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John Berger
Il tempo dei cosmonauti
Se potessimo dare un nome a tutto ciò che accade, non ci sarebbe bisogno di storie. Il fatto è che da queste parti la vita supera il nostro vocabolario. Ci manca una parola e cosí si deve raccontare tutta la storia. Che rapporto c’era, ad esempio, tra il vecchio pastore Marius e il piccolo che Danielle portava in grembo quando lasciò il villaggio? Era il padrino del bimbo? Ne dubito.
La storia cominciò e finí nell’estate del 1982, lassú nell’alpeggio, che chiamiamo Peniel. C’è chi dice di sapere che il nome Peniel viene dalla Bibbia. Genesi. Capitolo 32. Ma se lo leggete, non scoprirete che cosa accadde davvero tra Marius e Danielle.
Peniel è un altopiano a 1600 metri d’altitudine. Un ciglio dell’altopiano domina, da una colossale parete rocciosa, il villaggio sottostante. Da lí, quando i temporali si accompagnano al sole, si può guardare verso valle dall’alto di un arcobaleno – come se fosse l’arco di un ponte ai vostri piedi. La parete rocciosa è fatta per lo piú di pietra calcarea, qua e là mescolata ad arenaria. I rimanenti bordi dell’altopiano si perdono nelle montagne alle loro spalle.
Un tempo, su questo altopiano, c’era una foresta e alcuni giganteschi tronchi d’albero si conservano ancora al di sotto di uno strato d’argilla, sotto il terriccio su cui crescono i pascoli. Dove questa argilla e l’antica foresta sono piú prossimi alla superficie, la terra è grassa e umida, e sulle rocce cresce un muschio verde cupo che, a toccarlo o a sedercisi sopra, sembra pelliccia. Ecco perché le rocce diventano come animali.
Alcuni anni fa, quando il russo, Gagarin, il primo uomo nello spazio, stava circumnavigando la terra, ciascuna delle venti baite sparse sul Peniel ospitava, d’estate, bestiame e donne e uomini. Cosí tanto bestiame che l’erba bastava appena. La durata del pascolo era, di comune accordo, limitata. Ti alzavi alle tre per la mungitura e, non appena faceva giorno, portavi al pascolo le vacche. Alle dieci, quando il sole cominciava a salire alto nel cielo, le riportavi a casa e facevi il formaggio. Nella stalla davi loro l’erba che avevi falciato a mezzogiorno. Dopo pranzo facevi la siesta. Alle quattro tornavi a mungere, e solo allora riaccompagnavi le vacche al pascolo e rimanevi con loro finché non riuscivi piú a distinguere gli alberi, ma solo la foresta. Allora le riportavi a casa e, una volta che si erano sistemate sulla paglia per la notte, potevi uscire all’aperto a scrutare il cielo notturno, dove la Via Lattea aveva l’aspetto di un velo, e a cercare di individuare Gagarin a bordo del suo sputnik orbitante. Tutto questo avveniva venticinque anni fa. Durante l’estate in questione – l’estate del 1982 – solo due delle venti baite erano abitate, una da Marius e l’altra da Danielle, e c’era tanta di quell’erba che potevano lasciar pascolare i loro animali notte e giorno.
Le due baite erano separate da un passo fiancheggiato da due cime, il Saint-Pair e la Tête-de-Duet. Danielle doveva fare mezz’ora di cammino per superare il valico che portava alla baita di Marius.
– Perché i caproni mandano un odore cosí forte? – le chiese Marius la prima volta che andò a trovarlo. – Dopo un inverno di ghiaccio e neve vai nella stalla e sai che l’anno prima lí dentro c’era un caprone! I montoni non puzzano a quel modo, i tori non puzzano in quel modo, gli stalloni non puzzano a quel modo, perché i caproni sí? Il solo altro puzzo forte come quello del caprone, – proseguí Marius, – è l’odore di conceria. Quando sono tornato al villaggio, mi ci sono voluti sei mesi per togliermi dalla pelle quel tanfo. Quando sono tornato al villaggio, potevi strapparmi un pelo da qualsiasi parte del corpo – fissò Danielle con i suoi occhi fermi e scaltri per essere sicuro che capisse bene a cosa si riferiva – qualsiasi parte del corpo, annusarlo, e dire: quest’uomo ha lavorato in conceria.
– E cosa volete che sia un caprone? – replicò Danielle. – Tutti i caproni puzzano, non è cosí?
L’altra cosa – oltre al puzzo di conceria – che Marius aveva portato con sé al villaggio era il modo di indossare il cappello. Lo calzava sulle ventitre, ben calato su un occhio. Come un boss. Non come il boss di una fabbrica, ma come il boss di un’organizzazione criminale. E non se lo toglieva mai. Dormiva con il cappello in testa. Quando riportava le vacche al coperto dopo un temporale – se l’acquazzone è violento rifiutano di muoversi, abbassano la testa, dispongono il dorso a mo’ di tetto cosí che la pioggia scorra via da entrambi i lati, e aspettano – quando Marius riportava al chiuso la sua mandria dopo un temporale e il suo cappello era cosí inzuppato che persino al coperto continuava a piovere, se lo toglieva e subito ne metteva un altro.
Mettersi il cappello era per lui un gesto d’autorità, e dai trent’anni a oggi che ne aveva settanta l’autorità del gesto non era cambiata. Adesso portava il cappello come se si aspettasse obbedienza totale da trenta vacche e un cane.
– Quella là è Violette, – borbottò a Danielle, indicando con il bastone una grossa vacca marrone dagli occhi e dalle corna neri. – Sempre l’ultima a venire quando la si chiama, sempre a zonzo per conto proprio, ha un sistema tutto suo, Violette, e me la toglierò di torno in autunno!
Aveva perso il padre all’età di quattordici anni. Suo padre, che si era sposato due volte, aveva una passione per le carte. Ogni sera, in inverno, diceva: «Sauva la graisse! Togliete l’unto dal tavolo, ché si gioca a carte». E cosí aveva finito per essere conosciuto come Emilien à Sauva, e suo figlio come Marius à Sauva.
Emilien, il padre, si era lasciato dietro ben poco eccetto i debiti. La casa di famiglia era stata venduta, e Marius, che era il figlio maggiore, era andato a cercare lavoro a Parigi. Salendo per la prima volta in vita sua su un treno, aveva giurato che sarebbe tornato con il denaro necessario a saldare i debiti della famiglia e che prima o poi avrebbe avuto la mandria di vacche piú numerosa del villaggio.
– E cosí andrai a spazzare i loro camini? – gli aveva domandato il controllore.
– Mangerò la loro merda, – aveva risposto il ragazzo Marius, – se mi pagano di piú per farlo.
Ottenne quel che si era giurato. Lavorò in una conceria a Aubervilliers, un po’ a nord dell’Arco di trionfo. A trent’anni aveva estinto i debiti della famiglia. A cinquanta possedeva la mandria piú numerosa del villaggio.
– Oggi sono calme, Danielle, – proseguí lui, – calme e arrendevoli, e stanno in gruppo. Non come ieri – ieri sentivano il temporale, e l’aria era piena di formiche volanti. Correvano a coda ritta. Ieri non puoi immaginare quanto erano antipatiche. E oggi sono melliflue. Dolci come il miele, Danielle.
Era l’inizio dell’estate e il prato era pieno di fiori: asfodeli, campanule, botton d’oro, arnica, colchici, primule e fiordalisi (che si dice siano le anime dei poeti).
Danielle aveva ventitre anni. Sua madre era morta e lei viveva con il vecchio padre, che aveva cinque vacche e qualche capra. Lavorava nel magazzino di una fabbrica di mobili ma nella primavera del 1982 la fabbrica era fallita, e cosí lei si era offerta di portare gli animali del padre sui monti – alla baita dove da bambina aveva passato numerose estati con la madre.
«Dove trova il coraggio di starsene lassú da sola?», si chiedeva la gente del villaggio. Ma la verità era che lei non aveva bisogno di coraggio. Quella vita le si addiceva – il silenzio, il sole, la lenta routine quotidiana. Come capita a molte persone che sono sicure di se stesse, Danielle metteva un po’ soggezione. Ai balli del villaggio i ragazzi non facevano a pugni per farle da cavalieri nonostante danzasse bene e avesse fianchi larghi e piedi minuscoli. Non erano sicuri che avrebbe riso delle loro battute. E cosí dicevano che era lenta. In realtà, la sua cosiddetta lentezza era una forma di imperturbabilità. Aveva un viso largo – un po’ come quello delle squaw indiane – occhi scuri, spalle ampie, polsi piccoli e mani grassocce e capaci. Era facile immaginare Danielle come madre di molti bambini – salvo che lei non sembrava avere alcuna fretta di trovarsi un uomo a far loro da padre.
– Nonno! – lo stuzzicò lei, quando tornò a fargli visita di lí a qualche giorno. – Ve li tingete, vero?
– Tingere cosa?
– Settant’anni e neanche un capello bianco!
– È ereditario.
Danielle guardò altrove come se avesse improvvisamente dimenticato la sua battuta. Le rare nuvole bianche sulle cime erano il solo segno che il mondo non si era fermato.
– Mio padre aveva la stessa testa di capelli, – proseguí Marius, – spessa e nera come un agnello, quando lo hanno chiuso nella bara. Riporta Lorraine, Johnny! – gridò al cane. – Va’ a cercarla!
Il cane balzò via per recuperare la mucca che si era allontanata lungo il pendio a occidente. Nel corso delle stagioni le mucche al Peniel avevano tracciato, con le loro stesse zampe, stretti sentieri a terrazzo lungo i pendii. Si può camminare lungo uno di quei sentieri senza neanche accorgersi che da una parte il balzo sta diventando sempre piú scosceso.
– Va’ ad acchiappare Lorraine!
Marius aveva una maniera tutta sua di chiamare. I suoi richiami sembravano ordini e allo stesso tempo richieste. Ognuno trova un suo modo di far sentire la propria voce in montagna, e tutti sanno che gli animali rispondono ai suoni che somigliano a canzoni. Eppure le sue grida non erano musicali, erano una specie di urlo convulso e ogni frase finiva con il suono «su!»: «Johnny porta su! Prendi su! Su Johnny su!» Il richiamo che Marius rivolgeva al suo cane era simile al grido di chi si sveglia all’improvviso dal sonno.
– Va’ a prendere Lorraine su!
– Pericoloso, – disse. – Due anni fa Lilac è caduta in quel punto e si è rotta una zampa. Per non sprecare la carne ho dovuto fare a pezzi la carcassa con una scure e poi riportarli alla baita con una treggia. Da solo. Nessuno a darmi una mano e nessuno a vedere.
La volta successiva che Danielle andò a fargli visita fu di sera. Aveva fatto molto caldo tutto il giorno, le capre erano languide come lei. Finito di mungere, si era arrampicata fino al passo. Di là le arrivava lo scampanio della mandria di Marius, e insieme, alle sue spalle e assai piú forte, lo scampanio delle sue cinque vacche. Portava con sé una torcia elettrica nel caso ne avesse avuto bisogno al ritorno.
Marius era seduto su uno sgabello nella stalla, vuota fatta eccezione per una mucca. La guardò da sotto il cappello, gli occhi neri fissi e intenti su Danielle.
– Ce l’ho messa tutta a portarti qui, – ringhiò, – può darsi che mi serva il tuo aiuto quando verrà il momento di tirare. Conosco la mia Contessa.
Contessa, la vacca davanti a loro, aveva la coda in aria e dalla sua vulva dilatata pendevano luccicanti anelli di muco. Danielle si avvicinò alla sua testa e le sentí la temperatura tra le corna.
– Quel che le serve, – disse, – è un po’ di rugiada sul naso.
Cercò di buttarla sul ridere, perché si accorse che le mani di Marius tremavano. Quanti vitelli aveva aiutato a venire al mondo nel corso della sua vita? E adesso possedeva non una, ma trenta vacche. Perché mai era cosí nervoso? L’ultimo raggio di sole brillava tra le assicelle della parete a ovest. Quando Contessa muoveva la testa il campanaccio che portava al collo rintoccava come un animale in pena. Era afoso come se tutto il legno del pavimento, delle pareti e del tetto, tutto il legno della stalla, avesse la febbre; Danielle sapeva perché era nervoso. Per essere tanto nervosi bisogna essere uomini e uomini anziani: non era il pericolo di perdere il vitello o la mucca a preoccuparlo, era una questione di orgoglio. Come se lo stessero sottoponendo a un esame, come se dovesse superare una prova. Nessuna donna, giovane o vecchia, avrebbe sofferto altrettanto.
– La testa si è girata, – borbottò Marius spingendosi il cappello ancora piú indietro sulla fronte, – ecco perché il bastardo non viene fuori.
Per la terza o quarta volta si arrotolò la manica fino alla spalla e infilò il braccio destro nella mucca. Adesso Contessa era cosí debole che ciondolava come un ubriaco.
– Cristo santo tienila su, – gridò lui, – vuoi rompermi un braccio? Tienila su! Dio onnipotente, non è possibile! Tienila su, mi senti? Tuo padre può anche essere il mio peggiore nemico, ma tu tienila dritta sulle zampe, mi senti?
Mentre urlava rivolto a Danielle, con la mano aperta, le dita separate come sonde, quietamente, sistematicamente, cercava di individuare le spalle del vitello, quindi le anche, per poi, con una sola mano, girarle in modo che il vitello potesse imboccare il passaggio. Sudava a profusione, e cosí Danielle e Contessa. Muco, legno impregnato di un secolare odore di vacca, sudore e da qualche parte l’odore pungente di iodio dei parti.
– Ecco fatto, – grugní lui. Sfilò il braccio e quasi immediatamente apparvero i due zoccoli anteriori, derelitti come gattini annegati. Danielle tastò la fune, impaziente di farla scivolare attorno agli zoccoli e tirare, per mettere fine a un travaglio che era già durato anche troppo, e tuttavia esitò perché Marius era lí davanti, la faccia a pochi centimetri dalla fica della vacca, gli occhi sconvolti come se stesse pregando.
– Eccolo che arriva! Sta venendo –. Il vitello sgusciò malfermo ed esausto nelle braccia di Marius. Lui si versò un po’ di acquavite sulle dita e gliele ficcò in bocca per farlo succhiare. Sembrava piú morto che vivo. Lo mise accanto a Contessa, che gli leccò il muso e muggí. Il suo fu un suono acuto e penetrante. «Un suono folle», pensò Danielle. Il vitello si animò. Lei andò a prendere un po’ di paglia.
Quando tutto fu sistemato, Marius rimase a sedere sul suo sgabello, la mano destra, con la quale aveva rivoltato il vitello, ancora ben aperta e allargata, ancora intenta a disegnare nell’aria della stalla gli stessi gesti che aveva fatto dentro l’utero. La differenza era che adesso non tremava piú.
– Certo che sapete il fatto vostro, nonno!
– Non sempre...