apparente arbitrarietà con cui si diceva il cucchiaio, la forchetta e il coltello 4, mi lasciava sbalordito.
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Mentre il barbuto Mutton e i suoi seguaci maschi riconfermavano il vecchio sistema patriarcale, la Comunità ci insegnava a mettere in dubbio le nostre opinioni sui ruoli di genere. I ragazzi venivano lodati e premiati quando piangevano, le ragazze quando si arrabbiavano e imprecavano. Il «gruppo femminile» della Comunità che si riuniva una volta alla settimana divenne cosí popolare che fu necessario dividerlo in due. Un’assistente donna invitò le ragazze nel suo appartamento e tenne loro lezioni esplicite su come fare sesso senza rimanere incinte. Un’altra assistente sfidò il sistema patriarcale con tanta insistenza che quando chiese a Chip Jahn di parlare dei suoi sentimenti, lui le rispose che aveva voglia di trascinarla fuori nel parcheggio e riempirla di botte. Per promuovere la parità, due assistenti maschi tentarono di formare un gruppo di ragazzi, ma gli unici che entrarono a farne parte erano quelli, già sensibilizzati, che avrebbero voluto appartenere al gruppo femminile.
Essere donna mi sembrava piú «in» che essere uomo. Dalla popolarità dei gruppi di sostegno settimanali, dedussi che le donne erano state veramente oppresse e che quindi noi uomini dovevamo rispettarle, essere affettuosi e incoraggianti, e soddisfare i loro desideri. Se eri un uomo, era particolarmente importante che scrutassi a fondo nel tuo cuore per accertarti di non considerare la donna amata come un oggetto. Se anche solo una minuscola parte di te la usava come oggetto sessuale, oppure la metteva su un piedistal...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Casa in vendita
  5. Due pony
  6. E la gioia trionferà
  7. Posizione centrale
  8. La lingua straniera
  9. Il mio problema ornitologico
  10. Ringraziamenti
  11. Indice