I sogni dei ricchi, e i sogni dei poveri… non coincidono mai, vero?
Vede, i poveri sognano per tutta la vita di avere abbastanza da mangiare e somigliare ai ricchi. E i ricchi cosa sognano?
Di perdere peso e di somigliare ai poveri.
Ogni sera il perimetro intorno al Buckingham Towers B Block si trasforma in una palestra a cielo aperto. Uomini grassocci e panciuti e donne ancora piú grassocce e panciute, con grossi aloni di sudore sotto le ascelle, fanno la loro «passeggiata» serale.
Vede, con tutte le feste a notte fonda, tutte le bevute e le abbuffate, a Delhi i ricchi tendono a ingrassare. Perciò camminano per perdere peso.
Ora, dove dovrebbe camminare un essere umano? All’aperto, lungo un fiume, in un parco, in una foresta.
Ma con il consueto talento per la pianificazione urbanistica, i ricchi di Delhi hanno costruito questa parte di Gurgaon senza parchi, prati o giardini; ci sono solo palazzi, centri commerciali, alberghi e ancora palazzi. Fuori c’è un marciapiede, ma lí ci vivono i poveri. Perciò, se vuoi fare una «passeggiata», devi farla nel perimetro di cemento del tuo stesso palazzo.
Ora, per la loro passeggiata intorno al condominio, i ciccioni posizionavano i loro magri servi – perlopiú autisti – in vari punti lungo il circuito con in mano bottiglie d’acqua minerale e asciugamani puliti. Ogni volta che completavano un giro intorno all’edificio, si fermavano accanto al loro uomo, abbrancavano la bottiglia e ingollavano l’acqua, abbrancavano l’asciugamano e si tamponavano il sudore, e via per il secondo giro.
Labbra-vitiligine era in piedi su un angolo del perimetro con la bottiglia e l’asciugamano sudaticcio del suo padrone. Ogni pochi minuti si voltava verso di me con un luccichio negli occhi: il suo capo, l’uomo dell’acciaio, che fino a due settimane prima era calvo, adesso esibiva una folta capigliatura nera, un dispendioso parrucchino comprato niente meno che in Inghilterra. Il parrucchino era diventato il principale argomento di discussione nel circolo delle scimmie: gli altri autisti avevano offerto a Labbra-vitiligine dieci rupie perché ricorresse al vecchio trucco di inchiodare all’improvviso, o passare a tutta velocità sopra una buca, in modo da far saltar via almeno una volta il parrucchino al padrone.
Ogni sera il circolo delle scimmie condivideva e dissezionava i segreti dei padroni, ma se avessero tirato fuori la questione del divorzio, sapevano di doversela vedere con me. Non permettevo a nessuno di intromettersi nella privacy di Mr Ashok.
Io stavo a due o tre metri da Labbra-vitiligine, con in mano la bottiglia d’acqua minerale e sulla spalla l’asciugamano macchiato di sudore del mio padrone.
Mr Ashok stava per completare il suo circuito, fiutavo il suo sudore in avvicinamento. Per lui era il terzo giro. Prese la bottiglia, la scolò, si tamponò la faccia con l’asciugamano e me lo posò di nuovo sulla spalla.
– Per oggi basta. Porta su l’asciugamano e la bottiglia, Balram.
– Sissignore, – dissi, e lo guardai entrare nel condominio. Faceva la sua passeggiata una o due volte alla settimana, ma evidentemente non bastava a bilanciare le notti di bagordi: la grossa pancia sudaticcia premeva contro la T-shirt bianca. Era ripugnante in quel periodo.
Feci un cenno a Labbra-vitiligine e scesi nel parcheggio.
Dieci minuti dopo sentii l’odore dell’uomo dell’acciaio e udii dei passi. Labbra-vitiligine era sceso. Lo chiamai alla Honda City, era l’unico posto al mondo dove mi sentissi ancora al sicuro.
– Che c’è, Topo-di-campagna? Vuoi un altro numero della rivista?
– No. Non si tratta di questo.
Mi accovacciai accanto a una gomma della City. Grattai i solchi del copertone con un’unghia. Si accovacciò anche lui.
Gli mostrai il capello dorato – lo tenevo legato intorno al polso, come un pegno d’amore. Lui si portò al naso il mio polso, strofinò il capello fra le dita, lo annusò, poi lasciò andare il polso.
– Non c’è problema. – Mi fece l’occhiolino. – Te l’avevo detto che il tuo padrone si sarebbe sentito solo.
– Non azzardarti a nominarlo! – Gli saltai al collo. Lui si divincolò.
– Sei pazzo? Mi vuoi strangolare?
Grattai di nuovo i solchi del copertone. – Quanto costerà?
– Alta classe o classe bassa? Vergine o non vergine? Dipende.
– Non ha importanza. Deve solo avere i capelli d’oro, come nelle pubblicità dello shampoo.
– Il prezzo parte da dieci, dodicimila.
– È troppo. Non pagherà piú di quattromilasettecento.
– Seimilacinquecento, Topo-di-campagna. È il minimo. La pelle bianca va rispettata.
– Giusto.
– Quando la vuole, Topo-di-campagna?
– Te lo dirò poi. Presto. E un’altra cosa… voglio sapere un’altra cosa.
Accostai la faccia al copertone e inalai l’odore di gomma. Per farmi forza.
– In quanti modi un autista può truffare il padrone?
*
Mr Jiabao, so che in quei libri di business avvolti nel cellophane c’è sempre qualche piccola «finestra esplicativa». A questo punto della storia, per evitare di annoiarla, vorrei inserire anch’io una «finestra esplicativa» nel racconto della crescita e dello sviluppo dell’imprenditore moderno.
*
COME FA L’AUTISTA INTRAPRENDENTE A GUADAGNARE QUALCHE SPICCIOLO IN PIÙ?
- Quando il padrone non è nei paraggi, può succhiare benzina dal serbatoio con un imbuto. Poi vendere la benzina.
- Quando il padrone gli ordina di far riparare l’auto, può andare da un meccanico corrotto; il meccanico gonfierà il prezzo della riparazione e l’autista avrà una percentuale. Segue una lista di meccanici intraprendenti che aiutano gli autisti intraprendenti:
Lucky Mechanics, a Lado Serai, vicino al Qutub R.V. Repairs, a Greater Kailash Part Two Nilofar Mechanics, a Dlf Phase One, a Gurgaon - Può studiare le abitudini del padrone, e chiedersi: Il mio padrone è sbadato? Se è cosí, in che modo posso trarre beneficio dalla sua sbadataggine? Ad esempio, se il padrone lascia in macchina bottiglie vuote di liquore inglese, l’autista può vendere le bottiglie di whisky ai venditori di contrabbando. Le bottiglie di Johnnie Walker Black sono quelle che valgono di piú.
- Se, con l’aumentare dell’esperienza e della fiducia in se stesso, è pronto a tentare qualcosa di piú rischioso, può occasionalmente trasformare l’auto del padrone in un taxi. Il tratto di strada fra Gurgaon e Delhi è adattissimo; un sacco di Romei vanno a trovare le loro Giuliette che lavorano nei call center. Quando l’autista intraprendente è sicuro che il padrone non noterà l’assenza dell’auto – e che nessuno degli amici ricchi del padrone sarà in giro per strada a quell’ora – può passare il tempo libero a raccattare, trasportare e depositare da qualche parte dei clienti paganti.
*
Quella notte restai nella mia stanza disteso sotto la zanzariera con la lampadina accesa, e osservai gli scarafaggi che strisciavano sulla rete, con le antenne vibranti come i miei nervi tesi. Restai disteso, troppo agitato per allungare una mano e schiacciarli. Uno scarafaggio volò giú e atterrò proprio sopra la mia testa.
«Avresti dovuto chiedere dei soldi quando ti hanno fatto firmare quella cosa. Abbastanza soldi da andare a letto con venti ragazze bianche». Volò via. Ne atterrò un altro nello stesso punto.
«Venti?»
«Cento. Duecento. Trecento, mille, diecimila puttane con i capelli d’oro. E non sarebbe bastato. Neanche per idea».
Nelle due settimane successive, feci cose che ancora mi vergogno di confessare. Truffai il mio datore di lavoro. Rivendetti la sua benzina, portai l’auto da un meccanico corrotto che gli fece pagare un lavoro non necessario, e per tre volte, mentre tornavo in macchina al Buckingham B, presi un passeggero pagante.
Per quanto possa sembrare strano, ogni volta che guardavo i soldi che avevo guadagnato truffandolo non mi sentivo in colpa. Cosa provavo?
Rabbia.
Piú lo derubavo, piú capivo quanto lui avesse derubato me.
Per tornare all’analogia usata in precedenza per descriverle la politica indiana, finalmente stavo mettendo pancia.
Poi, una domenica pomeriggio, quando Mr Ashok mi disse che quel giorno non avrebbe piú avuto bisogno di me, per farmi coraggio ingollai due bicchieroni di whisky e andai nel dormitorio dei servi. Labbra-vitiligine e gli altri autisti giocavano a carte seduti sotto il poster di un’attrice del cinema: ogni volta che il suo padrone «trombava» un’attrice, lui appendeva il poster di quell’attrice alla parete.
– Be’, di’ quel che ti pare, ma questi buffoni non vinceranno anche le prossime elezioni.
Alzò gli occhi e mi guardò.
– Guardate chi c’è. Il guru dello yoga ci degna di una visita. Benvenuto, egregio signore.
Mi mostrarono i denti. E io li mostrai a loro.
– Stavamo parlando delle prossime elezioni, Topo-di-campagna. Sai, qui non è come nelle Tenebre. Le elezioni non sono truccate. Andrai a votare stavolta?
Gli feci cenno di avvicinarsi.
Lui scosse la testa. – Dopo, Topo-di-campagna, mi sto divertendo troppo a parlare delle elezioni.
Sventolai la busta marrone. Lui abbassò subito...