Il fondamentalista riluttante
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Il fondamentalista riluttante

  1. 144 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Il fondamentalista riluttante

Informazioni su questo libro

Ogni impero ha i suoi giannizzeri e Changez è un giannizzero dell'Impero americano. Giovane pakistano, ammesso a Princeton grazie ai suoi eccezionali risultati scolastici, dopo la laurea summa cum laude viene assunto da una prestigiosa società di consulenza newyorkese. Diventa cosí un brillante analista finanziario, sempre in viaggio ai quattro angoli del mondo. Impegnato a volare tra Manila e il New Jersey, Lahore e Valparaiso, e a frequentare l'alta società di Manhattan al braccio della bella e misteriosa Erica, Changez non si rende conto di far parte delle truppe d'assalto di una vera e propria guerra economica globale, combattuta al servizio di un paese che non è il suo.
Finché arriva l'Undici settembre a scuotere le sue certezze e a trasformarlo. Il businessman in carriera, rasato a puntino e impeccabilmente fasciato nell'uniforme scura del manager, comincia a perdere colpi. La produttività cala e la barba cresce, quella barba che agli occhi dei suoi concittadini fa di ogni «arabo» un potenziale terrorista.
E mentre gli Stati Uniti invadono l'Afghanistan, il Pakistan e l'India sembrano sull'orlo di una guerra atomica e New York si lascia andare a un'agghiacciante volontà di potenza tinta di nostalgia, anche la personalità dell'amata Erica rivela lati sempre piú patologici. Giunge cosí per Changez il momento di compiere un passo irreversibile.

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2010
Print ISBN
9788806238889
eBook ISBN
9788858402061

Capitolo terzo

Noi locali teniamo in gran pregio queste ultime giornate di quella che qui a Lahore passa per primavera; il sole, per quanto torrido, ha un effetto cosí confortante. O forse dovrei dire che ha un effetto confortante per noi, perché lei, signore, continua a sembrarmi a disagio. Non vorrei che se ne risentisse, ma la frequenza e la determinazione con cui si guarda intorno, come se nella sua testa pulsasse un regolare tic tac mentre sposta lo sguardo da un punto all’altro, mi fa pensare a un animale che si è avventurato troppo lontano dalla tana e non sa piú, in un ambiente sconosciuto, se è un predatore o una preda.
Andiamo, metta da parte la sensazione di essere osservato, tipica dello straniero. Guardi invece come le ombre si sono allungate. Presto chiuderanno al traffico gli ingressi alle due estremità di questo mercato, trasformando il vecchio Anarkali in un’isola pedonale. Ecco, hanno cominciato. Se la polizia arresterà quei ragazzi in scooter? Solo se riesce a prenderli! E se la stanno già filando, mi sa che la scampano. Ma saranno gli ultimi. Adesso stanno chiudendo i cancelli, come vede, e i varchi rimasti sono troppo stretti per qualcosa di piú largo di un uomo.
Avrà notato che i quartieri piú nuovi di Lahore sono poco attrezzati per i bisogni di coloro che devono camminare. Nella loro spaziosità, con i loro parchi pubblici e i grandi viali alberati, rafforzano un’antica gerarchia che ci viene dalle campagne: la superiorità dell’uomo in sella su quello a piedi. Ma qui, dove siamo seduti, e nei quartieri ancora piú vecchi che si stendono tra noi e il fiume Ravi, nel cuore labirintico e congestionato di questa città, Lahore è piú democraticamente urbana. Anzi, da queste parti è l’uomo a quattro ruote che è costretto a smontare diventando parte della folla.
Come a Manhattan? Sí, precisamente! E questa è una delle ragioni per cui trasferirmi a New York fu, del tutto inaspettatamente, come tornare a casa. Ma c’erano anche altre ragioni: il fatto che i tassisti parlassero urdu; la presenza, a soli due isolati dal mio appartamento nell’East Village, di un locale di nome Pak-Punjab Deli che serviva samosa e channa; la coincidenza di attraversare Fifth Avenue durante una manifestazione e sentire, dalle casse montate sul carro della South Asian Gay and Lesbian Association, una canzone che avevo ballato al matrimonio di mio cugino.
Nelle carrozze della metropolitana la mia pelle si situava regolarmente al centro dello spettro dei colori. Agli angoli delle strade i turisti mi chiedevano indicazioni. In quattro anni e mezzo non ero mai stato americano; mi ritrovai ad essere immediatamente newyorkese. Come? Sto alzando la voce? Ha ragione; divento sentimentale quando penso a quella città. Suscita ancora una grande tenerezza nel mio cuore, il che non è poco, devo dire, date le circostanze nelle quali, dopo soli otto mesi, me ne sarei infine andato.
Senza dubbio gran parte del mio iniziale entusiasmo per New York aveva a che fare con l’entusiasmo per la Underwood Samson. Ricordo il mio stupore il giorno che presi servizio. I loro uffici erano appollaiati al quarantunesimo e quarantaduesimo piano di un grattacielo di Midtown, piú in alto di dove arriverebbero due palazzi di Lahore messi uno sull’altro, e benché avessi in precedenza preso l’aereo e visitato l’Himalaya, niente mi aveva preparato alla drammaticità, alla potenza della vista dal loro salone. Era veramente un altro mondo rispetto al Pakistan; a sostenere i miei piedi erano i prodotti della civiltà piú tecnologicamente avanzata che la nostra specie avesse mai conosciuto.
Spesso, nel corso della permanenza nel vostro paese, questo tipo di confronti mi turbava. In effetti faceva qualcosa di piú che turbarmi: mi riempiva di risentimento. Quattromila anni fa noi, popolo del bacino del fiume Indo, avevamo città con strutture a griglia e vantavamo un sistema fognario sotterraneo, mentre gli antenati di coloro che avrebbero invaso e colonizzato l’America erano barbari analfabeti. Adesso le nostre città sono ammassi insalubri e perlopiú privi di pianificazione urbanistica, mentre gli Stati Uniti hanno università dotate di capitali superiori al nostro budget nazionale per l’istruzione. Una cosí enorme disparità provocava in me un senso di vergogna.
Ma non quel giorno. Quel giorno non pensavo a me come a un pakistano, bensí come a un praticante della Underwood Samson, e gli spettacolari uffici dell’azienda mi rendevano orgoglioso. Avrei voluto mostrarli ai miei genitori e a mio fratello! Restai per un po’ in piedi a godermi la vista, ma non troppo a lungo; poco dopo il nostro arrivo noi analisti neoassunti fummo convogliati in una sala riunioni per il corso di orientamento. Lí un manager di nome Sherman, con la testa lustra di rasatura, ci espose l’ethos del nostro nuovo posto di lavoro.
«Noi siamo una meritocrazia, – disse. – Crediamo nell’essere i migliori. Voi eravate i migliori candidati delle migliori scuole del paese. È questo che vi ha portato qui. Ma la meritocrazia non si limita al reclutamento. Vi daremo un punteggio ogni sei mesi. Sarete al corrente dei vostri punteggi. Da essi dipenderanno i vostri bonus e il vostro livello. Se farete bene, sarete premiati. Altrimenti sarete sbattuti fuori. È molto semplice. Avrete i vostri primi punteggi alla fine di questo corso».
Semplice in effetti. Mi guardai intorno per vedere la reazione dei miei colleghi. Erano cinque, oltre a me, e quattro sedevano rigidi sull’attenti; il quinto, tal Wainwright, era piú rilassato. Giocherellando con la penna tra le dita in un modo che ricordava Val Kilmer in Top Gun, si sporse verso di me e sussurrò: «Non ci sono punti per chi arriva secondo, Maverick». «Sei pericoloso, Ice Man», risposi io, cercando di improvvisare una parlata da pilota della marina, e ci scambiammo un largo sorriso.
Ma a parte qualche gaia punzecchiatura come questa, non c’era molto spazio per scherzi e battute sul posto di lavoro. Nelle quattro settimane successive, le nostre giornate seguirono un’immutabile routine. Di mattina avevamo un seminario di tre ore: uno di una serie di moduli che cercavano di riassumere un intero anno di business school. I docenti provenivano dalle istituzioni piú prestigiose – una donna di Wharton, ad esempio, teneva le lezioni di finanza – e i risultati dei test che ci venivano assegnati erano registrati con scrupolo.
Si pranzava in mensa; mangiavamo sandwich di pollopesto-pomodorini-secchi e intanto osservavamo la disinvolta premura con cui si comportavano i piú anziani. Piú tardi seguivamo un laboratorio inteso a familiarizzarci con programmi come PowerPoint, Excel e Access. Passavamo quella lezione seduti a semicerchio intorno a un istruttore dalla voce suadente e dall’aspetto di un bibliotecario; Wainwright l’aveva soprannominato «Pomeriggio Microsoft in Famiglia».
Verso sera infine venivamo divisi in due gruppi di tre per quello che Sherman definiva «esercizio di soft skill». Tali sessioni prevedevano giochi di ruolo incentrati su situazioni reali, ad esempio trattare con un cliente infuriato o con un amministratore non collaborativo. Ci veniva insegnato a riconoscere lo stile di pensiero delle altre persone, a prendere le briglie della situazione, e a ridirigerla verso l’esito desiderato; lo si potrebbe definire una forma di judo mentale per il business.
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Vedo che lei è impressionato dalla scrupolosità della nostra formazione. Anch’io lo ero. Si trattava di un’ulteriore dimostrazione del pragmatismo sistematico, potremmo chiamarlo professionalismo, su cui si fonda il successo del vostro paese in molti campi. A Princeton l’apprendimento era avvolto da un’aura di creatività; alla Underwood Samson la creatività non era esclusa, era pur sempre presente e apprezzata, ma cedeva il primato all’efficienza. Il massimo ritorno era la massima a cui ritornavamo, in continuazione. Imparavamo a dare delle priorità – determinare l’asse su cui sarebbe stato piú produttivo avanzare – e poi ad applicarci con risolutezza al raggiungimento di quell’obiettivo.
Ma forse le mie riflessioni sono un po’ aride! Non voglio dare l’impressione di non aver apprezzato la mia iniziazione al regno dell’alta finanza. Al contrario. Sentivo aumentare il mio potere, e inoltre mi si aprivano davanti ogni sorta di nuove opportunità. Le farò un esempio: i rimborsi spese. Sa quanto può essere esaltante vedersi dotare di una carta di credito e sentirsi dire che la società pagherà il conto di qualunque pasto o intrattenimento in qualche modo legato al lavoro? Mi perdoni: certo che lo sa; lei, dopotutto, è qui per lavoro. Ma per me, a ventidue anni, quell’esperienza fu una rivelazione. Se lo desideravo, potevo invitare i miei colleghi a bere qualcosa dopo il lavoro, un’attività classificata come «socializzazione dei nuovi assunti», e in un’ora spendere impunemente piú di quanto aveva guadagnato mio padre in tutta la giornata!
Come può immaginare, noi nuovi assunti approfittavamo regolarmente di tale opportunità di socializzare. Ricordo la prima serata insieme; andammo al bar del Royalton, in Forty-Fourth Street. Quella volta Sherman venne con noi e ordinò una bottiglia di champagne d’annata per festeggiare il nostro insediamento. Mi guardai intorno mentre alzavamo i bicchieri in un brindisi a noi stessi. Due dei miei cinque colleghi erano donne; Wainwright e io non eravamo bianchi. Eravamo meravigliosamente diversi… eppure non lo eravamo: tutti noi, Sherman incluso, venivamo dalle stesse università d’élite, Harvard, Princeton, Stanford, Yale; tutti trasudavamo lo stesso senso di sicurezza e soddisfazione; e nessuno di noi era basso o sovrappeso.
Mi venne allora da pensare… no, devo essere onesto, mi viene da pensare adesso, che con i capelli rasati e in tenuta da combattimento saremmo stati praticamente indistinguibili. Forse anche Wainwright aveva avuto un’idea simile, perché mi fece l’occhiolino e mi disse, con una certa preveggenza, come si sarebbe visto in seguito: «Attento al lato oscuro, giovane Skywalker». Aveva un debole per le battute del cinema di cassetta, un po’ come mia madre per le poesie di Faiz e Ghalib. Ma presumo che quella particolare citazione da Guerre stellari fosse solo uno scherzo, perché subito dopo Wainwright, come me e come tutti noi, del resto, si scolò il suo bicchiere.
Sherman se ne andò quando finí lo champagne, ma ci disse di restare quanto ci pareva e di addebitare il conto alla Underwood Samson. E cosí facemmo, uscendo in strada barcollanti solo verso mezzanotte. Io e Wainwright prendemmo un taxi insieme per Downtown. «Ehi, amico, – mi disse, – tu ne capisci di cricket?» Gli domandai cosa intendesse. «Mio papà ne va pazzo, è di Barbados. Antille contro Pakistan, – e qui scivolò in una cadenza caraibica, – la migliore amichevole che abbia mai visto». Scoppiai a ridere: «Dev’essere stato negli anni Ottanta. Oggi come oggi nessuna delle due squadre se la passa bene».
Eravamo tutt’e due affamati, cosí proposi di fare un salto al Pak-Punjab Deli. L’uomo alla cassa mi riconobbe; quella mattina, quando gli avevo detto che era il mio primo giorno di lavoro, mi aveva offerto il pranzo gratis. «Amico mio», disse, allargando le braccia in segno di benvenuto. «Jenaab, – risposi, chinando il capo. – Ma tu non ci vai mai a casa?» «Non abbastanza», disse lui. «Stavolta però voglio pagare, – dissi, sfoderando la carta di credito e porgendogliela con aria mezzo cospiratoria e mezzo sbronza, e aggiunsi: – Ho il rimborso spese». Lui scosse il capo e mi informò, con palese divertimento degli esausti tassisti presenti, che era spiacente e che potevo pagare piú tardi se non avevo contanti, ma non accettava l’American Express.
Anche se parlavamo in urdu, Wainwright parve capire. «Io ho dei contanti, – disse. – Questa roba sembra deliziosa». Mi fece piacere che lo pensasse; il nostro cibo, come certo lei ha avuto modo di notare durante il suo soggiorno qui, è qualcosa di cui noi di Lahore andiamo molto fieri. Inoltre è un segno di amicizia quando qualcuno ti offre da mangiare, introducendoti cosí in una relazione di reciproca generosità, e quando un quarto d’ora dopo vidi Wainwright che si leccava le dita dopo aver spazzolato fino all’ultima briciola del suo piatto, seppi di aver trovato in ufficio uno spirito affine.
Ma perché si ritrae? Ah sí, questo mendicante è un tipo davvero sfortunato. C’è da chiedersi che sorta di incidente possa averlo sfigurato cosí. Le viene vicino perché lei è uno straniero. Vuole dargli qualcosa? No? Molto saggio; non bisognerebbe incoraggiare l’accattonaggio, e sí, ha ragione, è molto meglio fare una donazione a un’associazione caritatevole che si occupa delle cause della povertà piuttosto che a lui, una creatura che ne è soltanto un sintomo. Cosa sto facendo? Gli sto dando qualche rupia, erroneamente, certo, e per pura abitudine. Ecco, ci sta augurando ogni bene, e dice che pregherà per noi; e ora se ne va.
Le stavo raccontando di Wainwright. Nelle settimane seguenti divenne chiaro che lui era uno dei favoriti per la prima posizione nella graduatoria finale. Noi aspiranti analisti siamo competitivi per natura, non potevamo non esserlo avendo ottenuto i voti necessari per essere presi in considerazione dalla Underwood Samson, ma Wainwright lo era in modo meno esplicito; era gioviale e irriverente, e di conseguenza era apprezzato pressoché da tutti. Ma io non dubitavo che il mio amico fosse anche dotato di notevole talento: le sue presentazioni erano estremamente chiare; eccelleva negli esercizi interpersonali; e aveva istinto per identificare cosa conta di piú in una questione di affari.
Spero che non mi riterrà immodesto se dico che anch’io emergevo tra gli altri. Avevo mantenuto dai giorni in cui giocavo a calcio una sorta di aggressività controllata, non belligeranza, badi bene, ma determinazione, e adesso l’applicai al mio desiderio di eccellere. Come? Be’, lavoravo duro, piú duro, sospetto, di tutti gli altri: il che significava solo poche ore di sonno per notte, e affrontavo ogni lezione con una concentrazione assoluta. La mia tenacia veniva spesso rilevata, con approvazione, dai nostri istruttori. Inoltre la mia innata cortesia e formalità, che talvolta era stata una barriera nelle relazioni con i miei pari, si dimostrò perfettamente adeguata al contesto lavorativo in cui mi ero venuto a trovare.
In seguito mi sono domandato perché i miei modi colpivano tanto i colleghi piú anziani. Forse era per come parlavo: dopotutto anche gli Stati Uniti sono, come il Pakistan, una ex colonia inglese, e non è quindi cosí ingiustificato se un accento anglicizzato nel vostro paese continua a essere associato alla ricchezza e al potere, come nel mio. O forse era la mia capacità di esercitare contemporaneamente il rispetto per gli altri e per me stesso in un contesto gerarchico, qualcosa che i giovani americani, a differenza dei loro omologhi pakistani, non sembrano allenati a fare. Quale che fosse la ragione, ero consapevole del vantaggio che mi derivava dal mio essere straniero, e cercavo di approfittarne il piú possibile.
La mia valutazione positiva delle prestazioni mie e di Wainwright venne confermata quando noi praticanti fummo divisi in due gruppi di tre per essere portati in macchina all’annuale festa aziendale estiva. Un gruppo, quello di cui facevamo parte io e Wainwright, salí su una limousine con Jim, il direttore generale che ci aveva assunto; l’altro gruppo andò con Sherman, che in qualità di manager occupava un gradino inferiore nel pantheon della Underwood Samson. Dal momento che niente nella nostra società accadeva per caso, tutti noi capimmo che si trattava di un segno.
Con noi nella limousine c’erano alcuni soci e un manager di una delle squadre di Jim. Tutti si misero a chiacchierare, o meglio, tutti tranne me e Jim. Jim ascoltava la conversazione in silenzio. Poi lanciò un’occhiata nella mia direzione, e io distolsi lo sguardo perché non sorprendesse me a osservare lui. Ma lui continuò a fissare su di me i suoi occhi fermi e penetranti, e infine disse: «Sei un tipo guardingo. Lo sai da cosa dipende?» Scossi la testa. «Dipende dal fatto che ti senti fuori posto. Credimi, io lo so».
La festa si svolgeva a casa di Jim negli Hamptons, una magnifica tenuta che mi fece pensare al Grande Gatsby. Era vicina alla spiaggia, su un’altura al riparo di una cresta di dune di sabbia, con tanto di piscina, campo da tennis e tendone bianco sull’erba, per bere e ballare. Al nostro arrivo una swing band cominciò a suonare, e si sentiva l’odore di bistecche e aragoste che sfrigolavano sulla griglia. Wainwright sembrava nel suo elemento: prese sottobraccio una delle socie e ben presto si trovarono a volteggiare a ritmo di musica. Il resto di noi rimase a guardare, con i cocktail tra le mani.
Dopo un po’ uscii da sotto il tendone per prendere un po’ d’aria. Il sole era tramontato, e si vedevano le luci delle case brillare in lontananza lungo la curva della costa. Le onde sussurravano avvicinandosi alla spiaggia, e mi riportavano alla mente la Grecia dov’ero stato da poco. Il mare mi era sempre sembrato remoto, voluttuoso e pieno di avventura; adesso stava diventando parte della mia vita. Quante cose erano cambiate nei quattro anni da quando avevo lasciato Lahore.
«Ricordo la mia prima festa estiva alla Underwood Samson», disse una voce alle mie spalle. Mi voltai; era Jim. Continuò: «Era una serata meravigliosa, come questa. C’era il barbecue, la musica. Per qualche ragione mi ricordava Princeton, il modo in cui mi ero sentito quando ci ero arrivato. Non avrei mai immaginato che un giorno avrei avuto anch’io una casa negli Hamptons». Sorrisi. Jim ti faceva sentire come se riuscisse a leggerti nel pensiero. «Capisco cosa intende», dissi. Jim lasciò vagare lo sguardo sull’acqua e per un po’ restammo lí insieme in silenzio. Poi mi chiese se avevo fame. Dissi di sí. «Bene», disse lui in tono di approvazione, e mi diede un colpetto su una spalla col taglio della mano, un gesto strano, deliberato, e mi riaccompagnò dentro.
Nel corso della serata mi ritrovai a desiderare la presenza di Erica. Si è chiesto cosa ne era stato di lei? No, non l’avevo dimenticata; Erica era una parte fondamentale della mia vita a New York, e presto tornerò a lei. Per il momento intendevo solo accennare al fatto che la casa di Jim era cosí splendida che pensavo che persino lei ne sarebbe rimasta impressionata. E questo, come arriverà a capire, è dir molto.
Una settimana dopo, quando il corso per analisti giunse al termine, Jim ci chiamò a uno a uno nel suo ufficio. «Allora, come pensi di essere andato?» mi chiese. «Piuttosto bene», risposi. Lui rise: «Qualcosa di piú che piuttosto bene. Sei il primo del tuo corso. Gli istruttori dicono che sei un guerriero. Non te ne vergognare. Coltiva questa qualità. Ti porterà lontano». Ero enormemente compiaciuto, ma non sapevo cosa dire. «Ho un progetto in vista, – proseguí Jim. – Una casa discografica. Nelle Filippine. Vuoi partecipare?» Dissi: «Certo, grazie».
Quando uscii dall’ufficio di Jim, trovai ad aspettarmi Wainwright. «Questa volta sono arrivato secondo, – disse. – Me l’immaginavo che saresti stato tu il primo. E dalla tua espressione radiosa vedo che non mi sbagliavo». «Ho avuto fortuna», replicai. «Non poi tanta, – disse lui, mettendomi un braccio intorno alle spalle. – Adesso devi offrirmi da bere».
Sí, in quel momento ero felice. Mi sentivo immerso in una cordiale atmosfera di compiutezza. Non c’era niente che mi turbasse; ero un giovane newyorkese con la città ai miei piedi. Come tutto sarebbe cambiato in fretta! Il mio mondo si sarebbe trasformato, proprio come questo mercato intorno a noi. Vede come hanno fatto in fretta a portare i tavolini in mezzo alla strada. Dove solo qualche minuto fa rombava il traffico adesso passeggia una folla di gente. Se uno arrivasse qui adesso, potrebbe pensare che il vecchio Anarkali ha sempre questo aspetto, a qualunque ora. Ma noi, signore, noi che siamo seduti qui già da un po’, sappiamo come stanno le cose, non è vero? Sí, noi abbiamo una certa familiarità con la storia recente del circondario, cosa che, nella mia umile opinione, ci permette di porre il presente in una prospettiva di gran lunga piú accurata.
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Capitolo quarto

Vedo che ha notato la cicatrice sul mio avambraccio, qui, dove la pelle è piú scura e piú liscia. Mi hanno detto che sembra l’escoriazione di una corda; i miei amici piú sportivi dicono che non è molto diversa dai segni sul corpo di chi fa alpinismo, e in particolare le discese a corda doppia. Forse anche lei sta pensando qualcosa di simile, perché la sua espressione si è fatta cupa, come se si stesse domandando che campo di addestramento potrebbe aver dato a un tipo di pianura come me l’occasione di misurarmi con attività di quel genere.
Mi permetta dunque di rassicurarla, perché l’origine della mia ferita è alquanto prosaica. Noi abbiamo in questo paese un fenomeno che senza dubbio non le sarà familiare, visto lo stato di abbondanza che caratterizza la sua patria. Qui, soprattutto d’inverno, quando i bacini delle grandi dighe sono quasi in secca, soffriamo di frequenti carenze di elettricità che si manifestano in improvvisi blackout. Le chiamiamo cadute del carico, e teniamo le nostre case ben fornite di candele in modo che queste cadute non intralcino troppo la nostra vita quotidiana. Da bambino, nel corso di una di queste cadute del carico, afferrai una candela, la inclinai troppo e mi versai addosso la cera fusa. Negli Stati Uniti con ogni probabilità sarebbe stato l’inizio di una protratta vertenza giudiziaria con il fabbricante per aver usato una cera con un punto di fusione cosí alto e pericoloso; qui non ne derivò che una serata di pianti e la cicatrice piuttosto lieve, anche se stranamente lineare, che lei vede oggi.
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Ah, hanno cominciato ad accendere gli archi di lampadine colorate sospesi nell’aria sopra questo mercato! Un po’ pacchiane? Sí, ha ragione, anch’io avrei scelto qualcosa di meno vivido. Ma osservi i sorrisi sulle facce rivolte verso l’alto delle persone che ci circondano. È incredibile quanto possano essere teatrali le luci artificiali una volta che la luce del sole è declinata, come possano toccare le emozioni, ancora adesso, all’...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Capitolo primo
  5. Capitolo secondo
  6. Capitolo terzo
  7. Capitolo quarto
  8. Capitolo quinto
  9. Capitolo sesto
  10. Capitolo settimo
  11. Capitolo ottavo
  12. Capitolo nono
  13. Capitolo decimo
  14. Capitolo undicesimo
  15. Capitolo dodicesimo
  16. Indice