Tegucigalpa, Honduras
San Diego, California
Guadalajara, Messico
1992
Art siede sulla panchina di un parco a Tegucigalpa e osserva un uomo con una tuta Adidas bordeaux che esce di casa, dalla parte opposta della strada.
Ramón Mette ha sette tute: una per ogni giorno della settimana. Ogni mattina ne indossa una pulita e lascia il suo palazzotto alla periferia di Tegucigalpa per la consueta corsetta di cinque chilometri, fiancheggiato da due guardie del corpo in tenuta coordinata, se non fosse per certi strani rigonfiamenti: sono i Mac-10 che si portano dietro per proteggere il capo.
E cosí Mette esce ogni mattina. Si fa i suoi cinque chilometri, torna al suo palazzotto e fa la doccia mentre una delle guardie del corpo gli prepara un frullato di frutta. Mango, papaia, pompelmo e, visto che siamo in Honduras, banane. Poi Mette sorseggia la sua bevanda sul patio mentre legge il giornale. Fa qualche telefonata di lavoro, poi va nella palestra privata e si mette a fare un po’ di pesi.
Questa è la sua giornata tipo.
Regolare, ogni giorno.
Per mesi.
Ma stamattina la guardia del corpo apre la porta, Mette entra in casa sudato e ansimante, e il calcio di una pistola gli si abbatte sulla tempia.
Crolla in ginocchio davanti ad Art Keller.
La guardia del corpo se ne sta lí impotente e con le mani alzate, mentre un agente dei servizi segreti honduregni tutto vestito di nero gli punta un M-16 alla testa. In tutto ci saranno una cinquantina di agenti. Che strano, pensa Mette in una nebbia di dolore e vertigine: non li avevo comprati, i servizi segreti?
A quanto pare no, perché nessuno di loro muove un dito quando Art Keller gli sferra un calcio in bocca. Gli si piazza davanti e dice: – Spero che tu ti sia goduto la corsetta, perché è l’ultima.
E cosí Mette beve il suo sangue invece del frullato di frutta mentre Art gli infila il vecchio caro cappuccio nero sulla testa, lo lega stretto e lo trascina a faccia in giú verso un furgone con i finestrini oscurati. E stavolta non c’è nessuno a opporsi mentre lo caricano su un aeroplano dell’Aeronautica militare per un volo diretto nella Repubblica Dominicana; al suo arrivo viene trasferito all’ambasciata degli Stati Uniti, arrestato per l’omicidio di Ernie Hidalgo e messo su un altro aereo con destinazione San Diego, dove gli vengono immediatamente contestate le accuse, gli viene negata la cauzione ed è sbattuto nella cella di isolamento di un penitenziario federale.
L’operazione provoca dei disordini nelle strade di Tegucigalpa; migliaia di cittadini inferociti, istigati e pagati dagli avvocati di Mette, dànno alle fiamme l’ambasciata americana per protestare contro l’imperialismo degli Yanqui. Vogliono sapere da dove quel poliziotto americano abbia tirato fuori gli huevos per venire nel loro paese a rapire un cittadino influente.
A Washington, c’è un sacco di gente che si domanda la stessa cosa. Anche loro vorrebbero sapere da dove Art Keller, l’agente della DEA caduto in disgrazia, l’ex capo dell’ormai disattivata sede di Guadalajara, abbia tirato fuori le palle per scatenare un caso internazionale. E non solo le palle, ma anche i soldi per realizzare l’impresa.
Come diavolo è potuto succedere?
Quito Fuentes è un piccolo spacciatore.
Lo è adesso e lo era anche nel 1985, mentre trasportava in macchina Ernie Hidalgo il torturato, dal covo di Guadalajara al ranch del Sinaloa. Adesso vive a Tijuana, dove manda avanti un modesto traffico di stupefacenti con modesti spacciatori americani, che passano il confine per riempire in fretta il serbatoio.
Quando sei in quel genere di affari è meglio non presentarti leggero, nel caso qualche giovane Yanqui creda di essere un vero bandito e cerchi di fregarti la roba e scappare oltreconfine. No, meglio avere un peso sui fianchi, e il ferro che Quito si ritrova è, be’, un ferro vecchio.
A Quito serve una pistola nuova.
E contrariamente a quanto si pensa, in Messico è difficile procurarsene una, visto che ai federales e alla polizia di stato piace avere il monopolio delle armi da fuoco. Ma Quito, per sua fortuna, abita a Tijuana, a due passi dal piú grande supermercato mondiale di armi, Los Estados Unidos; cosí drizza le orecchie quando Paco Méndez lo chiama da Chula Vista per dirgli che ha un’occasione per lui. Un Mac-10 pulito che bisogna solo ritirare.
Quito non deve far altro che andarselo a prendere.
Ma a Quito non piace piú avventurarsi a nord del confine.
Non dopo quella faccenda con il poliziotto Yanqui, Hidalgo.
In Messico Quito sa di essere al sicuro, ma negli Stati Uniti sarebbe tutt’altra storia, cosí dice a Paco grazie, ma non potrebbe portarglielo lui a Tijuana? Piú che una richiesta verosimile è un pio desiderio, perché per contrabbandare una qualsiasi arma da fuoco in Messico, non parliamo di una pistola mitragliatrice, bisogna: a) avere degli ottimi agganci, oppure b) essere talmente imbecilli da farlo di persona. Se ti beccano, i federales ti battono come un tappeto e poi ti appioppano almeno due anni di gattabuia. Paco lo sa che nelle prigioni messicane non ti dànno da mangiare: è la tua famiglia che deve occuparsene, e Paco non ha piú famiglia in Messico. E poiché non è imbecille, e non ha neanche uno straccio di aggancio, dice a Quito che lui quel viaggio non può farlo.
Ma poiché Paco ha anche urgenza di tirar fuori un po’ di grana da quell’arma, aggiunge: – Fammici pensare. Ti richiamo.
Attacca, e dice ad Art Keller: – Non vuol venire.
– Allora tu hai un grosso problema, – gli fa Art.
È vero, Paco ha un grosso problema: un’accusa per detenzione di cocaina e una per detenzione di armi, e nel caso non abbia ancora ben afferrato la situazione, Art rincara la dose: – Porterò il caso davanti ai giudici federali e chiederò che le condanne siano cumulabili.
– Sto facendo del mio meglio! – piagnucola Paco.
– Non basta, – ribatte Art.
– Sei un vero rompipalle, lo sai?
– Lo so, – risponde Art. – E tu, lo sai?
Paco crolla sulla sedia.
– Va bene, – decide Art. – Fallo venire al confine.
– E poi?
– Penseremo noi al resto.
Cosí Paco torna alla carica e organizza il passaggio della merce lungo la sgangherata rete metallica che delimita il confine dalle parti del Coyote Canyon.
Terra di nessuno.
Se si va al Coyote Canyon di notte, è decisamente meglio portarsi una pistola, che potrebbe comunque non bastare, perché sono tanti i figli di Dio che girano armati nel Coyote Canyon, una grande cicatrice fra le alture ondulate e aride che costeggiano l’oceano lungo la frontiera. Il Canyon inizia poco piú a nord di Tijuana ed entra per circa tre chilometri nel territorio degli Stati Uniti, ed è terra di banditi. Sul far della sera, migliaia di aspiranti clandestini si mettono in fila su entrambi i lati del canyon, lungo una cresta al di sopra dell’acquedotto in disuso che segna il vero confine. Al calar del sole si lanciano di corsa per il canyon, tutti insieme, soverchiando le sparute guardie di frontiera. È una questione di numeri: quelli che riescono a passare sono piú di quelli che vengono presi. E anche se ti va male, puoi sempre ritentare domani.
Forse.
Perché i veri bandidos si acquattano nel canyon come predatori in attesa del branco di mojados in corsa. Individuano i deboli e i feriti. Derubano, stuprano e ammazzano. Spogliano i clandestini dei loro miseri averi, trascinano le donne dietro i cespugli e le violentano, e dopo magari tagliano loro la gola.
E quindi, se vuoi andare a raccogliere arance negli Estados Unidos, devi affrontare il Coyote Canyon. In quel caos, nella polvere sollevata da migliaia di piedi che corrono, in mezzo alle tenebre e alle grida, tra sparatorie e balenar di lame, mentre le guardie di frontiera sulle loro jeep corrono su e giú come cowboy per le alture cercando di controllare quel branco di animali in fuga (perché quello sono; e di quello si tratta), lungo la recinzione si concludono un sacco di affari.
Affari di droga, di sesso, di armi.
Anche Quito è lí per quello, accovacciato davanti a un buco nella rete.
– Dammi la pistola.
– Dammi i soldi.
Quito vede il Mac-10 che scintilla al chiarore lunare, quindi è abbastanza certo che il suo vecchio cuate Paco non lo stia fregando. Allunga una mano attraverso il buco per dare i soldi a Paco, e Paco afferra...
... non i soldi, ma il polso.
E tira.
Quito cerca di sottrarsi, ma all’improvviso tre Yanqui lo abbrancano, e uno di loro gli dice: – Sei in arresto per l’omicidio di Ernie Hidalgo.
Quito replica: – Non potete arrestarmi, sono in Mess...