Peyton Place (versione italiana)
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Peyton Place (versione italiana)

  1. 448 pagine
  2. Italian
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Peyton Place (versione italiana)

Informazioni su questo libro

Una piccola città del New England, negli anni Quaranta. Gente perbene, famiglie solide, religione e lavoro, educazione e rispetto reciproco. Il volto pulito del sogno americano, una facciata pronta a crollare. Violenza familiare, tradimenti, moralismo e intransigenza, le speranze e le disillusioni degli adolescenti, le sconfitte degli adulti: niente è come sembra, a Peyton Place. Un romanzo che è stato letto di nascosto, scandalizzando milioni di persone e vendendo milioni di copie, e che ha dato vita all'industria dei sequel e degli adattamenti, con due serie televisive e due film leggendari. Tra incesto, morte e passione, oscenità e pettegolezzi, Grace Metalious - «Pandora in blue jeans», come veniva chiamata - ha lasciato un'opera che è al tempo stesso pop e trash, rivoluzionaria e imprescindibile.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806183028
eBook ISBN
9788858403006
Parte prima
I.
L’estate indiana è come una donna: morbida, calda, appassionata, ma incostante. Va e viene come e quando le pare e nessuno sa se arriverà davvero né per quanto si tratterrà. Nel New England settentrionale l’estate indiana tarda un poco l’avanzare dell’inverno e porta con sé l’ultimo tepore dell’anno. È una stagione che non esiste e che vive fino al sopraggiungere dell’inverno, con la sua coorte di ghiaccio, di alberi spogli, di brina. I vecchi, ai quali i venti rigidi hanno succhiato la giovinezza, sanno che l’estate indiana è un inganno e che la si deve accogliere con sospetto e cinismo. Ma i giovani l’attendono con ansia, scrutano il cielo grigio d’autunno alla ricerca di un segno che ne annunci l’arrivo. E a volte i vecchi, pur conoscendo la verità, aspettano insieme ai giovani, con gli stanchi occhi invernali rivolti al cielo, e cercano le prime tracce dell’ingannevole dolcezza.
All’inizio d’ottobre di quell’anno, l’estate indiana arrivò in una città chiamata Peyton Place. Come una donna fascinosa e sorridente, l’estate indiana venne e si distese sulla campagna rendendola indicibilmente bella.
Il cielo era basso, di un azzurro intenso e immobile. Gli aceri, le querce e i frassini, ammantati di rosso, marrone e giallo, scintillavano nella luce calda, sotto il sole dell’estate indiana. Su tutte le colline attorno a Peyton Place le conifere parevano vecchi alti e corrucciati e rilucevano di uno splendore giallo-verde. Per le strade e sui marciapiedi della città, le foglie cadute scricchiolavano gaie sotto i passi e diffondevano un lieve profumo. Tanto dolce che soltanto i vecchi, calpestandole, pensavano alla morte e alla dissoluzione.
La città si estendeva immobile sotto il sole dell’estate indiana. In Elm Street, la strada principale, niente si muoveva. I negozianti che avevano tirato le tende di tela davanti alle loro vetrine, non si preoccupavano per la scarsità degli affari e si ritiravano nel retrobottega a sonnecchiare, sfogliare il «Peyton Place Times» o ad ascoltare la cronaca della partita di baseball. A oriente di Elm Street, oltre i sei isolati che formavano il distretto commerciale della città, si levava il campanile della Congregational Church. Svettava tra le foglie degli alberi e splendeva, candido e abbagliante, contro il cielo azzurro. Dall’altro lato della zona commerciale si ergeva un altro campanile, quello della chiesa cattolica di San Giuseppe, più risplendente perché sulla cima aveva una croce d’oro.
E Seth Buswell, proprietario del «Peyton Place Times», aveva scritto, in tono piuttosto poetico, che i due campanili chiudevano la città tra due parentesi, osservazione che aveva suscitato esplosivi commenti a Peyton Place. I cattolici non volevano avere niente da spartire con i protestanti, come i protestanti non avevano nessun desiderio di essere accomunati ai papisti. Se a Peyton Place dovevano esistere due parentesi, sarebbero state della stessa denominazione religiosa.
Seth aveva riso delle discussioni sorte in tutta la città quella settimana e, nel numero seguente, aveva definito le due chiese, due alte montagne che proteggevano la pacifica valle degli affari. Tanto i cattolici quanto i protestanti avevano esaminato accuratamente l’articolo, alla ricerca di un’eventuale intenzione sarcastica. Seth aveva riso più di prima.
Il dottor Matthew Swain, il migliore amico di Seth, borbottò:
– Montagne, eh? Direi piuttosto un paio di maledetti vulcani.
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– Soffiano fumo e lapilli, – aggiunse Seth, sempre ridendo, e versò di nuovo da bere.
Ma il dottore non rise con il suo amico. Al mondo c’erano tre cose che odiava, lo diceva spesso e in tono irato: morte, malattie veneree e religione organizzata.
– In quest’ordine, – spiegava sempre il dottore. – E la barzelletta, pulita o no, che riesca a farmi ridere di uno di questi tre argomenti, non è ancora stata inventata.
Ma in quel tiepido pomeriggio d’autunno, Seth non stava pensando alle opposte fazioni religiose; in realtà, non stava pensando a niente di particolare. Sedeva alla sua scrivania nell’ufficio al pianterreno, beveva e ascoltava la cronaca dell’incontro di baseball.
Davanti al palazzo di giustizia, un ampio edificio di pietra bianca con una cupola color verderame, alcuni vecchi sedevano sulle panchine di legno che fanno parte di ogni edificio municipale nelle piccole città americane. Gli uomini si appoggiavano alle tiepide mura del tribunale con i cappelli di feltro abbassati a proteggere gli occhi stanchi, riscaldavano le vecchie ossa al tepore dell’estate indiana. Erano immobili, come gli olmi che davano il nome alla strada.
Sotto gli alberi, i marciapiedi d’asfalto nero, sollevati in più punti dalla spinta delle radici giganti, erano deserti. L’orologio installato sulla facciata di mattoni rossi della Citizens’ National Bank, di fronte al palazzo di giustizia, suonò una volta. Erano le due e mezzo di un venerdì pomeriggio.
II.
Maple Street, che tagliava in due Elm Street a metà circa della zona commerciale, era un viale ampio, ombreggiato da alberi, che correva verso nord e verso sud, da una parte all’altra della città. All’estremità meridionale della strada, dove finiva la pavimentazione sorgevano, su un’ampia spianata, le scuole di Peyton Place. Kenny Stearns, il «tuttofare» della città, andava verso le scuole. Gli uomini seduti davanti al tribunale socchiusero gli occhi assonnati e lo guardarono passare.
– Ecco Kenny Stearns, ­– disse uno di loro. Era inutile che lo dicesse, lo avevano visto tutti... e tutti conoscevano Kenny.
– Sobrio come un giudice, per ora.
– Ma non durerà molto.
Gli uomini risero.
– Ma ci sa fare, con il suo lavoro, Kenny, – disse un vecchio che si chiamava Clayton Frazier e che dissentiva sempre con tutti, qualsiasi fosse l’argomento.
– Quando non è troppo ubriaco per lavorare.
– Mai saputo che Kenny abbia perduto un giorno di lavoro per colpa del liquore, – disse Clayton Frazier. – Nessuno a Peyton Place è in gamba come Kenny, nel suo lavoro. Ha una mano speciale.
Uno degli uomini ridacchiò. – Peccato che Kenny non abbia la stessa fortuna con sua moglie, come con le piante. Forse Kenny starebbe meglio con un picchio verde.
L’osservazione fu accolta da generali risatine d’approvazione.
– Ginny Stearns è una donnaccia e una puttana, – disse Clayton Frazier senza sorridere. – Non c’è niente da fare, quando si è sposati a una puttana nata.
– A parte il bere, – disse l’uomo che aveva parlato per primo.
L’argomento Kenny Stearns era esaurito e per un attimo nessuno parlò.
– Fa più caldo che a luglio, oggi, – disse un vecchio. – Mi suda la schiena.
– Non dura, – disse Clayton Frazier, respingendo il cappello per guardare il sole. – Ho già visto nevicare e gelare neanche dodici ore dopo una giornata come questa. Non durerà.
– Non fa neanche bene. In una giornata simile, ti vien voglia di rimettere gli abiti estivi.
– Salubre o no, io non protesto di certo, se rimane così fino al giugno prossimo.
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– Non durerà, – disse Clayton Frazier e, questa volta, le sue parole non sollevarono una discussione.
– No, – approvarono gli uomini, – non durerà.
Guardarono Kenny Stearns che svoltava in Maple Street e scompariva.
Le scuole di Peyton Place sorgevano ai due lati della strada. La scuola elementare era un grosso edificio di legno, vecchio brutto e minaccioso, ma le medie erano l’orgoglio della città: un edificio di mattoni, dalle finestre tanto ampie da prendere quasi un’intera parete, con un’aria assurda di asettica efficienza che lo faceva assomigliare più a un piccolo ospedale ben tenuto che a una scuola. La scuola elementare era nel peggiore stile vittoriano, reso ancora più orrido dalle scalette antincendio di ferro nero che zigzagavano su tutti e due i lati dell’edificio e dall’appuntita torretta sulla cima. La grossa corda gialla della campana della scuola pendeva dalla torretta e passava per il soffitto e il pavimento del secondo piano. La corda terminava all’angolo dell’atrio del primo piano, tentazione costante per molte piccole mani. La campana che scintillava come vecchio peltro al sole di ottobre era l’amore segreto di Kenny Stearns. La teneva sempre lustra e pulita. Kenny, avvicinandosi alla scuola, alzò gli occhi a guardare la torretta e annuì soddisfatto.
– Le campane del paradiso non hanno lingue più dolci della tua, – disse ad alta voce.
Kenny parlava spesso alla sua campana. Parlava anche agli edifici, e alle piante e ai prati della città che erano affidati alle sue cure.
Dalle finestre delle due scuole, aperte nel tiepido pomeriggio, usciva un mormorio lieve e l’odore delle matite temperate.
– Non dovrebbero andare a scuola in una giornata simile, – disse Kenny, fermo accanto alla siepe bassa che separava la scuola elementare dalla prima casa di Maple Street. Un caldo odore verde, l’odore dei prati e della siepe che aveva potato quella mattina, saliva tutto intorno a lui.
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– Non è giorno da far scuola, – disse Kenny e scosse le spalle con impazienza perché provava una strana emozione.
Aveva voglia di gettarsi a terra, a faccia in avanti, e di premere viso e corpo contro qualcosa di verde.
– È proprio così, – disse con tono minaccioso. – Non è giorno da far scuola.
Dalla liscia superficie della siepe appena potata, spuntava un ramoscello ribelle. Kenny lo vide e si chinò a strapparlo. Una struggente tenerezza gli nacque dentro, poi, all’improvviso, lo prese un impeto selvaggio. Afferrò un pugno di foglioline verdi e le spremette, fino a sentirle dissolversi, umide, nel palmo della mano. L’emozione lo irrigidiva e lo faceva tremare. Molto tempo prima, quando ancora gliene importava, prima di imparare a controllarsi, provava le stesse sensazioni per Ginny, sua moglie. La stessa struggente tenerezza che si dissolveva in un doloroso desiderio di spremere e possedere per mezzo della sola violenza. Kenny lasciò cadere le foglie maciullate e ripulì la mano sul grembiule ruvido.
– Cristo, vorrei bere qualcosa, – disse con fervore e si avviò verso la porta della scuola.
Mancavano cinque minuti alle tre, ora in cui andava a prendere posizione accanto alla corda della campana.
– Cristo, vorrei farmi un goccetto, come lo vorrei, – disse Kenny ad alta voce e salì gli scalini.
Parlava alla campana e aveva pronunciato le parole a voce molto alta. Le parole varcarono le finestre della classe dove insegnava la signorina Elsie Thornton. I ragazzi scoppiarono a ridere forte e le ragazzine sorrisero, ma il loro divertimento durò poco. La professoressa Thornton credeva fermamente che se ai bambini si dava un dito, si sarebbero presi tutto il braccio e di conseguenza, benché fosse venerdì e si sentisse molto stanca, ristabilì subito l’ordine.
– C’è qualcuno che desidera trascorrere con me un’altra mezz’ora, dopo la fine delle lezioni?
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Ragazzi e ragazze, tutti tra i dodici e i quattordici anni, tacquero, ma al primo rintocco della campana di Kenny, cominciarono ad agitarsi e a scalpicciare. La signorina Thornton batté sulla cattedra con la riga.
– Fate silenzio finché non vi dico che potete andare, – ordinò. – I banchi sono in ordine?
– Sì, signorina Thornton, – rispose un coro discordante.
– Potete alzarvi.
Quarantadue paia di piedi balzarono negli spazi tra i banchi. La signorina Thornton aspettò che tutte le schiene fossero dritte, tutte le teste ben alzate e tutti i piedi immobili.
– Ora potete andare, – disse e, come sempre, appena la parola le fu uscita di bocca, provò la ridicola sensazione di doversi proteggere la testa con le braccia.
In cinque secondi la classe si svuotò e la signorina Thornton sospirò. La campana suonava ancora allegramente. Kenny la suonava con strana allegria, alle tre del pomeriggio, mentre ogni mattina alle otto e mezzo riusciva a imprimerle un tono funebre.
Se pensassi di poter risolvere qualcosa, disse a se stessa la signorina Thornton, sforzandosi di rilassare i muscoli della schiena, me lo farei un goccetto.
Si raddrizzò, sorridendo lievemente e si affacciò a una delle finestre. I ragazzi se ne andavano, a gruppetti e a coppie. La signorina Thornton osservò una ragazzina che camminava sola. Era Allison MacKenzie. Appena arrivò alla zona asfaltata uscì dalla folla e s’incamminò rapidamente, tutta sola, per Maple Street.
Strana ragazza, pensò la signorina Thornton, guardando Allison che si allontanava. Soffriva spesso di malinconie, davvero strane, data la sua giovane età. Ed era anche strano che Allison non avesse una sola amica in tutta la scuola, a parte Selena Cross. Una coppia originale, quelle due: Selena con la sua scura bellezza zingaresca e gli occhi profondi e vecchi come il tempo; Allison MacKenzie, ancora paffuta, con gli occhi spalancati, innocenti e curiosi e quella bocca così sensibile. Procurati una corazza, mia cara Allison, pensò la signorina Thornton. Trovane una senza punti deboli e fessure in modo che tu possa sopravvivere ai colpi e alle frecce dell’avversa fortuna. Santo Dio, come sono stanca!
Rodney Harrington sfrecciò fuori dalla scuola e non rallentò neanche quando vide il piccolo Norman Page fermo in mezzo alla strada.
Piccolo dannato prepotente, pensò con furia selvaggia la signorina Thornton.
Disprezzava Rodney Harrington e il fatto che nessuno, e meno di tutti lo stesso Rodney, lo sospettasse faceva onore al suo carattere e alla sua abilità di insegnante. Rodney era un ragazzetto troppo grande per i suoi quattordici anni, con una massa di capelli neri e ricci e una bocca dalle labbra carnose. La signorina Thornton lo aveva sentito definire da alcune delle sue allieve più sveglie «un ragazzo adorabile» opinione che non coincideva con la sua. Alla signorina Thornton sarebbe piaciuto molto sculacciarlo a dovere. Nel suo vasto archivio di allievi, Rodney era classificato come Elemento Perturbatore n. 1.
È troppo grande per la sua età, pensò, e troppo sicuro di sé e del denaro di suo padre. Un giorno o l’altro verrà la resa dei conti.
La signorina Thornton si morse il labbro e si rimproverò. Non è che un bambino. Può darsi che migliori.
Ma conosceva Leslie Harrington, il padre di Rodney, e dubitava delle proprie parole.
Il piccolo Norman Page, investito da Rodney, cadde lungo disteso a terra e scoppiò a piangere. Non si mosse, finché Ted Carter non andò ad aiutarlo.
Il piccolo Norman Page: buffo, pensò la signorina Thornton, ma non ho mai sentito un adulto che lo nominasse senza quel prefisso. Faceva ormai parte del suo nome.
Norman sembrava costruito interamente di angoli. Gli zigomi sporgenti appuntiti nel piccolo viso, e ora, mentre si asciugava gli occhi, i gomiti che sporgevano come due vertici acuti e ossuti.
Ted Carter spolverava i pantaloni di Norman. – Non ti sei fatto niente, Norman, – la sua voce entrava dalla finestra della classe. – Avanti, non ti sei fatto niente. Smetti di piangere e va’ a casa.
Ted, a tredici anni, era alto e robusto. Aveva già sul volto i segni della virilità. Nella classe della signorina Thornton, era l’unico che avesse già «cambiato» completamente la voce, ora di timbro baritonale e che non si spezzava mai, né saliva improvvisamente di tono.
– Perché non ti scegli qualcuno della tua statura? – domandò Ted, rivolgendosi a Ro...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Peyton Place
  5. Parte prima
  6. Parte seconda
  7. Parte terza
  8. L’eterno ritorno di Peyton Place
  9. Indice