La vita è una prova d'orchestra
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La vita è una prova d'orchestra

  1. 248 pagine
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La vita è una prova d'orchestra

Informazioni su questo libro

Storie di amore e di addio, di ritorni, speranze e attese.
Di incontri. Nella malattia, dentro la vita. Fuori e dentro gli ospedali vivono due mondi che scorrono paralleli: quello dei sani e quello dei malati. Ma la malattia non è un'assenza, fa parte della vita: provare a raccontarla con i suoi codici e i suoi tempi, con commozione e rispetto, significa tentare di ricomporre tutti i pezzi dell'esistenza.
«Per piú di un anno ho frequentato ospedali e sale d'attesa, case dove vivono malati, istituti di recupero. Ho indossato un camice da volontaria e sono entrata in silenzio nel mondo della malattia: leucemie, traumi cranici, rianimazione, dialisi, pronto soccorso... È stata un'esperienza forte e dolce al tempo stesso, in cui puntualmente, parlando con i pazienti, ascoltandoli o anche soltanto lanciando un'occhiata nelle stanze d'ospedale, a un certo punto scattava un processo d'immedesimazione potente e inevitabile: ho davanti un malato, ma anche me stessa.
E cosí, per me si è a poco a poco dissolto quel confine invisibile ma nettissimo che separa il mondo "normale", "in salute", da quello di chi convive con la malattia. La nostra modernità ha rimosso la malattia, l'ha isolata in un altro mondo che sembra astratto finché non lo si trova, lo si abita, o semplicemente lo si attraversa. La vita è una prova d'orchestra racconta alcuni luoghi e alcune storie di quel mondo, tramite l'invenzione ma a stretto contatto con la realtà».
Elena Loewenthal

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2011
eBook ISBN
9788858404690
Print ISBN
9788806202507

Domani, forse dopodomani, sarò polvere

Sto falciando l’erba. A fine giugno viene su a vista d’occhio, da un giorno all’altro ti arriva alle ginocchia. È un’erba ruvida, piena di fiori con uno stelo lungo che finisce in una piccola macchia di colore: gialla, viola. Quando passa la lama mandano un profumo acido, che pizzica il naso. Non li so tutti i nomi dei fiori, dovrei essere nato qui per conoscerli e invece ci sono arrivato dieci anni fa, dopo che ho smesso di studiare e non avevo voglia di fare niente. Solo di montagna, avevo voglia. Ma non m’importa di non sapere i nomi di tutti i fiori e nemmeno di tutti gli spunzoni di roccia che si vedono quando la giornata è limpida. Non m’importa di non essere nato qui e che tutti mi considerano foresto, da queste parti.
– Ntoniooo!
Sto falciando l’erba su dove si sale, dietro la cascata, che ti devi quasi aggrappare al suolo per non cadere giú, il piede a valle saldo sul tallone e quello a monte di traverso, perpendicolare al braccio con la lama. Sto falciando l’erba di fine giugno, quella che alle vacche piace di piú dopo mesi e mesi di stalla e fieno secco che scrocchia fra i denti e la lingua. Quest’erba qui, invece, s’impasta come una polpetta morbida che loro si rivoltano in bocca con tutta la felicità del mondo negli occhi. Sto falciando l’erba e sento la Manu che mi chiama:
– Ntoniooo!
Chissà quant’è che urla, laggiú, forse da un’ora. Passava un elicottero, non sentivo. E anche senza elicottero, quassú basta un alito di vento contro che non arriva piú niente, dalle case. Solo le campane delle vacche, piú in alto, se sono già in alpeggio. E una famiglia di marmotte che ha la tana poco piú su, dove comincia la cascata. Escono dal letargo e cominciano a fischiare, l’eco sbatte di qua e di là contro le pareti della conca e va avanti per dei quarti d’ora. Altro, niente.
– Ntoniooooo! – urla Manu, quasi disperata.
Fa caldo, e la falce mette calura.
Pianto lí. La lascio per terra, contro un sasso, tiro su la schiena indolenzita – viene sempre male in un punto preciso, piú o meno a metà dove a stare piegato in quella posizione fa la curva. Abbasso il braccio e la manica rimboccata scende giú, ma siccome fa caldo e falciare è sudore, me la tiro di nuovo su e alzo il braccio per asciugarmi la faccia, perché il sudore pizzica e anche il profumo dell’erba pizzica.
Manu mi vede che ho smesso e urla:
– Ntoniooo! Vieni giú che Aldo ha portato la legnaaaaa!
Ecco, sí. In quel momento lí.
Il tempo, io non l’ho mai capito. Ci sono minuti e secondi che paiono ore ed è come se tutto fosse fermo in un per sempre che non cambia mai. Ci sono mesi che passano in un attimo e ti viene la rabbia perché vorresti tornare indietro. Quel momento lí, invece, è tante cose insieme, tutte ferme nella testa che ancora mi domando come facciano tante cose cosí a stare tutte insieme dentro un solo momento.
Intanto, penso che la legna è una gran rottura. Scarica, sega, sfronda, accatasta… E adesso, poi, con l’erba alta da tagliare e tutto il resto. Due palle, mi son detto in quel momento.
– Ntoniooo! Mi hai sentitooooo?
Eh sí che ho sentito, porca miseria. Agito il braccio levato per dire sí ma anche per dire: «Non mi rompere!» Agito il braccio mentre lei ancora mi urla da laggiú, che non si sente piú niente, neanche l’elicottero, solo la Manu lontana lontana. E mentre lei urla, io agito il braccio e penso che non ho nessuna voglia di scendere giú a scaricare la legna di Aldo e sento il profumo dell’erba tagliata che in questa stagione è piena di capocchie colorate e m’immagino per un attimo l’inverno, quando quest’erba sarà fieno secco che scrocchia in bocca alle vacche. Ecco, in quel momento lí.
Vedo una macchia sul braccio. Ma no, non proprio una macchia. Un alone poco sotto il gomito, all’interno del braccio. Primo, penso: guarda che bianco, il braccio. Certo, è l’interno, che per prendere il sole di giugno avrebbe dovuto star girato verso l’alto. Allora, penso, è bianco perché lo tengo giú, non è che mi metto a prendere il sole apposta, io, come i turisti che arrivano fin quassú con le scarpette colorate e la maglietta penzoloni dalla cintura, e fanno proprio ridere. Si siedono sull’erba e prendono il sole, manco fossimo al mare.
Però, che bianco che sono.
Poi, ma sempre nello stesso momento, credo, mi accorgo che non è bianco dappertutto. C’è questa macchia, che non è proprio una macchia e non capisco se è piú scura o piú pallida del resto. Come una trasparenza, ma torbida. Sembra viola, ma no. Verde, ma diverso da un livido. Piú sottile. Non è grande, non è scura, però la vedo.
Strano, penso. Sembra un livido ma neanche tanto. Non è tanto grande, ma abbastanza. Non mi fa male. Però è strana. Ha i bordi irregolari ed è piú lunga che larga, come una sbrodolatura. Tutto questo, lo penso in quel minuscolo momento in cui succedono anche tante altre cose.
Poi prendo la falce da terra e per farlo abbasso il braccio.
Il momento finisce e io urlo a Manu:
– Arrivo.
Scendo.
Lí, lassú, in quel momento cosí pieno di tante cose insieme eppure tutte chiare, nitide, tutte troppo insieme, ho sentito. Capito no, non ancora, certo che no. Ho sentito che qualcosa cominciava. Che non era una stranezza, ma una bruttura. Quella macchia. Diceva qualcosa, a me. Qualcosa come: «Guarda che non sono qui per caso».
Facile dirlo dopo, comodo. Sapendo com’è andata a finire. Far finta di essere dei profeti, di conoscere il proprio destino.
Non è vero, sono palle.
Comunque, in quel momento io non è che ho avvertito il futuro. Questo futuro qui, che mi è toccato dopo, intendo. Solo un presente, una macchia strana sul braccio che mi diceva qualcosa. Che non capivo come mai fosse lí, però capivo che c’era qualcosa che non andava.
Facile dirlo dopo, che in quel momento lí ho attraversato un confine. Di qua a là, senza ritorno.
Scendo giú pian piano, con la falce dietro le spalle. Sbuffo.
– Ce ne hai messo a venir giú, – dice Manu un po’ arrabbiata. Aldo è seduto sul camioncino cingolato, sta fumando una sigaretta, sorride e si capisce che pensa: «Poveretto, avere a che fare tutti i giorni con questa strega…»
Ma Manu non è una strega, ha solo una voce terribile che a starle dietro vien male alle orecchie: stridula, grumosa. Non è colpa sua. Invece, da quando è cominciato tutto, s’è messa a parlare piano, sottovoce, chissà perché. Che mi dà un fastidio terribile, mi fa persino male, questo cambiamento di tono. Un male fisico, una specie di nostalgia tremenda per quella sua voce instabile e insopportabile, che se solo tornasse sarebbe come se fosse un po’ tutto come prima, anche se per finta. Perché da quando Manu l’ha abbassata fino a farla diventare un filo di fiato, ho capito che non sarei piú tornato al di là di quel confine. Che tutto ormai era diverso. Malato. Come me. Non le ho mai detto niente, per riguardo. Ma mi parla come a un bambino troppo sensibile, per non farmi male e invece è peggio, perché se solo almeno lei fosse rimasta la stessa, in questa storia, penso che sarebbe una piccola consolazione e invece neanche quella mi spetta.
Quel giorno poi ho incominciato a scaricare la legna.
Aldo faceva finta di aiutarmi. Manu è tornata in casa.
Tre giorni dopo, la macchia c’era ancora.
Ce n’erano altre due, piú o meno uguali.
Che schifo.
Il momento piú preciso di tutta la mia vita è quello in cui sono diventato infelice. So benissimo quando è successo. E posso permettermi di parlare solo al passato, adesso. Perché domani, forse dopodomani, al massimo lunedí, sarò polvere.
– Guarda che faccia che hai, – mi dice una sera a cena. – Sei pallido come un cencio, Ntonio. Vai a farti vedere dal medico. C’è qualcosa che non va.
Con Manu certe volte è meglio non reagire. Poi è buona come il pane, e con la vita che fa con me quassú non so quante altre avrebbero detto sí. O magari sarebbero venute per scappare via due giorni dopo. È ragioniera, e uno mica studia ragioneria per finire in montagna in un paese sperduto dove manco arrivano le macchine. Chi ce l’ha la lascia in fondo alla strada sterrata, dopo l’ultima curva dove c’è un piccolo spiazzo con una rimessa di lamiera ondulata.
Sto zitto e continuo a masticare. Però mi stanco, a masticare, e non ho neanche tanta fame. Strano. Ho sempre fame, io. Anche di Manu e della sua carne morbida, che invece non tocco piú da almeno una settimana. O comunque, tanto che non me lo ricordo piú. Lei non dice niente, forse è persino contenta perché sbuffa sempre, appena comincio. Poi le piace, ma sbuffa e alza gli occhi al soffitto di legno e me ne accorgo anche se è buio, perché lei vuole sempre e solo farlo al buio, comunque.
Mentre scendo a Rimella per andare in posta penso che me l’ha detto anche per quello, non solo per la faccia che ho. Forse fa strano anche a lei, che non la tocco da un pezzo. Già che ci sono, passo dal dottore. Mezz’ora di coda. Una pacca sulla spalla mentre mi accompagna alla porta, due minuti esatti dopo che sono entrato.
– Antonio, stai meglio di me, che è poco ma sicuro. E con tutto quel che c’è da fare su da voi in questa stagione, è piú che normale un po’ di stanchezza.
Intanto mi guardo le braccia. Nelle ultime due settimane le chiazze vanno e vengono, ma spuntano sempre piú grandi e mi sembrano un po’ piú scure. Giallo scuro. Secondo me si vedono. Ma il dottore no, non le ha viste a quanto pare.
In uno di quei due minuti, mi chiede il tesserino.
Si china su un foglio e ci scribacchia qualcosa sopra. Mi dà il foglio, lo ficco in tasca senza guardare, ho mal di testa.
Fuori, al primo cestino che trovo, butto il foglio appallottolato.
Sono stanco, ho il fiato corto. Talmente stanco che faccio persino fatica a pensare: questa qui è una cosa nuova, non mi è mai mai successa. Me ne rendo conto e ho paura. Facile dirlo adesso, ma dopo quel momento dell’erba falciata so di essere da un’altra parte, in un mondo un po’ diverso da come era prima. Mi succedono cose strane, mai viste e mai sentite.
– Allora, che ti ha detto il dottore?
– Ma niente, Manu, te l’avevo detto. Dice che sto meglio di lui, che in questa stagione è normale.
– Tzz, – fa lei con quella sua voce che poi non avrei piú sentito. E se ne va in cucina con il mio piatto ancora mezzo pieno. Lo guarda fisso, con rabbia, come se ce l’avesse a morte con quello. Torna a tavola e scuote la testa. Ma non dice niente, per una volta.
Silenzio, per un bel po’. Lei mastica una mela, io guardo il bicchiere.
– E medicine, non ti ha dato niente? Ferro? Vitamine?
Mento.
– No, niente. Dice che non è niente.
La seconda volta, ci vado apposta dal dottore.
Perché vomito.
Mi è successo due volte negli ultimi giorni. Mai vomitato prima in vita mia, forse da piccolo, che neanche mi ricordo. E adesso due volte, una cosa liquida e marrone che non era affatto cibo mal digerito, una cosa cattiva e amara, una specie di tosse fatta non di aria ma di materia.
Cosí, senza dire niente a Manu scendo a Rimella apposta per andare dal dottore.
Stavolta mi guarda un po’ piú a lungo, scuote la testa che sembra Manu l’altro giorno con il piatto mezzo pieno. Poi si alza, fa il giro della scrivania, mi fa segno di voltarmi sulla sedia: – Comodo, comodo, stai comodo –. La sollevo per i braccioli e mi sposto verso di lui. Che fatica. Lui mi appoggia una mano sulla fronte, preme e tenendo premuto mi schiaccia un occhio con l’altra mano, prima di abbassare la pelle di sotto, con l’indice. Mi guarda l’occhio e poi sempre con l’indice scalza la palpebra.
La visita finisce lí.
Senza che me l’abbia chiesto, gli metto il tesserino sul tavolo. Lui lo prende, tira fuori la tastiera del computer, digita qualcosa con un dito solo – sempre l’indice – poi si gira sulla sedia – quella lí ha le ruote, è molto piú facile –, prende il foglio uscito dalla stampante e me lo dà.
– Per scrupolo, facciamo un esame del sangue. Giusto per scrupolo.
Il dottore non è mica vecchio, avrà qualche anno piú di me, sí e no quaranta, non di piú. Ma parla come un anziano professore di liceo, di quelli che i ragazzi prendono sempre in giro.
Per scrupolo? Che diavolo significa, per scrupolo? Ho vomitato due volte negli ultimi giorni, mi sento uno straccio.
Il dottore mi guarda strano. Evidentemente trova anche lui che ho qualcosa che non va. Ma non è uno sguardo da dottore, che sa cosa fare in questi casi. È uno sguardo un po’ perplesso, con un fondo sottile di paura. Anche lui ha paura, credo.
Intanto, è già piena estate. In paese c’è un mucchio di gente che passa e si disperde per i sentieri. Manu fa affari con il formaggio, a lei il traffico piace e ha messo davanti a casa un banchetto con una tovaglia a quadri bianchi e rossi e una toma secca di campione. C’è anche un cartello di legno a forma di freccia: vendita formaggi e ricotta.
Io sto male, ma faccio finta di no.
– Con tutta probabilità è un’infezione virale. Una brutta infezione, in effetti, – dice il dottore leggendo gli esami.
Sono dovuto andare sino a Varallo e a ogni curva della strada mi girava da morire la testa. Quasi quasi non tornavo piú su, tanto mi girava. Ho fatto quattro passi, prima di ripartire. Sul ponte sopra il Sesia mi sono dovuto aggrappare alla ringhiera. Una bambina mi ha guardato, mi è passata davanti e ha continuato a guardarmi, voltando tutta la testa e storcendo tutto il braccio con la mano stretta in quella della nonna. Che schifo che sto.
Ma mica mi dà delle medicine da prendere. Macché. Altri esami. Altro giro a Varallo. Chiedo a Manu di venire con me, questa volta. Lei mi guarda fisso negli occhi, a lungo. E tace, che non è da lei.
Sono le sette di sera, il sole se ne sta lí, appeso alla cresta ancora per poco. I larici stanno già cambiando colore e danno alla luce di quest’ora un sacco di tonalità diverse che vanno dal giallo al rosso scuro, quasi amaranto. Ma è il verde che mi resterà dentro. Il verde che non ho mai piú visto, perché dopo l’autunno è venuto l’inverno.
Il mio.
– Quanto sei pallido, Ntonio, – dice Manu dopo un sacco di tempo, e mi fa una carezza. È stato in quel preciso momento che è morta la sua voce, lasciando solo quella tonalità bassa e trattenuta, un filo di voce come si parla ai bambini per farli addormentare.
Il verde delle montagne sopra Rimella, oltre San Gottardo, dove c’è la conca e in mezzo una famiglia di marmotte che fischia per tutta l’estate, fra un letargo e l’altro. Dove a fine giugno c’è l’erba alta che pizzica sulle gambe e in gola, per via dei piccoli fiori in punta. Dove fino ad agosto non incontri quasi nessuno per i sentieri verso gli alpeggi, e se incontri qualcuno vuol dire che lo conosci. Poi arrivano i turisti, ma se ne vanno presto. Quel verde lí, adesso mi manca. Tanto, cazzo.
Il terzo giro di esami lo faccio in ospedale. Mi devono prendere del midollo da un osso. Il sangue non va bene per niente, è pieno di roba che non dovrebbe esserci. Ulteriori verifiche, mi dicono. Per avere una conferma, spiegano. Spiegano un bel niente, ma sono troppo stanco per reagire, Manu piange e nemmeno capisce perché. Ha paura.
Torniamo a casa con già la prima neve lungo la cresta, verso ovest. Sta guidando Manu, perché sono troppo stanco e acciaccato.
– Sono malato, – dico all’improvviso. E né lei né io capiamo se ci ho messo il punto di domanda in fondo.
Ma lo so bene che ormai sto da quella parte del mondo dove è tutto diverso, persino il tempo, scandito da un esame all’altro, di attesa in attesa anche se sai che di conferma ne può arrivare una sola, purtroppo. Di vero c’è solo questo male che mi trasforma in uno zombie bianco a fine estate, quando tutti sono scuri di sole e lavoro all’aria aperta, che mi fa girare la testa e sanguinare il naso e mi riempie le braccia di chiazze torbide che vanno e vengono ma tornano sempre. Il tempo non è piú lo stesso, adesso che stiamo ad aspettare gli esiti di un esame, una conferma che sia certezza di male, lo so anche se per pietà non me l’hanno detto. «Infezione virale», fa il dottore con gli esiti del sangue, la prima volta. «Una brutta infezione», mi dice, e sa benissimo che è una bugia. Però non si vuole prendere la responsabilità di dirmi le cose come stanno, pretende ulteriori indagini, venirn...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Dedica
  5. Grazie
  6. 118
  7. Dad
  8. La stanza dei reni artificiali
  9. Vite (quasi) parallele
  10. Sei e trenta - dodici e quindici - diciannove
  11. Domani, forse dopodomani, sarò polvere
  12. Fare il bagno non è una cosa banale
  13. Qui, noi siamo marziani
  14. Ruote
  15. Anche qui siamo marziani
  16. Gli esami non finiscono mai
  17. Apoptosi
  18. PS
  19. Cardiomiopatia
  20. Riprendersi l’anima
  21. La paziente perfetta
  22. Emergenza
  23. Ammalarsi di vecchiaie
  24. Giorno d’ospedale
  25. Vito sa tutto
  26. Cose, oggetti, contenitori
  27. Finestre