Sono contrario alle emozioni
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Sono contrario alle emozioni

  1. 170 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Sono contrario alle emozioni

Informazioni su questo libro

Quando Malinconico fa l'avvocato di se stesso si difende come può, ubriacandosi di domande e avvalendosi della facoltà di non rispondere. Perché mentre ascoltiamo le nostre canzoni preferite ci assalgono vampe gratuite d'autostima, il desiderio improvviso di prenderci un cane o una nostalgia divorante delle polpette della nonna? E come fa Sharon Stone a disegnare nell'aria, semplicemente muovendosi, delle curve piú belle delle sue?
La verità è che Malinconico ha un problema e non dice quale. Soprattutto non lo dice al suo psicoterapeuta, che si trova davanti un pessimo paziente: bugiardo, logorroico, reticente, provocatore sino allo sfinimento. Che fa e disfa da solo la sua terapia digressiva. Non sappiamo se le sue acute stupidaggini siano soltanto un campionario di alibi, ma il bello è che, ridendo, pagina dopo pagina siamo d'accordo con lui.
Bisogna immaginarselo, Vincenzo Malinconico che va dallo psicoterapeuta e non è capace di fare il paziente.
Bisogna immaginarselo fuori dallo studio, per strada, o a casa, mentre vive la sua vita e si fa le domande piú eccentriche e peregrine, e trova le risposte piú folli e piú logiche. Tagliarsi la lingua leccando una busta è o meno un infortunio che la racconta piú lunga di quel che sembra? Ci siamo interrogati abbastanza sulla portata avanguardistica di Raffaella Carrà? Perché guardare una palma mozzata sul lungomare può falsificare in un attimo il bilancio di un'esistenza intera?
È una gioia stargli dietro, seguire la sua testa tortuosa e cristallina mentre formula teoremi, aforismi e vanvere, variazioni sul tema dell'amore, dell'emotività e dei sentimenti; improvvisi interrogativi su parole che a un tratto perdono di senso; recensioni estemporanee di vecchie canzoni, di strani film, di eventi e persone; appunti sulla vita che assomigliano agli spilli di un entomologo instancabile.
Nei suoi tentativi di analisi fai-da-te per ricomporre il senso di una storia finita, Vincenzo nasconde se stesso e il suo problema, per dirci molto di piú. Un romanzo vorticoso, fatto di pezzi brevi, comici, filosofici, sempre folgoranti, dove la scrittura si palesa al lettore in una delle sue versioni piú artigianali: quella di strumento per capire come la pensiamo sulle cose. *** «(...) L'avvocato Vincenzo Malinconico, il fortunato personaggio creato da Diego De Silva, è protagonista del nuovo romanzo dello scrittore napoletano Sono contrario alle emozioni, un caleidoscopio di riflessioni, amare e divertenti, sull'amore e non solo(...) Ce la farà l'avvocato a risolvere i suoi problemi? Diciamolo con tutta franchezza: speriamo di no. Così potremo continuare a goderci le sue fantasticherie spiazzanti e il suo punto di vista caustico e pietoso sul mondo». Marco Presta, «la Repubblica»

Domande frequenti

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Informazioni

Editore
EINAUDI
Anno
2011
Print ISBN
9788806209582
eBook ISBN
9788858405109

LE DONNE PIÚ BELLE SI VEDONO NEGLI AEROPORTI

a Emmanuelle Béart
in «Nelly et Monsieur Arnaud»
Neanche comincio a descrivergli com’era vestita che già mi ferma.
– Sa cosa? Mi sembra che questa storia non rappresenti affatto un problema, per lei.
«Andiamo bene, – penso, – manco ho iniziato e già ti sembra
– Come fa a dirlo, scusi?
– È il tono che usa. Sembra orgoglioso di sé.
Lo fisso. Ci metto un po’ a riconoscere che è vero.
– Sí, in un certo senso lo sono.
– Ha visto.
Dio, come lo detesto quando ha ragione.
– Mi gratifica che lei mi ritenga all’altezza di abbordare una bellissima donna, – rilancio, sfrontato.
Mi guarda, inclinando appena il capo sulla spalla destra. Ed eccogli in faccia un bel sorriso soddisfatto.
– Molto bene, – osserva.
– Molto bene cosa?
– Considero un buon segno non vergognarsi della propria vanità.
Non so perché la sua risposta mi irrita.
– Posso chiederle una cosa?
– Certo.
– È proprio necessario che quello che dico abbia un contenuto problematico?
Lui mi scruta, non parla, ma è evidente che pensa: «Allora che cacchio ci vieni a fare qua, scusa tanto?»
– Certo che no, – mente, con impeccabile professionalità.
– Okay. Allora da oggi in poi verrò a raccontarle quanto sono felice e appagato. Che dice se porto anche un prosecchino?
Non parla. La mia battuta resta lí, un ingombro imprevisto piazzato al centro della stanza. Non mi piace il mio atteggiamento. E comincia a piacermi ancor meno il fatto di venire qui a scoprirlo.
– Perché è diventato cosí aggressivo? – fa lui, con interesse da ricercatore.
– Non so. Forse perché volevo semplicemente raccontarle una cosa senza che me la spiegasse prima ancora di sentirla.
Lui scruta l’aria e annuisce.
– D’accordo. La prego, continui.
– Semmai, «La prego, inizi».
Prende fiato. Le spalle si sollevano e ricadono su se stesse.
– La ringrazio della precisazione.
– Cos’è, adesso mi diventa aggressivo lei, Mr. Wolf?
Corruga la fronte.
– Prego?
– Wolf. Harvey Keitel in Pulp Fiction. «Risolvo problemi», non l’ha visto?
– Ah. Ma sí. Be’, spiritoso.
Non ride.
Segue pausa.
– Comunque guardi che questa storia è un problema eccome, – dico.
– In che senso un problema?
– Nel senso che sto soffrendo.
– Sia piú esplicito.
– Cosa vuol dire?
– Non riesce a dormire, a lavorare, ha perso l’appetito, accusa un diffuso senso d’inutilità nelle occupazioni d’ogni giorno?
Lo fisso, mentre la stima per lui mi abbandona. Per comunicarglielo scelgo un linguaggio da dottorino permaloso, per il quale mi autospernacchierò piú tardi (nella polemica si diventa ridicoli, non c’è verso).
– Trovo riduttivo questo suo modo di sintomatizzare la sofferenza.
La mia pillola di saggezza evidentemente lo dissesta, perché si prende un bel po’ di tempo per rispondere e, quando lo fa, si giustifica pure.
– Volevo solo che si spiegasse.
Torno all’attacco, ringalluzzito:
– Non voglio spiegare nulla, voglio raccontare.
Come un diretto alla mascella. Smette di guardarmi, si riempie d’ossigeno, emette un sospiro autocritico.
– Ha ragione. Le chiedo di scusarmi. Sono un po’ nervoso, oggi.
Restiamo in silenzio venti secondi. Penso che sarebbe il caso di andarmene. Me lo dico piú volte, forse mi agito sulla poltrona lottando contro quell’impulso, non so.
Dovrei lasciare questa stanza, non va bene che racconti i fatti miei a qualcuno con cui sto a farmi le bucce sulle parole da dieci minuti; dovrei sentirmi immune da ogni ostilità, sereno nel dire quello che penso, e non preoccuparmi di accumulare punti a favore.
Lui non parla, non collabora, non mi spinge né ad andare né a restare, vuole che mi senta libero di fare come credo, e nello stesso momento in cui gli riconosco questa correttezza gliela svaluto: è cosí contrattuale la sua comprensione, cosí esplicitamente dovuta, siamo qui in forza di un patto, abbiamo un tempo che ci vincola e soprattutto un fine, ed è l’onerosità di questo rapporto la caratteristica che lo rende inevitabilmente inautentico.
La verità, che conosco anche troppo bene, è che non ho piú un amico a cui raccontare le cose che mi capitano. Che in giro non si trova piú niente di gratuito. E io sono cosí stanco di pagare tutto.
Ho incontrato una donna, molto bella. La precedevo alla fila del check-in, dovevo prendere un aereo per Verona. Stavo sentendo un pezzo con la cuffietta, lei s’è sporta in avanti con la testa, attratta dalla melodia della canzone, che poi era Piano piano dolce dolce di Peppino di Capri. Mi sono voltato, ho rinculato per la sua bellezza (somigliava vagamente a Emmanuelle Béart, ma molto piú decisa nei tratti) nel preciso momento in cui il pezzo faceva:
E cerco di distrarmi e non pensare
ho tanti inviti e dico sempre no
Potresti farti viva all’improvviso
e che diresti se non fossi qui
Al che lei ha spalancato gli occhi in segno di riconoscimento e mi ha riso in faccia.
Il fatto è che io ho questa passione ambigua per le canzonette italiane anni Settanta. Da quando si trovano su internet non posso farci niente, me le procuro tutte e poi le sento pure.
Per non fare figuracce (nel caso qualcuno mi chiedesse di dare un’occhiata alla playlist), aggiungo un po’ di jazz (non mi piace il jazz), qualche chitarrista di nicchia tipo Preston Reed, Synchronicity dei Police e poi uno dei miei dischi preferiti in assoluto, Second Contribution di Shawn Phillips (che però non sento mai perché mi dà una malinconia tremenda), ma la verità è che quella che ho voglia di ascoltare da un paio d’anni a questa parte è la musica leggera italiana anni Settanta.
A motivarmi non è il gusto del trash, quella tendenza cafona che va tanto oggi, per cui si torna indietro nei decenni in cerca delle mode popolari scadute esibendo una competenza in materia manifestamente ipocrita allo scopo di mostrarsi spiritosi ed evoluti. È proprio che mi piace riascoltarli, certi pezzi. Gli arrangiamenti mi fanno tenerezza. Sarà perché mi ricordano la radio, che ne so. E poi mi diverto (nel senso che m’incuriosisco) a rileggere i testi. Ci penso su, proprio. All’epoca non ci si pensava mica, alle parole delle canzonette. Le si canticchiava e basta, e forse era giusto cosí: quando senti una canzone non stai mica a chiederti di che parla. È stato con l’avvento del cantautorato che abbiamo cominciato a fare i profondi e tutto il resto. Ma se uno li legge, certi testi di allora, e fa un minimo di confronto, si accorge subito che non erano mica peggio di quelle canzoni che ripetevano due volte la seconda strofa, se capite quello che intendo. Anzi, in molti casi non c’è neanche, il confronto.
Prendete, che so, ’A canzuncella degli Alunni del Sole, oppure Minuetto di Mia Martini (che poi è di Franco Califano, ma lei la interpretava con una grazia struggente, ineguagliabile): sono canzoni che hanno delle parole di una tale spudoratezza nel lavare in pubblico i panni sporchi dell’amore, da farti letteralmente chinare la testa (un po’ come se ti avessero confidato una cosa privatissima, di cui sai che dovrai avere cura); altro che certi seminari per voce e chitarra che a volte duravano (giuro) UNA FACCIATA INTERA DI LP e avevano la dotazione armonica di un carillon inceppato.
E questo per non parlare di altri intoccabili considerati anche molto fighi dalle adolescenti dei licei (soprattutto classici) dell’epoca (quelli, per intenderci, con gli occhioni alla Ma perché nessuno mi capisce che ogni tanto venivano evocati dalle compagne di classe con aggiunta di: «Ma quant’è bellino!»; al che tu guardavi in faccia gli amici e facevi: «Màh»), che scrivevano dei testi cosí ermetici da farti venire il sospetto che neanche loro ci capissero una mazza.
E comunque, quando la Emmanuelle Béart del check-in mi ha colto in flagranza d’ascolto di Piano piano dolce dolce, invece di dirle, come sarebbe stato giusto fare: «Cosa ride, imbecille? Si sente cosí al di sopra di Peppino di Capri?»; ho reagito da poveraccio, assecondando la mia innata tendenza alla subordinazione nei confronti dell’altro sesso, e con una coda di paglia di quelle che ti restano nel curriculum mi sono lanciato in una giustificazione pietosa dell’interesse squisitamente intellettuale che nutro per la musica leggera, con una tale abbondanza di argomenti (a un certo punto mi pare di aver citato Bach) che Emmanuelle, mossa a sincera tenerezza, mi ha detto, semplicemente:
– Guardi che non c’è mica niente di strano se le piace Peppino di Capri.
E meno male che proprio allora è arrivato il mio turno al check-in, per cui mi sono fatto assegnare il posto con una fretta totalmente immotivata (ero in anticipo di quasi un’ora sull’imbarco) e sono fuggito a gambe levate dalla coda senza neanche salutare Emmanuelle Béart, tuffandomi nella folla con la speranza che dimenticasse al piú presto la mia faccia (è incredibile che alla mia età si possano toccare ancora certi fondi).
Sono andato alla toilette a darmi una sciacquata ma non ho risolto un granché; allora ho ripiegato su un caffè lungo e sono rimasto al bancone del bar ad aspettare che la figura di merda mi si scollasse di dosso al piú presto.
Ogni tanto passava una donna che mi pareva potesse stare senza problemi sulla copertina di qualche rivista di moda. Non ho mai capito se le donne che mi capita di vedere negli aeroporti siano proprio come sembrano o sia la suggestione del luogo a farle apparire piú belle.
L’aeroporto, secondo me, è la scenografia ideale per una donna che vuol giocare con la sua bellezza. La situazione aeroportuale, con il viavai di gente indaffarata che la caratterizza, è quella ottimale per esibirsi, dal momento che l’esibizione piú riuscita è quella che non dà il tempo allo spettatore di soffermare lo sguardo. Perché è risaputo che le cose piú belle sono quelle che se ne vanno.
Una donna passa: tu fai appena in tempo a notare quant’è bella che già non la vedi piú. Ecco, se ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Sono contrario alle emozioni
  4. Le donne piú belle si vedono negli aeroporti
  5. Un mercoledí, qualche mese prima
  6. Sono contrario alle emozioni
  7. Chi molesta il testimone
  8. Mi rileggo e penso senza vergogna
  9. Desperate housewives
  10. Sul pianerottolo
  11. Dilemma domestico
  12. Rumore
  13. È di nuovo mercoledí
  14. Paranormal activity
  15. A proposito di parole
  16. Cimiteri spontanei
  17. Quelli che camminano da soli
  18. X-Files
  19. Empatie moleste
  20. Cretino
  21. Emotional rescue
  22. Erba di casa mia
  23. Sabbia di casa mia
  24. Lourdes
  25. Nighthawks
  26. Rebecca
  27. Permesso (Mi allontano un momento)
  28. Perché la gente non si fa i cazzi suoi?
  29. Incrociare l’assoluto
  30. Sex & Raffa
  31. Un esempio di conflitto fra i sessi
  32. Sharon Stone
  33. Reality killed the comic star
  34. Vengo fuori
  35. On the road
  36. A volte ritornano
  37. La sfiga per annate
  38. Viola dice
  39. Polly e Ugo
  40. La fantasia dei responsabili di palinsesto
  41. An initiation
  42. Bulli e pippe
  43. Nessun dorma
  44. Segue dibattito
  45. La portata avanguardistica di Chissà se va
  46. Retromarcia
  47. Melancholic Playlist
  48. Allora
  49. Il libro
  50. L’autore
  51. Dello stesso autore
  52. Copyright