Parte prima
Alice Frank, n. Stern
(1865-1953)
La nonna di Anne
Capitolo primo
Tante cose belle e buone
Basilea 1935
Con le braccia appoggiate sul davanzale, Alice è affacciata alla finestra che dà sulla strada, e attraverso i vetri osserva la sera che scende sulla città. Lei ama il crepuscolo, il momento magico sospeso fra il giorno e la notte, lo ha sempre amato. Un uomo svolta all’angolo, è l’italiano che abita nel seminterrato della casa quasi di fronte; trascina un sacco contenente carbone oppure patate, nella penombra lei non riesce piú a distinguerlo, però vede che la porta di casa si spalanca e due bambini, un maschio e una femmina, si precipitano fuori, e l’uomo, vedendoli, mette giú il sacco, allarga le braccia, li prende al volo e li fa girare vorticosamente, prima la femmina, poi il maschio. A quella vista Alice prova una fitta al cuore, allo stesso modo Michael prendeva i bambini quando arrivava a casa e allo stesso modo loro strillavano allegri, schiamazzando come i due là sotto, sull’altro lato della strada, e persino dal secondo piano, attraverso la finestra chiusa, lei riesce a sentire le loro voci entusiaste.
Si volta, si ferma con la schiena contro la finestra e il suo sguardo cade sul grande ritratto ovale dalla pesante cornice dorata, appeso sulla parete opposta. Osserva la bambina che era un tempo, chiedendosi se da piccola avesse mai salutato il padre in quel modo. Probabilmente no. August Stern era un uomo compassato, posato, del quale la bambinaia le aveva sempre parlato a bassa voce e con profondo rispetto. Alice non riesce a immaginare che lui abbia mai fatto girare vorticosamente un figlio.
È ormai impossibile distinguere la bambina del ritratto, ma non fa nulla, lei la conosce bene, abbastanza da vederla anche con gli occhi chiusi, non c’è ancora bisogno di accendere la luce. Esattamente non ricorda piú che età avesse allora, quando il professor Schlesinger l’aveva dipinta a Francoforte, forse quattro o cinque anni, certo non molti di piú. E mentre la bambinaia la spingeva dentro la stanza, lui avrà detto: «Ecco la mia deliziosa fanciullina», perché per tutti gli abitanti di Francoforte le fanciulline erano «deliziose». Ma la voce suadente e lo sfoggio di quel sorriso non riuscivano a ingannarla, lei conosceva la rapidità con la quale si arrabbiava se lei non stava ferma come voleva lui. A quel punto la faccia con il pizzetto castano si alterava e la voce perdeva il tono suadente. Ad Alice pare ancora di sentirla, quella voce dura che la rimproverava con asprezza; dopo sessantacinque anni le pare ancora di percepire nel naso l’odore di colori, trementina e tabacco, e come allora prova nostalgia per la sua stanza dei giochi. Si staglia con chiarezza davanti ai suoi occhi, come se la vedesse davvero: le bambole, la piccola cucina con un focolare dove si poteva accendere il fuoco e un tavolo da pranzo apparecchiato con stoviglie di autentica porcellana; rivede lo scaffale con i libri di fiabe – davvero c’era già Pierino Porcospino? Sí, naturalmente, lei sente ancora la voce della bambinaia che le legge la storia di Laminestranonlavoglio –, vede il suo letto a baldacchino con le nuvole di tulle, la finestra con le tendine bianche di pizzo e i tendoni di velluto verde, che durante il giorno si tenevano raccolti con dei cordoncini dorati.
Ricorda ancora la bambinaia che entrava per dire: «Vieni, piccola Alice, è ora», poi le slacciava il grembiule e le toglieva l’abito per giocare, le strappava di mano la bambola che lei tentava spasmodicamente di trattenere e, quando scoppiava a piangere, le metteva il dito sulle labbra. «Pssst, la mamma ha mal di testa, non vorrai certo che stia ancora peggio, ormai sei grande».
Ancora oggi sobbalza ogni volta che ci ripensa. In seguito, quando lei stessa ebbe dei figli, trasaliva ogni volta che inavvertitamente pronunciava la formula: «Non vorrai certo che…», e confusa cercava poi altre parole. Allora, quando era una bambina, la frase: «Non vorrai certo che…» aveva l’effetto di un esorcismo che piegava la sua resistenza, paralizzandola come un misterioso veleno. La piccola Alice si lasciava infilare le mutandine bianche con il volant, la sottoveste rosa tanto inamidata da frusciare ogni volta che lei si muoveva, e infine l’elegante abitino di pizzo con la sciarpa, anch’essa rosa. Lo aveva ricevuto solo qualche settimana prima, perché il vecchio vestitino estivo, molto piú comodo, era ormai troppo piccolo, il grazioso bustino azzurro si tendeva tanto che la bambinaia non riusciva piú ad allacciarlo. La mamma aveva ordinato delle stoffe, aveva cercato dei pizzi e fatto venire la sarta, che comunque andava a casa spesso. La donna, originaria dell’Odenwald, con i capelli rossi e le lentiggini, aveva cucito per alcuni giorni, finché il nuovo abitino era stato pronto.
Sorridendo, Alice guarda il quadro, «una deliziosa fanciullina», e per un attimo crede di sentire le calzine bianche, gli stivaletti un po’ troppo stretti in pelle di capretto grigio. Singolare come ricorda esattamente tutto ciò che è legato a quel quadro, forse perché lo ha visto tutta la vita, piú di ogni altra cosa, persino piú dei mobili che, durante il trasloco di due anni prima, ha portato con sé da Francoforte a Basilea. Prima il quadro era appeso nel salone dei genitori, poi, dopo quel terribile giorno in cui aveva perduto il padre e aveva dovuto abbandonare la casa di famiglia per trasferirsi in quella del nonno, si trovava nella camera di Cornelia, sua madre, e dopo la morte di lei, in casa sua, prima a Francoforte, in Jordanstraße 41 e ora lí a Basilea, in Schweizergasse 50. Quando pensa a se stessa bambina, si rivede ogni volta come in quel ritratto.
La piccola Alice aveva sempre odiato quei tragitti che la portavano dal professor Schlesinger. Anche se aveva le gambe irrigidite e dolenti, doveva stare ferma, non muovere i piedi né girare la testa per seguire con lo sguardo una mosca, e anche se le prudeva da qualche parte era vietato grattarsi. Cercava sempre delle scuse per non andare dal professor Schlesinger, ma la bambinaia insisteva: «Non vorrai certo che papà spenda invano tutto quel denaro…» No naturalmente, lei non voleva, per quel denaro papà era costretto a lavorare sodo. Ogni mattina si metteva il cappello e andava in azienda, e a volte, quando il tempo era talmente brutto che con una pioggia o un temporale cosí non si sarebbe fatto uscire neppure un cane, sospirava.
L’oscurità aumenta, negli angoli della stanza le ombre si ingigantiscono, la dura maniglia della finestra le preme contro la schiena, ma Alice resta lí immobile, anche se a poco a poco il quadro sfuma davanti ai suoi occhi e si possono distinguere solo alcune chiazze luminose. Piú invecchia piú il passato si avvicina, sempre piú chiare e nitide affiorano alla sua memoria immagini che credeva dimenticate. Le viene in mente la frase che il nonno pronunciava cosí spesso: «Piú breve è il futuro di un essere umano, meno importante è il suo presente», e sorride pensando che in passato l’aveva sempre ritenuta una chiacchiera vuota, lo sproloquio di un anziano che non sa piú quel che dice, perché cosa significava una vita senza futuro? Allora ogni cosa, il mondo intero, era fatta di futuro e un pensiero su due iniziava con: «Quando sarò grande…» ma adesso?
Quello potrebbe essere il momento in cui dentro di lei affiora un’idea, prima sfocata, poi sempre piú nitida, prima un «Forse», poi un «Perché no?» e infine un «Sí, va bene». Si muove, in fretta va verso l’interruttore, socchiude gli occhi per l’improvviso chiarore, si volge di nuovo verso la finestra, chiude i pesanti tendoni e con alcuni passi rapidi si dirige allo scrittoio, anche quello portato da Francoforte; alza il leggio, tira fuori un quaderno con la copertina nera, prende gli occhiali e si siede in poltrona. Ora sa cosa deve fare, e averci pensato in tempo la conforta. È come un compito che in passato qualcuno le ha assegnato e che lei comprende solo ora. Scriverà la sua storia, per i figli Robert, Otto e Herbert e per la figlia Leni, scriverà una lettera che consegnerà loro la settimana prossima, quando tutti verranno a festeggiare il suo settantesimo compleanno.
Questa volta non sarà una poesia, nulla di divertente, non le solite allusioni che provocano negli adulti un sorriso comprensivo e fanno ridacchiare i bambini, naturalmente avvezzi al linguaggio famigliare, ma una cosa che, quando lei non ci sarà piú, la ricorderà ai discendenti, una cosa che unisca i suoi figli a un passato che è stato anche il suo e che essi hanno perduto per colpa di quei barbari nazisti. Perché, chi sa se mai riavranno ciò che hanno perduto? A volte Alice non crede piú che il mondo tornerà a essere come prima, troppo minacciose sono le cupe nubi all’orizzonte. Con quel tempo non si fa uscire neppure un cane, pensa senza sorridere. Svitandolo apre il calamaio, prende la penna, la intinge nell’inchiostro e scrive:
20 dicembre 19352
Cari figli, se oggi, rivedendovi dopo tanto tempo qui raccolti per il mio settantesimo compleanno, desidero fornirvi un breve sguardo retrospettivo sulla mia giovinezza, non dovete temere che ciò avvenga con un intento particolare. Per me è solo l’esigenza di lasciarvi un ricordo duraturo di questa giornata.
In genere i figli conoscono pochissimo della giovinezza dei genitori. E ancora meno i nipoti possono farsi l’idea che anche noi siamo stati giovani, come loro sono ora. Solo molto piú tardi arriveranno a questa nozione e allora potranno comprendere e concepire molte cose. Persino i figli adulti sanno per lo piú solo ciò che, in quanto esseri pensanti, hanno visto e vissuto di persona.
Vostro padre vi ha certo raccontato spesso della sua infanzia e della sua giovinezza nella grande cerchia famigliare, nell’amata vecchia dimora di Landau. Lí la venerazione per i genitori e l’amore tra fratelli erano il presupposto di una convivenza bella e profonda. Il destino di ognuno veniva portato collettivamente, ogni gioia, condivisa.
Sí, la casa, un edificio medievale, è bella, pensa Alice con malinconia, anche se a lei appariva un po’ in decadenza. In passato era una stazione della posta, un ricovero per postiglioni, cavalli e viaggiatori, ma nel 1855 era stata inaugurata la linea ferroviaria Neustadt-Landau, e poco dopo la Landau-Weißenburg, le diligenze erano scomparse e il proprietario aveva ceduto la locanda Zur Blum. Nel 1870 Zacharias Frank, padre di Michael, aveva dunque potuto acquistarla per la famiglia. Allora, comunque, Michael aveva ormai diciannove anni e non ci aveva vissuto piú per molto. Il padre di Zacharias, Abraham, era un insegnante privato che si era spostato da Fürth a Niederhochstadt, una località a circa dieci chilometri da Landau, e nel 1841 Zacharias si era trasferito in città, dopo aver ottenuto l’autorizzazione per aprire un negozio di ferramenta. Aveva fatto buoni affari, si era dato al prestito di denaro ed era diventato «banchiere». Alice non lo aveva conosciuto, era morto l’anno prima del loro matrimonio. Lui e sua moglie Babette avevano nove figli, quattro maschi e cinque femmine. Michael era il sesto figlio e ormai Babette era preoccupata perché a trent’anni compiuti non era ancora sposato. Perciò, quando Michael e Alice si erano fidanzati, era stata felicissima. Tutta la famiglia l’aveva accolta a braccia aperte.
All’inizio si era sentita a disagio: tutta quella gente che parlava forte, rideva forte, pretendeva troppo da lei, le stava troppo addosso. Avrebbe voluto ritrarsi, andare a passeggio da sola con Michael, starsene seduta in pace e fare ordine nei suoi pensieri, ma quello era escluso. Appena si sedeva da qualche parte a cucire – ogni volta che andavano a trovare la famiglia a Landau aveva sempre con sé un lavoro nel quale rifugiarsi – ecco che subito arrivava una cognata, una zia, una cugina acquisita, una vicina o magari la suocera per esortarla, ad alta voce e con uno zelo per lei inspiegabile, a occuparsi di qualche lavoretto in casa o in cucina, ad andare al mercato o a fare una visita.
Babette, la suocera, era una donna amabile, buona, che mangiava di gusto e passava rapidamente dal pianto al riso. Ma era anche risoluta, aveva allevato nove figli e, nonostante l’età, amministrava la grande casa con entusiasmo. Quella donna, che forse era anche piú giovane di lei adesso, non aveva mai potuto concepire che Alice non sapesse cucinare, che non lo avesse mai imparato né si ripromettesse di farlo. «L’amore passa per lo stomaco», aveva detto una volta, ancora prima del matrimonio. E quando Alice aveva risposto: «Abbiamo sempre avuto una cuoca che lo faceva», incredula lei aveva scosso la testa, lanciando a Michael, suo figlio, un’occhiata di compassione. E una volta Alice aveva sentito una cognata sussurrare a un’altra: «La futura moglie di Michael è troppo raffinata per sporcarsi le mani». La cosa l’aveva ferita, ma aveva finto di non sentire.
No, per Alice abituarsi a quella famiglia non era stato facile, ma lei sapeva benissimo cosa ci si aspetta da una buona nuora e si era adeguata. Nel corso degli anni aveva imparato ad apprezzare la simpatica cordialità dei Frank, comprendendo che ciò che aveva considerato un rozzo schiamazzare era invece espressione di una vivace simpatia, e ciò che all’inizio le era sembrata una curiosa invadenza si era in seguito rivelato un cordiale interesse per la sua persona.
Alice sorride. Intinge la penna e riprende a scrivere.
La mia infanzia aveva seguito binari del tutto diversi. Ero figlia unica, mia madre era spesso inferma, e ben presto conobbi i lati negativi della vita. In ogni caso non risponderebbe a verità se sostenessi di aver vissuto un’infanzia triste, anche se, comunque, nella mia memoria non si è impressa neppure come troppo allegra. Il profondo amore di mia madre mi ripagava di molte tristezze. Il carattere serio e l’inclinazione ad almanaccare mi sono rimaste, e solo in età piú matura mi hanno indotto a riconoscere che ho anche tante cose belle e buone da ricordare, e di quelle devo essere grata.
Quell’inclinazione ad almanaccare è un peso che la opprime, ancora oggi deve combattere con una certa tendenza alla depressione, che probabilmente le è connaturata, ancora oggi deve fare comunque uno sforzo per riconoscere «le cose belle e buone» delle quali scrive. Non ha mai saputo prendere la vita con semplicità, e neppure gioire liberamente. Su questo punto Michael era del tutto diverso, al suo fianco lei ha imparato molte cose, recuperando gran parte della gioia che forse le era mancata da bambina. Lui era parecchio piú vecchio e quindi piú maturo ed esperto di lei, ma possedeva anche un temperamento spensierato e un’apertura che ogni volta l’avevano sorpresa. Era stato lui a insegnarle la gioia e il piacere dei lati leggeri della vita, e con lui, con la sua morte, era in parte scomparsa anche la sua gioia di vivere.
La scrittura si confonde sul foglio. Ora, forse, si passa il fazzoletto sugli occhi? Da quando Michael se n’è andato sono trascorsi ventisei anni, è vedova da ventisei anni, ma non ha mai vinto del tutto il dolore. Naturalmente non è piú bruciante come all’inizio, ma dentro le è rimasto uno struggimento sordo, a volte un pensiero improvviso, e ancora oggi, davanti a ogni decisione, probabilmente penserà: Michael cosa direbbe? Cosa farebbe?
Nella famiglia di mio zio, dottor Bernhard Stern, stimatissimo medico, trovai ciò che mancava nella mia casa, ossia il costante buon umore e, attraverso i cugini e le cugine ai quali si accompagnavano anche i due figli della cara zia Lina St...